3 settembre 2014, Cultura - Recensioni

“A Roma le donne non la danno”.Parola di Giacomo Leopardi

di Corrado Augias

Le lettere che Giacomo Leopardi scrisse da Roma durante i due brevi soggiorni nella capitale pontificia raccolte in Questa città che non finisce mai sono illuminanti – come del resto tutto ciò che scrisse. Una prima volta furono sei mesi (1822-24) quando era venticinquenne. La seconda, altri sei mesi tra il 1831 e il 32, con l’amico Ranieri, che resterà con lui fino alla fine. Fuggito da Recanati («borgo selvaggio») sperava di trovare a Roma circolazione d’idee e maggiore libertà. La città lo deluse, più ancora lo delusero i letterati romani, di cui poté constatare profonda ignoranza perfino del latino, circostanza che lo scandalizzò.

Lo deluse la corte pontificia, dove gli sarebbe stato possibile trovare un impiego grazie al segretario di Stato di Pio VII cardinale Consalvi, che rifiutò. Lo deluse l’ambiente pontificio angusto e corrotto, nessuna spiritualità e mercimonio. Lo deluse la città, al contrario di quanto era accaduto ad altri scrittori ed artisti che avevano trovato in Roma l’ambiente favorevole ad una accesa o romantica ispirazione. Per esempio Stendhal, che nelle sue Passeggiate romane si mostra incantato da quel «pittoresco» che cercava in Italia. Così anche Chateaubriand, che nelle sue Memorie d’oltretomba ricorda la melodia notturna della luce lunare tra le rovine della Roma classica. Lo delusero le donne romane, dalle quali s’aspettava, povero Giacomo, una qualche accoglienza e di cui dovette constatare la freddezza, quanto meno nei suoi confronti («Queste non la danno», scrive).

È possibile che la sua personale infelicità non solo sessuale abbia contribuito a fargli vedere tutto ancora più nero di quanto non fosse. Tuttavia, trattandosi di un genio, nel suo vedere nero si rese benissimo conto di quali fossero i difetti della città: un’aria plumbea, chiusa, soffocante – d’altronde benissimo descritta anche da Giuseppe Gioachino Belli. Una religiosità di facciata vuota dentro, una città di vaste dimensioni ma fatta più di vuoti che di pieni: «Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze… queste strade interminabili sono tanti spazi gittati tra gli uomini invece di essere spazi che contengano uomini ». Qui, il suo sguardo acutissimo gli fece vedere in anticipo quello che sarebbe stato l’immenso vuoto metropolitano dei nostri giorni.

(“Il Venerdì”, “La Repubblica”, 7 luglio 2014)

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