18 gennaio 2011, Cultura

Alla ricerca della verità. Riflessioni sulla filosofia di Emanuele Severino

di Leonardo Messinese

Al centro della discussione di Emanuele Severino con la tradizione filosofica e culturale dell’Occidente c’è la questione del mondo. Il «mondo» al quale fa riferimento quando lo giudica in opposizione alla «verità» è quello messo in luce da Platone nella Repubblica: la regione dell’«essere intermedio» tra l’essere assoluto e il nulla. È il mondo dell’esperienza, il quale ha come suo contenuto ciò che appare, ovvero è il mondo che Platone, opponendosi a una riduzione dell’esperienza a mera illusione – come la tradizione filosofica ha ritenuto abbia fatto Parmenide – intende mostrare nella sua «realtà» e nella sua «verità». E, tuttavia, è pure il mondo che, quale viene affermato effettivamente nell’ontologia platonica non riuscirebbe a evitare di scontrarsi con il divieto parmenideo di «pensare e dire il non essere».

Il «mondo», così inteso, è l’eredità che Platone ha lasciato ai posteri e che anche il cristianesimo ha fatto propria. Esso dovrebbe essere condotto al «tramonto», a motivo della sua non verità, ma questo esito porterebbe con sé anche il tramonto di «Dio»: innanzitutto del Dio della metafisica, ma, poi, anche del Dio del cristianesimo, in quanto la fede cristiana ha fatto proprie le categorie dell’ontologia platonica. Per Severino, il «mondo» e «Dio» sono perfettamente solidali, ma tale solidarietà presenta due aspetti distinti. Per un lato, essa resta tutta inscritta nella non verità del «divenire» nichilistico e del «creatore» nichilista; per un altro lato, a motivo di una maggiore coerenza in relazione all’affermazione del divenire, nell’epoca moderna è venuta a spezzarsi con la proclamazione della «morte di Dio».

In ragione della critica radicale del «mondo», così come esso appare nell’orizzonte della metafisica, i due principi fondamentali del sapere filosofico, il «principio di non contraddizione» e l’«apparire fenomenologico», in quanto affermano la realtà dell’essere diveniente sono ritenuti da Severino entrambi sorretti dalla persuasione implicita della «nientità» di ogni ente. I due principi della struttura originaria del sapere occidentale, sovrapponendo il «mondo» alle cose, impediscono che esse si lascino vedere autenticamente. Analogamente, accade che anche il kérigma cristiano sia criticato da Severino innanzitutto perché non è stato ascoltato che all’interno del «mondo». Accade, infine, che l’intera cultura occidentale, umanistica e scientifica, si rapporti con le cose restando all’interno dell’orizzonte nichilistico del «mondo». Per questa serie di ragioni, affrontare la questione della verità o non verità del «mondo» significa abbordare uno di quei fili essenziali dai quali dipende tutto l’ordito del pensiero severiniano.

Per Severino, entrare nel «mondo» significa uscire dal paradiso della verità. Egli sottolinea il carattere onniavvolgente della «verità dell’essere». È a partire da questa tesi fondamentale che Severino qualifica come «errore» l’organizzazione teoretica e pratica del divenire da parte dell’uomo occidentale, inclusa quella realizzata dall’agire etico. Infatti, stabilito che l’etica implica sempre un’ontologia e quindi s’inscrive in una concezione unitaria dell’essere, appare chiaro che l’unificazione della totalità degli enti già in Aristotele è realizzata a partire da quella certa concezione dell’essere per cui gli enti sono originariamente «disponibili» a essere manipolati.

Questo che è stato appena indicato sarebbe l’«errore» originario e fondamentale nel quale è immersa l’intera storia della civiltà occidentale e del quale la filosofia greca costituirebbe una sorta di «teoria» fondativa. La verità dell’immutabilità dell’essere viene ad escludere la verità della prassi etica, a motivo del nichilismo implicato tanto nella presunta «contingenza» degli enti – che, così, sarebbero disponibili per l’agire dell’uomo – quanto nel concetto di «libertà», intesa come la contingenza dell’agire.

Uno degli obiettivi principali della «lettura» del pensiero severiniano proposta nel mio libro Il paradiso della verità. Incontro con il pensiero di Emanuele Severino (Ets, pp. 236, € 18) è di andare a vedere se tra la «verità» dell’essere e il «mondo» (incluso il mondo costituito dal conoscere e dall’agire dell’«uomo») debba restare un rapporto di assoluta «opposizione» o se il mondo, che non dovrà essere inteso secondo il metro della «ontologia» platonica (almeno per quanto riguarda il suo aspetto criticabile), possa essere riconciliato con la verità dell’essere.

(articolo tratto da “Il Corriere della sera” del 3 gennaio 2011, pag.25)

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