5 aprile 2012, Cultura

E l’Arcadia inventò lo strutturalismo

di Cesare Segre

La personalità di Maria Corti, filologa, storica della lingua italiana e scrittrice, continua a essere vivissima e operante. Ma nel suo profilo scientifico rientra anche, e non lo si può trascurare, la partecipazione al movimento strutturalistico, che ha avuto tanto seguito in Italia dagli anni Sessanta fino, almeno, a tutti gli anni Ottanta del secolo passato. Partecipazione su vari piani: la presenza efficace tra i contributori del famoso questionario Strutturalismo e critica (1985), la presidenza dell’Associazione italiana di studi semiotici, la condirezione della rivista «Strumenti critici», e soprattutto un apporto teorico che va dal volume Metodi e fantasmi (1969; ampliato 1977) all’ideazione (con chi scrive) del panorama I metodi attuali della critica in Italia (1970) ai Principi della comunicazione letteraria (1976).

Per lei, come per altri strutturalisti italiani, ci si domanda (me lo domandava, ricordo, Dionisotti) come sia avvenuto quel passaggio da un paradigma, quello della stilistica di Spitzer e di Terracini, a un altro, quello strutturalistico, e poi semiotico. La risposta, in linea di principio, è che in Italia, a differenza, per esempio, della Francia, il passaggio è avvenuto per vie interne, cioè come uno sviluppo che poco rinnegava del passato; nessuna rottura. Del resto, a casa nostra il passaggio si svolse entro l’università, ad opera di filologi, linguisti e storici della lingua, e non, come in Francia, contro l’università, ad opera di critici militanti.

La variegata operosità di Maria Corti ci permette di ricostruire i modi in cui studi che aveva in corso da tempo presero, grazie ai metodi nuovi, una direzione diversa. Tra il 1954 e il 1962 una parte notevole delle ricerche della Corti era dedicata all’opera di un poeta quattrocentesco, Jacopo De Jennaro, da lei posto al centro di un’indagine anche dialettologica sul napoletano letterario, e alla trecentesca Vita di San Petronio, connessa ovviamente con uno sfondo linguistico emiliano e con le necessarie appendici venete. Dunque, due zone contrapposte della cultura italiana tre e quattrocentesca vennero brillantemente esplorate e sistemate dalla Corti. Più redditizia dal punto di vista letterario la sezione napoletana, perché attraverso De Jennaro si arrivava a un autore importante come il Sannazaro.

La Corti, che in quegli anni aveva come obiettivo l’edizione critica delle Rime del Sannazaro, si accorse dell’esistenza, nel De Jennaro come nel Sannazaro, di redazioni diverse dei loro scritti. Queste riscritture, secondo la Corti, sono ispirate dall’intento di sostituire all’originaria mescolanza del toscano con forme dialettali e latine, un linguaggio più compatto, sul modello di Dante e soprattutto del Petrarca. Lo stesso intento di promuovere il toscano a lingua nazionale guiderà, un po’ più tardi, l’Ariosto nell’allestimento di tre successive redazioni del Furioso. De Jennaro e Sannazaro usavano un genere letterario antico (l’egloga di tradizione greco-latina), ma ripreso saltuariamente da Dante e Boccaccio, e venuto di moda a Siena nel Quattrocento: il genere bucolico. Narrazioni in cui pastori e pastorelle manifestano le loro pene d’amore, ospiti di un’Arcadia immaginata come terra della poesia. Erano pretesti per descrizioni di paesaggi idillici ed effusioni di sentimenti malinconici o tragici. Ma a un certo momento, dietro i pastori incominciarono a celarsi personaggi della realtà storica e politica, trasformando le narrazioni pastorali in racconti «a chiave».

I primi risultati della Corti sono già consistenti. Risulta ad esempio che Sannazaro incominciò con la composizione di egloghe sparse, e solo più avanti decise di inserire queste egloghe in una narrazione organica, costituita da una prosa che si alterna con altri pezzi di carattere lirico: la intitolerà Arcadia. Risulta pure che la revisione sistematica dei testi dell’Arcadia da parte del Sannazaro è diversa per le parti prosastiche e per quelle in versi: perché nella prosa Sannazaro obbedisce soltanto a un programma di tipo linguistico, mentre nelle poesie l’elaborazione è anche stilistica e tematica.

Quando ritorna, pochi anni dopo, sull’argomento («Il codice bucolico e l’Arcadia di Sannazaro», nel volume Metodi e fantasmi), la Corti ha ormai rinunciato al suo progetto di edizione filologica, e lavora invece ormai, chiaramente, entro il nuovo paradigma strutturalista. Non alludo soltanto alla terminologia («mutarsi delle strutture», «segni e simboli», «funzioni», «codificazione», «elementi dinamici»), ma proprio alla centralità del concetto di struttura, visto però non come qualcosa di rigido, ma come un sistema di equilibri che può anche, come nel nostro caso, rimanere imperfetto. Così restano in bilico l’equilibrio orizzontale tra prosa e poesia, e quello verticale tra i primi capitoli e gli altri, in cui cambia la funzione dei personaggi: Sannazaro cerca invano di correggere questi equilibri con i suoi ritocchi. Interessante comunque il fatto che la Corti, raffinata lettrice, non faccia riferimento a teorici della letteratura, ma ad affermazioni di Gombrowicz e di Thomas Mann, sul fatto che in un certo senso sono le strutture ad imporre la loro volontà all’autore, e non viceversa.

Pur mantenendo nel complesso il suo stile personalissimo, la Corti traccia un «modello» della narrazione bucolica, notando poi le variazioni che il modello subisce espandendosi in luoghi e tempi diversi: fa insomma insieme storia concreta della ricezione e storia, teorica, del sistema letterario. Prende così forma una constatazione illuminante per l’opera del Sannazaro: «ideata una prosa bucolica con funzione lirica, dato che ogni funzione nuova tende a una propria forma, egli ha dovuto cercare e creare una forma prosastica nuova per l’Italia». In questo modo l’elemento narrativo, romanzesco, produce una trasformazione dei temi bucolici da quadri pastorali ad elementi dinamici di un racconto. Varie osservazioni sparse dei precedenti articoli trovano così un quadro in cui sistemarsi armoniosamente: è il leggendario salto di qualità.

(Il Corriere della sera, 22 febbraio 2012)

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