Il primo maggio venezuelano più lungo e incerto

di Alberto Negri

È il primo maggio più lungo e incerto nella storia recente del Venezuela. Ma è anche il «nostro» primo maggio in cui qui qualcuno vuole litigare tra Guaidó e Maduro.

Ma se dovessimo scegliere tra i due qual è il problema? In un giorno abbiamo liquidato Serraj a Tripoli, come avevano chiesto gli americani, pur avendolo sostenuto per tre anni. Se da Washington ce lo chiedono, come sembra probabile, lo faremo anche stavolta.

Juan Guaidó, leader dell’opposizione autoproclamatosi presidente ad interim a gennaio, all’alba di ieri, liberando Leopoldo Lopez con un pugno di soldati, ha giocato non tanto la carta del golpe ma quella dell’insurrezione e forse ha spinto il Venezuela sull’orlo della guerra civile. Speriamo di sbagliarci: nella serata di ieri erano in corso scontri molto duri soprattutto davanti alla base aerea La Carlota, a est di Caracas mentre appariva ancora calma la situazione attorno al palazzo presidenziale di Miraflores, dove si era concentrato un gruppo di sostenitori del governo Maduro.

Non sappiamo ancora se questa rivolta sarà davvero la fase finale della crisi venezuelana.

Ma c’è da dubitarne: quello che si può intuire sono ulteriori spaccature dentro a una società che nella narrativa corrente si vuole compatta dietro l’opposizione e contro il presidente Maduro ma che in realtà è assai più frammentata e complessa.

Chi vincerà avrà comunque tra le mani un Venezuela ferito e sanguinante. Vittima prima di tutto di equivoco colossale: il Venezuela non  

Quel giorno, il miracolo e la festa della ritrovata libertà

di Marco Revelli

Alla Risiera di San Sabba gli eredi delle vittime sfrattati per far posto agli eredi degli oppressori. A Verona una mozione di maggioranza “contro il 25 aprile”. A Savona il corteo celebrativo deviato per non dar fastidio a quelli di Casa Pound. In mezza Italia le bande nere-verdi, dietro il loro “capitano” in missione a Corleone, disertano le celebrazioni della Liberazione. In fondo è giusto così: non è la loro festa! Per capirlo basta riascoltare le parole di quando le cose erano ancora chiare perché vive nella mente dei protagonisti.

«Dopo venti anni di regime e dopo cinque di guerra, eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Quel giorno, o amici, abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà». Così diceva Norberto Bobbio il 25 aprile del ‘57 a una piazza gremita ricordando le ragioni della festa ma, soprattutto, evocando un’esperienza vissuta: il ritorno all’«umanità» – individuale e collettiva -, a un’umanità liberamente vissuta, da parte di un popolo che quell’umanità l’aveva perduta, in vent’anni di servitù e conformismo, perversione e ipocrisia, adesione fanatica o silenzio complice, nell’accettazione più o meno partecipata di un regime che della disumanità – del culto e della pratica dell’inumano – aveva invece fatto il proprio emblema.

Certo, nel giorno della Liberazione ci sono molte «vittorie» da celebrare. C’è una vittoria militare: la liberazione  

25 aprile 2019, una riflessione

di Paul Ginsborg

Al termine del bellissimo Love and War in the Apennines di Eric Newby, basato sulla propria esperienza di prigioniere di guerra in fuga nel 1943, il contadino Francesco dice: ‘Ne abbiamo viste di brutte, cari miei, noi e i nostri figli. Speriamo di non vederle mai più, robe del genere’.

Effettivamente, ogni famiglia fu toccata e spesso scottata in modo irrimediabile dai conflitti della guerra e dai suoi molteplici fronti. Quando scrivo ‘famiglia’ in questo contesto intendo riferirmi non solo alle famiglie degli italiani, ma anche a quelle delle truppe alleate. Non dimentichiamo i giovanissimi americani, britannici, canadesi, neo-zelandesi, gurkha e così via – la lista è molto lunga e i loro cimiteri sul suolo italiano cosi bianchi, massicci, ordinati e silenziosi.

Detto questo, le distinzioni sono d’obbligo. Sia i ragazzi stranieri nei ranghi degli eserciti alleati sia i partigiani stavano combattendo per la democrazia, variamente declinata. I giovani Nazi-fascisti stavano combattendo invece per il nazismo e il fascismo. Ci sono convergenze – per esempio nell’amore della patria. Ma, alla fine dei conti, non poca è la differenza, che non va mai dimenticata né offuscata!

Lo storico comunista Paolo Spriano ha scritto che l’insurrezione nazionale del aprile 1945 fu ‘il momento della grande frattura con il passato … fu una spinta rivoluzionaria democratica dal segno inconfondibile e duraturo’. Ma questo è un giudizio che corrisponde più a quello che i partigiani volevano che fosse l’insurrezione, che non a  

25 aprile, i fascisti provocano

di Domenico Cirillo

Il 25 aprile è la testimonianza di «un popolo capace di riscattarsi, di riconquistare il proprio destino sulle macerie materiali e morali di un regime nemico dei suoi stessi concittadini». Lo ha detto Sergio Mattarella ieri al Quirinale. Ricevendo le associazioni combattentistiche e partigiane, il capo dello stato le ha elogiate come «importante argine di verità, monito permanente contro interessate riscritture della storia e degli avvenimenti, particolarmente in una fase di profonda trasformazione del rapporto tra informazione e pubblica opinione».

A Milano invece, invece. Corso Buenos Aires, quasi piazzale Loreto, non lontano da dove oggi pomeriggio partirà il grande corteo nazionale della festa della Liberazione. A metà giornata una cinquantina di tifosi della Lazio in trasferta per la semifinale di coppa Italia con il Milan srotolano uno striscione. Lungo, a coprire i volti: «Onore a Benito Mussolini». Slogan: «Camerata Presente». Un minuto, poi tutti via. Ma circolano i video e immediata monta l’indignazione degli antifascisti. Alla vigilia del 25 aprile. Non dice nulla per ore il ministro dell’interno, lui che ci ha tenuto a far sapere che non intende celebrare la giornata di festa nazionale. Poi, sollecitate, arrivano poche parole di condanna dove si evita accuratamente di definire il gesto neofascista. «Nessuna tolleranza per ogni forma di violenza verbale o fisica», dice solo Salvini. E più tardi aggiunge i complimenti alla polizia che ha identificato «14 idioti che invece di andare a vedere una partita di pallone vanno  

La lezione sempre attuale della Resistenza

di Francesco Provinciali

Finiremo con il riempire il calendario di “giorni dedicati”, di celebrazioni, ricorrenze e rivisitazioni retrospettive: ci sono occasioni per ricordare e altre per dimenticare, nulla della memoria collettiva deve andare perduto, l’oblio è la sintesi di ciò che non sopravvive allo scorrere del tempo.

La storia e la civiltà – nei chiaroscuri delle vicende umane – hanno accumulato un numero considerevole di eventi a cui, di volta in volta, va data una priorità rievocativa, fino a scandire l’esistenza con significati di cui ci corre l’obbligo di riscoprire una qualche attualità, pena il lento ed inesorabile scivolamento nel vuoto indefinito dell’assenza.

Salvo attribuire alle ‘date’ un significato soggettivo ed estraneo al loro originario significato: il compianto Sabino Acquaviva ricordava che Natale vuol dire regali e bagordi mentre Pasqua significa uova, sorprese e prime vacanze stagionali.

Un po’ di ingolfamento lo si nota già, le date ‘libere’ – da destinare- sono ormai poche e molto di ciò a cui il condiviso senso del dovere ci impone di dare spazio e visibilità esprime spesso più gli aspetti ritualistici e commerciali della commemorazione che il suo significato autentico.

E questa è un po’ una rivincita che il presente si prende sul passato, fino a confonderne il significato, allontanandosi a poco a poco dagli avvenimenti della storia o dalla natura prevalentemente civile o religiosa di certe ricorrenze.

Bisognerebbe essere capaci di cogliere il senso della rievocazione, ripensando ai valori che essa tramanda ai  

Felix culpa

di Raniero La Valle

Il Senato ha salvato mercoledì scorso il ministro Salvini dalle acque minacciose di un processo per sequestro di persone e altri reati che avrebbe potuto travolgerlo. Per molti è stato uno scandalo, per moltissimi un dolore, perché del via libera al processo avevano fatto un’istanza etica essenziale, a cominciare dal Centro per la pace di Viterbo. La scelta politica di rimandare i fuggiaschi alle prigioni e alle torture libiche è infatti (abbiamo i filmati) un po’ come se si fossero riportati indietro ebrei fuggiti da Auschwitz, è come proteggere il treno che vi scaricava i deportati, come fecero gli Alleati durante la guerra rifiutandosi di bombardare la ferrovia che giungeva fino al campo.
E tuttavia è una fortuna che il voto del Senato sia andato così, altrimenti ne sarebbero scaturiti pericoli anche maggiori. Era scontato che il Senato desse copertura politica all’operato del suo ministro, la maggioranza di governo è compatta nella lotta agli immigrati, ma anche gran parte del Senato che non appoggia il governo è schierata contro di loro, vittime tutti come sono di pulsioni identitarie e di pruriti elettorali. Ma, appunto, si è trattato di un voto politico, non di un giudizio, per il quale almeno i parlamentari avrebbero dovuto leggere le carte. È la politica che così decide oggi in Italia, ma la politica si può cambiare, è nelle nostre mani, l’irreparabile non è avvenuto.
Se invece il Senato avesse concesso  

La politica dell’avvocato

di Paolo Pombeni

Eh, sì: il presidente Conte è un avvocato e non va al di là delle tecniche da controversie legali, cioè quelle di tirare tutto per le lunghe, vuoi nella speranza di sfinire i litiganti, vuoi in quella della prescrizione, vuoi nell’attesa che prima o poi qualcosa possa cambiare. L’abbiamo pensato in molti. Più autorevolmente di noi e prima di noi Giovanni Maria Flick sull’ Huffington Post.

Del resto Conte aveva esordito promettendo di essere l’avvocato del popolo: poi il popolo è scomparso ed è rimasto solo l’avvocato, anzi, visto come sta gestendo la vicenda TAV, il popolo è stato sostituito da Luigi Di Maio, ancor più che dal M5S (ma del resto, col nuovo statuto appena reso pubblico, le due entità si dovrebbero identificare).

Non è un passaggio di poco significato. Conte era sin dall’inizio una scelta dei Cinque Stelle, poiché da loro veniva l’indicazione, né il personaggio aveva dalla sua un curriculum tale da renderlo particolarmente adatto al compito a cui veniva chiamato. A lungo si è tentato di sottrarlo a quel legame iniziale, anche facendo leva sul suo orgoglio personale: con una alleanza governativa così anomala poteva esserci spazio per qualcuno che si assumesse seriamente il compito di fare il mediatore. Sembrò per un certo periodo che ci sperasse anche Mattarella. Tuttavia col passare del tempo sembra difficile attribuirgli la definizione che a suo tempo Bismarck applicò a sé stesso al Congresso di Berlino del 1878:  

L’ira di Dio

di Raniero La Valle

“Il papa immobile”, come lo qualificano i suoi critici “da sinistra”, ha dimostrato uno straordinario coraggio nel costruire l’evento che si è svolto in questi giorni a Roma su “La protezione dei minori nella Chiesa”. Lasciando stare Pietro, che come si sa era un pauroso, è difficile trovare tra i suoi predecessori un papa coraggioso come lui, se non forse Gregorio Magno e pochi altri. Egli ha avuto infatti il coraggio di ripensare a fondo la Chiesa, e di mostrarla con parole e gesti semplici come una Chiesa possibile. E forse qui c’è una chiave per intravedere un futuro che oggi ci appare ancora così velato e coperto.
Intanto c’è voluto un grande coraggio evangelico (“in sacris” si chiama parresìa)per mettere insieme patriarchi, cardinali, vescovi e religiosi di tutta la terra in una liturgia penitenziale ad accusare se stessi “come persone e come istituzione”, e indurli a passare da un “atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione” a una ricerca sincera e decisa del bene della comunità “dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”. Così si sono visti i confessori che si confessano, i perdonatori che chiedono perdono, i ministri che impetrano per sé prima ancora che per i fedeli loro affidati: una cosa “affatto inusuale” nei Palazzi del “potere” terreno e celeste del Vaticano, dice con molto tatto Rosanna Virgili; diciamo pure mai accaduta prima.
C’è voluto coraggio a convocare non un Concilio  

Partiti, leader e mediazioni: tabù da superare

di Luca Tentoni

Le più recenti vicende politiche offrono spunti di riflessione su due discutibili opinioni che – per un certo periodo di tempo – hanno riscosso ampi consensi: l’idea che la democrazia possa fare a meno dei partiti; la negazione della mediazione, sia fra (e nei) soggetti politici, sia con i corpi sociali. Si è pensato, durante l’intera Seconda Repubblica ma soprattutto negli ultimi sei anni, che fosse sufficiente avere un potere “monocratico” (il leader, la Rete) per governare la complessità tipica delle democrazie contemporanee. Le quali, proprio perché complesse, hanno bisogno di più saperi, di un maggiore livello culturale e d’informazione dell’opinione pubblica, di un rapporto dialettico ma rispettoso delle differenze fra partiti, società e Stato. Il “direttismo”, invece, ha tagliato tutti i rami dell’albero: niente partiti, meglio i movimenti (“partito” è una parola sconveniente, ormai); niente élites di competenti (meglio il televoto o il voto delle piattaforme informatiche); niente organizzazione sul territorio (roba vecchia, meglio una app sul telefonino); niente compromessi (il programma è come il Vangelo: chi non lo osserva o lo discute è accusato di apostasia e rapidamente esiliato dai suoi compagni); niente comunicazioni e protocolli ufficiali (meglio un comizio su Facebook, dove non c’è neanche un giornalista che potrebbe rivolgere domande sgradite); niente limiti istituzionali (oggi si può chiedere la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato per contrasti sulla nomina di un ministro); poca etichetta nei rapporti con i paesi vicini (come nel  

E’ morto Adriano Ossicini, fondatore di Adista

della Redazione di Adista

Adista è in lutto per la morte avvenuta oggi a Roma, di Adriano Ossicini, tra i fondatori, nell’ottobre del 1967, della nostra testata.

Aveva 98 anni ed era ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Roma per le conseguenze di una caduta. Nato nel 1920, Adriano Ossicini, medico, allievo del professor Giovanni Borromeo, ed ex partigiano a Roma, durante l’occupazione nazista, il 16 ottobre 1943, nascose decine di ebrei, scampati alla retata nel ghetto in un reparto proprio dell’ospedale Fatebenefratelli, dove lavorava, inventandosi una malattia fittizia, il “morbo di K” (come le iniziali di due ufficiali nazisti, Kesselring e Kappler), che, altamente contagioso, teneva alla larga le ss. Divenne psichiatra nel 1944. Militante del Partito della Sinistra Cristiana che nel 1945 si scolse per entrare nel Pci, fu tra coloro che – contrariamente a dirigenti come Franco Rodano, non condivise la scelta comunista. Nel dopoguerra intraprese la carriera accademica, insegnando psicologia alla Sapienza di Roma. Alla fine del 1967 diede vita ad Adista, che doveva essere l’organo di informazione ponte nel dialogo tra la sinistra cristiana e i partiti di ispirazione marxista, specialmente il Pci. L’anno successivo, infatti, Ossicini venne eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pci, per poi aderire alla Sinistra Indipendente, un progetto che portava avanti assieme e figure politiche del mondo laico come Ferruccio Parri (che divenne poi anche lui, assieme ad Ossicini, socio della cooperativa Adista che fu fondata nel 1979). In Parlamento Ossicini animò la  

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