5 maggio 2010, Cultura

Crisi e «tintinnar di sciabole»: così si spense il centrosinistra

di Dino Messina

«Caro Nenni, ho letto ieri sera l’articolo di fondo su L’Avanti! che viene attribuito alla tua penna incisiva e non posso che essere profondamente ferito per l’accenno che tu fai, alludendo a me, come al capo di un preordinato governo di carattere fascistico-agricolo-industriale, avente il disegno strategico di umiliare il parlamento, i partiti e i sindacati!».
È il 23 luglio 1964, il secondo governo di centrosinistra, con presidente del Consiglio Aldo Moro e vicepresidente Pietro Nenni, ha appena giurato davanti al capo dello Stato, Antonio Segni, ma i protagonisti di quell’estate difficile hanno ancora il pensiero allo scontro appena concluso. Così il presidente del Senato, Cesare Merzagora, ispiratore di una svolta moderata e possibile capo di un governo tecnico, scrive al leader socialista questa lettera che trasuda risentimento. Nenni risponde immediatamente con toni secchi: «Caro Merzagora, l’articolo a cui ti riferisci era mio e non ho ad esso nulla da togliere e nulla da aggiungere. (…) Le tue intenzioni possono essere eccellenti o mediocri. Il governo di emergenza, presieduto da un “eminente Dc” o da te non poteva essere se non con un carattere “fascistico-agricolo-industriale” per dirla con parole tue». L’espressione infatti non era di Nenni, che l’avrebbe utilizzata in maniera provocatoria in un successivo articolo.
Questo interessante e poco conosciuto scambio epistolare, custodito nelle carte di Aldo Moro presso l’Archivio centrale dello Stato si può ora leggere in appendice al saggio della storica Elena Cavalieri, «I piani di liquidazione del centrosinistra nel 1964», sul nuovo numero della rivista «Passato e Presente», diretta da Gabriele Turi.
La primavera-estate del 1964 non viene ricordata soltanto per la liquidazione del centrosinistra (pur restando intatta la formula di governo, nella seconda edizione le riforme, dalla programmazione alle regioni, vennero rinviate sine die, tanto che Antonio Giolitti non accettò più la poltrona di ministro e Riccardo Lombardi si dimise da direttore dell’Avanti! ma anche e soprattutto per quel «tintinnar di sciabole» (questa sì espressione coniata da Nenni) denunciato nel maggio 1967 sull’«Espresso» dalle inchieste di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi. Il passaggio dal primo al secondo centrosinistra è indubbiamente legato al «piano Solo», oltre che ai contatti tra il presidente della Repubblica Segni, il comandante dei carabinieri Giovanni De Lorenzo e il capo di stato maggiore Aldo Rossi.
Il saggio di Elena Cavalieri non è tuttavia dedicato all’analisi del «piano Solo», su cui in genere si incentra l’analisi storiografica sulla svolta del 1964, quanto al contesto economico in cui quella crisi si svolse. «Mentre sono note le difficoltà create dalla crisi della lira all’esistenza del primo esecutivo di centro sinistra tra il gennaio e il giugno 1964 — scrive la studiosa — il ruolo cruciale giocato dalle questioni economiche nel luglio 1964 non è stato ancora sufficientemente evidenziato… L’allarme per la “congiuntura” fu invece il principale fattore di aggregazione del gruppo eterogeneo — composto da politici, militari e industriali — che in quelle settimane si attivò per il ridimensionamento dell’esperimento di centrosinistra. Fu tale preoccupazione a spingere il presidente della Repubblica, Antonio Segni, a cercare alternative concrete al centro sinistra».
L’ossessione di Segni per la crisi economica e la sua convinzione che le riforme proposte fossero «anticostituzionali» e potessero portare al tracollo del sistema viene raccontata attraverso documenti d’archivio (per esempio le lettere di Segni a Moro) e una copiosa letteratura, dai diari di Paolo Emilio Taviani alle lettere di Moro dalla prigione delle Brigate rosse. Resta la domanda se a depotenziare il centrosinistra fu la minaccia di una svolta istituzionale o, addirittura, di un colpo di Stato o se bastarono le pressioni della corrente dorotea della Dc, in primis il memorandum preparato da Emilio Colombo, e degli ambienti moderati. Un tema, questo, che come ricorda la Cavalieri ha animato all’inizio del 2004 una disputa tra Paolo Mieli, il quale sul «Corriere della Sera» ha espresso dubbi sul fatto che l’Italia si trovasse nell’estate del 1964 sull’orlo di un colpo di Stato, ed Eugenio Scalfari, sostenitore sulla «Repubblica» della tesi che il complotto rappresentò una reale minaccia per la democrazia. Per l’autrice del saggio il punto non è negare la pericolosità del «piano Solo» quanto mettere in primo piano i retroscena economici della crisi. Pur con molta prudenza la Cavalieri dà credito all’ipotesi che i contatti tra Segni e i vertici militari servissero per prepararsi a reazioni di piazza, non a un colpo di Stato.

(Articolo tratto dal “Corriere della sera” del 4 maggio 2010, pag. 39)

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