23 dicembre 2010, Cultura

Dalla creazione al diluvio: la responsabilità per il creato

di Daniele Garrone

(…) Genesi 1 da una parte e Genesi 2 e 3 dall’altra sono due racconti più o meno contemporanei, entrambi di epoca persiana, e in una certa tensione dialettica tra di loro. (…). In base alla lettura tradizionale, quello di cui parla Genesi 1 sarebbe andato perduto con la caduta, tanto che i commentatori protestanti rinunciano persino a spiegare cosa sia l’imago Dei, perché tanto l’umanità l’avrebbe persa con il peccato originale, che avrebbe corrotto tutto (diversamente da quanto sostengono i cattolici, per i quali ha solo offuscato le facoltà umane). Quanto a Genesi 2 e 3, non si tratta del racconto di una caduta – di un salto genetico, si potrebbe dire – ma, piuttosto, di una sorta di romanzo di formazione, che spiega cosa succede quando si diventa adulti, quando, cioè, si è molto più liberi e molto più forti ma si hanno anche molti più guai.

L’umanità come statua vivente di Dio

Veniamo alla nozione di imago Dei. Oggi prevale tra gli esegeti, sia cattolici che protestanti, l’interpretazione in base a cui non si tratta di una qualità dell’umano, ma di una funzione. Il termine ebraico per immagine è quello della raffigurazione plastica, della statua: facciamo l’umanità a nostra immagine perché funga da nostra statua nel mondo. Abbiamo scoperto una miriade di testi dell’Antico Vicino Oriente che ci hanno permesso di chiarire cosa ci sia dietro questa idea della statua. Sia in testi mesopotamici che in testi babilonesi, si parla del re come della vivente statua della divinità: il re, che governa il mondo come rappresentante di Dio, per raffigurare questa sua funzione, collocava la sua statua anche nelle province più remote dell’impero. L’operazione che compiono questi sacerdoti del V secolo, o forse già della fine del VI secolo, intorno al tempio di Gerusalemme è quella di riscrivere la cosmogonia babilonese, attribuendo all’umanità questa funzione di luogotenenza di Dio, quindi di collaborazione nella gestione della creazione.

Si è parlato di quanta ideologia maschile sia confluita nella storia dell’interpretazione di questi testi: io credo che non troveremo mai nei testi biblici quello che corrisponde al nostro pensiero di oggi, ma che dobbiamo piuttosto lavorare sulle stranezze e sulle contraddizioni. Trovo molto intrigante che persino dei sacerdoti maschi, in questa loro riscrittura della cosmogonia babilonese, attribuiscano questa funzione all’umanità, maschile e femminile. Adamo non vuol dire uomo, ma l’umanità, una, fatta di maschi e di femmine. E si deve sottolineare il fatto che questa umanità sia tutta l’umanità, non Israele: qualunque essere umano venuto al mondo è titolare di questa attribuzione che viene fatta nel I capitolo della Genesi. E, se si leggono in sequenza tutti i testi della Genesi che appartengono a questo stesso filone sacerdotale, non si può affatto dire che questa funzione sia compromessa o revocata dopo la cosiddetta caduta o dopo il diluvio. Perché dopo il diluvio, al cap. 9, quando si vieta l’omicidio, si dice ciò è dovuto al fatto che l’umanità è stata creata per essere l’immagine di Dio.

Questa idea del conferimento di un’autorità di governo regale, ancorché datata, ancorché molto legata agli schemi del Vicino Oriente, escludeva essa stessa un’idea di sfruttamento illimitato, di potere arbitrario, di violenza incontrollata, perché è vero che il sovrano dell’Antico Vicino Oriente aveva un potere enorme, ma questo potere era legato ad un’idea di giustizia: il sovrano, con la sua regalità, doveva garantire la giustizia, che, in tutto l’Antico Vicino Oriente, ma soprattutto nella Bibbia ebraica, è un concetto di relazione – a ciascuno il suo, che ad ognuno tocchi quello che gli spetta -. Se il re regna giustamente, diventa un mezzo attraverso cui la benedizione, cioè la riuscita del creato, fluisce nel mondo. Già solo questa antichissima idea di regalità connessa alla giustizia e tramite di benedizione – non solo per i sudditi, ma per tutto l’umano e il suo habitat, per le piante e per gli animali – ci dovrebbe far riflettere. (…).

Il sabato, il climax della creazione

Veniamo al dominium. “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro”. Anche i pesci sono stati benedetti e così gli uccelli, ma pesci ed uccelli sono stati benedetti senza che lo sapessero, mentre qui “Dio li benedisse e disse loro”: essi sanno di essere benedetti. Si tratta, appunto, di una benedizione, quindi gli imperativi che seguono non rimandano solo ad un linguaggio prescrittivo.

I primi termini di questa benedizione sono “crescete, moltiplicatevi e riempite la terra”. Si sa quale etica natalista sia stata costruita su questi verbi, fino a sostenere che la sessualità umana troverebbe la sua unica legittimazione morale nel fatto di essere prescritta per la riproduzione. Se così fosse, il Dio creatore sarebbe più darwinista di Darwin: si sarebbe, cioè, limitato ad inventare un meccanismo che assicuri la propagazione della specie. Si tratta, invece, di benedizioni. E gli auspici che ci si possa riprodurre e moltiplicare sono sempre rivolti a gruppi umani piccoli e minacciati: è la promessa fatta ad Israele. Credo che questa prospettiva sia opposta alla nostra, in cui c’è un’umanità potentissima in grado di distruggere tutto. In questi capitoli della Genesi, al contrario, si immagina un mondo addirittura pensato da altri come un intreccio di forze divine in parte minacciose, popolato da animali anche pericolosi, in cui questo primo maschio e questa prima femmina si trovano di fronte a una terra sconfinata, incomprensibile e spesso ostile.

Si parla poi di “sottomettere e dominare”. Sono di nuovo termini regali, di governo, e non voglio né abbellirli né demonizzarli. Si può perlomeno sottolineare il fatto che in alcuni passi della Bibbia ebraica si dica che non si deve dominare “con asprezza”. Si tratta sempre di rapporti subordinati, da superiore a inferiore, ma si introduce questa espressione: non si deve farlo con asprezza.

Mi sembra che nel testo stesso vi siano alcuni elementi che fanno immediatamente pensare che questa regalità umana sul creato non sia illimitata, dispotica, incontrollata. Qui non è detto che il creato esiste in funzione dell’uomo, cosa che verrà detta di lì a poco. E il climax della creazione è il sabato, non la creazione degli esseri umani. Che il dominio non fosse illimitato si deduce anche dal fatto che quest’uma-nità è pensata come vegetariana. Quindi, perlomeno, il dominio umano non implica l’uccisione degli animali, la quale viene invece concessa dopo il diluvio, per quanto la macellazione sia consentita come limite massimo della violenza. Si potrebbe dire che si tratta semplicemente del mito di fondazione di un’abitudine religiosa ebraica, ma se invece fosse qualcosa di più? Essendo l’uccisione degli animali a scopo alimentare un comportamento borderline, si deve avere coscienza di essere molto vicini a un tabù: per questo va ritualizzata. Non è un caso che la tradizione ebraica non abbia mai approvato la caccia sportiva.

Riguardo poi al sabato, di cui non si parla mai, credo che qui vi sia un’idea grandiosa: neanche il Creatore, di cui l’umanità è eventualmente luogotenente, neanche lui, l’Onni-potente, ha avuto un agire illimitato. C’è una sospensione, il fare si interrompe: è il sabato come momento anti-inerziale, anentropico. Pensiamo agli sviluppi della legislazione sabbatica, che peraltro non vanno romanticheggiati: preso atto che nella vita reale si producono situazioni di impoverimento e di schiavitù per debiti, perché di questo si tratta nell’anno sabbatico e poi nel giubileo, si dice che almeno ogni 7 anni, almeno ogni 50 anni, dobbiamo interromperne l’irreversibilità. Se non avessimo dei sabati, cioè dei momenti in cui ricominciare da capo, la deriva sarebbe inevitabile.

Età adulta

Oggi si interpreta il testo di Genesi 2 e 3 non come la descrizione di una mutazione strutturale, ontologica, dell’es-sere umano, ma come un’eziologia: si vuole spiegare, cioè, perché la vita umana, che potrebbe essere come in Genesi 2, sia in realtà segnata da contraddizioni come in Genesi 3. È una lettura della condizione umana dell’adulto, che, diventando libero e autonomo, si imbatte anche nella possibilità di sbagliare. Se fosse quello che abbiamo sempre pensato, un dramma epocale che scardina tutto il bene della creazione, io non credo che Dio avrebbe reagito come reagisce in Genesi 3, laddove, dopo questo terribile evento, si limita a dire: sono diventati come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male; non li faccio più stare nel Giardino perché magari si mettono in testa di diventare pure immortali. L’unico parallelo che riesco a trovare per questo tono di Dio è la reazione di un padre di un adolescente, che ha dato dei divieti ma che in un certo senso ritiene inevitabile che verranno violati, e dice: benvenuto tra noi, adesso sei molto più grande e molto più libero, ma comincerai anche tu a vedere che dietro questa libertà c’è anche dell’infelicità. (…).

Dio ha creato l’umanità come la sua statua vivente, ma il problema è che questa statua può anche fare quello che ha fatto in Genesi 3, cioè non accettare una libertà iscritta in un limite fondante, perché è chiaro che il frutto vietato di quell’albero è ciò che separa l’autonomia e la libertà dal delirio di onnipotenza. E allora, se le cose del creato non sono più come nel giardino dell’Eden, non è per un oscuro destino a cui bisogna rassegnarsi, come diceva la mitologia mesopotamica, ma è perché noi siamo così, perché la statua ha delle risorse che sono quasi come quelle di Dio, ma anche la possibilità di gestirle male.

La responsabilità di governare

(…) Si dice che una delle cose terribili che la storia del-l’interpretazione di questi testi avrebbe fatto è quella di avere desacralizzato la natura. Io mi chiedo se non dovremmo ripensare ciò dialetticamente. Il creato non è sacro, semmai va consacrato, dice Israele; e quand’era sacro era tutto divino, era tutto inaccessibile, era tutto spaventoso. Io credo che la natura, presa di per sé, non sia più morale e meno nichilista del nostro progresso e che le acquisizioni migliori dell’homo sapiens sapiens siano contro natura. Il problema della sovrappopolazione, per esempio, non si darebbe in natura. È contro natura il fatto che noi vogliamo che tutti vivano fino a 90 anni, che nessuno muoia più per parto, che tutte le malattie siano curate, che vogliamo persino la democrazia. Allora c’è un “contro natura” che è delirio di onnipotenza e c’è un “contro natura” che è legato al fatto che Dio ci ha dato il cervello.

Infine, io credo che tra il dominio illimitato e l’idea un po’ bucolica di starcene tra le braccia di questa madre terra a custodire semplicemente il giardino, non si debba sfuggire alla responsabilità di governare. Non solo perché qui lo dice Dio, ma perché le abilità che abbiamo vanno assunte e governate e dipende da noi che tipo di governo scegliere. Assumiamoci il potere ma anche la responsabilità che ci deriva dal fatto che, per esempio, noi un cane lo possiamo operare e guarire, ma un cane non può operare e guarire noi. Noi possiamo distruggere e guarire. E quindi, anche di fronte alla crisi ecologica, credo che la prima cosa da fare sia quella di rimettere al centro la politica nel senso più alto e più nobile del termine, come responsabilità di governo a cui non possiamo sfuggire.

(articolo tratto da “Adista documenti”, n.98 del 18 dicembre 2010)

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