6 novembre 2010, Cultura - Recensioni

C’è un losco falsario che si aggira per l’Europa

di Gianfranco Marrone

Siamo avvertiti sin dall’epigrafe: ogni racconto storico che si rispetti inanella episodi realmente accaduti in una trama unitaria; poi la correda con una serie di divagazioni che, sviando dal tema principale, porta il lettore a considerar vero tutto ciò che sta seguendo con gli occhi della mente.
Il Cimitero di Praga, nuovo romanzo di Umberto Eco, è fatto così: mescola realtà storica e invenzione romanzesca, precisione documentaria e piacere dell’affabulazione, iperstrutturazione narrativa e continui effetti-nebbia. E lo fa per due ragioni.
Da una parte incanta e diletta il lettore, conducendolo lungo 500 densissime pagine dove con gran gusto autoriale si narra di tutto e di più: dal Risorgimento italiano al bonapartismo francese, dalle messe nere alle fogne di Parigi, dai manicaretti degli chef ai deliri gesuitici contro i frammassoni e viceversa.
Dall’altra spiega a questo stesso lettore, coi mezzi propri del testo letterario, come sono fatte le storie ben fatte, e come la perfezione formale del racconto, costellata di svarioni fabbricati ad arte, non abbia solo valenze estetiche ma anche effetti pratici, sociali, politici. «Quando tutti i fatti appaiono spiegabili, allora il racconto è falso»: non c’è niente di meglio del mistero sconclusionato per far nascere il desiderio di verità, la volontà di credere.
E aver fede nelle storie, sembra dire Eco, è la principale attività dell’uomo, sia che si tratti del piacere della letteratura sia che riguardi la nostra esperienza quotidiana e sociale, dove ogni cosa che accade ha senso se e solo se sta in un
intreccio narrativo, in un reticolo di vicende diverse. Di modo che anche la Storia, volente o nolente, finisce per seguire le stesse regole, mescolando realtà a finzione, crudeli azioni degli uomini a patenti menzogne, violenze di massa a invenzioni romanzesche. È quel che accaduto con un celebre testo tardo-
ottocentesco, scalcagnato nella confezione ma terribile nei risultati: quei Protocolli degli anziani di Sion che, sebbene più volte indicati come falso storico, sono stati scientemente usati per fomentare il più aspro antisemitismo, dando la stura al nazismo hitleriano, e ancor oggi additati come fonte attendibile per gesto o pensiero rivolto contro il popolo ebraico.
Il Cimitero di Praga ha la forma di un diario redatto dall’unico personaggio inventato di tutto il romanzo, tale Capitano Simonini, che chiamare losco figuro è fargli un complimento: falsario, truffaldino, pluriomicida, agente doppio, bombarolo e, manco a dirlo, antisemita sfegatato. Alla fine dell’800, in una Parigi sconvolta dal caso Dreyfus, costui ha parzialmente perduto la memoria. Incontra in una bettola un certo dottor Froïde (sic), che fra una birra e l’altra gli espone la sua nascente talking cure, consigliandogli di ricostruire l’intera sua esistenza alla ricerca del fatto traumatico che possa avergli provocato quel malessere psichico.
Da qui la stesura di una specie di giornale al tempo stesso intimo e storico, personale e collettivo, che finisce per assumere le caratteristiche caricaturali di un feuilleton ottocentesco, infarcito da una sequenza talmente ossessiva di
stereotipi razzisti da togliere a chiunque la voglia di riproporne degli altri. Usando e citando con divertita maestria i principali romanzi a puntate dell’epoca, il libro ripercorre le vicende che hanno portato all’Unità d’Italia (carbonari e mazziniani, guerre d’indipendenza, Cavour e Vittorio Emanuele, Pio IX e Garibaldi, i Mille con La Farina, Bixio, Nievo etc.), molto meno epiche di quando non affermino certi libri di storia, nonché le varie rivoluzioni che hanno segnato la storia francese del medesimo periodo: e dunque Luigi Filippo, il ’48, Napoleone III, la guerra franco-prussiana, la Comune, la Seconda Repubblica e, appunto, l’affaire Dreyfus.
Ne viene fuori, dal punto di vista soggettivo del protagonista, un racconto di tutt’altro tono e con tutt’altro finale, che è sorta di rilettura in filigrana di queste stesse vicende. Simonini, per mestiere, falsifica documenti, al soldo
ora di questo ora di quel potere politico e religioso. Di modo che, entrando in contatto con gesuiti e massoni, repubblicani e anticlericali, bonapartisti e spie russe, getta le basi per quello che diverrà, grazie a lui, il testo dei Protocolli
(sua è per esempio l’idea che ogni cent’anni, nel cimitero di Praga, si son riuniti i capi delle dodici tribù ebraiche per tramare contro l’umanità intera).
E lo fa al modo in cui tutti i falsari producono i documenti che altri saranno portati a considerare autentici: copiando da testi già esistenti, con palesi plagi e riscritture pacchiane, mescolanze di genere e trasformazioni di personaggi.
Scopriamo così che il testo base dell’antisemitismo è un mélange grossolano che, partendo dai soliti templari, prende spunto ora da altri documenti inattendibili, ora da banali pamphlet dell’epoca, ora anche dai fogliettoni di Sue e di Dumas. L’obiettivo era quello di costruire un sistema di credenze che fungesse da arma spietata e invincibile contro un nemico giurato: il popolo israelita. Ahinoi, ha funzionato: e le leggi della narrazione stanno lì a dimostrarlo.

(articolo tratto da “Tuttolibri” de “La Stampa”, n.1738 del 30 ottobre 2010)

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