15 luglio 2014, Cultura - In evidenza - Recensioni

Bel Paese di somari

di Riccardo Staglianò

Siamo tra gli ultimi per diplomati e laureati ma primi per docenti anziani. L’aggiornamento degli adulti è inesistente. Eppure investire in istruzione, come fanno Francia, Germania e Regno Unito, è la chiave per tornare a crescere.

Dovunque il vantaggio di essere pochi è che si trova posto. Tranne che in Italia. «I nostri laureati sono circa la metà della media Ocse, quella dei Paesi più sviluppati. Non dovrebbe essere difficile piazzarli. E invece abbiamo una disoccupazione intellettuale tra le più alte. Un terzo dei nostri ingegneri, per dire, è costretto a emigrare. E non solo loro» esordisce Giovanni Solimine, autore di Il costo dell’ignoranza (Laterza).

In un’involontaria conferma della tesi del suo libro, la conversazione si svolge in una stanzetta presa a prestito da una collega perché è più tranquilla di quella che il direttore della Scuola di specializzazione in beni archivistici e librari della Sapienza di Roma divide con altri tre prof. Non c’è bisogno di citare la filiale qatariota dell’americana Georgetown University, con i suoi marmi e le sue archistar, per apprezzare la differenza. Lì un Paese con tanti petrodollari e poco altro ha deciso di puntare sulla cultura per darsi un’identità. Qui la nazione primatista mondiale di siti Unesco (49 su 981) sembra essersi arresa al tormentone che la dà detentrice di un luminoso futuro alle spalle.

Professore, il suo libro è pieno di numeri che illustrano il nostro declino culturale. Ci ricorda i più eloquenti?
«Purtroppo c’è l’imbarazzo della scelta. Non si salva nessuna fascia demografica. Non i giovanissimi, con la quota di diplomati del 56 per cento (contro una media Ue del 73,4). Non i giovani, con il 20,3 per cento di laureati contro il quasi 50 della Gran Bretagna. E neanche gli adulti, se solo il 5,7 per cento partecipa a corsi di formazione contro il quasi 9 della media europea».

Un’ignoranza spalmata equamente nel Paese e nelle classi sociali?
«Niente affatto. Il calo delle iscrizioni all’università è considerevolmente più marcato al sud e tra i figli degli operai. Ciò significa che le differenze sociali che si erano ridotte negli anni 50-60, largamente per merito dell’istruzione di massa, hanno ripreso ad allargarsi».

Anche i pochi che si laureano, però, non sembrano avere vita facile…
«Certo, per colpa di un sistema produttivo e industriale molto debole, che non riesce ad assorbirli. Le piccole e medie imprese non hanno dimensioni tali da suggerire grandi investimenti in ricerca e sviluppo. Ma neppure i datori di lavoro più grossi danno sempre il buon esempio. Dati Istat recenti spiegano che la metà dei nostri manager non legge neppure un giornale».

Come siamo arrivati a questa situazione di ignoranza ambientale?
«Non è un mistero che negli ultimi venti anni sia avvenuta una rivoluzione, o controrivoluzione, culturale. Da un sistema che vantava l’affermazione collettiva, basata sulla conoscenza come motore dell’ascensore sociale, a uno tutto incentrato sul successo individuale, sempre più spesso ottenuto per vie che con i libri e lo studio non avevano niente a che fare».

Sbaglio o è più o meno negli stessi anni che si è cominciato a tagliare più pesantemente sull’università?
«Non sbaglia. Il picco degli investimenti si è toccato tra ’88 e ’92, con Antonio Ruberti, l’ultimo ministro della ricerca scientifica degno di questo nome. Poi si è preso a tagliare, sempre più. Con il paradosso che mentre il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 fissava per l’Unione l’obiettivo strategico per il 2020 di “diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, noi andavamo di motosega. Dal 2005 al 2011 abbiamo tagliato il budget dal già bassissimo 1 per cento al decimale 0,56. Nello stesso periodo la Germania, partendo da oltre il 3 per cento, aumenta il budget per altri 13 miliardi di euro».

Quindi la crisi è uguale per tutti, ma per alcuni è più uguale di altri?
«Non siamo gli unici ad aver messo mano a politiche suicide di questo tipo. Altri Paesi in difficoltà, stando alla European Universities Association, ci sono andati giù pesanti: il Portogallo (-4,1 per cento), la Spagna (-11), noi (-14) e la Grecia (-25). Nello stesso periodo, invece, la Francia ha aumentato i fondi del 6,4, l¿Olanda del 7,5, la Germania del 20 e Svezia e Norvegia del 21. Anche la Polonia ha fatto molto meglio di noi, aumentando gli investimenti dell’8,6 per cento. Tra investimenti in conoscenza e performance economiche c’è un rapporto direttamente proporzionale».

Sembra così facile da capire che uno si chiede: c’è un disegno perverso dietro questi tagli?
«Non credo alle teorie del complotto, ma di certo siamo di fronte a un colossale caso di miopia della classe dirigente. È chiaro che gli investimenti in cultura hanno ritorni più lenti dei cicli elettorali, ma alla politica sarebbe richiesto uno sguardo se non lungo almeno di medio periodo. E invece ciò cui assistiamo è lo smantellamento della pubblica istruzione, a vantaggio dei privati».

Dalle sue pagine si apprende un altro record deprimente: abbiamo il corpo docente più anziano d’Europa. In pratica?
«Il 22 per cento dei nostri insegnanti ha più di 60 anni, contro il 5,2 di Gran Bretagna, il 6,9 in Spagna e l’8,2 in Francia. Uno spread demografico che ha varie ricadute negative, dalla motivazione alla prontezza nell’affrontare le novità, internet in testa».

A proposito, nella partita tra cultura e ignoranza la rete in che squadra gioca?
«Discorso complesso. È un’enorme opportunità, ma non può creare da sola la cultura. Serve la literacy, un saper fare, un armamentario di strumenti che la scuola prima di tutto dovrebbe fornire, per navigarla consapevolmente. Ma senza banda larga, con insegnanti vecchi e un sistema bibliotecario debole, questa formazione è perlomeno carente».

Lei cita la celebre risposta di Derek Bok, ex preside di Harvard, a chi gli rinfacciava che le rette erano care: «Se credete che l’istruzione costi, provate con l’ignoranza». Battuta formidabile ma, obietterebbero americani sempre più arrabbiati, ancora vera?
«In America laurearsi costa molto di più ma ancora garantisce un differenziale salariale forte. Da noi è un investimento più a buon mercato, con ritorni molto bassi nel breve periodo, per la debolezza del sistema produttivo. Le famiglie italiane investono meno anche perché, come spiega Maurizio Franzini in Disuguaglianze inaccettabili, sanno che da noi il “capitale relazionale”, le raccomandazioni, possono fare una differenza maggiore, a una frazione del prezzo».

E come se ne esce?
«Siamo arrivati a un punto in cui furbizia, lavoro nero e altre anomalie non bastano più a tenerci a galla. Antiche civiltà, non meno blasonate della nostra, come Egitto e Grecia, hanno fatto la fine che hanno fatto. Banda larga, agenda digitale, promozione della lettura sono alcune vie d’auscita. E trasformare le biblioteche in posti accoglienti, con il wifi, dove giovani e adulti vanno per aggiornarsi. L’ignorante trascura di curarsi o di farsi controllare, e diventa un costo per la collettività. È un cittadino sprovveduto, che non sa opporsi alla corruzione. Il prossimo che taglierà i fondi della cultura ci spingerà una tacca più vicino allo strapiombo con il quale flirtiamo pericolosamente da anni».

(“La Repubblica”, 6 giugno 2014)

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