di Raniero La Valle
Stando a quanto scrive il supplemento “Affari e Finanza” della Repubblica, l’Unione Monetaria Europea, secondo la visione che ne hanno Francoforte e Berlino, sarebbe composta di Paesi virtuosi e peccatori. La virtù consisterebbe nell’accettare la concorrenza dei Paesi emergenti ricchi di sviluppo e poveri di diritti, e perciò nel “ridurre in maniera sostanziale alcune conquiste della civiltà europea degli ultimi 50 anni, per riuscire ad affrontare e battere i nuovi concorrenti”. La Germania e altri Paesi del Nord-Europa praticano questa virtù, noi invece siamo i peccatori.
Mai il baratto tra civiltà e profitti era stato espresso con tanta chiarezza. Vero è che La Repubblica attribuisce questo pensiero a Mario Draghi, che lo avrebbe sostenuto nel suo recente discorso alla Luiss, ma questo Draghi non lo ha detto. Vuol dire però che questa idea di buttare a mare i diritti a vantaggio della competitività sta nell’aria, e la si dà come scontata anche quando non viene espressa, scambiando magari Draghi con Marchionne.
Però questa idea non è affatto scontata, e non si può tanto facilmente realizzare. Qualcosa le resiste; e ciò che si mette di mezzo dando forza a questa resistenza è la Costituzione. È lì infatti che sono riconosciute e custodite quelle “conquiste della civiltà europea degli ultimi cinquant’anni” che si dovrebbero licenziare.
È per questo che da vent’anni si sta cercando in Italia di mandare gambe all’aria la Costituzione. La destra al potere, nelle sue …
di Luca Kocci
Un vescovo e una donna laica potrebbero essere, fra due anni, i nuovi presidenti di Pax Christi Italia. La proposta “rivoluzionaria” – fin dalla sua fondazione, nel 1954, il presidente di Pax Christi è un vescovo nominato dalla Conferenza episcopale italiana sulla base di una terna di nomi proposta dal movimento – è contenuta in una mozione avanzata dalla stesso presidente in carica, mons.Giovanni Giudici, approvata a grandissima maggioranza dai 209 partecipanti al Congresso, riunito a Roma dal 26 al 28 aprile (v. Adista Notizie n. 14/13). «Data la composizione della presidenza di Pax Christi Internazionale – si legge nella mozione –, si chiede al consiglio eletto di valutare la possibilità di un cambiamento di statuto di Pax Christi Italia, così da realizzare una duplice presidenza, composta da un vescovo e da una cristiana laica. Con questa nuova struttura associativa si intende richiamare l’importanza di porre una donna in posizione decisionale nel Movimento» (e una mozione simile, che ha però raccolto un minor numero di consensi, chiede che siano due i coordinatori nazionali, «una donna e un uomo, di età molto differente»).
Dalla memoria alla testimonianza Si vedrà cosa farà il nuovo Consiglio nazionale, appena eletto dal Congresso (15 componenti, fra cui dodici laici e tre preti: Nandino Capovilla, coordinatore nazionale uscente, Renato Sacco e Salvatore Leopizzi) che, fra l’altro, ha ribadito il no ai cappellani militari e alla parata del 2 giugno e ha …
di Rodolfo Sacco Ma cosa sta succedendo? Vivo in un piccolo paese e sulla scheda elettorale, per le prossime elezioni comunali, ci sarà anche una lista di nazionalsocialisti di estrema destra, (e mi dicono che su Facebook inneggiano a Hitler). Poco lontano dal mio paese sono già state raccolte oltre 1000 firme contro una piccolissima comunità Rom. Un’iniziativa disgustosa, promossa da Lega, Pdl e Fratelli d’Italia. ‘No al campo Rom’ (da notare che i Rom in questione saranno una decina circa!). Non si contestano reati. Si fa leva sulla rabbia. Si parla alla pancia della gente.
Forse per questo si dice ‘odio viscerale’. Si vuole creare un nemico. E in questi tempi di crisi, di fatica, un nemico serve per scaricare tutte le rabbie e addossargli tutte le colpe. Certo, dicono, non siamo razzisti. Figurarsi! Un po’ più lontano, a Brescia, un caro amico, don Fabio Corazzina, si è ritrovato l’auto imbrattata di svastiche naziste. Sempre in Lombardia – lo scrive Elisa Chiari sul sito www.famigliacristiana.it – il Presidente Maroni, commentando la scelta di Umberto Ambrosoli di uscire dall’aula al momento del ricordo di Andreotti, afferma: “Non è stato un gesto elegante nei confronti di un politico che ha segnato la storia d’Italia”. E aggiunge la giornalista: “Caro Maroni, da che pulpito!” Basti ricordare il dito medio usato in ogni occasione, il linguaggio non proprio elegante di molti esponenti della Lega, la destinazione del …
di Giancarlo Gaeta
Caro Goffredo, parole e comportamenti del nuovo Papa hanno sorpreso anche me: il nome inedito quanto emblematico che si è dato, il volersi accreditare innanzitutto come vescovo di Roma, la rinuncia immediata ai segni esteriori del potere, il parlare in spirito di semplicità, la ricerca di un contatto diretto con i fedeli e dunque, come tu stesso hai detto, “uno sguardo rivolto ai lontani, ai poveri, agli ultimi”, che ti fa pensare e sperare in una ripresa del discorso iniziato con Giovanni XXIII e il Concilio; insomma un augurabile ritorno al francescano spirito evangelico di cui vanamente si cercherebbe traccia nei vertici ecclesiastici. Certo, nelle ore e nei giorni che hanno seguito l’elezione speranze simili hanno toccato le menti e il sentire di moltissimi: c’è un tale bisogno, soprattutto in chi è nei gradini bassi della società, di ascoltare parole fraterne, di ricevere segni di attenzione, di sentirsi meno abbandonati al proprio bisogno fisico e morale, a uno stato di isolamento che non viene meno neppure nella pratica del culto, tanto di rado è dato di fare esperienza di uno spirito di comunione. E subito si è anche diffuso l’auspicio che il cambio di passo mostrato da Bergoglio investa anche la società civile propagandosi come un’onda, che come un vento purificatore spazzi via, almeno un poco, i fumi stagnanti della corruzione, dell’arroganza dei più forti, degli egoismi economici, della omologazione delle coscienze elevata a sistema …
di Marco Panara
Non più soldi nè più Stato ma uno Stato migliore. Più beni comuni meno dipendenza.Meno lamentele più responsabilità. Di soldi in sessant’anni il Sud ne ha assorbiti molti, ma il divario con il Centro-Nord non è stato colmato.Secondo Carlo Borgomeo le ragioni di questo costosissimo insuccesso sono state essenzialmente quattro: l’obiettivo, portare il pil del Sud al livello di quello del Nord; il processo decisionale, centralizzato; gli strumenti, trasferimenti di risorse e costruzione di grandi impianti, le famose cattedrali nel deserto; il criterio, quantitativo, secondo il quale il successosi misurava sulla quantità di soldi trasferiti o spesi per il Sud. Ma per lo sviluppo, che pure ha bisogno di denaro, il denaro non basta.
Bisogna costruire le premesse, la prima delle quali è che “i cittadini di uno stesso Paese hanno diritti e doveri uguali rispetto allo Stato”, a cominciare da giustizia, sicurezza, scuola, sanità. Lo Stato al Sud non ha la stessa qualità che ha al Nord, ed è quello il primo divario da colmare. Il resto ce lo devono mettere i “meridionali”, assumendosi la responsabilità del loro futuro. Se ci sono i soldi ben vengano. A condizione che accompagnino processi di sviluppo sostenibili e non li sostituiscano. La ricetta è difficile. Ma è l’unica.
Carlo Borgomeo, L’equivoco del Sud, Laterza, 2013
(“La Repubblica”, 2 giugno 2013, “Rcult”)
di Claudio Sardo
Il governo di Enrico Letta nasce da uno stato di necessità e da una grave sofferenza politica. Il pubblico, esplicito sostegno che il Capo dello Stato ha ribadito anche ieri, con quella dichiarazione accorata e irrituale, rappresenta al tempo stesso il punto di maggior forza e quello di maggior debolezza del nuovo esecutivo. Enrico Letta potrà contare su Giorgio Napolitano, sul suo peso e sulla sua autorevolezza in Italia e all’estero: è tanto in un sistema oggi di fatto collassato. Resta però l’eccezionalità di questa larga intesa politica, nata da una sequenza di fallimenti, sconfitte, impossibilità. Nel contesto dato, Letta è riuscito a mettere insieme una squadra di ministri giovani e a sottrarsi ai veti di Berlusconi, promuovendo un rinnovamento generazionale che, magari, potrà aiutare persino l’evoluzione democratica del partito della destra. La presenza femminile ha dimensioni record per quantità, ma anche per l’importanza dei dicasteri assegnati: e questo è un passo tutt’altro che secondario nella nostra risalita in Europa. Anche sui temi economici e dello sviluppo Letta ha tenuto il punto nelle difficili trattative: e dalla coppia Saccomanni-Zanonato passa ora la sfida del centrosinistra per modificare finalmente, e concretamente, le politiche recessive e di austerity. Il ministero della Giustizia infine – crocevia delle incursioni berlusconiane – è stato affidato ad Anna Maria Cancellieri, sul cui senso della legalità e dello Stato nessuno può dubitare. Certo, gli elettori e i militanti del Pd mai …
di Raniero La Valle
Quale Partito Democratico è precipitato nella Caporetto delle elezioni presidenziali? Questa domanda suppone che di Partito Democratico possa essercene un altro.
Il partito che ha subito la rotta di Montecitorio è quello che, pur essendo passato attraverso diverse metamorfosi e diversi fondatori e dirigenti, potremmo identificare come il partito veltroniano. Esso deriva da due vizi di origine, uno ideologico, l’altro politico.
Quello ideologico è consistito nella pretesa di unire due culture, quella comunista e quella cattolica, negando tutte e due.
L’incontro tra cultura comunista e cultura cattolica era passato attraverso diverse tappe, tutte di rilevante spessore. La prima era stata la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, che attraverso la distinzione tra l’errore e l’errante aveva dato legittimità al dialogo. La seconda era stata il confronto, condotto ai massimi livelli ecclesiastici, tra l’antropologia marxista e quella cristiana nei famosi incontri internazionali della Paulus Gesellschaft. La terza era stata quando Berlinguer, nel suo lungo viaggio verso l’incontro con la DC e altri partiti anticomunisti, a chi gli chiedeva in che cosa consistesse per lui una società socialista in Italia, affermava che essa sarebbe consistita in una piena attuazione della Costituzione repubblicana. La quarta fu quando Moro, nel suo discorso di Bari, sviluppando la “strategia dell’attenzione”, disse che si doveva andare a vedere in che cosa consistessero gli “elementi di socialismo” che il PCI voleva introdurre nella struttura sociale ed economica italiana.
Ci si fermò …
di Luca Kocci
Nel dicembre del 1992 a Sarajevo, sotto assedio dal mese di aprile, cadono le bombe. Cinquecento pacifisti, il 7 dicembre, si imbarcano ad Ancona e, dopo un traversata burrascosa con mare forza 8, raggiungono Spalato e poi la capitale bosniaca, la sera dell’11 dicembre, per una marcia della pace attraverso la città promossa dai Beati i costruttori di pace. Ci sono militanti nonviolenti e dei partiti della sinistra, i sindaci, qualche parlamentare e diversi preti. C’è anche don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che racconterà i momenti salienti di quell’esperienza anche sulle colonne del manifesto, con cui collaborava dal 1990. La marcia di Sarajevo sarà una delle sue ultime azioni: morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile del 1993 – venti anni fa –, sconfitto da un tumore che lo affliggeva già da molti mesi. La strada per la pace è la «nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati», disse allora in un cinema di Sarajevo illuminato da fiaccole e candele perché mancava l’elettricità. Un discorso che ricorda molto bene ancora oggi Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, anche lui presente alla marcia. «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fino lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati – racconta Bettazzi –. In secondo luogo che eravamo giunti fin …
di Tonio Dell’Olio

Don Andrea è stata la provocazione fatta carne. Avendo sposato indissolubilmente il Vangelo “sine glossa” di Gesù Cristo non poteva essere altro che sassolino nelle scarpe di borghesi e benpensanti. A cominciare da quelli che pensano di poter coniugare quel Vangelo con una coscienza tranquilla e talvolta compiacente. Don Andrea ha sempre camminato “in direzione ostinata e contraria”. Ha unito sempre l’annuncio alla denuncia. Mai generica e sempre scomoda. Mai salottiera e sempre sigillata da un impegno sulla strada. Con gli ultimi, scarto scandaloso dell’ingiustizia, della diseguaglianza, del disagio. Non è vero che siamo orfani. Quella profezia ha avuto il coraggio e la sapienza di seminarsi nel terreno della vita di tante e tanti. Il porto di Genova e i suoi carruggi portano impresso a sigillo i suoi passi e le sue parole. Eco che non può essere soffocato, voce che si sottrae alla confusione, pentecoste che si rinnova, soffio di vita nuova anche quando un uomo muore senza spegnersi. Don Andrea è lì. Con il suo sigaro e il suo sorriso, con la sua parola graffiante e la sua verità senza sconti, con la sua analisi spietata e la sua speranza sempre oltre la nostra. E non è l’illusione degli irriducibili. Piuttosto si tratta di una vita forgiata a Vangelo che non smette di vivere solo perché è morta.
(www.mosaicodipace.it , rubrica “mosaico dei giorni”, 23 maggio 2013)
Le larghe intese non sono un orrore, ha asserito ieri Giorgio Napolitano nella sua intemerata alle Camere. E invece possono essere un orrore, insegna la storia del Novecento. Facta e Hindenburg avrebbero dovuto rifiutare, come potevano fare, l’intesa con Mussolini e Hitler. Non mi si risponda che Berlusconi non è né Mussolini né Hitler, l’argomento con il quale è asceso al potere è lo stesso con il quale arrivarono al potere i due: è il popolo che li ha espressi. Senonché non sono stati loro a iniettare nel popolo l’antisemitismo, la repressione, la guerra, non se li erano inventati, stanno nelle viscere di ogni società in crisi e una Costituzione democratica è fatta per frenarli. Ma Giorgio Napolitano ha da tempo deciso di dare priorità all’unità nazionale rispetto ai principi basilari della convivenza democratica. Questa è la rotta che egli traccia, e da essa è perfettamente legittimato a entrare nel governo Silvio Berlusconi, imputato di corruzione e concussione, non condannato esclusivamente per scadenza dei termini, operazione sublime della sua squadra di avvocati. Non per caso ieri era felice, e …
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