Via Giusti,38

di Ludovica Mortara

Giorni fa, essendo a Firenze, mi sono recata in un privato pellegrinaggio in Via Giusti, cercando la casa dei fratelli Rosselli e dell’amata zia Amelia, nata Pincherle, loro mamma adorata e sorella della mia bisnonna Anna. Al numero 38 di quella via, vi è oggi una lapide, che commemora l’impegno antifascista e il sacrificio di Carlo e Nello Rosselli, ammazzati da sicari dei fascisti in Francia. Sotto la lapide, si apre il portone di legno, attraverso cui entravamo col babbo per andare a trovare la zia Amelia nel dopoguerra: quanti i ricordi! Ecco oggi la lapide commemorativa (vedasi foto) e più su finestre illuminate di una luce calda, da cui si intravedono pareti fitte di libri. Giunge una macchina e davanti ai miei occhi si apre il cancello che dà sul giardino posto sul retro della casa. Da fuori, guardo curiosa quei luoghi, da me visti dall’interno da bambina: scorgo un giardino all’italiana dalle siepi verdi ben curate. La casa, mi dice il conducente straniero quando esce festoso dal cancello, è oggi la sede di un istituto di storia dell’arte (scopro poi che si tratta del tedesco “Kunsthistorisches Institut in Florenz”, che ha il suo ingresso principale al numero 44, e ha incorporato il palazzo Rosselli per la sua biblioteca). Mi allontano, immersa nei ricordi vivi di chi non c’è più e nei miei pensieri. E quando più tardi, tornata a Roma, apprendo che il 18 dicembre vi  

Il ritorno in auge dell’”austerità espansiva”

di Felice Roberto Pizzuti

O. Blanchard e J. Zettelmeyer, in un recente articolo nel valutare la Nadef 2018 ripropongono la logica della “austerità espansiva”, sostenendo che oggi nel nostro Paese si verificherebbe il suo reciproco, la “espansione fiscale restrittiva”. Una polemica vecchia e pericolosa per la stessa tenuta della Ue.

La manovra economica del governo (Nadef 2018) presenta delle criticità che ne pregiudicano l’efficacia e, nell’ insieme, difetta della visione di lungo respiro che sarebbe particolarmente appropriata all’inizio di una legislatura “di cambiamento”. Tuttavia, le critiche che essa merita non dovrebbero distogliere l’attenzione dalla maggiore pericolosità insita in altri ingiustificati rilievi che le vengono rivolti.

O. Blanchard (ex capo economista del Fmi) e J. Zettelmeyer (ex direttore generale per le politiche economiche del ministero tedesco dell’Economia), in un loro recente articolo, sostengono che la crescita del Pil perseguita dal governo con il deficit di bilancio al 2,4% non sarà raggiunta poiché il suo effetto espansivo sarà più che compensato da quello contrario derivante dall’aumento dei tassi d’interesse provocato dalla stessa manovra. I due autori (B&Z) riconoscono che le politiche del “rigore” attuate dal governo Monti nel 2012 e sostenute dall’Unione Europea, diversamente dalla pretesa che avrebbero avuto effetti positivi sulla crescita (la paradossale “austerità espansiva”) – rallentarono la produzione in Italia di quasi il 2%. B&Z, ammettono che “generalmente”, anche in un paese con elevato debito pubblico, le politiche fiscali espansive fanno aumentare la crescita e quelle restrittive la deprimono. Ciò  

Sparigliare i giochi pericolosi in Italia e in Europa

di Sergio Bruno

La situazione è difficile e pericolosa, non per la pretesa fragilità dell’economia italiana, ma perché gialloverdi, Commissione europea e molti stati Ue hanno aperto sul caso Italia un grottesco conflitto, perché si sta discutendo di una sanzione che verrebbe inflitta sulla base di stime e aspettative e non di fatti.

Ci vuole poco ad argomentare i tratti negativi e pericolosi dei gialloverdi: il loro far leva sull’odio, l’ignoranza del quadro istituzionale, la mancata distinzione tra rispetto delle regole democratiche e maggioranza dei voti, l’insipienza e le contraddizioni del programma di governo su flat tax, condoni, provvedimenti per la povertà, ecc.; ma purtroppo sono proprio questi tratti che spiegano il loro vistoso successo elettorale. Quindi, da sole, queste argomentazioni non servono a molto. Più difficile è per la sinistra capire le poche cose sulle quali i gialloverdi hanno ragione, riconoscere i propri errori pregressi, prendere atto della propria scarsa efficacia persuasiva.

Esemplifico. Quando Salvini afferma che l’erroneità delle prescrizioni della Commissione europea è resa evidente dal fatto che le politiche di centrosinistra, a quelle prescrizioni fedeli, non hanno sostanzialmente inciso sul rapporto debito/Pil, dice cosa giusta e, quel che più conta, politicamente (con)vincente. Tutti sanno infatti che quando le terapie praticate per anni si sono rivelate controproducenti, il loro abbandono appare ai più, a torto o a ragione, molto sensato, mentre non sembra il caso di dar retta ai solenni moniti dei precedenti “professoroni”! Difficile obbiettare, soprattutto se i  

Populismo

di Tonio Dell’Olio

Non riesco ancora a dare al populismo una definizione che mi soddisfi. Al sovranismo sì perché, anche se il correttore automatico del programma di videoscrittura del pc non lo riconosce, di fatto è la versione aggiornata e “scorretta” del nazionalismo che invece il correttore riconosce eccome! Mi appare come la miopia astigmatica di chi non riesce a vedere al di là del naso dei propri interessi, fino a non rendersi ottusamente conto che il benessere della nazione in cui abita dipende – almeno un po’ – dal benessere degli altri che abitano lo stesso condominio globale.
Ma il populismo è un’altra cosa. Forse è la contabilità attenta di followers e like lanciati come esce a casaccio nell’oceano della rete “per vedere da lontano l’effetto che fa”. Se funzionano, diventano cavallo da… battaglia, un mantra da ripetere alle pance dei seguaci dai salotti televisivi di reti compiacenti perché anche a loro interessa il numero dei “mi piace” e la chiamano audience.
E non importa se si tratta di notizie senza fondamento condite da volgarità ripetibili soltanto nei peggiori bar del Giambellino o della Sanità. L’importante è che drenino consenso facendo rumore e fumo. Va da sé che, in questi discorsi, il concetto stesso di futuro non esiste, la progettazione lungimirante è argomento di accademia e il rispetto di chi non la pensa come me bisogna andarlo a chiederlo a “chi l’ha visto”. Che tanto io sto col  

La Brexit e l’emigrazione italiana

di Enrico Pugliese

La Brexit avrà conseguenze dirette sull’emigrazione italiana, in un clima sociale, politico e istituzionale radicalmente mutato nei confronti dell’Europa che indica un’inversione di tendenza rispetto al processo di integrazione e al comune sentire di appartenenza all’Unione

A partire dall’inizio di questo decennio, si è assistito a una notevole ripresa dell’emigrazione italiana verso l’estero. Il numero delle partenze è cresciuto di anno in anno e il flusso si è diretto prevalentemente verso un ristretto numero di Paesi europei appartenenti all’Unione, compresa la Gran Bretagna anche dopo la sua uscita dall’Europa, la Brexit. Al rinnovato flusso di uscite dall’Italia ha corrisposto negli ultimi anni un flusso in entrata soprattutto di stranieri. Il che fa del Paese un vero e proprio crocevia migratorio. E questo aspetto è diventato sempre più evidente tal ché nel 2017 gli stranieri soggiornanti in Italia risultavano pari a 5 milioni e 200 mila e i cittadini residenti all’estero pari a poco meno di cinque milioni.

Mentre nel Paese c’è un intenso dibattito sull’immigrazione, determinato anche e soprattutto dal nuovo clima istituzionale, caratterizzato prima dalle iniziative securitarie del ministro Marco Minniti e poi da quelle esplicitamente persecutorie del ministro Matteo Salvini, dell’emigrazione si parla poco, quasi che la questione fosse priva di rilievo. Proprio per questo ho scritto il libretto recentemente edito dal Mulino Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana. Il libro intendeva mettere soprattutto in evidenza la portata significativa del fenomeno, criticare qualche  

Brasile all’estrema destra, una vendetta di classe

di Rachele Gonnelli

Il Brasile, sesta economia al mondo, in mano a un presidente come Bolsonaro, sodale di Bannon, nostalgico della dittatura. Ma non è su corruzione e sicurezza che la classe media l’ha scelto, è per paura di perdere i “lussi”. E i ricchi per privatizzare terre e servizi.

Il Brasile, la sesta economia del mondo, ha votato e nel secondo turno delle presidenziali di domenica 28 ottobre non ha invertito la rotta che sembra portarlo – e di corsa – verso una democrazia censuaria nel migliore dei casi.

I rischi per la tenuta stessa democrazia, una conquista che risale solo al 1985, rischi insiti nella vittoria dalla peggiore destra del continente incarnata nel capitano Jair Bolsonaro del Partito social liberal – neo liberale, amico di Steve Bannon, nostalgico della dittatura, ostile alle minoranze e in particolare agli indios e a tutte le tematiche ambientali – non sono riusciti a modificare le intenzioni di voto già registrate dai sondaggi Datafolha.

Lo scarto con il candidato presidente del Pt Fernando Haddad si conferma molto ampio, dal 55,13 di Bolsonaro al 44, 87 per cento di Haddad. Il Pt riesce a conquistare solo quattro governatorati concentrati nel Nord-est del Paese, una zona più povera e tradizionale roccaforte di Pt.

La campagna elettorale si è svolta soprattutto sui social sul modello già sperimentato negli Stati Uniti da Bannon per l’elezione di Donald Trump. Ma comunque la stampa mainstream non ha  

Anche il Papa contro le donne

di Giancarla Codrignani*

Bisogna che le donne riprendano a farsi sentire. Mai fidarsi neppure delle leggi. Dovevamo sapere che, se l’obiezione è stata la concessione per votare la 194, bisognava pretendere la soppressione di una norma incostituzionale (gli obiettori alla leva ricusavano un obbligo costituzionale: le leggi si riformano e basta). Le prospettive non sono felici: se guardiamo lontano non avranno speranza le brasiliane se va al ballottaggio Jair Bolsonaro che, apologeta della dittatura, sostenitore della tortura e della pena di morte, negatore dei diritti dei neri e dei lavoratori, ha detto a una deputata «non ti stupro perché non te lo meriti».

Purtroppo non si capisce mai che quando si attacca il corpo delle donne, è già leso lo stato di diritto che è di tutti. Ma il machismo è funzionale non solo nelle forme violente: si può infiltrare perfino nella mente delle donne. Che – se controlliamo il seguito delle campagne nelle scuole dei bimbi – possono non accorgersi che la legge Pillon non “tutela” le famiglie: è solo ideologica e riporta ad una forzata indissolubilità per via rapida (la legge, iscritta in “Commissione redigente”, non sarà discussa in aula). I bambini non avranno parola né dignità, la donna non avrà l’assegno di mantenimento e l’uomo non avrà obblighi genitoriali paritari e il ricorso, a pagamento, al “mediatore familiare” sarà comunque inutile.

Da anni, con graduale intensità miriadi di siti “per la Vita” sono ritornati a sostenere che l’aborto  

Eredità e attualità del sessantotto

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”, con il patrocinio della Fondazione “Giorgio La Pira”, dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro” e dell’Archivio storico Flamigni

Eredità e attualità del sessantotto

Civita Castellana, 27 ottobre 2018, h.17

Indirizzi di saluto e introduzione

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Carlo Bersani (Università “Niccolò Cusano”)
Prof.Francesco M.Biscione (Archivio storico Flamigni)
Prof.Giulio Conticelli (Università di Firenze. Vicepresidente Fondazione “Giorgio La Pira”)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle Conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti, 5

Montini, un faro per Romero

di Roberto Morozzo della Rocca

Non è casuale la canonizzazione congiunta di Óscar Romero e Giovan Battista Montini/Paolo VI. I due hanno in comune un’epoca della Chiesa e del mondo di cui sono stati protagonisti con gli stessi ideali di giustizia e di pace. E il rapporto fra Romero e Paolo VI è stato, da entrambe le parti, più profondo di quanto tre soli colloqui e qualche altro fuggevole saluto lascino immaginare. Romero si riferiva costantemente a Paolo VI. Quest’ultimo seguiva attentamente la situazione salvadoregna e dava fiducia a Romero. Tra i due c’era comprensione e affetto al di là dei differenti ruoli e anche della trepida commozione che Romero sempre provava al cospetto del Papa, nulla di meno ai suoi occhi che un «dulce Cristo de la tierra». Sul piano storico-politico, possiamo dire che Paolo VI protesse Romero. A Roma era un diluvio di voci negative sull’arcivescovo di San Salvador. Lo accusavano di essere un politicante, un sovversivo comunista, un eretico, finanche un infermo mentale. Famiglie dell’oligarchia salvadoregna, esponenti del regime militare, ambienti ecclesiastici avversi diffamavano l’arcivescovo che chiedeva giustizia sociale in un paese che non ne aveva mai avuta, e lo faceva con un’autorità morale mai vista in Salvador. Il popolo infatti era affascinato da Romero, dalla sua passione pastorale, dalla predicazione veemente, dal coraggio profetico, dalla compassione per i poveri. Da vescovo della periferica Santiago de María, Romero s’era già intrattenuto personalmente con Paolo VI nel 1975. Lo  

In una parola/ Nell’arena della sessualità maschile

di Alberto Leiss

Non amo il giornalismo-spettacolo di Massimo Giletti, ma devo riconoscere che l’intervista al giovane Bennet – che ha ripetuto di essere stato “violentato” da Asia Argento – oltre a essere obiettivamente un grande “colpo” mediatico, è stata condotta con correttezza, efficacia, ragionevolezza.
Giletti non ha dimenticato di essere un maschio, e ha sollevato più di una volta il dubbio sul fatto che una donna trentenne come Asia Argento possa avere costretto con la forza e la violenza (come succede alle femmine vittime di stupro) un giovane quasi diciottenne ad avere un rapporto sessuale “completo” con lei. Un giovane che ha detto di aver avuto altri rapporti sessuali precedenti (e tralascio i racconti che rimbalzano in rete sul fatto che una sua ex compagna lo accusa a sua volta di aver avuto comportamenti violenti).
L’intervistatore ha poi attirato l’attenzione sul selfie scattato da Bennet con Asia abbracciati in un letto, secondo lo stesso autore fatto dopo il rapporto. Nella civiltà delle immagini in cui siamo immersi – ma forse lo siamo sempre stati – questa immagine parla di tutto tranne che di una violenza appena consumata.
A un certo punto Bennet ha capito che la piega della trasmissione non stava volgendo a suo favore, lo ha detto esplicitamente e ha chiesto che fossero rimosse dagli schermi le grandi icone del volto di Asia Argento. Ha poi sfoderato il suo argomento più forte (consigliato dai suoi legali?):  

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