di Raniero La Valle
Stando a quanto scrive il supplemento “Affari e Finanza” della Repubblica, l’Unione Monetaria Europea, secondo la visione che ne hanno Francoforte e Berlino, sarebbe composta di Paesi virtuosi e peccatori. La virtù consisterebbe nell’accettare la concorrenza dei Paesi emergenti ricchi di sviluppo e poveri di diritti, e perciò nel “ridurre in maniera sostanziale alcune conquiste della civiltà europea degli ultimi 50 anni, per riuscire ad affrontare e battere i nuovi concorrenti”. La Germania e altri Paesi del Nord-Europa praticano questa virtù, noi invece siamo i peccatori.
Mai il baratto tra civiltà e profitti era stato espresso con tanta chiarezza. Vero è che La Repubblica attribuisce questo pensiero a Mario Draghi, che lo avrebbe sostenuto nel suo recente discorso alla Luiss, ma questo Draghi non lo ha detto. Vuol dire però che questa idea di buttare a mare i diritti a vantaggio della competitività sta nell’aria, e la si dà come scontata anche quando non viene espressa, scambiando magari Draghi con Marchionne.
Però questa idea non è affatto scontata, e non si può tanto facilmente realizzare. Qualcosa le resiste; e ciò che si mette di mezzo dando forza a questa resistenza è la Costituzione. È lì infatti che sono riconosciute e custodite quelle “conquiste della civiltà europea degli ultimi cinquant’anni” che si dovrebbero licenziare.
È per questo che da vent’anni si sta cercando in Italia di mandare gambe all’aria la Costituzione. La destra al potere, nelle sue …
di Rodolfo Sacco Ma cosa sta succedendo? Vivo in un piccolo paese e sulla scheda elettorale, per le prossime elezioni comunali, ci sarà anche una lista di nazionalsocialisti di estrema destra, (e mi dicono che su Facebook inneggiano a Hitler). Poco lontano dal mio paese sono già state raccolte oltre 1000 firme contro una piccolissima comunità Rom. Un’iniziativa disgustosa, promossa da Lega, Pdl e Fratelli d’Italia. ‘No al campo Rom’ (da notare che i Rom in questione saranno una decina circa!). Non si contestano reati. Si fa leva sulla rabbia. Si parla alla pancia della gente.
Forse per questo si dice ‘odio viscerale’. Si vuole creare un nemico. E in questi tempi di crisi, di fatica, un nemico serve per scaricare tutte le rabbie e addossargli tutte le colpe. Certo, dicono, non siamo razzisti. Figurarsi! Un po’ più lontano, a Brescia, un caro amico, don Fabio Corazzina, si è ritrovato l’auto imbrattata di svastiche naziste. Sempre in Lombardia – lo scrive Elisa Chiari sul sito www.famigliacristiana.it – il Presidente Maroni, commentando la scelta di Umberto Ambrosoli di uscire dall’aula al momento del ricordo di Andreotti, afferma: “Non è stato un gesto elegante nei confronti di un politico che ha segnato la storia d’Italia”. E aggiunge la giornalista: “Caro Maroni, da che pulpito!” Basti ricordare il dito medio usato in ogni occasione, il linguaggio non proprio elegante di molti esponenti della Lega, la destinazione del …
di Marco Panara
Non più soldi nè più Stato ma uno Stato migliore. Più beni comuni meno dipendenza.Meno lamentele più responsabilità. Di soldi in sessant’anni il Sud ne ha assorbiti molti, ma il divario con il Centro-Nord non è stato colmato.Secondo Carlo Borgomeo le ragioni di questo costosissimo insuccesso sono state essenzialmente quattro: l’obiettivo, portare il pil del Sud al livello di quello del Nord; il processo decisionale, centralizzato; gli strumenti, trasferimenti di risorse e costruzione di grandi impianti, le famose cattedrali nel deserto; il criterio, quantitativo, secondo il quale il successosi misurava sulla quantità di soldi trasferiti o spesi per il Sud. Ma per lo sviluppo, che pure ha bisogno di denaro, il denaro non basta.
Bisogna costruire le premesse, la prima delle quali è che “i cittadini di uno stesso Paese hanno diritti e doveri uguali rispetto allo Stato”, a cominciare da giustizia, sicurezza, scuola, sanità. Lo Stato al Sud non ha la stessa qualità che ha al Nord, ed è quello il primo divario da colmare. Il resto ce lo devono mettere i “meridionali”, assumendosi la responsabilità del loro futuro. Se ci sono i soldi ben vengano. A condizione che accompagnino processi di sviluppo sostenibili e non li sostituiscano. La ricetta è difficile. Ma è l’unica.
Carlo Borgomeo, L’equivoco del Sud, Laterza, 2013
(“La Repubblica”, 2 giugno 2013, “Rcult”)
di Claudio Sardo
Il governo di Enrico Letta nasce da uno stato di necessità e da una grave sofferenza politica. Il pubblico, esplicito sostegno che il Capo dello Stato ha ribadito anche ieri, con quella dichiarazione accorata e irrituale, rappresenta al tempo stesso il punto di maggior forza e quello di maggior debolezza del nuovo esecutivo. Enrico Letta potrà contare su Giorgio Napolitano, sul suo peso e sulla sua autorevolezza in Italia e all’estero: è tanto in un sistema oggi di fatto collassato. Resta però l’eccezionalità di questa larga intesa politica, nata da una sequenza di fallimenti, sconfitte, impossibilità. Nel contesto dato, Letta è riuscito a mettere insieme una squadra di ministri giovani e a sottrarsi ai veti di Berlusconi, promuovendo un rinnovamento generazionale che, magari, potrà aiutare persino l’evoluzione democratica del partito della destra. La presenza femminile ha dimensioni record per quantità, ma anche per l’importanza dei dicasteri assegnati: e questo è un passo tutt’altro che secondario nella nostra risalita in Europa. Anche sui temi economici e dello sviluppo Letta ha tenuto il punto nelle difficili trattative: e dalla coppia Saccomanni-Zanonato passa ora la sfida del centrosinistra per modificare finalmente, e concretamente, le politiche recessive e di austerity. Il ministero della Giustizia infine – crocevia delle incursioni berlusconiane – è stato affidato ad Anna Maria Cancellieri, sul cui senso della legalità e dello Stato nessuno può dubitare. Certo, gli elettori e i militanti del Pd mai …
di Luca Kocci
Nel dicembre del 1992 a Sarajevo, sotto assedio dal mese di aprile, cadono le bombe. Cinquecento pacifisti, il 7 dicembre, si imbarcano ad Ancona e, dopo un traversata burrascosa con mare forza 8, raggiungono Spalato e poi la capitale bosniaca, la sera dell’11 dicembre, per una marcia della pace attraverso la città promossa dai Beati i costruttori di pace. Ci sono militanti nonviolenti e dei partiti della sinistra, i sindaci, qualche parlamentare e diversi preti. C’è anche don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che racconterà i momenti salienti di quell’esperienza anche sulle colonne del manifesto, con cui collaborava dal 1990. La marcia di Sarajevo sarà una delle sue ultime azioni: morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile del 1993 – venti anni fa –, sconfitto da un tumore che lo affliggeva già da molti mesi. La strada per la pace è la «nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati», disse allora in un cinema di Sarajevo illuminato da fiaccole e candele perché mancava l’elettricità. Un discorso che ricorda molto bene ancora oggi Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, anche lui presente alla marcia. «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fino lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati – racconta Bettazzi –. In secondo luogo che eravamo giunti fin …
di Tonio Dell’Olio

Don Andrea è stata la provocazione fatta carne. Avendo sposato indissolubilmente il Vangelo “sine glossa” di Gesù Cristo non poteva essere altro che sassolino nelle scarpe di borghesi e benpensanti. A cominciare da quelli che pensano di poter coniugare quel Vangelo con una coscienza tranquilla e talvolta compiacente. Don Andrea ha sempre camminato “in direzione ostinata e contraria”. Ha unito sempre l’annuncio alla denuncia. Mai generica e sempre scomoda. Mai salottiera e sempre sigillata da un impegno sulla strada. Con gli ultimi, scarto scandaloso dell’ingiustizia, della diseguaglianza, del disagio. Non è vero che siamo orfani. Quella profezia ha avuto il coraggio e la sapienza di seminarsi nel terreno della vita di tante e tanti. Il porto di Genova e i suoi carruggi portano impresso a sigillo i suoi passi e le sue parole. Eco che non può essere soffocato, voce che si sottrae alla confusione, pentecoste che si rinnova, soffio di vita nuova anche quando un uomo muore senza spegnersi. Don Andrea è lì. Con il suo sigaro e il suo sorriso, con la sua parola graffiante e la sua verità senza sconti, con la sua analisi spietata e la sua speranza sempre oltre la nostra. E non è l’illusione degli irriducibili. Piuttosto si tratta di una vita forgiata a Vangelo che non smette di vivere solo perché è morta.
(www.mosaicodipace.it , rubrica “mosaico dei giorni”, 23 maggio 2013)
di Raniero La Valle

Il metodo che abbiamo scelto per partecipare alle celebrazioni dei 50 anni dal Concilio Vaticano II si è rivelato molto fruttuoso: esso consiste non nel ricordare, ma in un capire differito; non ridare colore a immagini sfocate ma capire oggi, nella nuova situazione della Chiesa e del mondo, ciò che pur c’era nell’evento del Concilio, ma che allora non capimmo, cose che allora erano rimaste nascoste perfino ai suoi principali protagonisti. Una cosa di cui allora nessuno si accorse fu che nella “Pacem in terris” di papa Giovanni, suo estremo magistero prima della morte, non solo c’era una grande novità teologica e antropologica, ma c’era in nuce la riforma del papato e perciò della Chiesa. E’ questa la conclusione a cui è giunta la grande assemblea ecclesiale intitolata alla “Chiesadituttichiesadeipoveri” che si è tenuta il 6 aprile a Roma e ormai già per la seconda volta in un anno. L’esame dell’enciclica giovannea ha rimandato alla storia della sua redazione, i cui documenti sono stati magistralmente pubblicati da Alberto Melloni. Da questi documenti risulta la perfetta consapevolezza, da parte del Papa e dei suoi teologi di fiducia, che i contenuti dell’enciclica – il riconoscimento a ogni essere umano del diritto alla libertà; la libertà sullo stesso piano della verità, della giustizia e dell’amore; la perfetta parità di diritti e di doveri della donna e dell’uomo – erano il …
di Giovanni Bianco
La morte di Andreotti non poteva passare in silenzio. Questo importante esponente della vecchia d.c. ha rappresentato soprattutto l’anima più torbida e misteriosa della prima Repubblica e del suo partito e ciò a prescindere da eventuali suoi meriti politici.
E’ stato detto che sarà la storia a giudicarlo.E’ indiscutibile. Tuttavia la “storia siamo noi”, soprattutto in questo caso, nel senso che le sue vicende, i suoi torbidi legami, l’essere stato il politico di riferimento di parte consistente del “sommerso della Repubblica”, cioè di quella piovra tentacolare che includeva la mafia, i servizi segreti deviati,la p2, gladio, la finanza vaticana e lo Ior ecc., ovverosia il “substrato” del sistema di potere che ha retto le sorti del Paese per quasi mezzo secolo, ci riguarda da vicino e non può non spingerci ad analizzare e riflettere criticamente. Affermare questo non significa compiere un esercizio di “dietrologia”, ma vuol dire avere il coraggio di pensare con autonomia di giudizio e senso critico ed al di fuori di certo giustificazionismo melenso che suona stonato e che prescinde dalla storia reale.
Il Divo Giulio ha incarnato l’anima più cruda e sgradevole del potere democristiano e l’ala più conservatrice e clericale del suo partito, pur dovendo riconoscergli indubbie e notevoli capacità politiche e di mediazione. Quindi l’indentificarlo con tutta la d.c. mi sembra riduttivo, schematico e fuorviante, perchè questa criticabile forza politica comprendeva diverse componenti, tra loro spesso non omogenee ed …
 di Eugenio Scalfari
Giulio Andreotti è stato il vero - e mai risolto - mistero della prima Repubblica. Una cosa è certa: Andreotti è stato un personaggio inquietante e indecifrabile, l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco. Ha tessuto per quarant’anni, infaticabilmente, una complicatissima ragnatela servendosi di tutti i materiali disponibili, dai più nobili ai più scadenti e sordidi. È stato lambito da una quantità di scandali senza che mai si venisse a capo di alcuno. L’elenco è lungo: lo scandalo del Sifar (era ministro della Difesa all’epoca dei dossier di De Lorenzo e di Allavena).
E poi lo scandalo Montedison-Rovelli (allora era presidente del Consiglio), lo scandalo Eni-Petromin (di nuovo presidente del Consiglio), quello Caltagirone, l’arresto del direttore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, e l’incriminazione del governatore Paolo Baffi (che furono ricondotti ad una sua vendetta), lo scandalo Sindona al quale era legato da una dubbia amicizia, quello del Banco Ambrosiano, quello del comandante della Guardia di Finanza in combutta con i contrabbandieri del petrolio e, infine, lo scandalo della P2 che in un certo senso tutti li riassume.
Ciascuno di questi casi può assumere l’aspetto geometrico di una piramide tronca di cui non si riesce a vedere il culmine. Ci sono indizi, amicizie, legami, luogotenenti che mantengono contatti e in caso di necessità si assumono in prima persona le responsabilità (vedi il caso Evangelisti che diede le dimissioni da ministro quando …
di Piero Calamandrei
L’art.34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, …
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