Tra le Regioni passaporti e macerie

di Marcello Madau

Confesso di aver pensato, solamente per un attimo fuggente, che un nucleo importante del dibattito che a più voci si è levato sul problema del ‘passaporto sanitario’ fosse uno degli effetti «collaterali» del coronavirus.

Un governatore sardo propone una Sardigna Covid-19 Free solo per turisti sani, accompagnati da un passaporto sanitario senza il quale non si potrà prendere il volo (presumo anche treno e nave). Il sindaco Sala ricorda con stile l’apporto milanese alle fortune del turismo sardo: non sappiamo se si riferisca alle iniziative alberghiere e petrolifere dei Moratti, del corregionale Nino Rovelli, alle seconde case usate prima dell’esplosione definitiva della pandemia. Da Torino, noblesse oblige, si privilegia un registro più storico: la Presidente del Museo Egizio Evelina Christillin (ex- ufficio stampa Fiat per diversi anni) vuole riesumare il passaporto della trisnonna, ricordando l’infausto regno sardo piemontese; il documento dovrebbe essere scaduto, e sarebbe comunque opportuno che non lo usasse il 28 aprile, alla festa regionale de ‘Sa Die de Sa Sardigna’, che ricorda la cacciata dei piemontesi dall’isola. Ha minacciato di andarsene in Romagna, e la mia solidarietà ai romagnoli è totale.

Ma non sono effetti collaterali del maligno virus. Si tratta di frutto preesistente al Covid 19: segno fausto perché la riemersione del normale pensiero e livello politico è indizio del calo della pandemia; infausto per la sua qualità, che si ritrova in una gara fra spiagge. Massimo Fini, anch’esso lombardo, partecipa a questo agone  

Il virus imprevisto, e la fine di un mondo

di Elettra Diana

All’inizio sembrava una cosa da poco, su cui scherzare, sparare il solito carico di razzismo italico, soprattutto, stavolta, contro i Cinesi che per primi ne erano stati infettati. Alla tv avevamo visto la città di Wuhan, della provincia dell’Hubei dove Covit19 si era manifestato con notevole violenza,ed era una città incredibilmente deserta in tutte le strade e i droni dal cielo ingiungevano autoritari ai rari passanti di andare subito a casa.
E a molti quel ruolo del drone era sembrata qualcosa di inverosimile oppure, bisogna dire, la conferma del regime autoritario che governa la Cina. Poi all’improvviso tutto è cambiato e, a cominciare dal nord del nostro Paese, da quella parte più ricca, moderna, orgogliosa del proprio operato in ordine all’economia, sulla salute pubblica, a tutto, un’intera generazione ha cominciato ad andarsene in silenzio, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Se ne sono andati senza le preghiere dei morti, senza gli addii laici, senza un fiore sulla tomba e senza gli affetti dell’ultima ora.
E spesso, per la confusone o l’incuria dei luoghi che li ospitavano o degli ospedali, molti sono morti senza un nome che ne conservasse l’ identità e le bare si sono ammonticchiate ovunque, in attesa di trovare posto nei cimiteri della regione.
L’incuria di chi doveva proteggere le fasce della popolazione più esposte al contagio ha favorito il contagio e un gran numero di anziani, lasciati esposti a tutto negli ospedali  

Chiesa italiana, pandemia, Papa Francesco: intervista al sociologo Franco Garelli

di Roberto Rosano

In questi giorni, si è risolta la clamorosa polemica tra la Conferenza episcopale italiana e il governo, seguita alle disposizioni contenute nel dpcm in vigore dal 4 maggio, che escludevano la possibilità di celebrare messe in presenza del popolo ed aprono ai funerali con un massimo di 15 persone. Nel bel mezzo della controversia, papa Francesco ha richiamato la CEI all’«obbedienza» delle disposizioni governative e alla «prudenza», sollevando l’indignazione della destra cattolica fieramente attestata su posizioni antigovernative. Una vicenda che riflette le divisioni e la complessità della realtà cattolica italiana.

Nel tentativo di far luce su questa complessità, ci siamo rivolti a Franco Garelli, uno dei massimi osservatori dello scenario religioso italiano. Nei suoi numerosi lavori, quasi tutti pubblicati con Il Mulino, ha scandagliato la vita della fede cattolica e i suoi urti di rimando sulla collettività: I giovani, il sesso, l’amore (2000), L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo (2006), Piccoli atei crescono (Davvero una generazione senza Dio?) (2016). Sempre per Il Mulino il suo ultimo studio, Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, in cui esplora sentimenti, attese e contraddizioni del credente italiano, insieme alla sua idea sempre più ondivaga e plurale della verità. Dalla sua analisi emerge un Paese indeciso nelle valutazioni morali, ma non del tutto stanco del sentimento religioso.

Professor Garelli, abbiamo assistito a un curioso disaccordo: la Cei che accusava il governo di non rispettare l’autonomia della Chiesa (contrasto rientrato  

Giovanni Falcone

di Tonio Dell’Olio

Giovanni Falcone che ci insegna la pazienza dei tempi lunghi per sconfiggere innanzitutto la smania del “tutto e subito” che, tradotto, significa “poco e approssimativo”. Perché per tentare di sconfiggere le mafie ci vuole studio e applicazione, dice Falcone. Esattamente il contrario del clamore che può muovere gli applausi e riempire i salotti della televisione ma, investigativamente parlando, è polvere e fumo. Giovanni Falcone significa l’intuizione delle indagini patrimoniali e la capacità di seguire il filo dei soldi, tracciare il loro cammino fino a scoprire i punti nevralgici di traffici e corruzione e la complicità di paradisi fiscali. Giovanni Falcone è il San Sebastiano colpito dalle frecce dei corvi animati da invidia, ignoranza o, peggio, complicità e connivenze. Ma lui tira dritto sapendo a cosa va incontro e, inflessibile, indaga anche il collega “ammazzasentenze” perché lo spirito di corpo è nemico della trasparenza. Giovanni Falcone è la grande intuizione di sporgersi oltre i confini per condividere conoscenze e risultati. Cooperare per sconfiggere una mafia globalizzata. Giovanni Falcone schiena dritta che sa convivere con la paura. E quando fa silenzio è solo per pensare meglio le parole da dire.

(www.mosaicodipace.it , 22 maggio 2020)

Tutto il potere al potere: Genova e il cratere del sisma

di Mario Di Vito

Il 24 agosto saranno quattro anni dal terremoto del Centro Italia ma nessuna ricostruzione è ricominciata nei 138 comuni del cratere. I cittadini ora sognano, sulle parole del premier, il Modello Genova. Forse anche il commissario Legnini. Ma è solo dal basso che si può guarire la ferita di fiducia.

Quando lo scorso 28 aprile a Genova è stato posato l’ultimo tratto d’acciaio del nuovo ponte (ex) Morandi, probabilmente buona parte degli italiani avrà pensato che, forse, vivere in un Paese normale è possibile. Sono serviti seicentoventi giorni per passare dalla tragedia al futuro, non pochissimi ma nemmeno troppi, in fondo. Ai confini della realtà, in un territorio montuoso a cavallo tra le Marche, l’Umbria, il Lazio e l’Abruzzo, il 24 agosto saranno ufficialmente quattro anni dal giorno in cui è cominciata una serie di scosse sismiche che ha ridisegnato la storia di decine di migliaia di persone e la geografia di almeno 138 comuni. Da allora, sostanzialmente, non è accaduto nulla: cinque decreti, varie norme inserite in altri decreti non esclusivi, cento ordinanze partorite dai commissari alla ricostruzione (quattro in quattro anni), altre ordinanze stilate e diffuse da ciascun comune coinvolto, accordi tra istituzioni e associazioni professionali. Una montagna di carta – il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, arrivò a stimare che, uno sopra l’altro, i documenti raggiungono circa il metro di altezza – che non ha contribuito in alcun modo a risolvere la situazione. Attualmente  

Democratizzare il lavoro: tre proposte a 50 anni dallo Statuto dei lavoratori

di Domenico Tambasco

Che differenza corre tra Selvina, giovane immigrata pakistana che in piena pandemia pulisce gli sterminati spazi di un supermercato esponendo sé – e i familiari che la attendono a casa – al rischio di contrarre il letale Covid 19 e il suo capo, Maurizio, che gestisce gli appalti e i servizi a distanza, al chiuso del suo comodo ufficio?

Chi rischia di più tra Massimiliano, dipendente di una società di servizi sanitari a contatto quotidiano con il personale e i pazienti di numerosi ospedali lombardi e Agostino, amministratore unico il quale, tra le quattro mura della sede sociale, non fa altro che lamentarsi del blocco dei licenziamenti decretato dal governo fino ad agosto?

La scontata risposta mette a nudo la falsità del lessico neoliberista, la cui brutale dottrina giustifica lo strapotere proprietario degli azionisti e degli amministratori in quanto “investitori di capitale”.

La realtà degli ultimi drammatici mesi ha evidenziato che non è proprio così.

Chi rischia davvero, chi nelle aziende ha messo e mette frequentemente a rischio la propria vita sono i lavoratori, veri e propri “investitori di lavoro”: uomini e donne che da alcuni mesi a questa parte, ancor più di prima, hanno messo a repentaglio l’incolumità loro e dei loro cari investendo il proprio capitale, ovvero la forza lavoro, nelle aziende per cui sono assunti.

Questa nuova consapevolezza e soprattutto questa diversa sintassi viene ripresa da un innovativo e importante manifesto internazionale (“Democratizing work”), pubblicato  

Pandemia, quello che non sappiamo

di Riccardo Emilio Chesta

Nell’incertezza su come affrontare il coronavirus, riscopriamo l’importanza della conoscenza come bene pubblico, parte integrante della nostra democrazia: non è un affare da ‘esperti’, è un tema da aprire alla partecipazione.

Se la pandemia è un fatto sociale totale, per riprendere un concetto dall’antropologia di Marcel Mauss, totale è anche l’incertezza entro la quale si trovano gli attori che dovrebbero governarla. Ciò non bastasse, la dirompenza degli effetti pandemici si manifesta in un regime di urgenza, chiedendo alla politica rapidità ed efficacia, modalità di azione che necessariamente intaccano le procedure democratiche ordinarie.

Quella che caratterizza il Covid19 non è solo la complessità della sua origine patogena e del suo rimedio, bensì una vera e propria «ignoranza» del fenomeno che riguarda tutti, anche se a diversi livelli.

Inserendosi in un dibattito internazionale assai consolidato sul tema, Luciano Gallino[1] contribuì a definire diversi livelli di ignoranza che connotano, paradossalmente, le nostre società tecnologicamente avanzate, dove più che di distinzione tra scienza e tecnologia conviene parlare di relazione, o ancor meglio, delle due si può parlare in maniera univoca, usando il termine di tecnoscienza.

A contrario della percezione comune – anche di quella di molti scienziati di professione, specie in Italia – lo studio sociale della conoscenza, e nello specifico della conoscenza tecnoscientifica, è pratica oramai consolidata istituzionalmente in tutti i più rilevanti centri di ricerca contemporanei. È un’attività tanto necessaria quanto scontata, visti gli interessi pubblici  

Il Covid-19 tra cura e potere

di Bianca Maria Pomeranzi

In questo momento di crisi, in cui il virus ci sta rivelando i limiti della nostra organizzazione sociale, il rovesciamento del “paradigma della cura” serve a pensare la ricostruzione in un modo nuovo, imparando dalle femministe latino americane.

La “pausa” che ha coinvolto più della metà della popolazione mondiale per quasi due mesi a causa del Covid 19 sta arrivando agli sgoccioli e, come una gigantesca onda che si ritira dopo uno tsunami, lascia intravedere un panorama lunare e sconosciuto, segnato dallo sconvolgimento delle vite e degli immaginari singolari e collettivi. Il desiderio di uscire in fretta da questa condizione di segregazione è comune, ma diverse sono le idee sulla possibile ripresa perché il rovesciamento tra i tempi dedicati alla produzione e alla riproduzione, campo privilegiato dell’analisi femminista, e lo spostamento dei contatti dal reale al virtuale hanno fatto intravvedere nuove possibilità e nuove minacce sia a chi vuole tornare “come prima” sia a chi ritiene che quella “normalità” fosse il problema. Questo è stato lo slogan della rivolta scoppiata in Cile nell’ottobre del 2019 dopo il rincaro dei biglietti della metropolitana che ha dato voce alle tensioni presenti nel paese contro le disuguaglianze e della corruzione, ereditate dalla dittatura di Pinochet.

Negli ultimi mesi prima della pandemia il mondo è stato invaso da una serie di rivolte in quasi tutti i continenti: dalle sponde Sud del Mediterraneo in Libano e in Algeria, al tormentato Medio oriente  

Il vascello fantasma

di Domenico Gallo

Dalla fine del XVIII secolo si diffuse in tutte le marinerie del mondo il mito del vascello fantasma, i marinai avevano il terrore di imbattersi in un vascello fantasma condannato a navigare in eterno, senza mai poter tornare a casa, con un equipaggio formato da spettri. Secondo la leggenda si trattava di un vascello comandato da un capitano olandese che aveva cercato di doppiare il Capo di Buona Speranza, perdendosi nella tempesta. La leggenda divenne popolare anche fuori dell’ambito marinaresco quando, nel 1843, Wagner compose l’opera chiamata appunto l’Olandese Volante o il vascello fantasma.

La leggenda del vascello fantasma mi è tornata in mente ripensando ad un altro vascello, un cargo mercantile, denominato Marina, battente bandiera di Antigua Barbuda, che nella notte fra il 2 ed il 3 maggio, su segnalazione delle autorità maltesi, ha raccolto 79 naufraghi a sud di Lampedusa. Dal 3 maggio la nave è rimasta ferma a 13 miglia a sud di Lampedusa, in attesa che venisse indicato un porto dove procedere allo sbarco delle persone recuperate in mare, senza ricevere rifornimenti di nessun tipo, salvo i viveri inviati dalla parrocchia di Lampedusa.

Questa vicenda ha messo in luce tutta la vacuità del decreto porti, emesso il 7 aprile dal Ministro delle infrastrutture, con l’adesione del Ministro degli esteri, del Ministro dell’Interno e del Ministro della salute, che ha “chiuso” i porti italiani allo sbarco dei profughi recuperati in mare, al di fuori della  

Una lettera dopo la tempesta

AA.VV.

INTRODUZIONE

«Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede”» (Mc 4,39-41). Con queste parole, nel Vangelo di Marco continua il racconto della “tempesta sedata”, commentata da Papa Francesco nel momento di preghiera straordinario dello scorso 27 marzo. Questa preghiera con la benedizione Urbi et Orbi ha motivato la “Lettera nella Tempesta”, un’iniziativa partita da alcuni docenti della PFTIM (san Luigi) e sottoscritta da un gruppo di amici, prima di essere presentata dalla stampa, soprattutto locale, il 1 aprile 2020. Cessato il vento, rimane la paura, come il Sabato santo. Nella veglia Pasquale Francesco ha suggerito che «Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori del futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia come per noi».

LA LETTERA PRECEDENTE

L’obiettivo della “Lettera nella tempesta” è stato duplice: aprire uno spazio di riflessione e di confronto sulle questioni scoperte da questa improvvisa “tempesta”, che ci trova «sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati»; e proporre «le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e a custodire», in questo naufragio e alla fine  

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