29 marzo 2015, Cultura

Chiusano, il germanista che non amava il culto del “divino” Hesse

di Paolo Mauri

Si definiva un germanista senza cattedra e non se la prendeva di certo se qualcuno lo considerava un divulgatore: anzi se lo diceva da solo, come nella prefazione alla raccolta di pezzi brevi Literatur ( Rusconi, 1984), testimonianza di una lunga attività di critico militante (come si diceva una volta) iniziata sul Dramma di Lucio Ridenti e proseguita poi sulla Fiera letteraria di Angioletti e soprattutto su Repubblica che, all’epoca, non aveva ancora compiuto i dieci anni di vita. La verità è che Chiusano, di cui cadono i vent’anni dalla morte, amava discorrere e i suoi interventi critici hanno proprio l’affabilità di un discorso tra amici ai quali spiegare la “ratio” di questa o quella lettura. Si prenda per esempio il pezzo su Heinrich Mann e sul suo ormai leggendario Professor Unrat poi diventato, grazie al film di Sternberg, L’angelo azzurro . Chiusano comincia ammiccando al fatto che il romanzo di Heinrich Tra le razze poteva anche scriverlo Thomas Mann, perché i due fratelli avevano sempre avuto un occhio per i loro ascendenti, gli anseatici del ceppo paterno patrizio e mercantile e i latino-americano di quello materno, i Da Silva-Bruhns. Ed ecco il primo affondo: “Entrambi i fratelli hanno fatto molto caso a questa loro doppia eredità: con risultati più finemente sfumati, come sempre, in Thomas; con più nette e spesso meccaniche contrapposizioni in Heinrich…”.

Con questa ouverture che ha già allestito il quadro di insieme e l’inevitabile punto di riferimento nel maggiore dei Mann, il pezzo dedicato a Unrat (un cognome che vuol dire spazzatura) può cominciare ed entrare nel dettaglio di un’opera che, senza definire il suo autore un genio, si può tuttavia definire geniale. Heinrich Mann, seguita Chiusano, virando sul pettegolezzo, era in Italia, a Firenze, quando gli capitò sott’occhio una notizia di cronaca: “a Berlino, il professor tal dei tali, si era lasciato sedurre da una danzatrice che lo aveva mandato in vergognosa rovina”. Tutti sappiamo che la vampiressa (espressione di Chiusano) avrebbe preso le sembianze di Marlene Dietrich… Insomma il metodo Chiusano consisteva nel prendere per mano il lettore e farlo partecipe del suo interiore sentire, mai improvvisato, ma sempre corroborato da una robusta preparazione, da un sostrato che si lascia percepire, ma senza pesare mai sulla scorrevolezza del dettato. Un critico bonario? Niente affatto. Se deve dare la giusta dimensione ad uno scrittore, Chiusano non si tira indietro, nemmeno quando, molto serenamente, dice peste e corna. È il caso di un divo come Hermann Hesse, preso di punta ad un convegno tenuto a Torino nel 1981 e sostenuto, a torto secondo Chiusano, da “entusiasmi isterici, incontrollati, direi persino arroganti”. Pur riconoscendo i suoi meriti di precursore di certe mode di massa orientaleggianti, Hesse pare al critico una pensatore poco originale. D’altra parte non aveva scritto Alfred Döblin: “Ch’io valga almeno quanto quella noiosa limonata di Hermann Hesse direi che è fuori discussione “. Chiusano lo cita dicendo che si tratta di un giudizio eccessivo, ma poi aggiunge quello di Musil “Oggi si è grandi scrittori senza la grandezza necessaria” e dunque Hesse è sistemato e Siddharta con lui.

Sono molti i libri del Chiusano germanista, dalla Storia del teatro tedesco moderno ( Einaudi, 1976) al profilo di Böll uscito presso La Nuova Italia (1974) e alla Vita di Goethe ( Rusconi, 1981) e molte sono anche le sue traduzioni a cominciare da Böll stesso, autore “fratello”, se così si può dire, animato dallo stesso afflato religioso e da un convinto antimilitarismo. Ma la produzione dell’officina Chiusano è molto variegata. Lui piemontese nato a Breslavia nel ’26 perché figlio di un diplomatico e cresciuto in Brasile, si era stabilito a Frascati e vi era rimasto fino alla morte dovuta ad un infarto. Amante del teatro, aveva scritto molto per la radio e per la televisione: c’è la sua mano nelle riduzioni per la Rai dei Buddenbrook (1971) e di Orfeo in paradiso, il romanzo di Luigi Santucci, ma lavorerà ancora, sempre per la Rai, su Dürrenmatt e su Goethe e su una vita di don Sturzo. Chiusano era anche un narratore in proprio. Con L’ordalia del ’79 entrò nella cinquina del Campiello. È un romanzo medievale, una storia basata sullo svelamento della falsità della donazione di Costantino, tornato in libreria grazie all’editore Castelvecchi.

Chiusano scriveva spesso per l’Osservatore Romano e per Jesus: voleva testimoniare il suo essere cristiano, il suo essere molto attento al senso di fraternità tra gli uomini. Giovanni Paolo II lo incaricò di scrivere una meditazione per la Via Crucis al Colosseo nel 1985. Molti anni dopo sarebbe toccato a Mario Luzi. Quando cominciò a star male con il cuore e fu ricoverato in ospedale, mi raccontava di un infermiere che per risvegliarlo da un torpore allarmante lo chiamava Italo, Italuccio e lo abbracciava. “Non sapeva nemmeno chi fossi”, commentava commosso, “ma mi chiamava come fa una madre in pena per suo figlio “. Ho ritrovato, e non sapevo più di averlo, un libretto di Chiusano intitolato Notizie dal pornomondo (1975) in cui scherza bonario su certi costumi esageratamente disinvolti. Era ironico Italo e lo si avverte anche nelle prose critiche. In questo libretto anche i disegni, di gusto un po’ tedesco, sono suoi. Peccato, non ricordo di avergliene mai parlato.

(www.repubblica.it/cultura , 16 febbraio 2015)

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