All’inizio era la favola. Scritti sul mito

di Giovanni Basile

Il testo di Paul Valéry, curato da Elio Franzini, mi si perdonerà la battuta, pur trattando di miti e favole non mente! In poche pagine si delinea la riflessione sul mito e sui miti proposta dal grande pensatore francese. Qui vengono presentati cinque brevi scritti che, attraversando un arco temporale che va dal 1929 al 1946, portano il lettore dentro un ventaglio temporale decisamente ampio. L’introduzione del Franzini (pp. 9-29), in apparenza un po’ lunga, vista la brevità del testo, si dimostra necessaria per centrare la questione, di non poco conto, del comprendere la natura, il senso ed il valore del mythos. Il Curatore, argomentando sull’etimologia stessa della parola “mito”, espone la difficoltà di proporne un significato univoco, mostrando come questa complessità nominale sia invece la chiave di lettura dello stesso termine mito. Il mito infatti per Valéry è una espressione, ed una esperienza, che non permette univocità. Proprio tale dinamismo linguistico viene qui raccolto e presentato attraversando degli scritti che mostrano, in diversi modi, la mobilità del farsi narrativo del mito. Non prestandosi ad una agile lettura, il volume, abilmente tradotto da Renata Gorgani, necessita di essere letto e meditato avendo sempre presente che “[…] all’inizio era la favola” (p.47 e p.55), e che questa lapidaria affermazione, che da il titolo al presente volume, è il leitmotiv di Valéry. Il “favoleggiamento”, infatti, non è un vizio, ma l’espediente stilistico necessario per condurci, dai margini del mito, dentro  

Nuova luce su una storia italiana

di Anna Foa

L’ultimo lavoro di Giacomo Todeschini, La banca e il ghetto. Una storia italiana, è un libro importante che apre nuove prospettive di interpretazione e ricolloca in una luce nuova la storia degli ebrei italiani tra il XIV e il XVI secolo. Esso pone un nesso molto stretto tra l’affermarsi della banca cristiana in Italia nel XV secolo e la chiusura degli ebrei italiani nei ghetti. Una banca, quella cristiana, che è un’invenzione tutta italiana, il frutto specifico della struttura politica ed economica delle città e degli Stati italiani fra Due e Cinquecento. La storia del prestito ebraico viene interpretata da Todeschini in un’ottica, fin dalla sua origine, di stretto sia pur marginale rapporto con il prestito cristiano, e la sua crescente marginalizzazione si traduce alla fine in una separazione anche spaziale, oltre che economica e finanziaria, dal mondo cristiano: il ghetto. Giacomo Todeschini non è uno storico economico tradizionale, attento solo a privilegiare i flussi monetari e le trasformazioni economiche rispetto alla società e alla cultura. È uno storico sottile, attento alle mentalità, ai sistemi interpretativi, al modo in cui le funzioni economiche e finanziarie sono percepite nel Medioevo che ha tanto studiato, e ai rapporti tra i sistemi ideologici cristiani e quelli ebraici. Nulla di puramente fattuale nelle sue interpretazioni, ma mentalità, culture, percezioni che guidano e modificano le funzioni economiche e i rapporti tra diversi mondi culturali. Eppure in questo suo ultimo libro si sente, soprattutto  

La solitudine del cittadino

di Dario Catena

Il volume affronta l’impatto dei processi di globalizzazione e di unione europea sulla costituzione del ’48 e sulla teoria costituzionale a partire dal concetto di sovranità al centro dell’attenzione di Giovanni Bianco.
Sorge il dubbio che si dia fronte ad un vero e proprio processo di privatizzazione globale, per cui il diritto non possa più “governare, ordinare o almeno orientare la globalizzazione conferendole forma e certezza, anche a causa della formidabile rivoluzione tecnologica in atto”. In questo nuovo contesto teorico-pratico che spazio resta al recupero della sovranità politica “nel vuoto immanente di uno spazio senza forma” prodotto da una deterritorializzazione del diritto, anticamera di un nuovo nichilismo sono giuridico? L’altra faccia della medaglia è la drammatica solitudine del cittadino nello Stato neo-liberale, conclusione a cui perviene Antonello Ciervo, che sulla scorta di un importante saggio di Dardot e Laval attribuisce agli Stati, soprattutto quelli più forti, la responsabilità di “aver introdotto e universalizzato nell’ economia, nella società e finanche al proprio interno la logica della concorrenza il modello dell’impresa”. Che della nuova realtà, in cui è la dimensione sovranazionale a dettare le regole del gioco, il sistema costituzionale dell’Unione Europea è, per Amedeo Barletta, l’esempio emblematico, un “tertium genus, tra l’organizzazione internazionale e la struttura a carattere federativo” che vive una fase di continua trasformazione la cui complessità istituzionale, anche a causa del ruolo relativamente ridotto del Parlamento europeo e della difficile intelligibilità delle procedure, decisionali, relega,  

I ragazzi immortali sull’isola di Pasqua

di Ezio Mauro

Vivendo come fossimo immortali noi modifichiamo la vita stessa, il significato e il profilo del suo corso, trasformando per la prima volta nella storia dell’umanità la curva dell’esistenza – com’è stata chiamata sempre – in una lunghissima linea retta che non siamo mai stati abituati a risalire: e che crolla di colpo quando cede l’inganno dell’eterna fittizia gioventù, precipitando nella vecchiaia improvvisa.

Non è un autoinganno, perché tutto quel che ci siamo creati per dominare la vita ci autorizza a pretendere l’immortalità. La medicina naturalmente, la genetica e la biologia con i loro progressi al servizio dell’uomo. Ma anche il maquillage sociale e culturale al servizio delle mode, dei trattamenti, degli stili di vita, con la promessa di ingannare la realtà, camuffandone l’estetica. Se la tecnica, con la sua autorità che la rende signora dell’epoca, dice che si può fare, allora si deve: e infatti padri e madri lo fanno, mimando i consumi e la cultura dei figli, cercando di uniformarsi dentro l’età dominante, dunque senza più fine.

Così non viviamo la nostra vita, o almeno non nel suo naturale percorso, che è ciò che la rende appunto “vita” con un suo inizio, un culmine e una fine, e non soltanto esperienza di una fase illusoriamente fissata per sempre.

A l suo posto viviamo un’esperienza mimetica, spostata abusivamente nel territorio dell’età altrui, alterando il senso dell’una e dell’altra. Ciò che si indebolisce è il fluire del tempo, il  

L’etica della democrazia. Attualità della Filosofia del diritto di Hegel

di Carla M.Fabiani

Perché continuare a interrogare Hegel oggi? Che risposte può mai fornirci, in merito all’assetto politico istituzionale dell’Occidente contemporaneo? Che cosa può suggerirci a proposito dei problemi di ordine mondiale sollevati dalla cosiddetta globalizzazione dell’economia? L’impianto etico del suo Stato può essere ancora oggi un paradigma valido, a cui appellarsi quando la politica inciampa nell’interculturalità? Il riconoscimento di stampo hegeliano è per noi postmoderni l’ennesima narrazione da stracciare? O, forse, la civetta si sta prendendo, solo oggi, dopo due secoli da quel lontano novembre del 1831, la sua meritata rivincita. Rivincita contro quelle filosofie della riflessione che, dopo la morte di Hegel e diremmo fino ad oggi, fecero, in gran parte, terra bruciata del suo noto atteggiamento di accettazione della realtà, sostituendo ad esso invece un atteggiamento piuttosto problematico, di dubbio, di sospetto e perfino di mistero nei confronti dell’oggetto, di Dio, della natura e della storia. L’uscita dell’uomo dal suo stato di minorità, si potrebbe dire, dopo Hegel, registra una battuta d’arresto. Ecco che invece oggi si torna ad avvertire l’esigenza di emanciparsi radicalmente da schemi tradizionali. Si avverte cioè di appartenere, noi postmoderni, postumani, post-tradizionali, postmetafisici, post-idealisti, a un’epoca di passaggio, di transizione, in sostanza di crisi, e quindi di scissione. Il vecchio Hegel torna utile, non c’è dubbio.Ed è proprio col vecchio Hegel che qui si ha a che fare. La sua Filosofia del diritto, sì proprio quella del 1821, è messa al centro della riflessione  

La filosofia e le sue storie. L’età moderna

di Matteo Sozzi

Umberto Eco e Riccardo Fedriga sono i curatori dell’opera La filosofia e le sue storie di cui il testo L’età moderna costituisce il secondo volume edito dopo L’Antichità e il Medioevo. Il libro si articola in 8 capitoli che trattano la storia del pensiero moderno secondo una prospettiva diacronica. Così, dopo l’esame dei più rilevanti autori del Quattrocento e del Cinquecento (capitoli 1 e 2), si considera lo snodo cruciale del passaggio dal Cinquecento al Seicento segnato dal problematico intreccio di filosofia, teologia, astronomia, alchimia, magia, cabalismo ed ermetismo (capitolo 3).

Viene quindi delineato il percorso della riflessione del Seicento (capitoli 4, 5 e 6) e del Settecento (capitolo 7), per concludere con un’analisi dei caratteri degli Illuminismi italiano e tedesco con particolare attenzione alle speculazione kantiana (capitolo 8).
Ciascun capitolo presenta inoltre digressioni che accompagnano il lettore all’approfondimento di specifici temi (ad esempio, a margine della parte dedicata a Newton, la pagina 302 tratta specificatamente l’osservazione del suo rapporto con l’occulto) o autori particolari (è il caso, ad esempio, della scheda delle pp. 413-414 curata da Cristina Paoletti su Thomas Reid all’interno della trattazione sull’Illuminismo) o argomenti d’indubbia rilevanza (come si propone la sintetica riflessione di Enrico Berti sul pensiero metafisico nell’età moderna alle pp. 244-245 a conclusione del capitolo sul Seicento). Completano poi ciascun capitolo sia alcuni testi dedicati agli Ambienti culturali, nei quali si descrivono aspetti della cultura materiale del periodo storico esaminato, sia  

Nell’ultimo libro di Marco Vannini. Il ritorno dell’Anticristo

di Lucetta Scaraffia

La figura dell’Anticristo è presente, da quasi duemila anni, nelle culture di matrice giudaico-cristiana, e quindi anche nella tradizione musulmana, come immagine potente del male travestito da bene, e quindi ancora più pericoloso perché ingannatore. Sono sempre pochi gli eroi positivi che riescono a smascherarlo — cioè a vederlo con occhi diversi da quelli che lui stesso ha manipolato — e sono gli stessi che riusciranno a cacciarlo definitivamente dal mondo.
Marco Vannini (L’Anticristo. Mito e storia, Milano, Mondadori, 2015, pagine 216, euro 20) ne ricostruisce ora la storia, a partire dalle sacre Scritture che ne disegnano il profilo, in particolare gli scritti attribuiti a Giovanni, le Lettere e l’Apocalisse. Ma l’autore, raffinato studioso di mistica, non rinuncia a rivelare la sua particolare teoria sull’Anticristo né a prendere posizione, con chiarezza, sul presente, e questo rende il libro particolarmente interessante.
Lo studioso collega la denuncia della presenza di uno o più anticristi negli scritti giovannei al fatto che Giovanni è l’unico a parlare apertamente di divinità di Cristo, l’unico a ristabilire come la dimensione dell’eterno sia solo quella dello spirito. I Padri della Chiesa riprendono questa tradizione, arricchendola di altri particolari: Ireneo lo definisce l’«uomo dell’iniquità» e apre la porta all’interpretazione antigiudaica, mentre Origene toglie all’Anticristo ogni caratteristica di personaggio reale, facendogli assumere il significato simbolico della contraffazione della verità. Ma se anticristi sono tutti gli esseri umani che mentono — scrive Vannini — secondo Origene  

Scritti maggio 1883-dicembre 1889 di Friedrich Engels

di Maurizio Brignoli

Recensione a F.Engels, Scritti maggio 1883-dicembre 1889, Milano, 2014, tr.it.

Sono raccolti in questo volume gli scritti di Engels redatti negli anni immediatamente successivi la morte di Marx (5 maggio 1883). Si tratta di anni di intenso lavoro visto che i compiti, precedentemente divisi fra i due amici, ricadono ora completamente su Engels, il quale si trova a dover mantenere da solo i contatti col movimento socialista internazionale, a completare l’edizione del Capitale e, infine, a dedicarsi alla stesura di alcune delle sue opere fondamentali, quali L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Per la storia della lega dei comunisti (1885), Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca (1886).
L’origine della famiglia viene da Engels definita il «compimento di una disposizione testamentaria» (p. 29), visto che l’idea di inserire i risultati delle ricerche antropologiche di Lewis Morgan all’interno della concezione materialistica della storia si doveva a Marx. In realtà in quest’opera confluiscono anni di ricerche – compiute sempre insieme a Marx – e rimane un testo fondamentale nella delineazione di una teoria marxista dello stato. Lo stato nasce dall’esigenza di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma essendo allo stesso tempo il prodotto di questi antagonismi «esso è di regola lo Stato della classe più potente, quella economicamente dominante che, per suo tramite, viene a dominare anche politicamente e ottiene così nuovi strumenti di dominio e  

Il pensiero ebraico nel Novecento

di Marco Damonte

Recensione ad Adriano Fabris (a cura di), Il pensiero ebraico nel Novecento, Carrocci editore, 2015

La presenza del pensiero ebraico è una costante durante tutta la storia della cultura occidentale e dunque la rilevanza di pensatori di origine ebraica nel secolo scorso viene assunta quale dato di fatto. In che cosa consista esattamente l’ebraicità di tale pensiero, se e con quali modalità esso abbia interagito con gli altri filoni della filosofia novecentesca, il grado della sua influenza rispetto alla cultura prevalente e il perché esso abbia una particolare importanza proprio nel Novecento sono invece interrogativi meno affrontati.

Il fatto di averli espressi con chiarezza è uno dei principali meriti di questo testo che, inoltre, presenta con decisione una lente particolare, quella del pensiero ebraico appunto, attraverso la quale indagare la filosofia del Novecento, contribuendo così in modo determinante a scrivere una pagina di storiografia filosofica del secolo breve.
L’introduzione del curatore, Adriano Fabris, deve essere letta con particolare attenzione perché determina l’obiettivo della raccolta, definisce che cosa si intende per pensiero ebraico e, ponendosi una serie di domande meta-filosofiche, offre i criteri con cui sono stati scelti gli autori da inserire nel volume. È opportuno soffermarsi su ciascuno di tali aspetti, dai quali dipende l’interesse del lettore e il successo del libro nel suo complesso. Lo scopo è offrire una «presentazione complessiva del pensiero ebraico nel Novecento» (p. 9) e ci si propone di raggiungerlo in due  

La voce battagliera di un pacifista

di Concetto Vecchio

“Non ce la faccio più”. Sono passati vent’anni dal suicidio di Alex Langer (Firenze, 3 luglio 1995) e la sua voce manca tantissimo.
Quante cose è stato! Intellettuale, ecopacifista, instancabile costruttore di ponti in Alto Adige e nella ex Jugoslavia, sempre un passo avanti e perciò misconosciuto, incompreso.
Marco Boato, amico per tutta una vita, ne traccia una guida appassionata, pensata soprattutto per i giovani. Una vita nutrita di senso, di battaglie eretiche, conobbe personalmente Don Milani, fu amico di padre Balducci, ,passando per Lotta Continua, il movimento del ’77, i radicali di Pannella, Die Neue Linke, fino ai Verdi, due volte europarlamentare.
Chissà cosa direbbe oggi dinanzi a questo Papa così sensibile all’ecologia e ai poveri, lui che aveva studiato al liceo francescano (fu alla maturità tra i cinque liceali più brillanti d’Italia)? Cosa s’inventerebbe dinanzi ai nuovi egoismi che dilaniano l’Europa? Il libro riporta molte riflessioni che sembrano scritte oggi.

Marco Boato, Alexander Langer, Editrice La Scuola, pp.128

(“La Repubblica, 28 giugno 2015, p.44)

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