Persona e diritto alla salute. Incontro di studi

La prima cosa bella

di Gabriele Romagnoli

La prima cosa bella di mercoledì primo maggio 2019 è l’autunnale bambino appena nato a un amico che ha la mia età e quindi a un passo dall’essere fuori tempo, massimo. Gli dedico la pagina di un libro struggente: In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, edito da Guanda. Racconta di un padre che, durante la guerra civile spagnola, si consegnò per salvare la vita al figlio.

“Il figlio venne liberato e il padre fu fucilato. Per questo è così importante la paternità, perché annulla il dubbio, non dubiti mai. Darai sempre la vita per tuo figlio. Tutto il resto che c’è nel mondo è confusione, esitazione, perplessità, egoismo, indecisione, incertezza, nessuna grandezza. Ricevere una pallottola al posto di un altro senza pensarci due volte, è questa la maggiore grandezza che ti può riservare la vita. Dare la vita per qualcuno non è previsto in nessun codice della natura. E’ una rinuncia volontaria che scompagina l’universo”.
Veniamo al mondo per questo: scompaginare l’universo credendo nell’impossibile e attuando l’impensabile. Rappresentiamo un’eccezione al nulla e per giustificarlo cerchiamo una causa giusta per cui vivere e morire. Beati gli uomini che si sono sentiti padri di un’intera generazione a venire.

(www.repubblica.it , 1 maggio 2019)

Quel giorno, il miracolo e la festa della ritrovata libertà

di Marco Revelli

Alla Risiera di San Sabba gli eredi delle vittime sfrattati per far posto agli eredi degli oppressori. A Verona una mozione di maggioranza “contro il 25 aprile”. A Savona il corteo celebrativo deviato per non dar fastidio a quelli di Casa Pound. In mezza Italia le bande nere-verdi, dietro il loro “capitano” in missione a Corleone, disertano le celebrazioni della Liberazione. In fondo è giusto così: non è la loro festa! Per capirlo basta riascoltare le parole di quando le cose erano ancora chiare perché vive nella mente dei protagonisti.

«Dopo venti anni di regime e dopo cinque di guerra, eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Quel giorno, o amici, abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà». Così diceva Norberto Bobbio il 25 aprile del ‘57 a una piazza gremita ricordando le ragioni della festa ma, soprattutto, evocando un’esperienza vissuta: il ritorno all’«umanità» – individuale e collettiva -, a un’umanità liberamente vissuta, da parte di un popolo che quell’umanità l’aveva perduta, in vent’anni di servitù e conformismo, perversione e ipocrisia, adesione fanatica o silenzio complice, nell’accettazione più o meno partecipata di un regime che della disumanità – del culto e della pratica dell’inumano – aveva invece fatto il proprio emblema.

Certo, nel giorno della Liberazione ci sono molte «vittorie» da celebrare. C’è una vittoria militare: la liberazione  

Elitè, comunisti, capitalisti (e altro ancora)

di Alberto Leiss

Non leggo spesso – confesso – Alessandro Baricco, ma la discussione aperta dal suo articolo sulla Repubblica di venerdì scorso (E ora le élite si rimettano in gioco) merita attenzione. Magari andando a ridarsi un’occhiata a testi che non da ora trattano il tema, dalle teorie di Gaetano Mosca (importante per la cultura politica non solo italiana, e un conservatore di destra che firmò nel ’25 contro il fascismo), ai libri di Cristopher Lasch: non solo la famosa analisi sul narcisismo contemporaneo, ma anche studi come Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica o La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, entrambi riediti da Neri Pozza. Osservando la società americana decenni orsono, Lasch aveva già visto le dinamiche che hanno portato a Trump e a tutto il resto. Il suo campo di osservazione era però mirato a una parte ben delimitata delle élite : i democratici e la sinistra USA con il suo retroterra sociale e culturale.
Ecco che commetto l’errore elitario tipico (essendo un giornalista e possedendo – ahimè – più di 500 libri, la favola parla di me): bisogna agire e reagire, e invece mi trastullo con citazioni intellettuali…
Ma ciò che segnala l’autore di The Game – diciamo la verità – non è proprio una sorprendente scoperta. Che la “gente” abbia divorziato da partiti, istituzioni, corpi intermedi, autorità professionali varie lo osserviamo da almeno un trentennio (già negli anni  

Eredità e attualità del sessantotto

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”, con il patrocinio della Fondazione “Giorgio La Pira”, dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro” e dell’Archivio storico Flamigni

Eredità e attualità del sessantotto

Civita Castellana, 27 ottobre 2018, h.17

Indirizzi di saluto e introduzione

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Carlo Bersani (Università “Niccolò Cusano”)
Prof.Francesco M.Biscione (Archivio storico Flamigni)
Prof.Giulio Conticelli (Università di Firenze. Vicepresidente Fondazione “Giorgio La Pira”)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle Conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti, 5

Montini, un faro per Romero

di Roberto Morozzo della Rocca

Non è casuale la canonizzazione congiunta di Óscar Romero e Giovan Battista Montini/Paolo VI. I due hanno in comune un’epoca della Chiesa e del mondo di cui sono stati protagonisti con gli stessi ideali di giustizia e di pace. E il rapporto fra Romero e Paolo VI è stato, da entrambe le parti, più profondo di quanto tre soli colloqui e qualche altro fuggevole saluto lascino immaginare. Romero si riferiva costantemente a Paolo VI. Quest’ultimo seguiva attentamente la situazione salvadoregna e dava fiducia a Romero. Tra i due c’era comprensione e affetto al di là dei differenti ruoli e anche della trepida commozione che Romero sempre provava al cospetto del Papa, nulla di meno ai suoi occhi che un «dulce Cristo de la tierra». Sul piano storico-politico, possiamo dire che Paolo VI protesse Romero. A Roma era un diluvio di voci negative sull’arcivescovo di San Salvador. Lo accusavano di essere un politicante, un sovversivo comunista, un eretico, finanche un infermo mentale. Famiglie dell’oligarchia salvadoregna, esponenti del regime militare, ambienti ecclesiastici avversi diffamavano l’arcivescovo che chiedeva giustizia sociale in un paese che non ne aveva mai avuta, e lo faceva con un’autorità morale mai vista in Salvador. Il popolo infatti era affascinato da Romero, dalla sua passione pastorale, dalla predicazione veemente, dal coraggio profetico, dalla compassione per i poveri. Da vescovo della periferica Santiago de María, Romero s’era già intrattenuto personalmente con Paolo VI nel 1975. Lo  

Democrazia in difficoltà? Hans Kelsen aveva spiegato tutto ai tempi di Weimar

di Mario G.Losano

Tra tutti gli elementi della crisi weimeriana, «le condizioni economiche e finanziarie» sono di particolare attualità. Le paure e le aspirazioni di allora sembrano coincidere con quelle attuali. La guerra, l’inflazione, la crisi economica del 1929 avevano generato grandi difficoltà nella popolazione e la conseguente nostalgia per una vita normale: «Normalità significa: un’attività lavorativa correttamente retribuita, un’abitazione modesta, la possibilità di formare una famiglia e l’accesso alla crescente offerta di beni di consumo». Oggi molte persone in Europa, soprattutto giovani, si identificano con questo weimariano (e frustrato) desiderio di normalità.

La situazione di Weimar è solo in parte paragonabile a quella attuale in Europa, però emotivamente si può essere portati ad accentuare più le somiglianze (che sono peraltro innegabili) che le differenze. Oggi l’Europa vive in pace da oltre un settantennio; allora la Germania usciva da una sconfitta lacerante. L’Europa di allora era ben più inquieta di quella di oggi, ma le critiche antidemocratiche tanto di allora quanto di oggi nascevano dalla crisi generale che stringeva tutto il continente.

Con la fine della Prima guerra mondiale erano crollati i grandi imperi multinazionali austriaco, russo e ottomano. La crisi economica seguita alla guerra rinvigoriva i movimenti comunisti, rafforzati anche dalla nascita dello Stato sovietico: l’Italia conosceva il Biennio Rosso nel 1919-20; nel 1919 era nato il secondo Stato sovietico d’Europa, la repubblica ungherese dei soviet di Béla Kun; in Germania, nel 1918-’19 le sommosse ispirate agli eventi sovietici avevano  

Persona e diritto alla salute. Convegno di studi

Università degli Studi di Salerno
Dipartimento di Scienza Giuridiche
Convegno di studi

Persona e diritto alla salute
A margine del libro di Giovanni Bianco
(Cedam, Collana giuridica, 2018)

Aula 2 Dipartimento di Scienze Giuridiche
Campus Universitario di Fisciano
1 ottobre 2018 h.12.30

Indirizzi di saluto

Prof. Giovanni Sciancalepore (Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche. Università di Salerno)

Introduce

Prof.Giuseppe Di Genio (Università di Salerno)

Presiede e conclude
Prof.Armando Lamberti (Università di Salerno)

Interverranno

Prof. Carlo Amirante (Università Federico II di Napoli)
Prof. Giovanni Bianco (Università di Sassari)
Prof.Angel Antonio Cervati (Università “La Sapienza” di Roma)
Prof. Matteo Cosulich (Università di Trento)
Prof. Mario Panebianco (Università di Salerno)

Persona e diritto alla salute

di Carlo Amirante

Fra i caratteri incontestabilmente originali e innovatori della nostra Costituzione –ammirati e invidiati anche da teorici, studiosi e costituenti stranieri – vi è certamente il diritto alla salute.
Non si tratta, infatti,solo di un principio programmatico, ma di un vero e proprio fondamentale diritto dell’individuo cui corrisponde un interesse della collettività. Un diritto alla salute universale e azionabile da ciascuno per cui la Costituzione all’art. 32 «garantisce cure gratuite agli indigenti»
Merito di Giovanni Bianco, professore di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Sassari, è quello di aver descritto gli ostacoli all’affermazione della salute come diritto non solo riconosciuto ma fruibile,anche grazie alla giurisprudenza della Corte Costituzionale,da soggetti diversi dai cittadini italiani.
Si è passato, infatti,da un’esigenza generale di sanità pubblicariconosciutanella Roma repubblicana e imperiale (dalla costruzione degli acquedotti alla bonifica dei territori, dalla pulizia delle strade e dei luoghi pubblici all’assistenza medica ai poveri) allasalute come interesse pubblico dello stato liberale; da una timida affermazione del diritto nello stato post-liberale alla salute come diritto fondamentale della Costituzione repubblicana.
L’ampiezza e l’assolutezza della tutela della salute hanno fatto sì che questa esigenza fosse estesa anche ai rapporti fra privati, fino a configurare, come sottolinea Bianco, «il fondamento di un diritto soggettivo del lavoratore»alla salute e alla sua integrità psicofisica.
Come risulta evidente dagli scritti non solo di costituenti come Mortati e di autorevoli studiosi come Pietro Rescigno, Stefano Rodotà e, più di recente,  

Cinquant’anni fa il maggio francese

di Giulia Guazzaloca

Cinquant’anni fa la Francia tornava ad essere teatro della «rivoluzione»; non c’erano i sanculotti, gli anti-borbonici, i «banchetti» operai, ma Parigi era di nuovo invasa da migliaia di manifestanti al grido di «liberazione» e «contestazione». Liberazione dall’autorità e dalle gerarchie all’interno della famiglia, dell’università e dei luoghi di lavoro; contestazione dei partiti tradizionali e delle strutture della democrazia rappresentativa, delle discriminazioni legate alla razza, al sesso, alla classe sociale, degli stili di vita imposti dalla nuova società dei consumi. Quel maggio a Parigi costituì l’apice e il simbolo della ribellione giovanile; probabilmente senza il «maggio francese» il Sessantotto e l’immagine che ne è giunta fino a noi non sarebbero stati gli stessi. Fu a Parigi infatti che il movimento di contestazione studentesca apparve più simile ad una vera e propria «rivoluzione»: i giovani divennero il detonatore del malcontento della società tutta, scioperi, cortei, occupazioni e barricate arrivarono a paralizzare il paese e a far vacillare il sistema della Quinta Repubblica.

Tutto era partito da Nanterre, l’ateneo alle porte di Parigi, già scosso da incidenti e proteste nell’autunno precedente, dove nacque il «movimento del 22 marzo» guidato da Daniel Cohn-Bendit. La miccia che fece esplodere l’incendio fu la proposta del governo gollista di introdurre meccanismi di selezione per l’accesso all’università; ma fu solo una miccia, quasi casuale, perché già dal 1967 gli studenti erano in fermento in gran parte d’Europa e quelli americani avevano dato vita a movimenti per  

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