Tre metri sotto terra

LevitationNel conflitto globale sull’acqua assumono sempre maggiore contralità i sistemi idreologici sotterranei

di Monica Bruckmann

Due visioni opposte si fronteggiano nella disputa globale sull’acqua. La prima, fondata sulla logica della sua mercificazione, pretende di convertirla in una commodity, soggetta a una politica dei prezzi sempre più dominata dal processo di finanziarizzazione e dal cosiddetto “mercato dei features”. Questa visione trova nel Consiglio Mondiale dell’Acqua, composto dai rappresentanti delle principali imprese private dell’acqua che dominano il 75% del mercato mondiale, la sua articolazione più dinamica. Il Secondo Forum Mondiale dell’Acqua (2000) dichiarò, nel documento finale, che l’acqua non è più un “diritto inalienabile”, ma una “necessità umana”. Il che giustifica, dal punto di vista etico, il processo in corso di deregolamentazione e privatizzazione di questa risorsa. L’ultima riunione realizzata con il nome di IV Forum Mondiale dell’Acqua, nel 2009 a Istanbul, ha ratificato questa posizione. Alleato importante del Consiglio Mondiale dell’Acqua è la Banca Mondiale, principale sponsor delle imprese miste, pubblico-private, per la gestione locale di questo bene.

La seconda visione considera l’acqua un diritto umano inalienabile. Questa prospettiva è difesa da un ampio ventaglio di movimenti sociali, attivisti e intellettuali articolati in un movimento globale per la difesa dell’acqua che propone la creazione di spazi democratici e trasparenti per la discussione di questa problematica a livello planetario. Questo movimento, che non riconosce legittimità al Forum Mondiale dell’Acqua, ha elaborato una dichiarazione alternativa alla riunione di Istanbul, rivendicando la creazione di uno spazio  

La sinistra italiana aspetta il vento di Hollande

di Lucia Annunziata

Nelle urne francesi che si aprono domenica avvertiremo anche un assaggio di elezioni in Italia. François Hollande, unico leader di sinistra rimasto in Europa a dire «qualcosa di sinistra», è ufficialmente l’occasione che la sinistra italiana aspetta, il movimento del pendolo che fa cambiare gli equilibri di forza, una nuova locomotiva europea, cui molti Paesi, a iniziare proprio dall’Italia, potrebbero attaccare i loro vagoncini.

Con il suo programma di vigorosa spesa pubblica e ridistribuzione delle risorse, partendo da una patrimoniale ad ampio spettro, Hollande è oggi la speranza per il Pd, ma anche per il Sel e molte altre forze, di poter fare in Europa, coperti dalla Francia, quella battaglia che la sinistra non può fare in Italia, per senso di responsabilità e per timore di dividersi.

Solita illusione (e quante volte la sinistra italiana l’ha coltivata nei confronti dei colleghi francesi)? O stavolta qualche spazio c’è perché si apra effettivamente un nuovo gioco in Europa? Le risposte sono molteplici, e dipendono da molte componenti, non ultime le evoluzioni possibili dentro il governo Monti, arrivato a dover scegliere, pressato dagli eventi, un profilo più politico di quanto abbia tenuto nei suoi primi cinque mesi.

In effetti con Hollande rientra sulla scena della sinistra un candidato come non si vedeva da tempo: figura per nulla di rottura, anzi figlio delle strutture di partito, parte integrante delle élite del suo Paese, ma anche di «sinistra». Il suo programma rompe  

Usciamo dalla crisi di legittimità: l’integrazione dei cittadini deve andare di pari passo con l’integrazione degli Stati.

Bruxelles, Palais Berlaymontdi Jürgen Habermas

Nel processo dell’integrazione europea vanno distinti due piani [1]. L’integrazione degli Stati affronta il problema di come ripartire competenze tra l’Unione da un lato e gli Stati membri dall’altro. Questa integrazione riguarda dunque l’ampliamento di potere delle istituzioni europee. Invece l’integrazione dei cittadini riguarda la qualità democratica di questo crescente potere, ossia la misura in cui i cittadini possono partecipare al fine di decidere i problemi dell’Europa. Per la prima volta dall’istituzione del Parlamento europeo, il cosiddetto fiscal compact che si sta varando in queste settimane (per una parte dell’Unione) serve a far crescere l’integrazione statale senza una corrispondente crescita dell’integrazione civica dei cittadini [2].

Certo, il carattere astrattamente tecnocratico caratterizzante ab origine la politica europea rimanda alla sua nascita storica. L’unificazione fu spinta avanti dai governi e non dai popoli: associandosi sul piano economico-giuridico, i cittadini restavano soggetti di diritto privato. Solo a partire dal 1979 si formò un Parlamento europeo dotato di potere legislativo – un Parlamento che nel corso degli ultimi tre decenni ha visto progressivamente aumentare le sue competenze. Da quel momento, sul piano europeo, i cittadini del mercato economico diventano anche cittadini di una Unione politica, e la comunità economica diventa finalmente una vera comunità politica (ancorché in termini nominali assai più che sostanziali). Non diversamente dalla Commissione e dal Consiglio, anche il Parlamento opera su un piano astrattamente tecnico. Infatti, il percorso della legittimazione che va dai cittadini al loro  

Il personaggio. Il candidato socialista ancora in testa ai sondaggi a sei giorni dal voto

di Anais Ginori

Sulla linea della metropolitana, i militanti socialisti che vanno a vedere François Hollande fino al Château de Vincennes, nell’est della capitale, passano per la fermata Concorde, dove si tiene il comizio di Nicolas Sarkozy. Qualcuno fischia, altri intonano “François Président”.
C’è anche chi non dice nulla, alza solo lo sguardo, come un gesto di preghiera a invocare la sospirata vittoria. «Sono pronto» ripete diverse volte il candidato socialista sul palco, davanti alle bandiere con la rosa nel pugno. Hollande vuole esprimere l’urgenza della sfida che si sta per compiere.
Mancano solo sei giorni al voto del primo turno ma è almeno da un decennio, ricorda il candidato socialista, che la gauche è condannata all’opposizione.
Le changement c’est maintenant, il cambiamento è adesso, martella lo slogan disseminato sui manifesti. «Nessuno ci fermerà» aggiunge Hollande che ha organizzato il raduno come una festa popolare, bancarelle con vino e salsiccia, orchestrine e teatro di marionette per i bambini.
Sullo sfondo il maestoso castello voluto da Carlo V. Il fraseggio del candidato socialista è sempre pacato, quasi monocorde, se non fosse per la voce rauca, che ogni tanto si abbassa. La sua compagna Valérie Trierweiler, ai piedi del palco, sta cercando di curarlo con tè caldo e miele. Insieme, fanno un lungo bagno di folla. Salutano, stringono mani.
Lei, ostinatamente riservata, scrive sul suo conto Twitter: “Giornata particolare. Emozioni. Giovani. Destino. Primavera”. Hollande è sorridente,  

20 marzo:una strana coincidenza?

The Junior Genocidedi Renato Sacco

Rischiava di passare sotto silenzio. E invece…
E invece ci hanno pensato le bombe a ricordarci che il 20 marzo 2003 iniziava la seconda guerra in Iraq. Sono passati 9 anni e, come spesso accade, ci si dimentica. Si dimenticano i morti le distruzioni, i feriti le bombe all’uranio, al fosforo, le mobilitazioni per la pace. Forse un po’ ci si rassegna anche. Poi da noi c’è la crisi, si fa fatica già a pensare a se stessi, figuriamoci a pensare all’Iraq. E così il 20 marzo arrivano notizie (a dire il vero molto in secondo piano, come dire… non proprio notizia importanti) di una serie di attentati in diverse città dell’Iraq da Baghdad a Kirkuk, da Kerbala a Hillah. Circa 40 morti e 200 feriti. Il pensiero va subito ai tanti amici incontrati in questi anni. Non è facile rintracciarli al telefono. Il cuore si riempie di preoccupazioni e di tanti ricordi…
Ma la cosa non sconvolge più di tanto i mass media, peraltro molto coinvolti a raccontare la guerra iniziata 9 anni fa. Qualche giornalista italiana è arrivata a Baghdad addirittura a bordo dei carriarmati USA. Ma ora c’è la pace, la guerra è finita, i soldati USA sono tornati a casa. E tutto è a posto… L’Iraq non interessa più.
Su Mosaico di pace di marzo, in distribuzione in questi giorni, abbiamo pubblicato un servizio sull’Iraq di oggi, e nell’editoriale  

Tamburi di guerra

il giorno dopo...di José Arregi

Sono molte le guerre terribili di cui conosciamo l’inizio ma non la fine. Che disgrazia! Ora se ne annuncia un’altra, una guerra ancora, che può essere atroce quanto altre o la più atroce di tutte. Già si sentono rulli di tamburo da Tel Aviv a Teheran, da Teheran a Tel Aviv. Washington la dà per inevitabile. E Roma tace.

Può succedere la prossima primavera, quando negli antichi campi della Persia spunta di nuovo la vita e la luna si nasconde, o la prossima estate, quando si leva il sole e le ombre dell’Iran si disperdono. Di questa guerra che viene – a meno che non stiano mentendo semplicemente per impaurire l’Iran e farlo “ravvedere”, e speriamo che stavolta ci mentano -, di questa guerra più che probabile voglio parlare in questa mattina di inverno, piena di silenzio e di pace nell’umile Arroa (località dei Paesi Baschi, ndt).

I grandi poteri già da tempo vanno facendo calcoli, perché nessuna guerra si intraprende prima di aver fatto bene tutti i conti, se può essere vinta o no. I grandi poteri sono in questo caso “il grande potere”, al singolare, sebbene abbia un nome plurale e ben solenne: gli Stati Uniti d’America. E tutto dipende da quanto interessi agli Usa aiutare o sostenere il suo alleato Israele. Le cifre del calcolo sono molto semplici, sebbene la previsione del risultato sia diabolicamente complessa: è più pericoloso lasciare che l’Iran  

L’acqua, le parole e gli interessi

Green & Greendi Tonio Dell’Olio

In molti quartieri di Tegucigalpa non arriva l’acqua e in altre zone è razionata (due volte alla settimana). Il sistema di condutture e distribuzione è insufficiente. A tal punto il problema è vitale per gli abitanti della capitale dell’Honduras che puntualmente ad ogni tornata elettorale per il governo del municipio, l’acqua diventa il cavallo di battaglia dei candidati a sindaco. All’indomani delle elezioni gli abitanti inondati di promesse, restano a secco di acqua. Certamente non hanno alcun interesse nella soluzione del problema le imprese private che provvedono alla vendita dell’acqua porta a porta con camion cisterna. Basta poco per scoprire che sono le stesse aziende che finanziano le campagne elettorali. È di questi giorni la prima manifestazione organizzata dal Fronte cittadino di lotta per l’acqua in cui si riuniscono movimenti sociali, ordini professionali, rappresentanti della Camera di commercio, organizzazioni di società civile… Una lunga marcia dei cittadini lungo le strade della capitale fino alla diga di Los Laureles, riserva idrica della città. Perché su un diritto vitale non prevalgano né le parole, né gli interessi di pochi.

(www.mosaicodipace.it , rubrica “Mosaico dei giorni”, 23 febbraio 2012)

Riconquistare l’economia, passo dopo passo


Il 28 marzo si è svolta a Roma una conferenza promossa dalla Scuola del Sociale della Provincia di Roma, sul tema “Oltre la crisi. Quale economia, quale società”. Tra gli ospiti c’era anche la sociologa ed economista Saskia Sassen, di cui pubblichiamo parte dell’intervento: un vademecum per “cominciare a fare nostra l’economia”.

di Saskia Sassen

Cominciamo con la situazione attuale: viviamo in un brutale capitalismo sempre più dominato da una logica finanziaria che va ben oltre i dati convenzionali dell’accumulazione capitalistica. Il risultato è un’enorme frattura fra i settori che producono profitti, da un lato, e la gigantesca – e non soddisfatta – domanda di abitazioni, cibo, cure mediche, spazi verdi, e molto altro ancora, che in questo modello economico non si traduce in una quantificabile domanda di mercato. È questo un tipo di capitalismo incapace di sviluppare mercati tesi a soddisfare la domanda di beni e servizi di cui c’è bisogno, fattore che consentirebbe di produrre centinaia di milioni di posti di lavoro, espandendo così i consumi. Il capitalismo contemporaneo è infatti dominato da una logica che si discosta da una reale attività economica e che dirotta un numero sempre maggiore di risorse verso il sistema finanziario, che non è gestito per fare semplici profitti, ma super-profitti.
Qui mi limito a parlare solo di alcuni aspetti dell’economia, e in particolare di come possiamo cominciare a fare nostra l’economia. Mi concentro sugli Stati Uniti soprattutto  

L’Europa antisemita

Auschwitz I (Oświęcim)di Marek Halter

Quando accadono tragedie come quelle di Tolosa, mi chiedo se si possono ancora considerare gli ebrei come i capri espiatori della Storia. Ebbene, la risposta è sì. Mi torna in mente quella barzelletta triste di quei due amici che s´incontrano al bar e cominciano a parlare di crisi, disoccupazione, miseria. A un certo punto uno dice all´altro: «È tutta colpa degli ebrei e dei ciclisti!». E l´altro gli risponde: «E perché mai dei ciclisti?». Ora, in questi tempi di ristrettezze sta crescendo in Francia la rabbia verso gli “arabi”, perché sono visti come quelli che ci mangiano nel piatto, e parallelamente aumenta l´antisemitismo. Appena la società si rivolta contro una minoranza, a pagarne le conseguenze sono anche gli ebrei, che però non sono minoranza, poiché da secoli gli ebrei francesi sono cittadini francesi come gli ebrei italiani sono cittadini italiani. Ma da duemila anni sono loro i “colpevoli” di tutti mali. Primo tra tutti, quello di aver ucciso Cristo. Appena si punta il dito contro un popolo accusandolo di un peccato qualsiasi, purtroppo si pensa immediatamente anche agli ebrei.
Negli ultimi anni la comunità ebraica di Francia è stata vittima di numerosi attentati: nel 1979 contro una scuola ebraica parigina, nel 1980 contro la sinagoga della rue Copernic, nel 1982 contro un ristorante nel “ghetto” della rue des Rosiers, nel 1996 contro il giornale Tribune Juive. Non è dunque la prima volta, dal dopoguerra a  

Capitalismo, tigre da domare

Cien Pesosdi Michele Salvati

Sulla stampa anglosassone si fanno sempre più frequenti le voci di allarme sul futuro del capitalismo e in particolare sul difficile rapporto tra capitalismo e democrazia. Capitalismo, non economia di mercato o altri eufemismi. Americani e inglesi, di destra o di sinistra, non hanno i nostri pudori e danno alla cosa il suo nome, quello che Karl Marx ha contribuito a diffondere e al quale ha eretto quello straordinario monumento che è Il Capitale. Spesso quelle voci prendono spunto da manifestazioni di indignazione e di rivolta contro aspetti penosi e offensivi della situazione economica e sociale com’è percepita in singoli contesti nazionali: nei Paesi anglosassoni ciò che provoca il maggior risentimento è l’impressionante alterazione nella distribuzione del reddito degli ultimi trent’anni, il contrasto tra le condizioni di vita stazionarie del ceto medio e lo stratosferico incremento nei redditi dell’1 per cento più ricco della popolazione. Possibile che la democrazia, il «governo del popolo» (dunque del 99 per cento, come gridavano gli slogan dei dimostranti a Wall Street o a Zuccotti Park), non riesca a invertire queste tendenze? Che cosa c’è di malato in questa forma di governo, se ciò non avviene?

Sulle fluttuazioni nella distribuzione del reddito, sulle fasi di benessere o malessere che la gran parte delle popolazioni dei Paesi capitalistici ha attraversato nel dopoguerra, sulle ragioni per cui la democrazia non è riuscita ad assicurare al ceto medio le condizioni di vita decorose e stabili dei  

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