5 marzo 2013, Cultura - Recensioni

La filosofia del cinema secondo Deleuze

di Dario Pappalardo

Gilles Deleuze non considerava film e registi come oggetti di studio, ma si poneva in dialogo con loro da pari a pari, in un utile corpo a corpo. Vedeva analogie tra la filosofia e il cinema perchè la prima non doveva attribuirsi il primato della riflessione ed il secondo della creatività.

E’ su queste premesse che il pensatore francese, morto suicida nel 1995, scrisse “L’immagine- movimento” e “L’immagine-tempo”, due opere che suggellano il rapporto con il grande schermo. E che sono il filo rosso con cui Daniela Angelucci, ricercatrice di Estetica all’Università di Roma Tre, tesse questo saggio appassionato; un utile vademecum per accostarsi al Deleuze “cinefilo”.

L’artista, per il filosofo, è creatore di verità. Ma a Deleuze il falso interessa più del vero. Per questa ragione Orson Welles risulta essere l’autore (“nietzschiano”) con cui la relazione è più proficua. Prendiamo “F for Fake”, l’ultimo capolavoro del regista di “Quarto Potere”: nel film l’ideale di verosimoglianza è ormai superato. La pellicola è un trionfo di messinscene e finzioni. Il falsario è il nuovo super uomo. Il cinema (come la filosofia) ha rinunciato alla verità.

Deleuze e i concetti del cinema

di Daniela Angelucci            Quodlibet,pagg.148

(“RCult”, “La domenica di Repubblica”, 2013, n.411)

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