15 aprile 2020, Cultura - In evidenza

A settant’anni dalla morte di Emmanuel Mounier

di Salvatore Vento

Emmanuel Mounier appartiene a quella generazione nata nei primi anni del Novecento che ha attraversato le più grandi tragedie del secolo scorso: due guerre mondiali, l’avvento della rivoluzione bolscevica trasformatasi in totalitarismo, la vittoria del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, la crisi economica del 1929, la guerra civile spagnola. Tutti eventi che saranno destinati a proporre interrogativi radicali sulla società, sulla politica e sul futuro dell’uomo. Risale infatti all’ottobre 1932 la fondazione della rivista “Esprit”, che fin dalle origini provocò contrasti e discussioni nel mondo cattolico e nella sinistra. La rivista nasce con lo scopo di formare un movimento e un luogo di ricerca comune per gruppi d’intellettuali militanti, concretamente impegnati nella società.

La spiritualità, evocata e vissuta da Mounier, doveva realizzarsi nell’azione, in mare aperto, senza nessuna paura di contaminarsi con l’esistente. Egli propugnava una rottura tra l’ordine cristiano e il disordine costituito. La cristianità moderna gli sembrava pericolosamente legata al liberalismo capitalistico e borghese. Il cristianesimo è la religione di una trascendenza che s’incarna in un universo di persone, vivo corporalmente e storicamente. La Chiesa doveva rinunciare ad ogni potere di governo della terra e ritornare al duplice rigore della trascendenza e dell’incarnazione. La crisi del cristianesimo non è solo una crisi storica della cristianità, ma, più ampiamente, una crisi dei valori religiosi nel mondo del pensiero. Mounier non proponeva una rivista dichiaratamente cattolica, come avrebbe voluto il suo maestro Maritain, ma aperta al contributo sia di esponenti di altre confessioni cristiane, sia di agnostici e non credenti sensibili ai temi della persona. Un’apertura che la Chiesa ufficiale maturerà soltanto molti anni dopo col Concilio Vaticano II.

La rivoluzione in occidente, a differenza della rivoluzione sovietica degenerata in tirannide, doveva basarsi sui valori spirituali da incorporare in un soggetto concreto, individuale e collettivo, come la classe operaia. L’aspirazione trascendente della persona nega l’io come mondo chiuso e autosufficiente e armonizza la vocazione individuale e comunitaria dell’uomo. La risposta alle due degenerazioni, quella individualista occidentale e quella collettivista sovietica, è l’idea di persona. Il fine non può mai giustificare i mezzi. La tecnica dei mezzi spirituali deve innanzitutto portare a una rivoluzione personale. Il personalismo è testimone di una convergenza di più volontà, e si pone al servizio di esse senza bloccare le diversità. Oggi papa Francesco chiama “poliedro” la confluenza di tutte le parzialità che mantengono le loro originalità. Il personalismo distingue l’autorità dal potere. Il potere per natura tende all’abuso e a cristallizzarsi in casta; a concedersi progressivamente più onori e ricchezze piuttosto che responsabilità. L’autorità invece è una vocazione per servire e promuovere le persone. Il personalismo restaura l’autorità, organizza il potere, ma anche lo limita nella misura in cui diffida di esso.

La persona prende coscienza di sé stessa non già in un’estasi, ma in una lotta energica. E’ il battesimo della scelta, come diceva Kierkegaard. La regola dell’azione si costituisce nell’incontro di una filosofia dell’uomo e di un’analisi diretta delle congiunture storiche, che comandano in ultima istanza il possibile e il reale. Ogni volta “Esprit” ha scelto e non schivato: la guerra di Spagna (accanto ai repubblicani e contro il cattolico Franco), il fronte popolare (con le sinistre), Monaco (contro il patto di Francia e Gran Bretagna con Hitler e Mussolini), contro il governo di Vichy. In Europa è avvertito il bisogno di un socialismo rinnovato, ad un tempo rigoroso e democratico. Esso non deve sostituire all’imperialismo degli interessi privati la tirannide degli interessi collettivi. Mounier vedeva un cristianesimo occidentale minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza e dalla sua propria distrazione. Ma un cristianesimo nuovo potrà nascere domani e dopodomani da nuovi strati sociali e da nuovi innesti extra-europei. Quasi una profezia che si è materializzata il 13 marzo 2013 con l’elezione di Jorge Mario Bergoglio, un papa dell’altro mondo che ha assunto il nome di Francesco.

Interessante il dialogo di Mounier con gli intellettuali esistenzialisti e marxisti dell’epoca, ma precisava che senza riferimento all’assoluto l’impegno tende a regredire nella disperazione. La rivoluzione o sarà morale o non sarà, diceva Charles Peguy e lo confermava l’esperienza storica di tutti i processi rivoluzionari nei quali i gruppi dirigenti, una volta conquistato il potere in nome del popolo, l’hanno poi esercitato in maniera autoritaria e repressiva. Per impedire la fuga dalla realtà e superare i pregiudizi sempre presenti nei rivoluzionari, l’évenément, l’evento, il fatto reale doveva diventare il “maestro interiore”, non l’idea pura e astratta (la realtà è superiore all’idea dirà Papa Francesco in Evangelii gaudium). Il dialogo col Partito comunista francese nasceva dalla constatazione che in esso si riconosceva la maggioranza della classe operaia, considerata il principale soggetto sociale per avviare un coerente processo rivoluzionario. Il dogmatismo e la chiusura dei comunisti francesi erano però così forti da non risparmiargli scomuniche ufficiali e accuse di anticomunismo, anche dopo la sua morte.

In Italia Adriano Olivetti, che, a partire dalla sua fabbrica, voleva sperimentare un nuovo modello di sviluppo al servizio dell’uomo, fu un entusiasta sostenitore delle idee di Mounier e lo contatterà in diverse occasioni, sia per far partecipare rappresentanti del movimento Comunità al congresso internazionale di “Esprit” del 1947, sia per la traduzione in italiano dei suoi testi. Non solo, quando Mounier, il 30 novembre dello stesso anno, arriva a Torino e parla al salone di Palazzo Carignano viene presentato proprio da Adriano Olivetti. Ci furono altre ricezioni coeve. Franco Fortini sulla rivista di Elio Vittorini “Il Politecnico” (n. 35/1947) coglie la novità dell’appello di Mounier, e pubblica una parte del suo testo sull’agonia del cristianesimo (titolo provocatore mutuato dal filosofo spagnolo Miguel De Unamuno). Anche la rivista “Cronache sociali” di Dossetti pubblica nel 1949 un’intervista molto impegnata nella quale Mounier esprime un giudizio sull’Italia: “Noi speriamo che anche i cattolici italiani, benché vincolati da una situazione diversa da quella dei cattolici francesi, sapranno trovare la maniera di affermare e di vivere il loro cattolicesimo nell’indipendenza da tutti i partiti politici”. Da queste parole sembra che Mounier non tenga conto dell’azione che i dossettiani stavano svolgendo all’interno della Dc e cita invece Vittorini, Gramsci e il Partito d’Azione, quali fonti preziose per il rinnovamento della sinistra tradizionale. Non dobbiamo però dimenticare che il pensiero di Mounier costituì un punto di riferimento per i costituenti cattolici (La Pira, Dossetti, Moro) nelle proposte per la scrittura dei principi fondamentali della Costituzione. Un’altra rivista, “Il Ponte”, fondata nel 1945 da Piero Calamandrei e di tendenza liberal socialista, in occasione della morte, dedica a Mounier un articolo molto circostanziato di Giuseppe Rovero, che lo definisce come uno dei più notevoli pensatori della Resistenza europea. A partire dal Concilio, e negli anni Sessanta/Settanta in particolari momenti di entusiasmi collettivi proiettati verso il futuro, riemerge l’interesse per il pensiero di Mounier. Basti pensare a importanti settori del sindacato Cisl, delle Acli, dell’Azione cattolica e di altre associazioni e riviste impegnate nel sociale e nel dibattito politico culturale (“Adesso” di don Primo Mazzolari nel mantovano, “Questitalia” di Wladimiro Dorigo a Venezia, “Il gallo” di Nando Fabbro a Genova, “Testimonianze” di Ernesto Balducci a Firenze).

Anche oggi, soprattutto alla luce del pensiero sociale e della “teologia del popolo” di Papa Francesco, occorre riprendere questo filo rosso di riflessione: quale tipo di esistenza individuale e collettiva vogliamo?

(https://www.c3dem.it/ , 21 marzo 2020)

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