Un Sinodo veramente speciale

di Raniero La Valle

Nel sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it pubblichiamo un dossier con il materiale finora disponibile sul Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia, perché ci sembra che l’evento in corso segni una vera novità per la vita e per la riforma della Chiesa.
Ciò spiega anche perché questo Sinodo è così duramente avversato ed esecrato dall’integrismo laico di destra che dilaga su siti e giornali,
e da settori regressivi della Chiesa e dello stesso episcopato. In effetti ci sembra che dopo la novità già rappresentata dai Sinodi conclusisi con la “Amoris Laetitia”, il Sinodo sull’Amazzonia rappresenti il primo vero evento collegiale rilevante che si sia avuto nella Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II; non che non ci siano stati molti Sinodi prima di questo, ma nella concezione restrittiva di Paolo VI essi furono pensati e normati come mere funzioni ausiliare del primato pontificio, ragione per cui la Chiesa a partire da allora è rimasta ferma per cinquant’anni.
Anche formalmente il Sinodo sull’Amazzonia non è come gli altri.
Esso si qualifica come assemblea speciale in quanto inerente a un’area geografica determinata pur nell’unità della Chiesa universale (tant’è che si svolge a Roma). Naturalmente neanch’esso realizza un modello compiuto di sinodalità né è esente da elementi di criticità, però reca un messaggio di novità e vitalità in senso epocale, che sul piano simbolico si può paragonare all’apertura dell’Anno Santo a Banguì, in piena Africa; e il simbolo è quello di  

Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazione “Giorgio La Pira”, con il patrocinio della Fondazione Adriano Olivetti, della Fondazione Giorgio La Pira, dell’Accademia di studi storici Aldo Moro e dell’Archivio storico Flamigni

Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti

Civita Castellana, 19 ottobre 2019, h.17

Indirizzi di saluto

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Carlo Bersani (Università di Cassino)
Prof.Francesco Maria Biscione (Archivio storico Flamigni)
Prof.Matteo Cosulich (Università di Trento)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti, 5

Ecosocialismo, democrazia e nuova società

di Michael Löwy

…L’ecosocialismo ha come obiettivo quello di fornire un’alternativa radicale di civiltà a ciò che Marx definiva come «il progresso distruttivo» del capitalismo. La proposta è di una politica economica rivolta alle necessità sociali e all’equilibrio ecologico e, pertanto, fondata su criteri non-monetari ed extra-economici. Gli argomenti essenziali a suo sostegno risalgono al movimento ecologista, come pure alla critica marxista all’economia politica, una sintesi dialettica (…) che è allo stesso tempo una critica all’“ecologia di mercato”, che si adatta al sistema capitalista, e al “socialismo produttivista”, che resta indifferente alla questione dei limiti della natura.

Secondo James O’Connor, la meta del socialismo ecologico è una nuova società fondata sulla razionalità ecologica, sul controllo democratico, sull’uguaglianza sociale e sulla supremazia del valore d’uso sul valore di scambio. Io aggiungerei le seguenti condizioni per il raggiungimento di quegli obiettivi: a) la proprietà collettiva dei mezzi di produzione (il termine “collettivo” qui significa proprietà pubblica, comunitaria o cooperativa), b) una pianificazione democratica che possa consentire alla società di definire i propri obiettivi per ciò che riguarda l’investimento e la produzione e c) una nuova struttura tecnologica delle forze produttive. Detto in altro modo, una trasformazione rivoluzionaria a livello sociale ed economico.

Secondo gli ecosocialisti, il problema delle principali correnti dell’ecologia politica, i cui rappresentanti sono i partiti verdi, è che non sembrano tenere conto della contraddizione intrinseca tra la dinamica capitalista – fondata sull’espansione illimitata del capitale e sull’accumulazione dei profitti  

Una lezione dal passato

di Francesco Neri

Il sistema capitalistico è apparso molto più forte e, soprattutto, molto più “compatto” rispetto alle tanto teorizzate criticità di “naturale” appartenenza. Alla luce di ciò, occorre chiedersi se il passato sia in grado di fornire degli insegnamenti.

È cosa assai visibile, in Occidente, che il vessillo del successo è il profitto: tanto maggiore è il profitto quanto maggiore è l’autorevolezza. Si tratta, infatti, di una sorta di ferreo principio che regge e plasma il mondo occidentale. La logica del capitale, così, sembra pervadere l’intera società, determinando una vera e propria società della disuguaglianza, in cui una esigua minoranza è detentrice della ricchezza mondiale, mentre la povertà coinvolge ampi strati della popolazione mondiale. L’utilità sociale, alla luce di tutto ciò, risulta essere un concetto pressappoco inutile, spazzato via dalle logiche del capitalismo e dal motto d’ordine: «Massimizzare il profitto!». Marx – con le dovute cautele del caso – in qualche modo, aveva predetto un simile epilogo nella sua monumentale disamina del sistema capitalistico. Ciononostante, la realtà essendo realtà si è disvelata diversamente da quanto teorizzato dal filosofo di Treviri e dai vari pensatori marxisti: il sistema capitalistico, difatti, è apparso molto più forte e, soprattutto, molto più “compatto” rispetto alle tanto teorizzate criticità di “naturale” appartenenza. Viceversa, quello che doveva essere una sorta di “vaccino” o “antidoto” al suddetto sistema, ossia i vari tentativi di ingegneria sociale, propri del Novecento, finalizzati alla costruzione di una società perfetta e perfettamente  

La forza e il potere

di Federico Ragazzi

“Forza” e “potere” sono due tematiche che vengono spesso prese in esame nelle discussioni più varie. La loro attualità non potrà mai cessare, poiché i rapporti di forza e di potere rimangono caratteristiche fondative di ogni società civilizzata. Un mondo senza di esse ci appare tanto estraneo e fantasioso quanto le più felici e utopiche favole infantili.

Le questioni che sorgono al cospetto di questi due temi sono innumerevoli, ma ciò non preclude una loro – seppur lieve – analisi. Quali sono gli effetti della forza e del potere? Possono essere detenute da un soggetto o questo pos-sesso gli si ritorcerà contro? Vi sono differenze tra loro?

Insomma, cosa sono il “potere” e la “forza”? forza, intesa come atto coercitivo, è al centro di ogni vicenda umana. Un’opera che si prefigga di analizzarne la costituzione è destinata a divenire specchio della nostra società. La forza esercitata nei confronti di un essere umano, può essere intesa come «ciò che trasforma in cosa chiunque le sia sottomessa» (S. Weil, L’Iliade o il poema della forza), ovvero è, semplicemente, ciò che permette di convertire un uomo in un cadavere. Ma non solo, la forza può addirittura cosificare un uomo vivo e vegeto. Gli sventurati, costretti a questa cosificazione, temono di essere ridotti a cadaveri; in tal modo essi, vivendo in uno stato di perenne minaccia e pericolo, imitano ciò di cui hanno paura, trasmutandosi in cose: «È una morte  

Sul nesso pensiero-essere: Heidegger e Severino

di Vittorio Possenti

Heidegger e la metafisica (HM) è un volume significativo per la vicenda teoretica di Emanuele Severino, perché scritto in anni in cui egli accoglieva la metafisica classica che poi ripudierà: la metafisica classica «era stata sin dall’inizio il fondamento teorico dell’indagine storica» (HM, p. 13). Sulla scia di Bontadini, Severino riteneva allora che la filosofia della seconda modernità (idealismo), avendo superato il fossato cartesiano e kantiano tra essere e pensiero, potesse condurre alla ripresa della metafisica classica. L’interpretazione severiniana di Heidegger, improntata ad una considerevole ‘carità ermeneutica’, cerca nel 1950 di interpretare il filosofo tedesco come un possibile momento di riapertura di quell’orizzonte metafisico. L’Avvertenza del 1994 stesa per la seconda edizione di HM, lo ammette, sostenendo che l’analisi avrebbe dovuto essere più esigente (HM, p. 27).

Nell’interpretazione di Heidegger in ordine al nesso pensiero-essere l’autore privilegia le posizioni espresse nella Lettera sull’umanismo, in cui la dignità del pensiero sarebbe salvata, rispetto a quelle della fine degli anni ’20 e degli anni ’30 che mandano tutt’altro suono (cfr. HM, pp. 337 ss.). In effetti il mutamento negli assunti di Heidegger è notevolissimo. Quale sia la posizione finale di Heidegger sul nesso pensiero-essere, supposto che ve ne sia una, non è chiaro; egli ha parteggiato per un ampio periodo per il dualismo moderno tra pensiero ed essere (cfr. Essere e tempo, L’essenza della verità, etc.), e poco dopo in Introduzione alla metafisica (IM) ha colpito l’interpretazione moderno-idealistica della  

Popolo chi?

di Nadia Urbinati*

Questo libro, utilissimo, intelligente, ben scritto, nasce da un proposito molto semplice: mettere in discussione l’idea che alle classi popolari vada addossata la responsabilità principale del successo delle destre populiste. «Perché ha vinto Trump? Perché ‘la classe operaia’ (per una volta esistente, nelle analisi giornalistiche) ha scelto lui. Perché ha vinto la Brexit? Perché le classi popolari si sono rivoltate alla propria classe dirigente e sono nazionaliste e razziste. Perché Lega e Movimento 5 Stelle sono arrivati ad avere il 60% dei consensi? Perché i partiti tradizionali, e quelli di sinistra in particolare, non si sono occupati del ‘disagio’ (per usare un termine di moda tra le élite) delle classi popolari. Ma soprattutto, dove si diffondono il sentimento di insicurezza e l’ostilità all’immigrazione, e quindi le basi del consenso per i partiti di estrema destra? Tra le classi popolari e nelle periferie, naturalmente». La lotta dei gilet gialli nella Francia di Macron ripropone più o meno lo stesso problema. Intervistato da un giornalista, un cittadino francese mobilitato con i gilet gialli ha in poche parole offerto una spiegazione eloquente della relazione tra «classi popolari» e politica nelle nostre democrazie consolidate: «Abbiamo dovuto scegliere la strada della rivolta per farci sentire. Sono mesi, anni che cerchiamo di far capire le nostre esigenze, le nostre frustrazioni, di trasmettere le nostre preoccupazioni sul potere di acquisto, ma nessuno ci ascolta». Questo libro vuole sondare e raccontare la storia della scollatura tra  

Persona e diritto alla salute. Incontro di studi

La prima cosa bella

di Gabriele Romagnoli

La prima cosa bella di mercoledì primo maggio 2019 è l’autunnale bambino appena nato a un amico che ha la mia età e quindi a un passo dall’essere fuori tempo, massimo. Gli dedico la pagina di un libro struggente: In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, edito da Guanda. Racconta di un padre che, durante la guerra civile spagnola, si consegnò per salvare la vita al figlio.

“Il figlio venne liberato e il padre fu fucilato. Per questo è così importante la paternità, perché annulla il dubbio, non dubiti mai. Darai sempre la vita per tuo figlio. Tutto il resto che c’è nel mondo è confusione, esitazione, perplessità, egoismo, indecisione, incertezza, nessuna grandezza. Ricevere una pallottola al posto di un altro senza pensarci due volte, è questa la maggiore grandezza che ti può riservare la vita. Dare la vita per qualcuno non è previsto in nessun codice della natura. E’ una rinuncia volontaria che scompagina l’universo”.
Veniamo al mondo per questo: scompaginare l’universo credendo nell’impossibile e attuando l’impensabile. Rappresentiamo un’eccezione al nulla e per giustificarlo cerchiamo una causa giusta per cui vivere e morire. Beati gli uomini che si sono sentiti padri di un’intera generazione a venire.

(www.repubblica.it , 1 maggio 2019)

Quel giorno, il miracolo e la festa della ritrovata libertà

di Marco Revelli

Alla Risiera di San Sabba gli eredi delle vittime sfrattati per far posto agli eredi degli oppressori. A Verona una mozione di maggioranza “contro il 25 aprile”. A Savona il corteo celebrativo deviato per non dar fastidio a quelli di Casa Pound. In mezza Italia le bande nere-verdi, dietro il loro “capitano” in missione a Corleone, disertano le celebrazioni della Liberazione. In fondo è giusto così: non è la loro festa! Per capirlo basta riascoltare le parole di quando le cose erano ancora chiare perché vive nella mente dei protagonisti.

«Dopo venti anni di regime e dopo cinque di guerra, eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Quel giorno, o amici, abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà». Così diceva Norberto Bobbio il 25 aprile del ‘57 a una piazza gremita ricordando le ragioni della festa ma, soprattutto, evocando un’esperienza vissuta: il ritorno all’«umanità» – individuale e collettiva -, a un’umanità liberamente vissuta, da parte di un popolo che quell’umanità l’aveva perduta, in vent’anni di servitù e conformismo, perversione e ipocrisia, adesione fanatica o silenzio complice, nell’accettazione più o meno partecipata di un regime che della disumanità – del culto e della pratica dell’inumano – aveva invece fatto il proprio emblema.

Certo, nel giorno della Liberazione ci sono molte «vittorie» da celebrare. C’è una vittoria militare: la liberazione  

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