16 ottobre 2014, Cultura - Recensioni

Attenti ai capitalisti del web che fanno regredire il mondo ai “Tempi moderni” di Chaplin

di Maurizio Ricci

Nel suo nuovo saggio, “Rete padrona”, Federico Rampini racconta i monopolisti di Internet: pericolosi quanto gli squali di Wall Street.

Chi sono oggi i Padroni dell’Universo, i cavalieri del capitalismo rampante che tengono in scacco i mercati e, dunque, l’intero pianeta? Quelli che stanno a Wall Street, nelle cattedrali della finanza? O quelli che stanno a Silicon Valley, nei templi del presente di Internet e del futuro digitale?

Federico Rampini, che li segue da tempo tutt’e due, propende per i secondi. Che suona strano, perché l’immagine che associamo ai Masters of Universe – e alle avventure del capitale rapace, cinico e spietato – si staglia nitida nei canyon di grattacieli del sud di Manhattan, ma fatica a mettersi a fuoco nel sole della California. Nessuno ha mai pensato che John Rockefeller e la Standard Oil, J. P. Morgan e l’omonima banca, Henry Ford e le sue catene di montaggio fossero simpatici. Di sicuro, loro non si sforzavano di esserlo. Invece, il magnetico Steve Jobs, i timidi Larry Page e Sergei Brin, il vulcanico Mark Zuckerberg, Apple, Google, Facebook e compagnia erano più che simpatici: gli alfieri di una rivoluzione che ci coinvolgeva e ci trascinava tutti. Erano la nostra liberazione dalle pastoie del mondo analogico e le nostre chiavi d’ingresso nel portentoso nuovo mondo della Rete.

Be’, ci sbagliavamo. In Rete padrona – Il volto oscuro della rivoluzione digitale (Feltrinelli, pagg. 278, euro 18) Rampini documenta che la New Economy è straordinariamente uguale alla vecchia economia. I suoi protagonisti sfruttano senza scrupoli la manodopera debole e lontana delle fabbriche cinesi, ma tramano anche fra loro per rendere impotenti i cervelloni che lavorano nell’ufficio di sotto. Cent’anni fa, i loro predecessori bloccavano gli aumenti salariali, spezzando gli scioperi con dosi crescenti di crumiri e poliziotti. Adesso, Jobs sigla un patto con i concorrenti perché nessuno offra lavoro ai cervelli migliori, impedendo che le leggi del mercato si applichino anche agli stipendi. Identica – da Apple a Google, da Amazon a Facebook, come la Standard Oil di una volta – l’ansia di dominio, la spinta monopolistica a fare terra bruciata intorno a sé, liberandosi dei concorrenti o inghiottendoli. Uguale il vizio di ritagliarsi addosso le regole più vantaggiose: il miracolo incorporeo dell’economia di Internet rende più facile che mai parcheggiare gli utili dove le tasse non arrivano. Apple, scrive Rampini, «la regina della Borsa, con una montagna di cash superiore ai 150 miliardi di dollari ha pagato, in alcune sue filiali, un’aliquota fiscale anche solo dello 0,05 per cento».

Se guardate a Internet con gli occhiali di 20 anni fa, alla grande utopia libertaria del World Wide Web, dove tutti hanno gli stessi diritti, dei programmi open source, che nessuno paga, di Wikipedia e della cultura come esperienza universale e comunitaria state guardando a qualcosa che non c’è più o che, ormai, è una nicchia. Inforcate un paio di Google Glass e vi rendete conto che un quarto di tutto il traffico Internet Usa passa attraverso Google. Un abitante su 7 della Terra è su Facebook. Ogni sera, il 40 per cento della banda larga disponibile in America è requisita da Netflix e dai film da scaricare dal suo menu. Il paragone più calzante – ha ragione Rampini – non è neanche quello con i “robber barons”, i baroni ladri del capitalismo selvaggio dell’800. Bisogna risalire più indietro, a prima del capitalismo o, più esattamente, ai processi che lo hanno reso possibile. Al processo che, in un paio di secoli, prima dell’800, consentì ai ricchi latifondisti requisire e recintare, a proprio uso e profitto, quelle che erano state, fino ad allora, le terre comuni dei villaggi contadini. “Enclosures” si chiama quel processo. Oggi, la prateria libera di Internet è sempre più requisita e recintata dai veri grandi giganti dell’economia di oggi: i signori di Internet.

Rampini, però, non ci dice solo che la storia si ripete. Il salto di qualità è che tutto ciò avviene non solo con il nostro consenso, ma con il nostro operoso apporto. Il capitale che Google, piuttosto che Facebook, accumulano e moltiplicano sono le centinaia di scelte che noi, ogni giorno, operiamo sul web, fino a costituire un profilo che è una guida sicura e fruttuosa per la pubblicità. Lo “scambio indecente” che avviene ogni secondo, sulla Rete, è quello fra le opportunità di Internet e la nostra privacy. Siamo destinati, come il Chaplin di Tempi moderni ( sia pure con qualche conforto in più) al ruolo di rotelle impotenti di meccanismi e ingranaggi su cui non abbiamo alcun controllo? Essere pessimisti sembra naturale, ma per chi è cresciuto ai tempi della macchina da scrivere e del telex, un motivo di cautela c’è. Difendersi dal web è difficile per chi ci si è inoltrato a fatica, passo dopo passo. È possibile che chi ci è nato dentro e la considera una seconda pelle, come i nostri figli, sia molto meno ingenuo e sprovveduto. Non sono gli adulti scettici a far passare cattive nottate a Zuckerberg. Sono i giovani che, del gigante Facebook, sembrano già stufi.

Federico Rampini, Rete padrona, Feltrinelli, 2014

(“LA Repubblica”, 11 settembre 2014)

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