27 luglio 2014, Cultura - In evidenza - Recensioni

Corrado Alvaro.Quel paese in Calabria che non compare su nessuna carta geografica

di Francesco Erbani

Esce da Donzelli una raccolta di inediti del grande scrittore. Fra questi una novella che anticipa molti temi di “Gente in Aspromonte”.

Il racconto Un Paese è un embrione di Gente in Aspromonte, dal quale lo separano un gruppo di anni, dal 1916 al 1930, che Corrado Alvaro spende maturando come scrittore, come giornalista e come osservatore di cose e di uomini. In quegli anni Alvaro si allontana dalla sua Calabria e il distacco mette a fuoco la fotografia di una civiltà che scompare e sulla quale «non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».

Un Paese, come gli altri testi raccolti e introdotti da Vito Teti (cinque racconti, un dramma e cinquanta poesie), fa parte di un fascio di carte che Alvaro affida nel 1940 a un suo ex compagno di liceo, Domenico Lico (nel volume, edito da Donzelli e in libreria da oggi, compare anche un saggio di Pasquale Tuscano). Sono testi risalenti agli anni della loro amicizia, fra il 1911 e il 1916.
Lico vuole scrivere una biografia di Alvaro. E in effetti, insieme agli autografi di Alvaro, fra le carte c’è un abbozzo biografico, che però non vedrà mai la luce.

Il saggio introduttivo di Teti illumina gli anni giovanili di Alvaro, che lo scrittore più volte rielabora in alcuni romanzi. Ma ai materiali già noti la biografia di Lico aggiunge dettagli, offre interpretazioni. Non sempre pertinenti, come avvisa Teti, a proposito di presunte suggestioni autoritarie che negli anni Dieci anticiperebbero motivi fascisti. Lico, farmacista di professione, custodisce l’amicizia con Alvaro quasi come una devozione. Ne è prova la caparbia insistenza di fronte a un Alvaro che resiste al vedersi raccontato e che invita l’amico, anche perentoriamente, a desistere dal progetto.

Alvaro scrive Un Paese in un ospedale di Livorno, nel 1916, dove è ricoverato per le ferite riportate in guerra. San Luca, il borgo aspromontano in cui è nato nel 1895, diventa Santa Venere. Il protagonista è un maestro elementare, Antonio, innamorato della figlia del segretario comunale, il quale, prototipo di un borioso notabile meridionale, vorrebbe per la ragazza un matrimonio d’interesse.

Dietro Antonio è difficile non scorgere il padre di Alvaro, che Antonio si chiamava e maestro elementare era, oltre che amante della poesia. Nel racconto tanti elementi, scrive Teti, «brillano a volte con l’intensità e la tenuta di un lampo, a volte con la forza di un diluvio»: lo zampognaro, l’arciprete, le feste per la macellazione, le diatribe politiche e gli imbrogli elettorali. E poi c’è Santa Venere-San Luca, il «paese caldo e denso come una mandra» di Gente in Aspromonte , il paese abbandonato, che si sfascia rapidamente, dal quale si fugge e che ritorna, potente, nella letteratura.

(“La Repubblica”, 2 luglio 2014)

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