16 novembre 2010, Cultura

Derive italiane.Quando la verità diventa un bene da disprezzare (o da evitare a tutti i costi)

di Nicla Vassallo

Secondo Platone un’affermazione è vera se corrisponde ai fatti, cioè se possiede una base oggettiva nella realtà.
Per William James il vero si valuta nel tempo e corrisponde al buono e al conveniente. Dilaga uno sprezzo nei confronti della verità, che poco condivide, nonostante le apparenze, con l’atteggiamento scettico, semplificato da Ponzio Pilato che si lavò le mani di fronte a Cristo. Una cosa è denigrare la verità con discorsi e comportamenti, declassando ogni sua rilevanza, fino a irriderla; altra cosa è sospendere il giudizio; una cosa è cancellare la verità, altra cosa è la consapevolezza di Karl Popper, stando a cui la verità si attesta «il nostro bersaglio irraggiungibile». A importare è che rimanga il nostro bersaglio.
Cosa è la verità? Per la teoria corrispondentista, la più antica, risalente a Platone, un’affermazione è vera se corrisponde ai fatti; nella nota formulazione wittgensteniana (Tractatus logico-philosophicus 4.01), «la proposizione è un’immagine della realtà». In termini intuitivi, la verità dipende da qualcosa nel mondo; le affermazioni vengono rese vere (o false) dalla realtà; la verità non è frutto unico e puro di creatività, fantasia, volontà, tradimenti, bensì ottiene una base oggettiva nei fatti. Noi comuni mortali applichiamo la teoria nelle faccende quotidiane, ma non la riscontriamo in alcune sfere dell’economia, del giornalismo, della politica, altrimenti (tra le tante altre cose) il nostro paese non verrebbe classificato, in relazione alla libertà di stampa, al quarantanovesimo posto, dopo Argentina e Hong Kong, prima di Romania e Cipro Nord, da Reporters sans frontières, al settantacinquesimo posto, tra i paesi parzialmente liberi, dopo Benin e Hong Kong, prima di Bulgaria e Namibia, da Freedom House.
Ad alcune sfere dell’economia, del giornalismo, della politica pare consona la teoria della coerenza. Coerenza con che? Chi soffre di onnipotenza avrebbe la forza di pensare a una coerenza con tutte, proprio tutte, le affermazioni. In tal caso noi comuni mortali non riusciremmo a conseguire alcuna verità, a causa di una mente, la nostra, dalle capacità finite, cui non è consentito contemplare tutte le affermazioni in un tempo infinito.
Chi, invece, si prende gioco di noi, potrebbe sostenere che un’affermazione è vera se e solo se risulta coerente con qualche altra affermazione, cosicché «I Gemelli sono socievoli» sarebbe vera in quanto coerente con le affermazioni astrologiche. Ma noi comuni mortali preferiamo negare che queste ultime siano vere, e abbiamo ben chiaro che, assumendo la coerenza quale unico criterio della verità, finiamo col considerare implausibilmente vere le affermazioni contenute in una qualunque favola – è sufficiente che nella favola non compaia alcuna contraddizione e che le sue affermazioni siano reciprocamente compatibili. No, siamo stanchi delle favole spacciate per verità. Rimane una teoria, quella pragmatista, che magari fa al caso di alcune sfere dell’economia, del giornalismo, della politica: un’affermazione è vera se risulta utile ai nostri fini, o se ha successo. Così, si corre però il rischio di dover ammettere – cosa che noi comuni mortali non intendiamo fare – che le proposizioni della dottrina nazista sarebbero state vere, nel caso in cui il nazismo avesse trionfato nella seconda guerra mondiale. Tra i fautori del pragmatismo, William James suggerisce di valutare successo e utilità su un lungo arco di tempo. Quanto lungo? Fino al punto da stimare vere affermazioni quali «la terra è al centro del sistema solare», poiché si sono attestate a lungo di successo e utili?
William James non si arrende e equipara l’affermazione vera all’affermazione buona, conveniente, vantaggiosa. Buona, conveniente, vantaggiosa per chi? Soltanto per colui che pronuncia una qualsiasi affermazione? Precipitiamo nell’arbitrarietà e soggettività più scontate, trite e ritrite.
However, Bertrand Russell e George Moore rimproverano al pragmatismo di confondere affermazioni vere e affermazioni congeniali. Chiariamoci. Nulla in contrario alle affermazioni congeniali tout court: se vogliamo raggiungere la sede de L’Unità, e bene sapere che si situa in via Francesco Benaglia a Roma; di conseguenza, deve essere vero che si situa lì, non di fronte al Colosseo. Un dubbio: in questo modo non stiamo però sposando la teoria della corrispondenza?
Come sostiene Vita Sackville–West, «Authority has every reason to fear the skeptic, for authority can rarely survive in the face of doubt».
Noi comuni mortali vogliamo conoscere i fatti, desideriamo la verità di per se stessa, al di là dell’autorità, che non equivale, spesso e purtroppo, ad autorevolezza. La desideriamo altresì perché ci conduce verso qualcos’altro, capace di donarci felicità o infelicità. Alcune verità e alcuni fatti ci appagano, risultano utili alla felicità, altri no. La nostra esistenza è disseminata di molte verità liete e di molte verità dolorose, che è preferibile conoscere. Ciò non ci autorizza a credere che la verità coincida esclusivamente con quanto è buono, conveniente, vantaggioso solo per me, a meno che «non mi paragoni a quegl’insensati, il cervello dei quali è talmente turbato ed offuscato dai neri vapori della bile, che asseriscono costantemente di essere dei re, mentre sono dei pezzenti; di essere vestiti d’oro e di porpora, mentre son nudi affatto; o s’immaginano di essere delle brocche, o d’avere un corpo di vetro»: lo scrive Cartesio (Meditazioni metafisiche, Opere filosofiche, vol. 2, Laterza) a proposito della possibilità di ergere uno scetticismo robusto sulla constatazione che i sensi ci ingannano, ma funziona bene anche qui, nell’inganno che ci assicura chi spaccia il buono, conveniente, vantaggioso per un singolo individuo, o per pochi, per il buono, conveniente, vantaggioso per tutti.
In conclusione, non ci rimane che la cara, vecchia teoria della corrispondenza. Risale al Platone de Il Sofista, teoria che si oppone alle altre e, a pensarci, pure a coloro di cui leggiamo nella Repubblica (Opere, vol. II, Laterza): «Se (…)vanno al potere dei pezzenti, avidi di beni personali e convinti di dover ricavare il loro bene di lì, dal governo, non è possibile una buona amministrazione: perché il governo è oggetto di contesa e una simile guerra civile e intestina rovina con loro tutto il resto dello stato».

(articolo tratto da “L’Unità” de 4 novembre 2010)

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