 Per promuovere una riforma autentica della Chiesa, non c’è modo migliore che ricostruire la memoria del Movimento di Gesù nei primi 500 anni della sua storia: è questo il senso del libro del biblista e teologo della liberazione Pablo Richard, Memoria del movimento storico di Gesù, pubblicato in italiano nella serie dei Quaderni della Fondazione Guido Piccini (Brescia, liberedizioni, 2011, info@fondazionegpiccini.org). Nel testo, frutto di un lavoro più ampio edito dal Dei, il Departamento Ecuménico de Investigación del Costa Rica, in cui il teologo dirige, da oltre 40 anni, il Movimento Popolare della Bibbia per l’America Latina, Pablo Richard attinge alla sorgente originaria del cristianesimo come «canone, modello e strada per una riforma della Chiesa attuale», confutando la posizione tanto di chi nega la possibilità di recuperare la memoria del movimento storico di Gesù nelle sue origini quanto di chi esclude la possibilità di ricostruirla nel nostro tempo. «Se non sappiamo verso dove andiamo – scrive il teologo nell’introduzione – recuperiamo almeno la memoria del passato da cui veniamo», tanto più che è proprio per il fatto di aver perduto la memoria delle origini che la Chiesa «ha perso la capacità di affrontare attualmente una profonda riforma di se stessa», come pure di capire la straordinaria complessità del mondo post-moderno con cui è chiamata a dialogare. È dunque nel ritorno al cammino cristiano delle prime comunità che vissero e testimoniarono Gesù …
di Sebastiano Triulzi
Scomparso recentemente all’età di 83 anni, lo scrittore messicano Carlos Fuentes qualche anno fa volle organizzare la propria opera in un ciclo tematico di 15 capitoli che chiamò L’età del tempo. L’ultimo libro pubblicato in Italia, Destino, occupa l’ottavo gradino ed è un inquietante romanzo di iniziazione all’esercizio del potere nel Messico contemporaneo, in cui “il crimine ha sostenuto lo Stato”. La vicenda è narrata da una testa mozzata – secondo un uso del fantastico non separabile da una dimensione storica, mitica, realistica, parodica e ferocemente critica – che, abbandonata sulle rive dell’Oceano, racconta della sua infanzia e dell’amicizia con un compagno di scuola, orfano pure lui. Insieme fanno progetti, leggono e cercano il senso dell’esistenza; condividono amori e mentori, s’imbattono in autocrati che celebrano il male ed infine entrano nei palazzi ma per ritrovarsi su sponde opposte. L’apprendistato di questi novelli Dioscuri senza fortuna e salde virtù, un pò appesantito dalle sortite didattiche dell’autore, si rivela un’indagine all’interno del mondo economico e politico della narconazione messicana, dove tutti possono essere comprati.
Destino di Carlos Fuentes, Il Saggiatore, trad. di G. Carraro e E.Mogavero, pagg.440
(“La Repubblica”, 3 giugno 2012)
di Bruno Ugolini
Non è davvero un caso isolato quello della crescente flessibilità del lavoro italiano. L’Europa è alle prese con problemi simili. Un’analisi accurata la troviamo in un volume della Franco Angeli. Porta come titolo un interrogativo: «Giovani, i perdenti della globalizzazione?». I curatori del volume (un’iniziativa di «Sociologia del lavoro») sono Hans-Peter Blossfeld, Dirk Hofacker, Roberto Rizza, Sonia Bertolini. Scaturisce dalle ricerche un panorama diversificato. Anche se si osserva come «Nel suo insieme la globalizzazione ha prodotto un livello di incertezza strutturale senza precedenti negli assetti sociali ed economici dei paesi europei». E ancora: «I giovani europei sono sempre più soggetti a forme di lavoro temporaneo, corrono un rischio di disoccupazione più alto e impiegano più tempo a raggiungere condizioni di lavoro stabili e continuative». Certo il modello danese della flexsecurity regge ancora. Anche in Danimarca però l’incertezza economica si fa sentire e la preoccupazione principale riguarda il futuro. «Il fragile equilibrio fra le dispendiose politiche del mercato del lavoro danesi e la breve durata dei periodi di disoccupazione individuale,in una dinamica di turnover elevato, potrebbe venire a mancare». Mentre in Inghilterra «l’incertezza lavorativa è meno concentrata sui giovani» e più distribuita lungo le diverse fasi della vita lavorativa. Merita attenzione il caso Germania. Qui «quasi tutti i giovani accedono al mercato del lavoro attraverso contratti instabili… Tuttavia i contratti a termine in posizioni che richiedono elevate qualifiche non sono sinonimo di precari». …
di Giuseppe Dierna
Certo dev’essere piacevole, per uno studioso del calibro di Cesare G.De Michelis, prendersi lo sfizio di ritradurre due delle più belle prose di N.Gogol’, estrapolate dai Racconti di Pietroburgo, composizioni “disperate e sgomentevoli” (come le definì Tommaso Landolfi, il più illustre fra i traduttori precedenti), e divertirsi poi a glossare la traduzione con annotazioni pratiche o erudite, per cui oltre a una minuziosa ricostruzione dei luoghi dell’azione, rimandi a letterati e finanche a sarti in attività, veniamo informati anche sulla rispettabilità o meno delle vie frequentate dai personaggi. Nella nuova versione – che reintegra brani cassati dalla censura – scompare anche il bizzarro calco che aveva introdotto da noi il toponimo “Prospettiva Nevskij”, a indicare il “Corso Nevskij”, mentre l’altro racconto, abitualmente noto come “il diario di un pazzo”, viene qui reso con “Brandelli dal memoriale d’un matto”, che però forse un pò offusca la più netta assonanza con le successive dostoevskiane Memorie del sottosuolo, peraltro appena ripubblicate proprio da Voland.
Due storie pietroburghesi di Nikolaj Gogol’ Voland editore, trad. di Cesare G.De Michelis
(“La Repubblica”, 6 maggio 2012)
di Roberto Esposito
Esce il saggio di Gustavo Zagrebelsky sulle ragioni della disaffezione verso i partiti. L´emancipazione delle democrazie dalla religione non significa perdita di dimensione mitica. I movimenti esibiscono segni e sigle privi di energia, di messaggi riconoscibili e forti sul nostro futuro
Dove nasce questa disaffezione alla politica che pervade fino all´orlo le nostre società? Cosa allontana sempre di più il linguaggio dei politici da quell´intreccio di impulsi, emozioni, speranze che plasma la nostra esperienza? E perché, forse mai come oggi, l´onda lunga della politica sembra gonfiarsi nello tsunami dell´antipolitica – per riprendere l´efficace metafora usata da Scalfari nel suo editoriale del 30 aprile? Una risposta penetrante a queste domande è fornita adesso dall´ultimo saggio di Gustavo Zagrebelsky, appena edito nelle Vele di Einaudi col titolo Simboli al potere. Politica, fiducia, speranza. Certo, a fomentare tali umori antipolitici, ci sono gli eterni privilegi della “casta”; i fenomeni, sempre più vistosi, di corruzione; la difficoltà, da parte dei partiti, di uscire da una lunga fase di stallo, elaborando proposte credibili di governo. Ma c´è anche qualcosa di più e di più profondo che attiene al loro lessico – come un tarlo interno che lo depaupera e lo consuma, lo svuota e lo appiattisce su un piano di superficie, privandolo di spessore e linfa vitale. Si tratta di quella fenomeno degenerativo che Zagrebelsky sintetizza con il termine di “de-simbolizzazione”. Diversamente da autori come …
di Rossana Rossanda
Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18). Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c’è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov’è oggi l’operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera. E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un’ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l’estensione dell’economia mondializzata. Mai come oggi l’innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore. Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa …
di Armando Torno
Heidegger è uno dei filosofi contemporanei di riferimento. Più di ogni altro suscita discussioni e continue prese di posizione. In Italia la traduzione degli scritti continua e un editore come Adelphi ha in catalogo una ventina dei suoi libri. Da poco sono usciti altri due titoli. Christian Marinotti ha pubblicato La storia dell’essere (pp. 206, 22), un volume che contiene pagine risalenti agli anni 1938-40; mentre Quodlibet ha appena edito la Fenomenologia dell’intuizione e dell’espressione (pp. 192, 24), vale a dire il corso del semestre estivo che il filosofo ha tenuto a Friburgo nel 1922. Ma c’è un terzo libro che riguarda Heidegger: è il volume che ha fatto discutere nel 2005 e che oggi esce tradotto anche in italiano. Si tratta del saggio di Emmanuel Faye, professore di filosofia moderna e contemporanea a Rouen, dal titolo Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia.
Lo pubblica l’editrice «L’asino d’oro» di Roma ed è stato curato da Livia Profeti. Della prefazione al testo italiano dello stesso Emmanuel Faye (da lui scritta lo scorso marzo), di una ventina di pagine, viene qui dato uno stralcio che ben illustra il contenuto del saggio. L’autore ribadisce tra l’altro, in questo suo contributo, il razzismo del celebre pensatore nei corsi dal 1927 al 1934; dedica un paragrafo all’«apologia dello sterminio nell’autunno del 1941», analizza le responsabilità dello stesso Heidegger per la diffusione del nazismo …
di Francesca Bolino
“L’etica oggi può e deve essere rilanciata nella forma di una speranza , di uno slancio oltre le cose così come sono, verso qualcosa che renda diversa la vita”. Se il Novecento è stato il secolo del Male, infernale ingranaggio di opposte ideologie che ha prodotto ripetute “discese agli inferi”, dobbiamo sforzarci, oggi, di ritrovare una visione dell’etica che parta dalle piccole cose della vita quotidiana. L’amicizia, l’amore, la fedeltà, la sincerità, il piacere, il dolore, la pazienza, il perdono. Si, perchè l’etica comporta l’azione in quanto “forma suprema di essere-al-mondo”, diceva Hanna Arendt. L’etica, sostiene la Boella, ha origine in un infinitesimo punto dell’essere umano. Ed è in questa minuscola regione dell’anima che tutto accade:lì, l’uomo è capace di bene, di immaginazione. E proprio quest’ultima, l’immaginazione, conferisce forma all’etica, permette di descrivere lo sforzo etico. E’ l’immaginazione il fondamentale organo morale che ci consente di uscire dai limiti e dalla povertà dell’esperienza contemporanea, di sfuggire agli automatismi delle nostre azioni-reazioni.
Il coraggio dell’etica di Laura Boella Raffaello Cortina editore
(“La Repubblica”, 6 maggio 2012)
di Luca Kocci
Gli amanti del genere agiografico probabilmente non apprezzeranno il libro di Adele Corradi su don Lorenzo Milani. Chi invece vuole conoscere, o approfondire, la vita quotidiana degli ultimi anni della scuola di Barbiana e la profonda umanità, anche nei suoi tratti più urticanti, del prete fiorentino che l’ha fondata nel 1954 e animata fino alla sua morte (1967), senza accontentarsi del “santino” raffigurato da qualche biografo dell’ultima ora, troverà nel volume (Non so se don Lorenzo, Feltrinelli, Milano, 2012, pp. 174, euro 14) non informazioni inedite o riservate, ma un ritratto senza reticenze e censure di un uomo che ha fatto la scelta radicale e appassionata del Vangelo, degli emarginati – i piccoli e giovani montanari del Monte Giovi, nel Mugello – e della scuola in quanto strumento di liberazione degli oppressi, perché in grado di “dare la parola” a chi non ce l’ha, come viene raccontato in un piccolo episodio collocato significativamente all’inizio del libro. «Eravamo noi tre soli, dopo cena, tranquilli. Si stava bene: l’Eda seduta al tavolo (Eda Pelagatti, la “perpetua” di don Milani nella parrocchia di Calenzano, che lo seguì anche a Barbiana, dove è sepolta, ndr), io di fronte a lei, don Lorenzo sulla poltrona di vimini, vicino alla cappa del camino. L’Eda aveva una voce bellissima, di contralto credo, profonda e intonata. Chiesi che mi cantasse In Paradisum deducant te Angeli e lei si mise a cantare. Io …
di Paolo Mieli
Il primo ad accorgersi che tra Antonio Gramsci e il Partito comunista d’Italia era accaduto qualcosa di anomalo fu Benito Mussolini. Un articolo non firmato, dal titolo Altarini, uscì sul «Popolo d’Italia» il 31 dicembre 1937 (appena otto mesi dopo la morte dell’ex segretario del Partito comunista), per rilanciare, con sorprendente risalto, le indiscrezioni sui dissidi che avevano contrapposto Gramsci ai suoi compagni. Indiscrezioni comparse pochi giorni prima, a firma di Ezio Taddei, sull’«Adunata dei refrattari», un settimanale anarchico stampato a New York.
Taddei – un oppositore al regime fascista, in rapporto, dopo qualche anno di carcere, con uomini del regime stesso (nelle persone di Arturo Musco e Vincenzo Bellavia) – in quell’articolo sul foglio anarchico aveva trattato Gramsci con toni sprezzanti, enfatizzando i privilegi di cui avrebbe goduto in prigione (gli sarebbe stato concesso di «sgranocchiare gli amaretti che gli piacevano tanto» e di nutrirsi «di pasticcini» mentre gli altri reclusi «crepavano di fame»). Ma soprattutto aveva rivelato – accennando alla testimonianza di un celebre militante incarcerato, Athos Lisa – l’ostilità nei suoi confronti da parte degli altri detenuti comunisti. Per di più Taddei aveva fatto esplicito riferimento alla disistima che il leader sardo nutriva per Ruggero Grieco, suo successore – a metà anni Trenta – alla guida del Partito comunista («Gramsci ha sputacchiato Grieco per gelosia»).
Effettivamente, come sarebbe venuto alla luce oltre trent’anni dopo, Gramsci ce l’aveva eccome con Grieco; ma non …
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