2 ottobre 2014, Cultura - Recensioni

Che mestieraccio badare a Fedor

di Antonella Barina

Tradotte per la prima volta in versione integrale le memorie di Anna, la moglie di Dostoevskij. Uomo lacerato, afflitto dalla malattia e dai vizi. Gioco in primis. Ma lei trovò la ricetta per liberarlo.

È il 4 ottobre 1866 quando la giovane Anna Grigor’evna Snitkina viene assunta come stenografa da Fëdor Dostoevskij. Pressato dai debiti, lo scrittore ha firmato un contratto capestro con un editore senza scrupoli: se entro un mese non riesce a consegnargli un nuovo romanzo, è costretto a cedergli i diritti di tutte le sue opere. Il tempo stringe e dettare il romanzo potrebbe accelerarne la stesura.

Ed eccolo in preda al furore creativo che cammina su e giù per la stanza, una sigaretta dietro l’altra, mentre lei stenografa di giorno e trascrive di notte. Settimane trascorse insieme, tra dettatura, chiacchiere, confessioni, ricordi, schermaglie. In 26 giorni nasce Il giocatore, storia di un doppio amore travolgente e devastante: quello inesorabile per la roulette e quello per una bella dama senza pietà, che incita al tavolo verde. Cosa ne pensa Anna del protagonista del romanzo? chiede Dostoevskij. Lo disprezza, risponde lei, perché non sa resistere a quelle passioni nefaste.

Eppure Il giocatore sta per diventare per Anna realtà. Quando il 6 novembre lo scrittore le chiede di sposarlo, lei accetta: lui ha 45 anni, lei 20. Lui è vedovo, ha divorato la vita e molto sofferto. Lei è poco più che adolescente, ingenua, inesperta. E presto scopre che anche per Fëdor la roulette è irresistibile. «Non si trattava solo di debolezza di volontà, ma di una passione che inghiottiva totalmente la persona, di qualcosa di primordiale » racconta Anna. «Bisognava rassegnarsi, come a una malattia alla quale non c’è rimedio ».

Inizia così una convivenza infestata dai debiti di gioco (e non solo quelli), in cui bisogna scappare dai creditori, impegnare ogni avere, dannarsi per dar da mangiare ai figli… In una quotidianità aggravata dal male di Dostoevskij, l’epilessia: «Tutto quello che potevo fare era slacciargli il colletto e prendere la sua testa tra le mie mani. Ma vedere quel volto amato diventare bluastro, deformato, con le vene gonfie da scoppiare era uno strazio». Nonostante tutto ciò, Anna non si pente: «Evidentemente quello era il prezzo che dovevo pagare per la felicità di vivere accanto a lui». E a lei il romanziere dedica I fratelli Karamazov, l’ultimo e il più maturo dei suoi romanzi. Perché è anche grazie alla sua dedizione, alla sua tenacia che è nato uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale.

La storia amorosa e travagliata di questo matrimonio durato 14 anni, fino alla morte dello scrittore – quattro figli nati, due sopravvissuti, sei grandi romanzi, gioie solide ma anche pene esorbitanti – è raccontata da Anna Dostoevskaja nelle sue memorie, scritte molti anni dopo, quando è già vedova da trent’anni, per rettificare le troppe deformazioni dei memorialisti di parte. E ora, per la prima volta in Italia, Castelvecchi pubblica Dostoevskij mio marito in versione integrale (era già uscito sforbiciato da Bompiani nel 1942), ben tradotto e curato da Luigi Vittorio Nadai.

Appunti che aprono le porte di casa dello scrittore, con il suo amore per i figli, le abitudini, gli orari, le inclinazioni, le stranezze, ma anche i suoi rapporti con gli intellettuali dell’epoca (Tolstoj in testa) e i suoi gusti in fatto di letteratura e di arte… Dettagli quotidiani che contribuiscono a tratteggiare una complessa, contraddittoria personalità: quel misto di orgoglio e insicurezza (la sua gelosia, ad esempio, è ossessiva); di generosità (con i parenti avidi) e distruttività (sui tavoli da gioco); quel calarsi negli aspetti più bui dell’esistenza, rimanendo attraente e seduttivo.

«Le memorie di Anna Grigor’evna sono ben più credibili di quelle della figlia Lyubov, che aveva 11-12 anni alla morte del padre e ha raccolto voci di seconda e terza mano» spiega Cesare Giuseppe De Michelis, ordinario di Letteratura russa all’Università di Tor Vergata, a Roma. «Come la diceria che Dostoevskij fosse stato ucciso da alcuni contadini per aver violentato una ragazza. Certo, lui era un tipaccio, ma che morì per uno sbocco di sangue è certo. Il guaio è che a sposare le distorsioni di Lyubov fu addirittura Freud che, forte anche del parricidio narrato nei Fratelli Karamazov, arrivò a suggerire in un suo celebre saggio su Dostoevskij che i contadini fecero solo ciò che lo scrittore avrebbe voluto fare al proprio padre».

De Michelis continua: «Un limite delle memorie di Anna Grigor’evna è di stemperare i terremoti della vita febbrile del marito. Non viene mai nominata, ad esempio, la travolgente passione di Dostoevskij per Apollinarija Suslova, poco prima di conoscere Anna. Sensuale, infedele, dalle pulsioni estreme, Apollinarija fu il prototipo di tante figure femminili devastanti nei romanzi dello scrittore, a partire dalla donna di cui è invaghito il giocatore». Non solo. Anna, religiosa, conservatrice, tende a semplificare la complessità intellettuale del marito… «Non accenna ad esempio al suo dibattersi tra fede e dubbio. Dostoevskij scrisse in una lettera: Sono un figlio del secolo del dubbio e della miscredenza e so che fin nella tomba continuerò ad arrovellarmi se Dio sia. Eppure, se mi dimostrassero che Cristo sta fuori della Verità e la Verità fuori di Cristo, io sceglierei Cristo e non la Verità. Una frase estrema, che mise anche in bocca a un personaggio dei Demoni, di cui Anna Grigor’evna poteva addirittura avere paura. Per lei era più facile ricordarlo nei momenti in cui andavano a messa insieme».

Il periodo dopo le nozze è il più duro per Anna: i parenti del marito le sono ostili e assillano per spillare soldi, i creditori perseguitano, le finanze sono disastrate e lei tocca con mano le crisi epilettiche. I Dostoevskij decidono di fuggire in Occidente: quattro anni tra Berlino, Dresda, Baden-Baden, Ginevra, Firenze, Venezia… Dove però ci sono i casinò: Anna impara a non credere ai mille giuramenti di farla finita con il gioco. Tira la cinghia. Impegna l’eredità di suo padre. Affronta il dolore straziante della morte di due figli. Stenografa sotto dettatura, trascrive in bella calligrafia i manoscritti del marito, corregge le bozze. Lui ha un blocco nella stesura dei Demoni? Col cuore a pezzi, lei arriva a incoraggiarlo ad andare alla roulette per rilassarsi. Risultato: perde tutto, più di tutto, ma disperato scrive una lettera d’addio al gioco (questa sarà la volta definitiva) e in pochi giorni butta giù un centinaio di pagine del romanzo. «Anna è intelligente: capisce che la sfida è guarirlo, non incatenarlo » commenta De Michelis. «E ha intuito di avere a che fare con un grande scrittore: la sua missione è creare intorno a lui le condizioni più favorevoli a scrivere. In pochi anni una ragazzina umile e inesperta diventa la depositaria di un monumento».

Una consigliera tenera, una collaboratrice illuminata, una padrona di casa volitiva che non tollera più ingerenze ed è consapevole del proprio valore: quando i Dostoevskij tornano a Pietroburgo, Anna è una personalità che ispira rispetto. Lo scrittore è ormai famoso: ammiratori, letture pubbliche, serate mondane. I debiti sono finalmente estinti. Ma la (relativa) tranquillità dura pochi anni. Nel 1881 Dostoevskij muore, sessantenne. E Anna non riesce a rassegnarsi. Fa voto di dedicare il tempo che le resta a diffondere le sue opere.

A fine secolo, la fama dello scrittore raggiunge il mondo. «Il cuore pulsante delle lettere ottocentesche era Parigi» spiega De Michelis, «dove la moda dei russi si diffuse a metà degli anni Ottanta, per poi estendersi in Europa. Dostoevskij diventò il mito dei simbolisti». Intanto Anna pubblica sette edizioni dell’opera omnia dello scrittore e recupera il diario in cui aveva stenografato ogni palpito della propria quotidianità con l’uomo che di sé aveva ammesso: «Per tutta la vita ho oltrepassato il limite». Da quegli appunti sul filo di tante pene sono nate queste memorie.

(“Il Venerdì” di Repubblica, 25 luglio 2014)

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