Lo spettro di Malthus si aggira per l’Italia

Malthus is buried in the foyer of Bath Abbeydi Barbara Spinelli

C´È una parte di verità, in quel che Mario Monti ha detto – a RepubblicaTv – sul modo in cui è stata interpretata la sua idea del lavoro fisso («Diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!»). Citato fuori dal contesto, quel che ha aggiunto subito dopo è finito in un buco nero: «È più bello cambiare e accettare nuove sfide, purché in condizioni accettabili. Questo vuol dire che bisogna tutelare un po´ meno chi oggi è ipertutelato, e tutelare un po´ più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci».

Resta tuttavia l´inadeguatezza del vocabolario, e non può stupire il disagio profondo che esso suscita in chi nulla sa del lavoro sicuro, durevole, e vive un´esistenza arrabattata, esposta alle durezze del mercato, difficilmente conciliabile col proposito di far figli, guardata con sistematica diffidenza da banche che non fanno credito se non a redditi solidi, e costanti. Non meno malessere suscitano gli argomenti con cui il Premier ha tentato di spiegare il suo punto di vista: per troppo tempo, «i governi politici hanno avuto troppo cuore», accogliendo le più varie rivendicazioni sociali e accumulando debiti pubblici rovinosi per tutti. Ripetuto tre volte, anche il vocabolo cuore – «esuberante», contaminato da «buonismo sociale» – è apparso moralmente pernicioso.
Sono tutte frasi che feriscono  

Ritardi, armi spuntate, incubo Grecia e la moneta unica torna in bilico

Torino 2006 - 2 Eurodi Ettore Livini

Il vecchio fondo salva-Stati viene ridimensionato, il nuovo non è ancora pronto. Si teme il default di Atene. Draghi costretto a muoversi in un campo minato: stretto tra le richieste dei Paesi in crisi e i falchi tedeschi. L´Europa rischia di arrivare in ritardo all´appuntamento con la battaglia decisiva per la salvezza dell´euro. Atene è sull´orlo del crac ormai da due anni. Ma in 24 mesi Bruxelles non è riuscita a mettere assieme un arsenale adeguato alla potenza di fuoco della speculazione. Il Fondo salva stati (Efsf) è allo stato un cannone con poche munizioni. E la sua efficacia è stata ridotta ulteriormente ieri dal taglio del rating da parte di S&P. L´Esm (European Stability Mechanism) – destinato a raccogliere la sua eredità da luglio – è ancora una scatola vuota. Il rischio è che un evento improvviso come il default della Grecia – le Cassandre guardano con preoccupazione alla scadenza di 14,4 miliardi di bond ellenici il 20 marzo – possa cogliere il Vecchio continente in contropiede. Scatenando l´attacco finale alla moneta unica prima ancora che l´Europa sia riuscita a mettere in campo il suo esercito.
Due armi spuntate
Efsf e Esm sono la fotografia più plastica dei ritardi della politica comunitaria nella partita. La Germania e i paesi del nord non vogliono mettere troppi soldi sul piatto per salvare le cicale continentali fino a quando i loro conti  

Haiti

zoriah_photojournalist_war_photographer_haiti_earthquake_port_au_prince_earth_quake_20100119_0144di Tonio Dell’Olio

Ricordare Haiti a due anni dal terremoto non può e non deve diventare un rituale mediatico. Ricordare è importante per rinnovare l’impegno. Ricordare è utile per dire una vicinanza. A una tragedia che non si è consumata con le scosse ma è proseguita con uno sciame umano terribile che si chiama colera, promesse internazionali non mantenute, sciacalaggi di ogni tipo, profughi che vagano per le regioni vicine, bambini vittime di turpi commerci… Perché il sisma trovò un Paese già in ginocchio. Tra i più poveri del pianeta. Una miseria non dettata dalla malasorte ma da politiche di corruzione e di rapina, da intrecci internazionali nefasti che, nel migliori dei casi, manifestava indifferenza e, nel peggiore, complicità e connivenze. Haiti è tutto questo e altro ancora. A due anni dal terremoto, Haiti continua ad essere la voce triste della coscienza del mondo. Per questo vale la pena ricordare. E darsi una mossa.

(www.mosaicodipace.it , rubrica “Mosaico dei giorni”, 12 gennaio 2012)

Tempo di crisi.La grande perversione

di Leonardo Boff

Per risolvere la crisi economico-finanziaria della Grecia e dell’Italia è stato costituito, per esigenza della Banca Centrale Europea, un governo di soli tecnici senza la presenza di politici, nell’illusione che si tratti di un problema economico che deve essere risolto economicamente. Chi capisce solo di economia finisce col non capire neppure l’economia. La crisi non è di economia mal gestita, ma di etica e di umanità. E queste hanno a che vedere con la politica. Per questo, la prima lezione di un marxismo minimo è capire che l’economia non è parte della matematica e della statistica, ma un capitolo della politica. Gran parte del lavoro di Marx è dedicato alla destrutturazione dell’economia politica del capitale. Quando in Inghilterra si visse una crisi simile all’attuale e si creò un governo di tecnici, Marx espresse con ironia e derisione dure critiche perché prevedeva un totale fallimento, come effettivamente successe. Non si può usare il veleno che ha creato la crisi come rimedio per curare la crisi.

Per guidare i rispettivi governi di Grecia e Italia hanno chiamato gente che apparteneva agli alti livelli dirigenziali delle banche. Sono state le banche e le borse a provocare l’attuale crisi che ha affondato tutto il sistema economico. Questi signori sono come talebani fondamentalisti: credono in buona fede nei dogmi del mercato libero e nel gioco delle borse. In quale punto dell’universo si proclama l’ideale del greed is good, ovvero l’avidità è un bene? Come fare di un vizio (e diciamo  

La crisi non tocca le armi

Assedio Incisa Scapaccino 2009di Tonio Dell’Olio

Fabio Mini non è il militante di un movimento pacifista, né un nonviolento convinto e radicale. Al contrario è un generale dell’esercito, ex comandante della Kfor in Kosovo ed ex Capo di Stato Maggiore del Fronte sud della Nato. Insomma uno che ha speso una vita nelle forze armate e per questo ne conosce bene pregi e difetti. Sa bene di cosa parla. In un interessante articolo su L’Espresso (13 ottobre 2011), espone con competenza e con precisione gli sprechi della Difesa nel nostro Paese. Spese inutili, appesantimenti dannosi e privilegi scandalosi che vanno nella direzione contraria a quella indicata dallo stesso governo per uscire dalla crisi. C’è davvero bisogno di tagliare il nastro del record assoluto che fa del nostro esercito quello col maggior numero di generali? Ne abbiamo uno ogni 356 militari in servizio e un maresciallo ogni tre militari, esattamente 57.000. E poi ci sono mezzi acquistati a caro prezzo e ormai strategicamente inutili che vengono rottamati senza aver mai sparato un colpo. Per non parlare (ma parliamone!) dei 18 miliardi preventivati per acquistare 96 Eurofighter e dei 15 miliardi per i 131 cacciabombardieri JSF. Avete mai sentito parlare di proposte di tagli in questo settore?

(www.mosaicodipace.it , rubrica “Mosaico dei giorni”, 25 ottobre 2011)

Le sfide del mondo globale alle democrazie occidentali

Harvest for the Worlddi Stefano Ceccanti

1. Come dobbiamo affrontare questo tema: come i Costituenti scrissero l’articolo 11, tenere insieme finalità chiare e strumenti anche imperfetti

Abbiamo due rischi che ci possono portare fuori strada.

Il primo è il relativismo, il procedere senza principi, con espedienti e compromessi, lasciandoci dominare dagli eventi e da una logica di breve periodo, ad esempio l’atteggiamento iper-realistico di chi si chiede perché rinunciare a dittatori ‘moderati’ (almeno verso l’esterno) in NordAfrica affrontando il rischio, obiettivo, di processi democratici incerti. Un atteggiamento che porterebbe alla rinuncia a governare quei processi dall’interno, che è stata invece la scelta enunciata con chiarezza da Obama nel famoso discorso svolto a Il Cairo e praticata in questi mesi anche in Libia.

Il secondo è il massimalismo etico, che parte dalle meditazioni, dall’audacia, dall’indignazione, e si ferma lì, che individua principi astratti, giusti in sé, ma che pretende di vederli realizzati immediatamente e per intero, senza apprezzare tappe intermedie parziali con le loro contraddizioni. Ad esempio rifiutare la scelta che in alcune situazioni sia necessario un ricorso all’uso della forza, in modo proporzionato e secondo alcune procedure, com’è avvenuto per l’appunto nella crisi libica. L’alternativa della rinuncia sulla base di affermazioni singolarmente anche giuste (come il carattere confuso ed eterogeneo degli ‘insorti’) avrebbe portato a una divisione tra due Stati permanentemente belligeranti sotto casa nostra.

Bisogna invece tener presente l’equilibrio dei nostri Costituenti, in particolare nello scrivere l’articolo 11: il  

“La sovranità appartiene al popolo, non al mercato”.Proposte alternative per uscire dalla crisi

di Claudia Fanti

A furia di sentirsi ripetere che l’unica via per uscire dalla crisi passa per manovre di lacrime e sangue (sulla pelle di chi è già stato abbondantemente dissanguato), in tanti finiscono davvero per crederci. Ma per i promotori della Campagna per il congelamento del debito (tra gli altri, Francesco Gesualdi, Aldo Zanchetta, Alex Zanotelli, Bruno Amoroso, Michele Boato, Gianni Novelli, Achille Rossi, Paolo Cacciari, Enrico Peyretti) le cose non stanno affatto così: «La politica delle manovre sulle spalle dei deboli – si legge sul manifesto della Campagna – è voluta dalle autorità monetarie europee come risultato della speculazione. Ma è intollerabile che lo Stato si adegui ai ricatti del mercato: la sovranità appartiene al popolo, non al mercato!». Da qui la proposta di un’immediata sospensione del pagamento del debito, accompagnata dalla creazione di un’autorevole commissione d’inchiesta che faccia luce su come tale debito si sia formato e sulla sua legittimità, nella convinzione che «il popolo ha l’obbligo di restituire solo quella parte che è stata utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse accettabili. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, è illegittimo e immorale».

La strada, del resto, è già stata tracciata da altri Paesi, come indica il caso della storica Auditoria sul debito estero dell’Ecuador, il lungo lavoro di indagine sul processo di indebitamento del Paese andino condotto da una commissione costituita da Rafael Correa nel 2007 e ampiamente integrata dai movimenti sociali. Un lavoro complesso e  

Svendita di armi in Libia

Economía de Guerradi Tonio Dell’Olio

I conflitti armati non sono solo un male in sé, ma lasciano puntualmente una scia di sangue e di problemi. Come una macchia d’olio tendono ad allargare il proprio perimetro. Gheddafi aveva investito ingenti somme di denaro nell’acquisto di armi di tutti i tipi e mai nessun Paese occidentale ha manifestato una preoccupazione in tal senso. Al contrario, dall’Italia agli USA, dalla Russia alla Cina, tutti hanno trasferito partite di armi alla Libia in cambio di petrolio. Durante i mesi della rivolta, quegli arsenali sono stati saccheggiati e sono finiti nelle mani di gente senza scrupoli. In questi giorni se ne lamentano i governi confinanti come il Niger (fonte MISNA). Si denunciano traffici illeciti di armi a sud della Libia, lungo tutta la fascia del Sahel e il primo ministro del Niger, Brigi Rafini ne sta discutendo in questi giorni con i nuovi governanti libici e con le autorità dei Paesi della regione (ieri è stata la volta del Burkina Faso). Armi che finiscono nelle mani di eserciti irregolari e di organizzazioni criminali. Armi che, in regioni povere e precarie, fanno la differenza. E noi finora non abbiamo sentito né un mea culpa dei Paesi produttori e venditori, né un buon proposito per collaborare a fermare questa emorragia di materiale bellico.

(www.mosaicodipace.it , rubrica “Mosaico dei giorni”, 15 novembre 2011)

Religione, pluralismo e pace

incontro di religionidi Commissione Teologica Internazionale della Eatwot

Negli ultimi tempi, la società umana si è “mondializzata”, raggiungendo per la prima volta un notevole grado di unificazione a livello planetario, che abbraccia gran parte delle grandi società umane. E ogni società locale, per un processo di moltiplicazione di comunicazioni e di migrazioni, si è andata compenetrando con le altre, con la conseguente nascita di società internamente plurali, tanto in ambito culturale quanto in quello religioso. Mai prima d’ora gli esseri umani avevano avuto tante possibilità di convivere con diversità culturali che finora erano vissute a livello ancestrale isolate ciascuna nel proprio ambito esclusivo. Le società tradizionalmente mono-culturali e mono-religiose sono scomparse, irreversibilmente. Una nuova caratteristica dominante delle società umane attuali è quella della loro pluralità, culturale e religiosa.

Ma questa pluralità non si lascia sperimentare senza conflitto. Sono note le acute tensioni interculturali che si vivono in varie regioni del mondo, come è noto il cosiddetto “scontro di civiltà”, situazione di cui solo ultimamente siamo diventati coscienti a livello planetario, e di cui non si può ignorare la dimensione religiosa. I conflitti religiosi, le “guerre di religione”, sono di lunga data nella nostra storia umana. Ma oggi tutta la conflittualità interculturale e interreligiosa è vissuta non solo tra grandi blocchi di civiltà, ma anche all’interno della micro-convivenza sociale, nelle città, nei quartieri, nelle comunità, persino nelle famiglie.

D’altro lato, e forse in parte come effetto di questa lunga esperienza storica  

Democrazia illusoria

di Muharrem Erbey*

Turchia: nonostante le recenti “aperture democratiche”, la minoranza curda continua ad essere discriminataIstanbul Birds in Flight II

Voltaire disse: “Coloro che hanno perso la loro libertà l’hanno persa perché non l’hanno difesa”. La Dichiarazione d’Indipendenza Americana nel 1776, la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino nel 1789, e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948, sottolineano tutte la resistenza alla repressione come un dovere e diritto personale. I diritti e le libertà possono essere limitate in ogni società, il problema è se e in che misura e fa pendere da una parte la bilancia della giustizia. I difensori dei diritti umani e tutte le persone di coscienza hanno il dovere di rispondere quando la repressione nella difesa del potere si intensifica e sconvolge queste bilance – sia nelle società autenticamente democratiche sia in quelle in cui l’esercizio dei diritti è un’apparenza, mantenuta attraverso un’illusione. Noi difensori dei diritti umani abbiamo adottato come principio la tutela della dignità umana senza distinzione di razza, lingua, identità etnica, religione, classe o sesso.

Fondata nel 1986, l’Associazione per i diritti umani della Turchia (Ihd) ha lottato per contribuire alla ricerca della libertà di accesso alla giustizia delle persone. Ventitré dei nostri membri sono stati giustiziati extra-giudizialmente a causa del loro lavoro per i diritti umani, centinaia di membri e dirigenti sono stati imprigionati per periodi prolungati, e l’organizzazione è stata al centro di  

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