8 agosto 2014, Cultura - Recensioni

A proposito di Harry.Ragazzino in fuga dall’Argentina del ’76

di Roberto Brunelli

I desaparecidos, la paura, le violenze nello sguardo di un bambino con la passione per il mago Houdini. È “Kamchatka”, il romanzo di Marcelo Figueras.

Arriverà Superman a salvarti dagli uomini in nero, dai mostri baffuti in uniforme, oppure da quelli che ti caricano su automobili senza targa e ti fanno scomparire per sempre. Meglio ancora se in squadra con i Beatles e Scooby Doo. Se non altro, lui e la sua banda di eroi pop ti salveranno l’anima, ti proteggeranno dall’orrore, alimentando la vita quando nella vita si aprirà uno squarcio. E qui lo squarcio è immenso: Argentina, 1976, i desaparecidos, la violenza di Stato, la repressione, le uccisioni, la paura.

Eppure questa non è una storia sui desaparecidos. È la storia di un ragazzino di dieci anni, Harry, che in realtà non si chiama Harry. Così come sua madre non si chiama Flavia e suo padre non si chiama David: per la precisione, è l’avventura di un bambino costretto a vivere, con la sua famiglia, sotto un’altra identità, perché papà e mamma sono impegnati politicamente, e si sa cosa fa il regime agli oppositori. Il tutto è visto con lo sguardo del ragazzo: l’inspiegabile morte dello zio Rodolfo, la scomparsa di un collega del padre, l’improvvisa fuga fuori città. Quel che si apre dinanzi alla “famiglia Vicente” è una specie di vita parallela, con la sua quotidianità, le sue stranezze e le grandi-piccole avventure che rappresentano l’ossatura della crescita di un bambino.

Marcelo Figueras , l’autore di Kamchatka, è nato a Buenos Aires nel 1962, e dopo aver scritto vari romanzi (di cui Elmuchacho peronista sembra preconizzare la vita del suo connazionale Jorge Mario Bergoglio), esplode come sceneggiatore proprio di Kamchatka, trionfatore al festival dell’Avana nel 2002. Di sicuro, nelle sue vene scorre il cinema di ogni tempo e genere, scorrono gli eroi dei fumetti, scorrono le canzoni di Dylan e dei Beatles. Che, tutti insieme, diventano – forse non poi così paradossalmente – la chiave per capire questa che è, innanzitutto, una storia sul rapporto tra figli e genitori, nutrita di necessari silenzi e di roboanti risate, di vie di fuga fantastiche e ataviche paure.

Ebbene, sappiamo sin dalle prime righe che i genitori di Harry finiranno inghiottiti dal regime. Ma Figueras evita con determinazione tutte le trappole del dramma – che pure si cela dietro ogni parola – scegliendo un tono leggero e incantato: ecco allora la passione di Harry per il Risiko (da lì il titolo, Kamchatcka, «un luogo che non è segnato su nessuna carta, perché i luoghi veri non lo sono mai») e per il grande Houdini, «l’escapologo» che diventa la metafora di una famiglia in fuga. Non a caso per Harry la nostalgia per gli amici e i giochi perduti è molto più presente della paura, che traspare solo dall’ansia che i genitori con eroica fatica cercano di nascondere ai figli. Non sorprende che Figueras abbia nel suo Dna anche qualche cromosoma di Borges: da qui le bizzarre digressioni storiche, religiose e naturalistiche, da qui una scrittura cui non interessa affatto distinguere tra alto e basso. Perché solo se salvi l’innocenza, Superman ti salverà l’anima.

(“La Repubblica”, 25 giugno 2014)

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