L’ira di Dio

di Raniero La Valle

“Il papa immobile”, come lo qualificano i suoi critici “da sinistra”, ha dimostrato uno straordinario coraggio nel costruire l’evento che si è svolto in questi giorni a Roma su “La protezione dei minori nella Chiesa”. Lasciando stare Pietro, che come si sa era un pauroso, è difficile trovare tra i suoi predecessori un papa coraggioso come lui, se non forse Gregorio Magno e pochi altri. Egli ha avuto infatti il coraggio di ripensare a fondo la Chiesa, e di mostrarla con parole e gesti semplici come una Chiesa possibile. E forse qui c’è una chiave per intravedere un futuro che oggi ci appare ancora così velato e coperto.
Intanto c’è voluto un grande coraggio evangelico (“in sacris” si chiama parresìa)per mettere insieme patriarchi, cardinali, vescovi e religiosi di tutta la terra in una liturgia penitenziale ad accusare se stessi “come persone e come istituzione”, e indurli a passare da un “atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione” a una ricerca sincera e decisa del bene della comunità “dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”. Così si sono visti i confessori che si confessano, i perdonatori che chiedono perdono, i ministri che impetrano per sé prima ancora che per i fedeli loro affidati: una cosa “affatto inusuale” nei Palazzi del “potere” terreno e celeste del Vaticano, dice con molto tatto Rosanna Virgili; diciamo pure mai accaduta prima.
C’è voluto coraggio a convocare non un Concilio  

Partiti, leader e mediazioni: tabù da superare

di Luca Tentoni

Le più recenti vicende politiche offrono spunti di riflessione su due discutibili opinioni che – per un certo periodo di tempo – hanno riscosso ampi consensi: l’idea che la democrazia possa fare a meno dei partiti; la negazione della mediazione, sia fra (e nei) soggetti politici, sia con i corpi sociali. Si è pensato, durante l’intera Seconda Repubblica ma soprattutto negli ultimi sei anni, che fosse sufficiente avere un potere “monocratico” (il leader, la Rete) per governare la complessità tipica delle democrazie contemporanee. Le quali, proprio perché complesse, hanno bisogno di più saperi, di un maggiore livello culturale e d’informazione dell’opinione pubblica, di un rapporto dialettico ma rispettoso delle differenze fra partiti, società e Stato. Il “direttismo”, invece, ha tagliato tutti i rami dell’albero: niente partiti, meglio i movimenti (“partito” è una parola sconveniente, ormai); niente élites di competenti (meglio il televoto o il voto delle piattaforme informatiche); niente organizzazione sul territorio (roba vecchia, meglio una app sul telefonino); niente compromessi (il programma è come il Vangelo: chi non lo osserva o lo discute è accusato di apostasia e rapidamente esiliato dai suoi compagni); niente comunicazioni e protocolli ufficiali (meglio un comizio su Facebook, dove non c’è neanche un giornalista che potrebbe rivolgere domande sgradite); niente limiti istituzionali (oggi si può chiedere la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato per contrasti sulla nomina di un ministro); poca etichetta nei rapporti con i paesi vicini (come nel  

E’ morto Adriano Ossicini, fondatore di Adista

della Redazione di Adista

Adista è in lutto per la morte avvenuta oggi a Roma, di Adriano Ossicini, tra i fondatori, nell’ottobre del 1967, della nostra testata.

Aveva 98 anni ed era ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Roma per le conseguenze di una caduta. Nato nel 1920, Adriano Ossicini, medico, allievo del professor Giovanni Borromeo, ed ex partigiano a Roma, durante l’occupazione nazista, il 16 ottobre 1943, nascose decine di ebrei, scampati alla retata nel ghetto in un reparto proprio dell’ospedale Fatebenefratelli, dove lavorava, inventandosi una malattia fittizia, il “morbo di K” (come le iniziali di due ufficiali nazisti, Kesselring e Kappler), che, altamente contagioso, teneva alla larga le ss. Divenne psichiatra nel 1944. Militante del Partito della Sinistra Cristiana che nel 1945 si scolse per entrare nel Pci, fu tra coloro che – contrariamente a dirigenti come Franco Rodano, non condivise la scelta comunista. Nel dopoguerra intraprese la carriera accademica, insegnando psicologia alla Sapienza di Roma. Alla fine del 1967 diede vita ad Adista, che doveva essere l’organo di informazione ponte nel dialogo tra la sinistra cristiana e i partiti di ispirazione marxista, specialmente il Pci. L’anno successivo, infatti, Ossicini venne eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pci, per poi aderire alla Sinistra Indipendente, un progetto che portava avanti assieme e figure politiche del mondo laico come Ferruccio Parri (che divenne poi anche lui, assieme ad Ossicini, socio della cooperativa Adista che fu fondata nel 1979). In Parlamento Ossicini animò la  

La commedia degli equivoci intorno alle autonomie regionali

di Paolo Pombeni

Consentiteci di dirlo con franchezza: l’attuale dibattito/scontro sull’ampliamento delle autonomie da riconoscere ad alcune regioni è grottesco. Vediamo che si moltiplicano i difensori dello status quo e già questo è abbastanza strano, perché non ci ricordiamo pari vigore di interventi quando vennero introdotte le riforme costituzionali degli articoli 116 e 117 che consentono di assegnare alle Regioni a statuto ordinario, in presenza di certe condizioni, di allargare le loro competenze esclusive. Forse che si pensava che quanto si statuiva non sarebbe mai entrato in vigore? Beh, in quel caso si sbagliava di grosso.

La seconda stranezza, chiamiamola così per pudore, è denunciare che con queste riforme si porterebbe un vulnus mortale all’unità nazionale e soprattutto si impoverirebbe il Sud a favore dei “ricchi” del Nord. Il vertice dell’impudenza è stato in questo caso raggiunto dal segretario del PD siciliano, l’on. Faraone, che ha difeso questa tesi facendo parte di una regione che, godendo addirittura della stessa autonomia speciale, ne ha fatto strame sperperando in molti decenni una quantità enorme di denaro pubblico. Al di là di questo caso estremo, la tesi non regge per una serie di ragioni che cerchiamo di esaminare.

Il pilastro principale del ragionamento è che se passasse quanto richiedono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna si arriverebbe ad uno stato in cui i cittadini non godrebbero più degli stessi diritti a prescindere dai loro luoghi di residenza. Ora questa è una palese sottovalutazione della  

Elitè, comunisti, capitalisti (e altro ancora)

di Alberto Leiss

Non leggo spesso – confesso – Alessandro Baricco, ma la discussione aperta dal suo articolo sulla Repubblica di venerdì scorso (E ora le élite si rimettano in gioco) merita attenzione. Magari andando a ridarsi un’occhiata a testi che non da ora trattano il tema, dalle teorie di Gaetano Mosca (importante per la cultura politica non solo italiana, e un conservatore di destra che firmò nel ’25 contro il fascismo), ai libri di Cristopher Lasch: non solo la famosa analisi sul narcisismo contemporaneo, ma anche studi come Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica o La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, entrambi riediti da Neri Pozza. Osservando la società americana decenni orsono, Lasch aveva già visto le dinamiche che hanno portato a Trump e a tutto il resto. Il suo campo di osservazione era però mirato a una parte ben delimitata delle élite : i democratici e la sinistra USA con il suo retroterra sociale e culturale.
Ecco che commetto l’errore elitario tipico (essendo un giornalista e possedendo – ahimè – più di 500 libri, la favola parla di me): bisogna agire e reagire, e invece mi trastullo con citazioni intellettuali…
Ma ciò che segnala l’autore di The Game – diciamo la verità – non è proprio una sorprendente scoperta. Che la “gente” abbia divorziato da partiti, istituzioni, corpi intermedi, autorità professionali varie lo osserviamo da almeno un trentennio (già negli anni  

Ai nastri di partenza

di Raniero La Valle

Lo sblocco della prigionia sul mare inflitta ai migranti salvati dalla Sea Watch (ma il loro calvario è solo all’inizio) almeno una buona notizia l’arreca: sarà per l’appello lanciato domenica all’Angelus da papa Francesco, sarà per l’offerta della Chiesa valdese, sarà per l’imprevista vampata umanitaria del premier Conte, in ogni caso una decina di naufraghi, uomini donne e bambini, passeranno oltre i porti chiusi di Salvini ed entreranno in Italia. La buona notizia è che il cuore di pietra, quando è troppo esposto alla pubblica visione, non regge: perfino i governanti se ne vergognano, italiani ed europei, e devono mostrare almeno un lembo del loro cuore di carne. Così una manciata di profughi, centellinati tra una decina di Paesi, entra ancora questa volta nel paradiso europeo.
Ma la cattiva notizia è che questo ennesimo caso d’eccezione non fa che confermare la regola dell’esclusione e del rifiuto, la regola dello scarto: i salvati e i sommersi, ma si potrebbe anche dire i predatori e i predati.
I primi, quelli che oggi sono forti, non si contentano più di chiudere porti e frontiere, di schierare cani ringhiosi e doganieri, tornano ad alzare muri e cortine. Ormai c’è un muro che corre per migliaia di chilometri non a dividere Est ed Ovest, ma a barricare il Nord contro il Sud, a cominciare dal muro col Messico, che Trump è pronto a costruirsi anche da solo, e che spacca  

L’offesa alla coscienza cattolica della legge sui migranti. I sindaci guidino la disobbedienza fino in fondo

di Vittorio Bellavite*

Quelli che vogliono i crocifissi nelle scuole e in tutti gli edifici pubblici, quelli che esibiscono il rosario ed il Vangelo nei comizi, sono gli stessi che brontolano contro papa Francesco perché parla di accoglienza nei confronti dei migranti, sono gli stessi che hanno dato uno schiaffo alla civiltà ed uno strappo alla nostra Costituzione con la legge “Sicurezza ed Immigrazione”.
Ma sta prendendo piede l’ipotesi della disobbedienza civile e dell’obiezione di coscienza di fronte agli effetti perversi della legge entrata in vigore come messaggio di “fraternità” alla vigilia di Natale. Tanti sindaci, consapevoli delle loro responsabilità, sono protagonisti di iniziative in questa direzione.
La strategia di alimentare e di creare paura verso i migranti e verso il “diverso” inizia a mostrare i suoi limiti. Molte realtà di base del mondo cattolico si stanno impegnando a favore di chi sarà penalizzato dalle nuove norme. E tutte le strutture della Chiesa, nessuna esclusa, a partire dai vescovi e dai preti, in nome dell’universalismo cristiano, devono mobilitarsi, il silenzio non è tollerabile. Il quotidiano cattolico ha iniziato a farlo.
La destra “cattolica” che parla sempre con passione di “valori non negoziabili” a difesa della vita (ma gli “altri” sarebbero a favore della morte?) dica se sia negoziabile o sopportabile l’offesa che questa legge fa al bene comune e al precetto evangelico di accogliere lo “straniero”. Facciamo questa domanda da quando abbiamo saputo che il ministro Salvini è  

Adottare una guerra

di Raniero La Valle

Con la “Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano. Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.
Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria,  

Terroristi e sicari

di Raniero La Valle

Ci vuole il coraggio del papa per andare alla finestra domenica, nella giornata mondiale dei poveri, ad annunciare la fine del mondo: non la catastrofe ecologica che avverrebbe per colpa nostra, e che possiamo ancora evitare, ma la fine escatologica che sta nei piani di Dio, quando i cieli e la terra passeranno e il Signore verrà nella gloria e tutti vedranno il suo volto raggiante d’amore. Si trattava in realtà del coraggio di annunciare il Vangelo, opportuno o importuno che possa apparire. Nessuno però avrebbe potuto accusare il papa di proporre ai poveri l’alienazione di una ricompensa futura nei cieli ferma restando oggi la loro infelicità sulla terra, perché in tutti i modi egli sostiene la causa della loro liberazione e della loro lotta per avere giustizia già qui sulla terra.
Questo ci suggerisce un criterio per intendere il messaggio evangelico che papa Francesco sta riformulando nella sua globalità, in questo momento di svolta della storia umana e della Chiesa. E il criterio è che come nel Vangelo – se si vuole coglierne il senso profondo di rovesciamento rispetto al senso mondano e comune – non si possono prendere le singole parole separate dal contesto dell’insegnamento globale di Gesù, che è quello dell’amore, così si deve fare coi predicatori del Vangelo che lo trasmettono non solo col loro corredo di parole, ma attraverso la loro intera testimonianza. Tanto più questo avviene con papa Francesco, che  

Via Giusti,38

di Ludovica Mortara

Giorni fa, essendo a Firenze, mi sono recata in un privato pellegrinaggio in Via Giusti, cercando la casa dei fratelli Rosselli e dell’amata zia Amelia, nata Pincherle, loro mamma adorata e sorella della mia bisnonna Anna. Al numero 38 di quella via, vi è oggi una lapide, che commemora l’impegno antifascista e il sacrificio di Carlo e Nello Rosselli, ammazzati da sicari dei fascisti in Francia. Sotto la lapide, si apre il portone di legno, attraverso cui entravamo col babbo per andare a trovare la zia Amelia nel dopoguerra: quanti i ricordi! Ecco oggi la lapide commemorativa (vedasi foto) e più su finestre illuminate di una luce calda, da cui si intravedono pareti fitte di libri. Giunge una macchina e davanti ai miei occhi si apre il cancello che dà sul giardino posto sul retro della casa. Da fuori, guardo curiosa quei luoghi, da me visti dall’interno da bambina: scorgo un giardino all’italiana dalle siepi verdi ben curate. La casa, mi dice il conducente straniero quando esce festoso dal cancello, è oggi la sede di un istituto di storia dell’arte (scopro poi che si tratta del tedesco “Kunsthistorisches Institut in Florenz”, che ha il suo ingresso principale al numero 44, e ha incorporato il palazzo Rosselli per la sua biblioteca). Mi allontano, immersa nei ricordi vivi di chi non c’è più e nei miei pensieri. E quando più tardi, tornata a Roma, apprendo che il 18 dicembre vi  

Visitatori

  • 617357 visite totali
  • 238 visite odierne
  • 2 attualmente connessi