5 gennaio 2016, Cultura

Che dio sei? La matriarca Rachele litiga con il Signore

di Stefan Zweig

Per l’ennesima volta i cittadini di Gerusalemme, caparbi e volubili, avevano dimenticato il patto sancito, per l’ennesima volta avevano recato offerte sanguinose agli idoli bronzei di Tiro e Ammone. Osarono persino porre l’immagine di Baal nella dimora stessa di Dio, quella dimora che Salomone, servo suo, aveva edificato per lui.
Quando Dio vide che essi si permettevano di schernirlo nello spazio più intimo del santuario, la sua ira esplose implacabile. Tese la mano destra, e il suo grido squarciò i cieli. La sua pazienza era finita: avrebbe raso al suolo la città corrotta e disperso il suo popolo come strame ai quattro angoli della terra. Un tuono, e il terribile annuncio risuonò nell’infinito. La collera del Signore non giunse solo ai vivi, ma risvegliò persino i defunti nelle tombe.
Quando quegli uomini venerabili persero coraggio, le loro anime vuote rabbrividirono davanti a Dio come erba calpestata, e non osarono più proferire parola contro la sua ira. Ormai ogni voce terrena taceva intimorita, quand’ecco che Rachele, la matriarca d’Israele, uscì sola dalla selva delle sue angosce. Nella sua tomba a Ramah, ella aveva udito il grido collerico di Dio e, pensando ai figli dei suoi figli, aveva sentito le lacrime scorrerle giù per le guance. E così, facendo appello a tutta la forza che aveva in corpo, si era decisa a presentarsi davanti a colui che non può essere visto. In ginocchio levò le mani in ginocchio levò le sue parole al Signore.
«So che tu conosci le mie parole prima ancor che io le abbia pronunciate, perché in te ogni parola risuona molto tempo prima che sulle labbra umane, in te ogni azione è presente prima ancora che sia eseguita da mano terrena. Eppure io ti supplico: ascoltami con pazienza, per amore dei peccatori». Dopo aver parlato, Rachele chinò il viso. Ma Dio la vide, prona e in lacrime, e allora, per un attimo, sospese la sua collera e ascoltò l’afflitta.
Quando Dio, nell’alto dei cieli, si pone in ascolto, il vuoto riempie lo spazio e uccide il tempo. Il vento smise di soffiare, il tuono si nascose, nessun essere osò strisciare o volare e dalle bocche non uscì più alcun alito. Le ore rimasero immobili e i cherubini, come statue di bronzo, attesero. Perché se Dio è in ascolto si arresta il respiro della vita, si tace il suono del cielo; allora persino il sole restò immoto, la luna si riposò e i fiumi si ritirarono muti davanti a Lui.
Rachele, dal canto suo, aveva sentito che Dio le concedeva ascolto e, girandosi, sollevò il volto in lacrime e parlò con il coraggio della paura. «Tu lo sai, sono figlia di Labano e vivevo nella terra di Haran che volge a Oriente; secondo il volere del padre mio, custodivo le sue pecore. Un mattino le conducemmo all’abbeveratoio, ma le serve non riuscivano a spostare la pietra del fontanile, allora uno straniero, giovane e di bell’aspetto, accorse in nostro aiuto e noi rimanemmo stupite della sua grande forza fisica. Era Giacobbe, il figlio della sorella di mio padre, e non appena rivelò il suo nome, lo condussi a casa da lui. Era trascorsa appena un’ora da quando ci eravamo visti, ma i nostri sguardi ardevano già in segreto e i nostri cuori erano colmi di desiderio. Non resistemmo a quell’incendio, ma ci scambiammo la promessa di matrimonio già quel primo giorno, quando Giacobbe vide me, Rachele. Mio padre Labano, però, era un uomo duro come il terreno sassoso che lacerava con l’aratro. E quando Giacobbe volle portarmi nella sua casa, egli decise di metterlo alla prova. E così chiese al pretendente di restare a servizio presso di lui per sette anni, per amor mio.
Eppure, Signore, Giacobbe accettò, e anch’io mi sottomisi al volere del padre. Ci facemmo coraggio, affinché il nostro cuore ubbidisse e fosse paziente. Abbiamo saputo dominarci e rimanere fermi, nonostante il nostro desiderio. Per il nostro struggimento, ogni giorno era come mille. Quando ormai per la settima volta l’anno volgeva al termine, piena di letizia andai da mio padre, e gli chiesi la tenda per le nozze. Ma egli mi ordinò di andare a prendere Lia, mia sorella.
Lia, lo sai, Signore, era la primogenita. Tu le avevi dato un viso poco attraente e dunque gli uomini non si curavano di lei; il fatto che nessuno la desiderasse la faceva soffrire. Io le volevo bene proprio perché soffriva ed era una fanciulla mite. Eppure, quando mio padre mi ordinò di condurla da lui e poi mi chiese di lasciarli soli, intuii che stavano tramando qualcosa. Così mi nascosi lì vicino per ascoltare il loro piano. Mio padre parlò: “Ascolta, Lia: è giunto qui da noi Giacobbe e per ottenere la mano di Rachele lavora al mio servizio già da sette anni. Tuttavia, per amor tuo, non posso permettere questo matrimonio, non è infatti possibile che la figlia minore lasci la casa del padre prima della maggiore e che la primogenita resti senza marito, schernita dalle sue stesse serve. Una simile usanza sarebbe sacrilega e inaudita, e contro la volontà di Dio. Perciò preparati, Lia, prendi il velo nuziale e avvolgilo stretto attorno al viso, perché io possa portarti da Giacobbe al posto di Rachele”.
Non appena sentii queste parole ingannatrici, il mio cuore riarse di collera verso Labano e verso Lia. In segreto, mi recai da Giacobbe e gli sussurrai di fare attenzione che il giorno seguente mio padre non gli desse in sposa un’altra al posto mio. E affinché potesse riconoscere l’inganno, gli insegnai un segnale di riconoscimento: prima di entrare nella sua tenda, la sposa lo avrebbe baciato tre volte in fronte.
Quella sera, Labano fece preparare per Lia i veli nuziali. Avvolse il suo viso due volte, affinché Giacobbe non la riconoscesse anzitempo. Inoltre mandò me nel granaio, affinché nessun servo avvertisse l’ingannato. Me ne stavo così, rinchiusa e dimenticata, a nutrirmi della mia stessa rabbia. Sotto il tetto era già buio e fu allora che la porta si aprì piano. Ed ecco, era Lia, mia sorella. Si avvicinò con dolcezza e mi sfiorò delicatamente i capelli; quando sollevai gli occhi, mi accorsi che una nube di paura offuscava i suoi. “Cosa succederà, Rachele, sorella mia? La condotta del padre mi addolora. Ti ha tolto il tuo innamorato e lo ha dato a me. Mi ripugna ingannare quell’innocente: come posso presentarmi a testa alta e darmi a lui, che desidera te? Cosa devo fare? Aiutami, sorella Rachele, aiutami, ti supplico in nome di Dio misericordioso!”. Sebbene la amassi, in me trionfava la malvagità, e la sua paura mi ristorava come una pietanza squisita. Ma poiché aveva pronunciato il tuo santo nome, il più santo e il più misericordioso dei nomi, Signore, a quel punto mi sembrò che un raggio infuocato mi colpisse, il mio cuore sussultò nel petto rigonfio e sentii che la mia anima ottenebrata veniva invasa dalla forza della tua bontà e dal potere inebriante della tua misericordia. Soffrendo la sua stessa pena, ebbi pietà di lei, io, la tua serva stolta. E contro i miei desideri, le spiegai come ingannare Giacobbe.
Questa, Signore, fu la mia azione, l’unica al mondo di cui vada orgogliosa, perché così io diventai simile a te per generosità e misericordia; la mia anima soffrì pene sovrumane e io non so, Signore, se tu hai mai tentato una donna sulla terra più di quanto hai tentato me in quella infelice notte. Eppure, Signore, ho potuto sopportarla, quella notte.
In fretta mi rifugiai nella casa paterna, perché ben presto l’inganno sarebbe stato scoperto. Ahimè, accadde ciò che avevo presagito! Giacobbe, con in mano una scure, si precipitò dentro per colpire Labano. Nel sentire quella furia, le mani di mio padre rimasero paralizzate dal terrore. Allora egli si gettò a terra, vecchio e tremante, e prese a invocare il tuo santo nome. E io di nuovo, Signore, nell’udire il tuo santo nome fui pervasa dalla forza di un sacro ardire e mi gettai contro Giacobbe affinché la sua furia colpisse me invece di Labano. Ma il sangue della collera infiammava i suoi occhi, e non appena vide me, colei che aveva partecipato all’inganno, mi colpì il viso con i pugni, tanto da farmi cadere. Ma, Signore, io lo sopportai senza lamentarmi, perché sapevo che la sua furia conteneva un grande amore.
Non appena mi vide ai suoi piedi, insanguinata, anch’egli, che era furioso, fu colto dalla pietà. E non ebbe pietà di me sola, ma per amor mio perdonò anche mio padre Labano e non scacciò Lia dalla sua tenda. Dopo sette giorni, mio padre mi diede a lui come seconda moglie, e dal mio grembo egli generò dei figli. Figli che ho esortato a invocarti con coraggio nei momenti di maggior bisogno, con il segreto del tuo vero nome. E con questo nome, Signore misericordioso, ti invoco oggi per la pena più grande del mio cuore: fa’ come Giacobbe, lascia cadere la scure della tua ira e disperdi le nubi della tua collera! Signore, risparmia Gerusalemme!».
Rachele aveva parlato a voce alta come se le sue parole dovessero attraversare cento cieli, ma dopo quella supplica accorata la sua anima era priva di forza. Cadde in ginocchio e chinò il capo tremante a terra, mentre le ciocche dei capelli le scendevano lungo il corpo come un torrente di acqua nera. Così stava Rachele, in ginocchio, nell’attesa di ricevere la risposta di Dio.
Ma Dio taceva. E niente è più terribile del silenzio di Dio, così in terra come in cielo, o fra le nuvole che volteggiano tra di essi. Sulla terra nessun orecchio riesce a sopportare il frastuono di questo silenzio, nessun cuore può sostenere la stretta di questo vuoto: al suo interno, finché egli tace, può esservi Dio soltanto, e non il vivente, poiché egli è la vita della vita. Neppure la paziente Rachele, neppure lei riusciva a sopportare l’infinito silenzio di Dio come risposta alla sua urlante pena.
Ancora una volta alzò gli occhi verso colui che non può essere visto, ancora una volta si appoggiò alle sue mani di madre, e la scintilla dell’ira fece sgorgare dalla sua bocca parole infuocate. «Non mi hai dunque sentito, o tu Onnipresente, non mi hai capito, o tu Onnisciente, oppure devo spiegarti ancora le mie parole, io che sono la tua serva ignorante? E allora sforzati di capire, o tu Cocciuto, che quando Giacobbe riversò il suo seme in mia sorella anch’io fui presa dalla gelosia, proprio come tu, ora, sei geloso perché i miei figli accendono incensi ad altri dei e non a te. Ma io, che pure non sono altro che una debole donna, ho saputo tenere a freno il mio rancore, e per amor tuo, che sei misericordioso, ho avuto pietà di Lia, mentre Giacobbe ha avuto pietà di me, ricordalo, o Dio: tutti noi, poveri ed effimeri esseri umani, abbiamo vinto il male dell’invidia, mentre tu, o Onnipotente, che hai creato e perfezionato ogni cosa, tu, inizio e iperbole di tutto, tu, che ottieni il mare mentre noi otteniamo solo gocce, tu non hai voluto avere pietà? Lo so bene, il popolo che discende da me è caparbio e si ribella sempre al tuo giogo divino, eppure tu, che sei Dio e Signore di ogni abbondanza, non dovresti forse superare con la tua generosità la loro arroganza o con la tua misericordia le loro colpe? Non può accadere che, al cospetto degli angeli tuoi, un essere umano si umili ed essi dicano: “Una volta sulla terra c’era una debole donna mortale di nome Rachele, che riuscì a domare la propria ira. Ma Dio, che è Signore di tutti e di tutto, come un servo rimase schiavo della sua collera”. No, Dio, questo non può accadere, perché allora la tua misericordia non sarebbe infinita, e neppure tu saresti infinito, e allora tu non saresti Dio. Non saresti il Dio che ho creato dalle mie lacrime e la cui presenza mi richiamò nel grido angoscioso di mia sorella, sei un Dio estraneo, un Dio della vendetta, un Dio della collera, un Dio del castigo, e io, Rachele, che amo solo il Dio dell’amore e ho servito soltanto il Misericordioso, io, Rachele, ti rinnego qui, davanti ai tuoi angeli! Si inchinino gli eletti e i profeti; vedi, io, Rachele, la madre, io non m’inchino, mi raddrizzo e avanzo verso il tuo stesso centro, cammino fra te e la tua parola. Perché voglio litigare con te prima che tu litighi con i miei figli, e pertanto ti accuso: la tua parola, Signore, contraddice il tuo Essere, e la tua parola adirata smentisce il tuo vero cuore. Quindi giudica fra te e la tua parola, Dio! Se sei veramente il Dio collerico che affermi di essere, allora getta anche me nelle tenebre, insieme ai miei figli, perché non voglio contemplare il tuo volto, se è quello di un Dio rabbioso, e la furia della tua gelosia mi ripugna. Ma se, invece, sei davvero il Dio Misericordioso che ho amato fin dall’inizio e secondo i cui insegnamenti ho vissuto, allora fatti finalmente riconoscere da me, guardami in viso con la luce della tua bontà e risparmia la città santa!».
Dopo che ebbe lanciato la spada delle sue parole nei cieli, Rachele perse di nuovo le forze. Spaventati, i patriarchi e i profeti si allontanarono da lei, perché temevano che un fulmine si abbattesse sull’empia che aveva litigato con Dio. Fissarono il cielo impauriti, ma non giunse loro alcun segno. Gli angeli, però, che davanti allo sguardo accigliato di Dio avevano sepolto la testa sotto le ali e guardavano atterriti la temeraria che aveva negato l’onnipotenza del Signore, videro all’improvviso una luce emanare dal volto di Rachele e la sua fronte risplendere. Gli angeli, allora, capirono che Dio aveva guardato Rachele con tutto il suo trepidante amore. Allora il timore degli angeli svanì; essi sollevarono lo sguardo, rassicurati, ed ecco: la presenza di Dio riportò la luce e lo splendore, e l’azzurro beatificante del suo sorriso sfavillò infinito negli spazi.
Nel frattempo in basso, gli uomini, come sempre estranei alle leggi del cielo, non immaginavano quello che accadeva sopra le loro teste. Avvolti in sudari, chinavano lugubri la fronte sulla terra buia. Ma d’improvviso, prima uno e poi l’altro, credettero di sentire un dolce sussurro, simile alla brezza di marzo. Alzarono gli occhi ancora incerti e rimasero sbalorditi. D’improvviso, tra le fitte nubi apparve un arcobaleno meraviglioso, che nei sette colori della luce riportava a Rachele, la madre, le sue lacrime.

(“L’Osservatore Romano”, 1 dicembre 2015)

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