di Guido Crainz
Alla fine dell’Ottocento lo scrittore Vamba, futuro inventore di Giamburrasca, creava l’onorevole Qualunquo Qualunqui del partito dei Purchessisti, propugnatore del programma Qualsivoglia e sostenitore del gabinetto Qualsiasi: sembrerebbe anticipare Guglielmo Giannini e Cetto Laqualunque ma sono radicali le differenze fra i diversi momenti, e ancor più con i dilaganti fermenti attuali contro i partiti. Alla fine dell’Ottocento, ad esempio, vi era sullo sfondo una retorica antiparlamentare conservatrice e una critica al sistema rappresentativo in sé fortemente presenti nel dibattito colto. E nel successo dell’”Uomo Qualunque” alla caduta del fascismo vi erano umori e veleni di lungo periodo assieme a paure e diffidenze per una democrazia ancora sconosciuta, dopo il lungo ventennio. Il movimento di Giannini scomparve rapidamente e l’Italia repubblicana è stata caratterizzataa lungo, invece, da una altissima e viva partecipazione alla politica: le denunce della “partitocrazia” che iniziarono a serpeggiare negli anni Settanta coglievano precocemente la fine di una stagione. Una fine avvertita anche “dall’interno”: nel 1981 la critica di Enrico Berlinguer alla degenerazione dei partiti di governo («federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sottoboss”») fu il tentativo più alto di riportare la politica alla sua dignità ma forse anche il presagio di una sconfitta. E nello stesso anno un racconto di fantapolitica di Giuseppe Tamburano prevedeva e paventava per il 1984 quel che sarebbe avvenuto dieci anni dopo: il crollo per discredito dello “Stato dei partiti” e l’avvento di …
di Michele Prospero
C’è un fenomeno scivoloso, e ciclicamente ricorrente in Italia: quello di chi, usando una ideologia regressiva e devastante, intende travolgere i partiti e le rappresentanze. E lo fa in nome di assoluti e indeterminati nuovi inizi da affidare agli scaltri professionisti dell’antipolitica, a digiuno di ogni senso dello Stato. Bene ha fatto, quindi, il Presidente della Repubblica, a coronamento di una riflessione meditata e supportata da una veduta storica ampia, a porsi in esplicita controtendenza rispetto all’oscuro spirito del tempo, che è ormai rigonfio di una brutta antipolitica trionfante anche grazie al cedimento di molti chierici. Il discorso di Pesaro ha posto degli argini robusti. Tutti i pittoreschi personaggi emersi nel ventennio trascorso prima scagliano velenose frecce contro il partito, raffigurato quale simbolo del male assoluto, e poi però ne creano uno del tutto nuovo e lo pongono alle loro esclusive dipendenze personali e familiari, facendone così una creatura davvero bestiale, che si rivela ancora più degenerata e mostruosa di quegli antichi organismi che con sprezzo hanno demolito.
Giornali come Il Fatto non l’hanno presa bene. E Di Pietro, facendo riemergere dagli abissi una sua anima profonda, invano camuffata con improbabili contorsioni pansindacaliste, ha difeso l’uomo qualunque. Molti commentatori hanno poi pigramente interpretato il discorso di Pesaro solo come una metaforica sculacciata a Grillo e alla sua fastidiosa turbolenza espressiva. Ma non era l’astuto e ricco comico il bersaglio principale di Napolitano che, volando alto, si …
di Andrea Carandini*
La cultura oltrepassa il mantenimento materiale della vita ordinaria. Rappresenta l’aspetto libero, disinteressato e immateriale dell’esistenza. La cultura trasfigura la realtà, attira le cose nell’ordine superiore dello spirito e forma un mondo immaginario, che interpreta e rappresenta il mondo della soddisfazione dei bisogni. La cultura ha fini e soddisfazioni solamente in sé, ma interrompendo il fare di tutti i giorni arricchisce e ordina l’esistenza umana, per cui è indispensabile alla stessa vita ordinaria.
La cultura oltrepassa dunque il suo ambito e ha effetti sulle attività utilitarie, quindi anche sull’economia. Solo in tale prospettiva di autonomia della cultura, che deriviamo anche della nostra Costituzione, ha senso un’economia applicata alla cultura. La crisi attuale della cultura sta nella sua riduzione diffusa a stereotipi del tutto puerili. E’ una cultura scontata, volgare e falsa, priva di responsabilità, dignità e stile, posta al di sotto della vita ordinaria, mentre dovrebbe stare al di sopra. Ricostruire la cultura in Italia è un compito essenziale e urgentissimo, che riguarda la libertà civica, la libertà individuale, l’equità sociale, la vita materiale della Nazione.
Secondo la Costituzione, la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione, per cui lo Stato è direttamente e in primo luogo coinvolto nella protezione dei beni culturali. Ma la Repubblica sembra aver rinunciato ad attuare questo principio fondamentale della nostra Carta.
Pochi dati, che tutti possono intendere. Dal Ministero per i beni culturali …
di Claudio Sardo
Per riscattare la politica dalla sfiducia e dal discredito che l’hanno investita occorre anzitutto calarsi nella drammaticità della crisi, nella sofferenza delle famiglie, in questa diffusa paura del futuro, nella sensazione di impotenza che purtroppo trasmettono le stesse istituzioni democratiche, ridotte spesso a esecutrici di mandati esterni (e per di più sbagliati). È la crisi più grave che la generazione post-bellica abbia conosciuto. E i suoi effetti sociali sono ormai il contesto in cui si svolge la battaglia politica, si misura l’eticità dei comportamenti, si animano vecchi e nuovi populismi. Il cambiamento è possibile. Ma in questo tornante i rischi sono molto elevati. Compresi rischi democratici. Le classi dirigenti hanno grandi responsabilità. I partiti, e con loro i corpi intermedi, debbono resistere a chi li vuole morti perché, se il cittadino diventerà solo davanti a un mercato senza regole, allora sarà finito il modello sociale europeo. Non c’è democrazia senza partiti. Non c’è vero pluralismo senza corpi intermedi.Non c’è possibilità di contrastare il pensiero unico, il predominio della finanza, i poteri forti senza la politica. Neppure è concepibile una ricetta diversa per uscire da questa austerità priva di sbocco, e riprendere la via della crescita, senza forze organizzate che trasformino la speranza civile in programma di governo. Peraltro il raccordo di governo ormai non può che essere a livello europeo: per questo le elezioni francesi sono così importanti per noi e condizioneranno la stessa …
di Romano Prodi
Restringendo per una volta il nostro sguardo nell’ambito degli orizzonti nazionali, cerchiamo di capire come va oggi l’economia italiana e cosa probabilmente ci capiterà domani. Nelle ultime settimane siamo stati infatti oggetto di messaggi contrastanti. C’è chi ci descrive ormai fuori dal tunnel e chi prevede invece che la crisi durerà ancora a lungo. Essendo Pasqua cominceremo con pensieri positivi, tra i quali emerge il risanamento del bilancio pubblico che, pochi mesi fa, ci metteva in stato d’accusa di fronte a tutta la comunità internazionale. Il cammino verso il pareggio procede nei tempi richiesti e nessuno ci può più chiedere di fare i compiti a casa, anche se la mancanza di direzione della politica europea alimenta ancora gli umori negativi dei mercati. Gli spread oscillano verso l’alto e verso il basso anche quando non vi sono sostanziali novità nel quadro economico. L’incertezza domina, ma il rischio di un collasso italiano sembra essere definitivamente alle nostre spalle. L’Europa è in stato confusionale ma non saremo noi i primi a cadere. La crisi dell’economia reale è invece ancora pesantemente in corso in Italia e un deciso segno meno caratterizza i dati degli ultimi mesi e le più recenti previsioni sul futuro (Prometeia Aprile 2012). Le tensioni della scorsa estate hanno ulteriormente aggravato lo stato di salute di un’economia già fragile, approfondendo ancora più la distanza tra l’Italia e gli altri grandi …

…Ho detto prima che l’impossibilità di un’alternativa, sia di avvicinamento, sia di avvicendamento, contrassegna la nostra come una democrazia difficile. Ed ho rilevato che qui risiede il fondamento della tensione propria del nostro sistema politico. Non noi, con la nostra volontà, ma la storia stessa, l’evoluzione delle cose ed i movimenti reali nello spirito umano, potranno forse, in tempi imprevedibili, modificare questa situazione. E allora, per allentare la tensione, senza mettere a rischio il nostro sistema democratico ed il nostro modo di vita,c’è solo un serio dibattito politico, che non diventi esso stesso strumento di potere , e la politica di centro-sinistra, che, senza nulla concedere al comunismo, si spinga fin dove esiste obiettiva disponibilità democratica nelle masse di ispirazione socialista.
(Dal discorso al XII Congresso nazionale della D.C., Roma 9 giugno 1973)
di Franco Cordero
Cent´anni fa tenevamo banco europeo, sciaguratamente perché l´impresa libica innesca convulsioni balcaniche: Giolitti (quarto ministero) s´è rassegnato all´avventura coloniale sotto la spinta d´un nazionalismo ancora invisibile in aritmetica parlamentare ma influente tra i colletti bianchi più o meno umanisti (lo sostengono industriali dell´acciaio e dello zucchero: «I miei clienti duri e dolci», li chiama Alfredo Rocco, giurista, futuro architetto dello Stato totalitario); se il gioco riesce, terrà quieta la destra aggressiva mentre le Camere votano un´inaudita riforma elettorale (suffragio maschile quasi universale). Dal «Corriere della Sera» D´Annunzio canta le Gesta d´Oltremare in terzine dantesche, dieci canzoni, 8 ottobre 1911-14 gennaio 1912. Albertini gliele paga 1250 lire l´una e tira un milione di copie. Non è più tempo d´empiria giolittiana. Gl´interlocutori naturali nel riformismo socialista perdono quota: smania l´antilibico Benito Mussolini; il «sindacalismo rivoluzionario» dista poco dalle cabale imperialiste. Enrico Corradini, piccolo letterato, ha scoperto la guerra di classe tra Stati e Giovanni Pascoli tiene un discorso che ai miei tempi figurava nelle antologie, «La grande proletaria s´è mossa». In capo a due anni, quando un terrorista serbo uccide l´erede al trono absburgico scatenando i cannoni d´agosto, nasce l´equivoco cartello: dai reazionari (il cui disegno è chiaro, guerra da preda e ferreo ordine padronale) ai sogni d´una crociata virtuosa, vedi Salvemini e Bissolati; l´avventuriero Mussolini, espulso dal partito, guida uno pseudosocialismo interventista. Anime incompatibili, concordi però nel condurre alla festa sanguinaria il paese che non la vuole. Retorica …
di Giulio Ferroni
Di fronte all’impatto della crisi attuale, le generazioni future saranno chiamate a un compito di radicale correzione del modello di sviluppo seguito negli ultimi decenni. Una scuola davvero autorevole, pertanto, dovrebbe partecipare alla formazione di una nuova dimensione morale e fornire alle giovani generazioni gli strumenti per confrontarsi con le difficoltà e la complessità del presente.
Si ripete sempre che quello della scuola e dell’educazione è il nodo più cruciale per il destino delle società moderne, che tocca in profondità il loro equilibrio vitale, il loro proiettarsi verso un futuro in cui è in gioco la loro stessa persistenza. Tutti sono naturalmente pronti a riconoscere questa urgenza: ma ciò dà luogo, tra affermazioni di principio e lamentosi rilievi polemici, a interventi occasionali, a progetti e tentativi di riforma incongrui ed esteriori (quando non segnati da miope parzialità ideologica), tutto perlopiù a costo zero o addirittura sotto zero, dato che le urgenze economiche più immediate impongono tagli e ridimensionamenti di ogni sorta, che si scaricano sulle spalle di una classe docente sempre più umiliata ed emarginata nel contesto sociale.
Al di là delle insistenti dichiarazioni di principio, nell’opinione corrente e nella vulgata giornalistica la scuola (qui mi riferirò in particolare alla scuola secondaria) viene in realtà percepita come un luogo di parcheggio per le giovani generazioni, a cui si chiede una riproduzione auspicabilmente non problematica (senza fastidi per le famiglie) dell’esistenza quotidiana, accompagnata da una indeterminata …
di Antonio Ingroia
Quale relazione esiste fra Dell’Utri e Shakespeare? Non è tanto la qualità di bibliofilo unanimemente riconosciuta a Dell’Utri, bensì una delle più fortunate commedie del grande drammaturgo britannico: Tanto rumore per nulla è infatti il titolo che si potrebbe dare alle furenti polemiche rovesciate contro i pm che hanno indagato e i giudici che hanno condannato Dell’Utri per concorso esterno mafioso. Furenti polemiche e accuse di persecuzione giudiziaria, spintesi fino alla proposta di bandire dal panorama giuridico con un colpo di spugna perfino la figura di reato del concorso esterno. Il tutto sulla base della sentenza della Cassazione che aveva annullato con rinvio la condanna inflitta a Dell’Utri dai giudici della Corte d’Appello di Palermo. Inutili i richiami alla ragione di chi ricordava che sarebbe stato più prudente, per chi stava già santificando Dell’Utri, attendere la lettura della motivazione della sentenza. Inutile ricordare che l’annullamento con rinvio al giudizio di un’altra sezione della Corte d’Appello di Palermo non equivaleva affatto a una sentenza di assoluzione, perché altrimenti l’annullamento della condanna sarebbe stato senza rinvio, sicché sarebbe stata ben possibile un’altra condanna nel nuovo processo d’appello. La grancassa mediatica era partita inarrestabile. Gli italiani, come al solito, ne sono rimasti frastornati. E ora? Ora, c’è una sentenza di Cassazione che dice cose estremamente pesanti nei confronti dell’imputato Dell’Utri. Che riconosce essere stato adeguatamente provato il suo ruolo di costante sostegno e contributo …
di Massimo D’Alema
È troppo presto per fare un bilancio definitivo di quello straordinario cambiamento dello scenario mondiale che è stato chiamato Primavera araba. Anzitutto perché il processo è tuttora in corso e ritengo sia destinato a investire progressivamente, anche se in forme diverse, l’intero mondo arabo, compresi i paesi del Golfo Persico. Una parte della sponda Sud del Mediterraneo ha tuttavia già vissuto un radicale rivolgimento politico: la Tunisia e l’Egitto sono nel pieno di una transizione democratica; in Libia si è compiuto il drammatico abbattimento del regime di Gheddafi e si è avviata una fase nuova; in Siria è in atto un sanguinoso conflitto, dagli esiti incerti e rispetto al quale è urgente un impegno della comunità internazionale sulla base del piano preparato dalla Lega araba. Quella Lega araba, sia detto per inciso, che è stata rivitalizzata dagli avvenimenti della scorsa primavera e che ha saputo raccoglierne gli stimoli positivi. Incontrando alcuni giorni fa il nuovo segretario generale della Lega araba, Nabil el-Araby, ho potuto accertarmi di come la sua prima preoccupazione sia quella di imporre al regime siriano la cessazione delle violenze e l’avvio di un negoziato per la transizione che comporti certamente il superamento della dittatura, ma anche un dialogo e un compromesso tra le diverse componenti etniche e religiose della società siriana, per evitare che dall’oppressione vissuta per troppi anni dal popolo siriano si passi ad una anarchica disgregazione e a …
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