15 gennaio 2011, Cultura

Colosseo. Da Benedetto XIV a Woityla. Così la Chiesa si è appropriata del monumento dei pagani

di Luciano Canfora

Beda il Venerabile, il santo degli Angli e autore, al principio dell’VIII secolo della Historia Anglorum ebbe a scrivere la celebre profezia: «Quando il Colosseo crollerà, crollerà anche Roma. Quando Roma crollerà, crollerà anche il mondo» . Ma nel Cinquecento, nel pieno del rinnovato zelo dovuto alla Controriforma, il papa Pio V, che regnò pochi anni fino al 1572, progettò la distruzione del Colosseo in quanto gigantesca traccia del paganesimo. Lo scempio non avvenne, e nel 1744 un altro Papa, Benedetto XIV, pose fine alla lenta decadenza del monumento consacrandolo alla memoria dei martiri cristiani che vi avevano perso la vita gettati «ad bestias» ; e anzi inserì la sosta presso il Colosseo tra le tappe della «via Crucis» del rito pasquale. Anche questo è un bell’esempio di come la Chiesa sia talvolta riuscita, in questo ed altri campi, a «salvare» il passato pagano incorporandolo nella propria visione del mondo. Così creò, salvandolo, il «monumento negativo» , un monumento della nefandezza di un passato da non dimenticare. Ciò ha reso talvolta fruibile quel monumento anche per una immediata allusività politica. Nell’aprile del 2003, il Papa allora regnante, Giovanni Paolo II, già malconcio nella salute, proprio nella sosta della «via Crucis» al Colosseo, tuonò contro l’aggressione americana all’Iraq, additando il Colosseo e pronunciando le parole rigorosamente censurate da tutta la libera stampa italiana: «Anche l’impero di Roma fu grande, ma infine crollò!» . Il Colosseo simboleggiava, in tal modo, il destino riservato ai sopraffattori. Ma non erano stati soltanto i protagonisti cristiani coraggiosamente impegnati in atti di «disobbedienza civile» a perdere la vita nell’arena insanguinata del Colosseo. Migliaia di gladiatori, nel lunghissimo tempo in cui quell’orrendo edificio fu attivo, persero la vita massacrandosi a vicenda per divertire «il popolo romano» . Fu Vespasiano l’ideatore di quell’anfiteatro, la cui costruzione fu terminata sotto Tito, «delizia del genere umano» secondo i suoi adulatori, nell’ 80 d. C. Tito, già distruttore del tempio di Gerusalemme e massacratore degli ebrei, promosse una grandiosa inaugurazione del Colosseo (probabilmente così chiamato per la vicinanza ad una colossale statua di Nerone). L’inaugurazione durò 100 giorni, con giochi e combattimenti nel corso dei quali furono uccisi circa 5000 animali (leoni eccetera). È sintomatico che si sia serbata memoria degli animali uccisi ma non degli esseri umani. Un poeta servile, Marziale, compose per l’occasione epigrammi su epigrammi raccolti nel libretto intitolato «De spectaculis» . Il «popolo di Roma» , in larga misura plebe urbana parassitaria ma politicamente importante, godeva di questo genere di carneficine. E il potere assecondava questo voyeurismo sanguinario perché consapevole dell’importanza politica dell’assecondare, conquistandone l’animo, quella plebe urbana. Traiano, che presso i posteri è stato gratificato di ammirazione sia pagana che cristiana, curò moltissimo questo aspetto del potere (Dione Cassio 68, 15). L’eccitazione del pubblico per questi spettacoli è resa bene da un passo del Satyricon di Petronio (anfiteatri e duelli gladiatori c’erano già prima del Colosseo): «Fra giorni avremo un bellissimo spettacolo: una lotta, ma non di gladiatori professionisti … Parteciperanno le migliori spade, con il divieto di ritirarsi: la carneficina avverrà nel bel mezzo, al cospetto dell’intero anfiteatro!» (capitolo 45). In regimi nei quali si determina una perfetta sintonia tra potere e plebe in delirio sulla base di una comune bassezza morale i due protagonisti si alimentano e si motivano a vicenda. Domiziano nutriva una passione divorante per i giochi gladiatori e in ispecie per la fazione blu del circo. Fece gettare ai cani uno spettatore che, secondo lui, aveva offeso i gladiatori mirmilloni. Tito prediligeva invece i gladiatori di tipo trace. Un potere di tipo carismatico-plebeo corrompe tutto: anche le vittime. Il gladiatore che sa di essere prediletto dal pubblico, o addirittura dall’imperatore, finisce, assurdamente, col compiacersi del suo ruolo. E sarà ferocissimo nel duello contro l’infelice suo pari che si troverà davanti, perché così rafforzerà e ribadirà il proprio prestigio agli occhi dei carnefici. Spartaco, al tempo suo, 150 anni prima di Tito, dovette faticare per destare la coscienza dei compagni di sventura ormai catturati da quell’infernale meccanismo di asservimento mentale e di emulazione mal riposta. Spartaco e i suoi tennero in scacco Roma per tre anni: una enormità, se si considera la sproporzione delle forze e l’ostilità non solo dei signori ma anche del «popolo di Roma» contro i ribelli. Dopo la loro sconfitta, ribellioni di schiavi non ce ne furono per secoli. È un precedente istruttivo. Però, più dura la bonaccia e più aspro è il secondo tempo.

(articolo tratto da “Il Corriere della sera” del 24 dicembre 2010)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 646583 visite totali
  • 439 visite odierne
  • 5 attualmente connessi