Non è l’Europa

di Raniero La Valle

C’è un appello ineludibile del missionario Alex Zanotelli a ricordarsi dell’Africa, ad aprire gli occhi sulla disperazione dell’Africa, a squarciare la cortina di silenzio che nasconde il dolore del continente che noi abbiamo depredato e che l’Europa vorrebbe ora trasformare in un immenso campo di detenzione in cui sigillare e stremare i suoi abitanti perché non si azzardino a passare il mare per venire a disturbare i sonni delle fratricide borghesie europee.
L’Europa ha consumato il suo proprio rinnegamento, ha proclamato a gran voce ciò che già era senza confessarlo: un tempio di cambiavalute chiuso alle genti e presidiato alle porte da guardiani armati e buttafuori governativi.
Questo è stato alla fine il risultato dell’iniziativa brutale di Salvini, fino al paradosso che mentre egli chiedeva la redistribuzione in Europa dei migranti arrivati in Italia, nella sua stessa logica, in nome della sua stessa cultura egoistica del “verboten” e dello scarto, è stato chiesto all’Italia di riprendersi i profughi che dall’Italia erano riusciti a passare in Germania o in altri Paesi. È la perenne lezione della violenza: quando si usa violenza c’è sempre una violenza più forte e più incisiva che prevale.
L’Europa, chiamata a pronunziarsi sulla rivoluzione migratoria dalla forte iniziativa italiana, ha scelto, senza se e senza ma, la controrivoluzione, da Macron a Seehofer a Salvini ai Paesi di Visegrad. Frontiere chiuse e avviso ai naviganti di lasciar perdere in mare i naufraghi  

Le alternative di EuroMemorandum

di Sara Farolfi

Il valzer dello spread tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi – il costo aggiuntivo che ha l’Italia per finanziare il proprio debito pubblico – suona come la colonna sonora dei primi passi del governo di Giuseppe Conte, incerto su come prendere le misure del confronto con l’Europa e la finanza sul terreno della politica economica.

Nel frattempo la musica in Europa, e non solo in Europa sta cambiando ritmo, più rallentato: ristagna il commercio globale con l’annunciarsi di dazi e contro dazi, le attività di intermediazione bancaria declinano e la globalizzazione sembra scemare, spostandosi verso un nuovo centro in Asia. L’asse tra Stati e Europa per la prima volta vacilla, con le politiche di Donald Trump

aumentando l’incertezza mondiale. Nel vuoto politico che sta emergendo il potere di multinazionali, finanza e agenzie di rating – che ne proteggono gli investimenti – si rafforza ulteriormente.

In questo deprimente balletto, per l’Italia si annuncia una prova molto dura a breve. Già nella riunione del consiglio direttivo della Bce prevista a Riga il 14 giugno, o al più tardi in quella successiva del 26 giugno, potrebbe essere ufficializzata la fine del ‘quantitative easing’ (Qe), la politica di espansione monetaria messa in campo da Mario Draghi nel 2015. Dallo scorso dicembre, e fino alla fine del settembre prossimo, era già stato ridotto. Ma a quanto pare la “coda” non si prolungherà nel 2019, come sembrava, e il termine ultimo  

In Europa costruire ponti, non sabotare

di Monica Frassoni

Qualche giorno fa, in occasione di un evento dei Verdi europei ad Anversa in cui si sono trovati 300 ecologisti da 25 paesi e in cui l’umore era molto positivo dopo ottimi risultati alcune importanti elezioni, una collega svedese, dopo avermi chiesto del dibattito italiano, mi ha detto molto seccamente che i toni e il modo in cui le forze politiche che hanno vinto le elezioni in Italia stanno organizzando la loro futura presenza in Europa non motiva per niente il resto dei partners, lei compresa, ad avere un atteggiamento benevolo. E in effetti, non c’è molta benevolenza in giro. Anzi: media e politica altrui ci conoscono come paese bellissimo e importante, ma ultra-indebitato, afflitto da problemi atavici come mafia e corruzione, dal sistema politico a dir poco ballerino, ignorano per lo più che siamo un contributore netto al bilancio UE e la seconda potenza industriale d’Europa. Non c’è da sorprendersi se l’arrivo del governo degli “Italians first” sia accolto con diffidenza e preoccupazione, ma anche con un “cavoli loro, in fondo”…

D’altra parte, in Italia, l’ostilità rispetto all’UE e a tutto ciò che essa rappresenta si è estesa a una velocità sconcertante, spinta dalla storia ripetuta ossessivamente a reti unificate che UE e migranti sono la causa di tutti mali, storia raccontata anche dal PD di Renzi che toglie la bandiera della UE e di Minniti, che dichiara che l’arrivo di qualche migliaio di persone sulle nostre  

Le ultime volontà di Marchionne

di Vincenzo Comito

Accontentati gli investitori internazionali, Marchionne ha presentato un nuovo piano per il gruppo che vede sempre più marginalizzato il ruolo direzionale di Torino e spostare altre produzioni e know how all’estero a cominciare dalla Magneti Martelli.

Il piano che Marchionne, con grande squillare di trombe, ha presentato nel cosiddetto Investor Day non è solo un documento sulle strategie del gruppo FCA, esso rappresenta anche un bilancio dei risultati ottenuti in questi anni alla guida di una delle più controverse case dell’auto.

Shakespeare mette in bocca a Marcantonio, nel “Giulio Cesare”, la frase “…il male che gli uomini fanno vive dopo di loro, il bene viene spesso sepolto con le loro ossa…”. Per non essere accusati di qualche colpa, quindi, ricorderemo oltre alle cattive, anche le cose buone che Marchionne ha fatto.

Ovviamente al manager va riconosciuto il merito di avere salvato un gruppo che era al collasso. Ma avrebbe anche potuto farlo in maniera molto diversa, evitando di trasformare i lavoratori in paria; tra l’altro, ha così anche contribuito a creare quel clima che aprirà la strada alle truppe di Renzi, con il Jobs act e dintorni.L’incontro con la Chrysler è poi stato un evento fortuito che Marchionne ha saputo trasformare in un successo. Un merito, i cui vantaggi sono andati solo agli azionisti, è stato quello di aver “spacchettato” il gruppo, con la creazione di tre realtà distinte, Ferrari, CHN e FCA, contribuendo a far  

La crescita dei “partiti di movimento” nel sud Europa

di Donatella Della Porta

In Grecia, Spagna e Italia, nuovi partiti si sono sviluppati ereditando energie collettive mobilitate durante l’ondata di proteste contro la crisi e l’austerità, in parte frustrate dalla mancanza di successo delle intense mobilitazioni degli anni precedenti. In tutti e tre i paesi c’erano importanti tradizioni di movimenti sociali. All’interno dei movimenti tali risorse, destinate a sostenere l’emergere di nuovi partiti, sono state coltivate in modi diversi e in diversi momenti del ciclo di protesta contro l’austerità. In Spagna e Grecia le grandi manifestazioni hanno rappresentato esse stesse una svolta cruciale nella risposta alla crisi neoliberista. Il ciclo di protesta sviluppatosi in questi paesi – iniziato con forme più convenzionali e all’interno delle istituzioni – è continuato in forme innovative, per poi declinare (o essere percepito come in declino) in termini di capacità di mobilitazione – ottenendo, tuttavia, effetti a lungo termine.

Soprattutto in Spagna e in Grecia, le proteste del 2011 hanno prodotto una cultura politica del conflitto che si è diffusa in entrambi i paesi. Anche in Italia il 2011 ha visto il culmine di proteste anti-austerità che hanno portato alla schiacciante vittoria del referendum sostenuto dal movimento contro la privatizzazione dell’acqua. I movimenti hanno rafforzato queste mobilitazioni sociali. Pur essendo profondamente critici nei confronti delle istituzioni rappresentative, gli attivisti e i simpatizzanti dei movimenti hanno sfidato innanzi tutto la convergenza dei partiti di destra e di sinistra in accordi ‘bipartisan’ che hanno avuto un effetto  

L’Islam di Stato non esiste

di Giovanni Sarubbi

Dialogare è certamente meglio che spararsi addosso. Sotto questo punto di vista è stato positivo l’incontro tenutosi lo scorso 16 febbraio alla Grande Moschea di Roma sul tema “Musulmani italiani insieme per una società coesa”, organizzato dal Centro islamico culturale d’Italia e da Limes, rivista Italiana di geopolitica, a cui ha partecipato il ministro degli Interni Marco Minniti. La destra islamofoba ha parlato di un Minniti a caccia di “voti islamici”. L’intervento principale è stato quello del ministro Minniti che ha parlato dopo Khalid Chaouki, presidente del Centro islamico culturale d’Italia, e di Francesca Corrao, professoressa dell’Università Luiss Guido Carli di Roma.

Minniti ha incentrato il suo intervento sul “Patto nazionale per un Islam italiano” firmato lo scorso anno, il primo di febbraio.

Da ministro degli Interni l’intervento di Minniti è stato incentrato sul tema della sicurezza coniugato con il tema dell’islam. Perché coniugare insieme sicurezza e religione islamica? Perché questo collegamento non si pone per una qualsiasi altra religione?

Ascoltando il ministro e leggendo il testo del patto è evidente che esso è stato costruito sotto la cappa di piombo dell’ossessione della sicurezza, diffusa continuamente dalle organizzazioni razziste e xenofobe della destra fascio-leghistaforzaitaliota, che ripetono la dottrina dello “scontro di civiltà” inventata nel 1996 da Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Dottrina che fu rilanciata nel mondo a partire dagli attentati dell’11 settembre 2001.

La verità, che il  

Toccare i muri

di Raniero La Valle

È appena uscito un libro molto bello di padre Antonio Spadaro sulla rivoluzione di papa Francesco nella politica mondiale (Antonio, Spadaro, Il nuovo mondo di Francesco, come il Vaticano sta cambiando la politica globale, Marsilio, Venezia). È un’interpretazione del pontificato non in rapporto alla riforma della Chiesa (che il papa dice di non voler fare, perché a farla sarà il Signore una volta rimesso al centro di essa), ma in rapporto alla storia stessa del mondo, all’ora della sua crisi. Dato che il papa ha detto una volta che “La Civiltà Cattolica” è un’interprete fedele del suo pontificato, questo libro scritto dal suo direttore va preso molto sul serio.
Prima di tutto vi si trova la conferma che questo è un pontificato da interpretare, ben al di là delle semplificazioni di chi lo avversa o lo esalta senza davvero conoscerlo; è da interpretare perché si manifesta come un unicum rispetto a tutti i pontificati precedenti (le “cose mai viste”) e nello stesso tempo esprime la verità più profonda del ministero petrino; ma è anche un’interpretazione che non si può dare per esaustiva e conclusa, perché questo non è un pontificato di progetto, ma di cammino, non si realizza come identità, ma come processo.
Vista in questa luce, è decisiva l’interpretazione del pontificato, quale si dà nel libro di Spadaro, come di “una sfida all’apocalisse”, che vuol dire contare sulla misericordia e resistere alla catastrofe togliendo  

Le guardie armate dell’apartheid europeo

di Raniero La Valle

La cosa più brutta è stato il decreto con cui si sono rifinanziate tutte le missioni militari italiane di “difesa avanzata” e si è dato il viatico all’esercito che torna in Africa in assetto di guerra, da colono. Poiché la bugia fa coppia fissa non con la politica, ma con la governabilità, cioè con la pretesa del potere di governare senza regole e senza Costituzione, il capo del governo ha detto che è una missione “no combat”, non per combattere; sarebbe con le buone che si respingerebbero le carovane dei profughi nel deserto verso i loro inferni, per non far loro passare i confini d’Europa, avanzati anche quelli fino al Sahel. Ma appunto è un bugia; ha avuto la lucidità di darne notizia la Repubblica, nonostante essa sia oggi accusata di essere in stato confusionale dal suo capitalista fondatore, l’ing. De Benedetti (quello che “indovina chi viene a cena” ed è sempre un Grande della terra). Ha scritto la Repubblica che nei colloqui con il governo Gentiloni i francesi non hanno usato mezzi termini: “nel Sahara siete i benvenuti, ma ricordatevi: noi lì facciamo la guerra”. Questo significa essere coloni seri: lo faccio e lo dico. Dal 1967 Israele mette colonie in terre non sue, e se ne fa un vanto; il Congo fu addirittura chiamato Congo Belga, e l’Algeria, senza pudore, francese. Noi invece mandiamo l’esercito ma non lo diciamo a nessuno di troppo, lo facciamo  

Australia:il rapporto governativo sugli abusi sessuali punta il dito contro la Chiesa

di Ludovica Eugenio

Lo scorso 15 dicembre la Royal Commission australiana ha presentato al governatore generale sir Peter Cosgrove il suo rapporto finale sull’inchiesta, durata 5 anni, sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali: un’inchiesta che ha toccato, naturalmente, anche la Chiesa cattolica, e i cui risultati sono i più gravi mai svelati da un’indagine statale sul tema. Si è trattato di un’indagine ad amplissimo raggio: 4mila le istituzioni su cui si è concentrata l’attenzione, oltre 15mila le vittime di abusi che sono state ascoltate. Ad essere passati al vaglio, scuole, organizzazioni sportive e ricreative, istituzioni religiose (oltre alla Chiesa cattolica, anche quella anglicana, l’Esercito della salvezza, i Testimoni di Geova, due scuole del movimento ebraico Chabad-Lubavitch). Spaventosi i numeri, che danno un’idea della vastità del fenomeno; di tutti i casi esaminati, la maggior parte infatti vede coinvolta la Chiesa cattolica: «Dei 4.029 sopravvissuti che ci hanno raccontato nei colloqui privati l’abuso sessuale vissuto da bambini in istituzioni religiose, 2.489 (il 61,8%) ha citato istituzioni cattoliche (…). Dei 2.413 sopravvissuti che hanno parlato del ruolo del responsabile, il 74,7% ha citato persone che avevano un ministero religioso e il 27,6% insegnanti», si legge nel Report. Non solo: di tutti i presunti responsabili, continua il documento, il 37% erano religiosi non ordinati (il 32% religiosi e il 5% religiose); il 30% erano preti, il 29% laici (…). Di tutte le denunce riguardanti abusi sessuali minorili in una scuola cattolica, il 74% coinvolgeva religiosi  

Armi nucleari, discesa nell’abisso

di Setsuko Thurlow*

Vostra Maestà, illustri membri del Comitato Nobel norvegese, colleghi attivisti, qui e in tutto il mondo, signore e signori, è un grande privilegio accettare questo premio, insieme a Beatrice (Fihn, direttrice dell’Ican, ndt), a nome di tutte le persone straordinarie che formano il movimento Ican. Ognuno di voi mi dà la grandissima speranza che possiamo – e lo faremo – porre fine all’era delle armi nucleari.

Parlo come membro della famiglia degli hibakusha, quelli di noi che, per una miracolosa casualità, sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Da oltre settant’anni lavoriamo per la totale abolizione delle armi nucleari. Ci siamo sollevati in solidarietà con coloro che sono stati danneggiati dalla produzione e dalla sperimentazione di queste orribili armi in tutto il mondo. Persone provenienti da luoghi con nomi a lungo dimenticati, come Moruroa, Ekker, Semipalatinsk, Maralinga, Bikini. Persone le cui terre e i cui mari sono stati irradiati, i cui corpi sono stati usati per esperimenti, le cui culture sono state per sempre sconvolte.

Non ci siamo accontentati di essere vittime. Ci siamo rifiutati di aspettare un’istantanea fine ardente o il lento avvelenamento del nostro mondo. Ci siamo rifiutati di sederci pigramente nel terrore perché le cosiddette grandi potenze ci hanno portato al passato crepuscolo nucleare e sconsideratamente vicini alla mezzanotte nucleare. Ci siamo alzati. Abbiamo condiviso le nostre storie di sopravvissuti. Abbiamo detto: l’umanità e le armi nucleari non possono coesistere.

Oggi, voglio  

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