Post-strutturalismo e politica. Foucault, Deleuze, Derrida

di Gabriele Vissio

Il volume di D’Alessandro e Giacomantonio presenta una sintesi del pensiero dei tre grandi classici della stagione post-strutturalista francese – Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jacques Derrida – alla luce dei rapporti che essi intrattengono con la questione politica. Diciamo la “questione politica” perché l’intento del volume non è tanto quello di esporre la filosofia politica di Foucault, Deleuze e Derrida – posto che si possa parlare, per ciascuno di questi autori, di una filosofia politica in senso classico – quanto quello di rintracciare all’interno del loro pensiero il “segno” della politica.

In effetti, l’ambizione ultima del saggio, è quella di tratteggiare alcune linee guida che servano alla comprensione del complesso e ambiguo rapporto che intercorre tra la corrente post-strutturalista, ben più ampia del terzetto di autori presi in considerazione, e la dimensione politica.
Che vi sia un rapporto tra il post-strutturalismo e la politica è cosa assodata, tanto dalla letteratura critica quanto dall’effettiva biografia dei protagonisti di quella stagione. Per limitarsi alle scelte di D’Alessandro e Giacomantonio basti pensare al coinvolgimento di Foucault nelle battaglie di quegli anni – dal periodo tunisino alla direzione del dipartimento di filosofia dell’Università “sperimentale” di Vincennes dopo gli eventi del ’68, dalla fondazione del «GIP – Groupe d’Information sur les Prisons» (a cui collaborerà anche lo stesso Deleuze), alla partecipazione al vivace dibattito intorno alla riforma della cosiddetta «loi de la pudeur». Si pensi anche a Deleuze e all’importanza filosofica e  

Venti di speranza

Incontro di studi dell ‘Associazione “25 aprile.Marco De Simone”, con il patrocinio del Comune di Rossano

Presentazione del volume di Franco Ambrogio, Venti di speranza. La Calabria tra guerra e ricostruzione (1943-1950), Rubbettino editore

Rossano, 20 gennaio 2018, h.17.30

Presiede

Prof.Natale Vulcano (Presidente Associazione “25 aprile.Marco De Simone”)

Modera

Dott.Francesco Ratti (Account Manager Agenzia Mici lab)

Introduce

Dott.Pierpaolo Cetera (Storico)


Interventi programmati

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)
Stefano Mascaro (Sindaco di Rossano)
Mons. Franco Milito (Vescovo di Oppido-Palmi)

Conclude

On.Franco Ambrogio (Politico e Storico)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala della exdelegazione comunale in Rossano Scalo

Alain Badiou, Lacan.Il Seminario.L’antifilosofia 1994-1995

di Caterina Marino

Nel 2016 è stato pubblicato in traduzione italiana il seminario tenuto da Alain Badiou nell’anno accademico 1994-1995 sull’antifilosofia di Lacan. Questo terzo momento di una “tetralogia antifilosofica” (p. 5), che ha visto come protagonisti autori quali Nietzsche, Wittgenstein e san Paolo, non fa che confermare la profonda convinzione di Badiou per cui ogni filosofo contemporaneo che si rispetti debba necessariamente misurarsi, nel corso del proprio itinerario filosofico, con lo psicoanalista francese e, soprattutto, con la sua interpretazione della filosofia (p. 8).

Fu Lacan stesso a dichiarare di essere un “antifilosofo”, e questo è certamente all’origine del debito reale di Badiou nei suoi confronti. La ricerca di Badiou, infatti, oltre a delineare un’autonoma ed originale ontologia, proprio a partire da quell’affermazione lacaniana è stata indotta, in modo sistematico, alla chiarificazione di ciò che caratterizza un pensiero antifilosofico.
A conferma di ciò questo seminario non presenta un’esposizione organica dell’opera lacaniana, ma si concentra soprattutto sull’analisi dei fondamenti della sua antifilosofia. Prendendo in considerazione soprattutto il Lacan degli anni Settanta, quello che privilegia il Reale rispetto al Simbolico, per intenderci, e seguendo una modalità di analisi rigorosamente progressiva, Badiou si propone due compiti essenziali: stabilire in che senso Lacan sia un antifilosofo, identificando la natura della materia e dell’atto antifilosofici del suo pensiero, e chiarire le ragioni per cui Lacan si pone come chiusura dell’antifilosofia contemporanea, conducendo, conseguentemente, all’apertura di un’eredità che l’antifilosofia lacaniana lascia alla filosofia stessa.
 

Armi nucleari, discesa nell’abisso

di Setsuko Thurlow*

Vostra Maestà, illustri membri del Comitato Nobel norvegese, colleghi attivisti, qui e in tutto il mondo, signore e signori, è un grande privilegio accettare questo premio, insieme a Beatrice (Fihn, direttrice dell’Ican, ndt), a nome di tutte le persone straordinarie che formano il movimento Ican. Ognuno di voi mi dà la grandissima speranza che possiamo – e lo faremo – porre fine all’era delle armi nucleari.

Parlo come membro della famiglia degli hibakusha, quelli di noi che, per una miracolosa casualità, sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Da oltre settant’anni lavoriamo per la totale abolizione delle armi nucleari. Ci siamo sollevati in solidarietà con coloro che sono stati danneggiati dalla produzione e dalla sperimentazione di queste orribili armi in tutto il mondo. Persone provenienti da luoghi con nomi a lungo dimenticati, come Moruroa, Ekker, Semipalatinsk, Maralinga, Bikini. Persone le cui terre e i cui mari sono stati irradiati, i cui corpi sono stati usati per esperimenti, le cui culture sono state per sempre sconvolte.

Non ci siamo accontentati di essere vittime. Ci siamo rifiutati di aspettare un’istantanea fine ardente o il lento avvelenamento del nostro mondo. Ci siamo rifiutati di sederci pigramente nel terrore perché le cosiddette grandi potenze ci hanno portato al passato crepuscolo nucleare e sconsideratamente vicini alla mezzanotte nucleare. Ci siamo alzati. Abbiamo condiviso le nostre storie di sopravvissuti. Abbiamo detto: l’umanità e le armi nucleari non possono coesistere.

Oggi, voglio  

Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo italiano

di Giacomo Gabbuti

Dall’Unità in poi l’Italia ha compiuto un percorso “subottimale” ed è sempre cresciuta meno di quanto avrebbe potuto. Una recensione al volume curato da Vasta e Di Martino

Il volume curato da Di Martino e Vasta rappresenta probabilmente una svolta nella crescente pubblicistica storico-economica. Il lavoro, frutto di un collettivo di accademici (oltre agli autori, in ordine di apparizione, E. Felice, G. Cappelli, A. Nuvolari, A. Colli e A. Rinaldi), nasce da uno speciale di Enterprise & Society, intitolato Wealthy by accident? Il punto interrogativo era forse più in linea con l’interpretazione; ma più che in questa, la principale novità del volume sta nel modo in cui si concepisce il ruolo della disciplina nel più generale dibattito pubblico.

Nel 1990, Zamagni mandava alle stampe una delle più importanti e citate sintesi della storia economica d’Italia. Se, come scriveva Fenoaltea, il ruolo della disciplina (e delle scienze sociali) è quello di proiettare, come nelle leggende dei nostri antenati, l’immagine che abbiamo del nostro presente, è inevitabile che le interpretazioni riflettano i tempi in cui vengono scritte. Il titolo del volume – Dalla Periferia al Centro – rifletteva l’ottimismo e l’orgoglio di un Paese che, forse ancor più che dopo il Miracolo, sentiva di essere scampato per sempre dalla miseria. In un modo che colpisce chi quegli anni non li ha vissuti, e ne ha spesso letto descrizioni incentrate su inflazione e finanza pubblica fuori controllo, la pubblicistica dell’epoca sembra  

Democrazia della cultura

Dal 2014 la libertà di scattare fotografie nei musei è legge, da pochi mesi estesa anche ai beni archivistici e librari rispondendo alle attese degli studiosi di diverse aree umanistiche. Ma per molti non è ancora chiaro che la liberalizzazione delle immagini è una questione democratica, decisiva per il significato che vogliamo dare al concetto di “patrimonio culturale”.

di Mariasole Garacci

Il 29 agosto è finalmente entrata in vigore l’attesa legge annuale per il mercato e la concorrenza (n. 124/2017) che, riformulando l’art. 108 del codice dei beni culturali (vedere pp. 225-226), introduce il regime di libera riproduzione con mezzi propri del patrimonio delle biblioteche e degli archivi pubblici italiani (art. 1, c. 171). Come sanno bene coloro che frequentano questi luoghi per motivi di studio e di ricerca, l’uso del mezzo proprio spesso era interdetto e dunque, in questi casi, la riproduzione rimaneva vincolata al monopolio di un concessionario esterno, oppure era subordinata ad autorizzazione e talvolta al pagamento di una tariffa, indipendentemente dal fatto che la riproduzione con smartphone o macchina fotografica non comportasse rischio di danni da manipolazione al documento già concesso in consultazione, né oneri di riproduzione per l’istituzione che lo detiene. E’ ora consentito, con dispositivi digitali a distanza, riprodurre liberamente, cioè gratuitamente e senza richiesta di autorizzazione, il materiale che non sia sottoposto a restrizioni di consultabilità per ragioni di riservatezza ai sensi degli artt. 122-127 del codice, nel rispetto delle norme  

Dalla Casta al lavoro sociale, (forse) c’è vita per i partiti

di Giacomo Russo Spena

Partendo dalla degenerazione attuale, un libro di Fulvio Lorefice ragiona sull’utilità della forma partito che nel Novecento ha rappresentato l’organizzazione più efficace per le lotte popolari. Ed oggi? I partiti si possono salvare soltanto se riscoprono le pratiche di mutualismo e ricostruiscono un tessuto sociale col Paese. La vecchia Syriza e Podemos sono due modelli interessanti da seguire.

Della lotta alla Casta il M5S ci ha fatto una ragion d’essere. Già prima, i radicali di Marco Pannella si sono battuti contro la “partitocrazia italiana”. Un Sistema di potere. Ad oggi, perché mai un giovane dovrebbe iscriversi ad un partito politico? La loro crisi è tangibile, la degenerazione è lampante. Sono passati, col tempo, dall’essere organizzazioni di massa sancite dalla Costituzione (art 49) a ceti di nominati, persino collusi con establishment e poteri forti. Pensiamo all’inchiesta di Mafia Capitale, a Roma, che ha certificato la connivenza dei partiti, in maniera bipartisan, con “il mondo di sotto” per utilizzare il termine dell’ex Nar Massimo Carminati, ora agli arresti.

Ma – qui bisogna interrogarsi – ha senso riformare i partiti o il problema risiede nella stessa forma partito? Se lo chiede il ricercatore Fulvio Lorefice che recentemente ha scritto per Bordeaux edizioni “Ribellarsi non basta”: un libro che ha il coraggio di andare controcorrente e analizzare il rapporto tra organizzazione e risultati concreti di avanzamento delle classi sociali più deboli, dando un taglio storico alla discussione.

“Il tema della strutturazione  

Aldo Moro costituente

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”
con il patrocinio dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro”,
della Fondazione “Giorgio La Pira” e dell’ Archivio storico Flamigni

Aldo Moro costituente

Civita Castellana, 25 novembre 2017, h.17

Indirizzi di saluto ed introduzione

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverrano

Prof.Carlo Bersani (Università “Niccolò Cusano”)
Prof.Francesco Maria Biscione (storico)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle Conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti,5

A Roma per guardare il futuro

di Raniero La Valle

È stato annunciato il programma dell’assemblea nazionale del movimento “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” convocata per il 2 dicembre a Roma, alle 10, presso il Centro Congressi di via dei Frentani 4.
Il tema dell’incontro è: “Ma viene un tempo, ed è questo”. Il suo significato è di voler interpretare il pontificato rinnovatore di Francesco come l’inizio di un tempo nuovo, per l’umanità e per la Chiesa. Il tempo a cui si allude è quello annunciato da Gesù alla Samaritana al pozzo di Giacobbe, il tempo in cui, deposti gli idoli, “i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giov. 4,23), in una umanità finalmente riconciliata e riunita. È evidente la forte carica di speranza e di fiducia implicita nella scelta di questo tema; essa però va misurata con la durezza dei tempi che stiamo vivendo, per non fare come quelli che, come si legge nella Bibbia, “raccontano i loro sogni” (Ger. 23, 27), e “profetizzano secondo i loro desideri” (Ez. 13, 2).
Per questa ragione l’assemblea dovrà sentirsi investita dalla sofferenza e dall’estrema minaccia che gravano oggi sul nostro tempo e sul mondo. In particolare non si potrà non assumere nell’analisi la perdita e addirittura lo scempio del diritto, dell’etica pubblica e delle culture di convivenza, che sono il portato dell’attuale fase neoliberista della globalizzazione. L’effetto più grave di queste demolizioni in corso è la precarizzazione della vita, soprattutto dei giovani,  

Il Dio che sorprende

di Raniero La Valle*

1. La novità di papa Francesco

Il Dio che sorprende è il Dio annunciato da papa Francesco. Ancora mercoledì scorso nella sua catechesi il papa ha parlato del Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese. Certo non è questo il solo Dio in circolazione. C’è il Dio predicato per inerzia da tutta la Chiesa, il Dio predicato nella Chiesa italiana. Ma non è un Dio che sorprende, non suscita meraviglia, è il Dio che giace nel catechismo, che da tempo non sveglia più nessuno.
Poi c’è lo stereotipo del Dio demiurgo, todopoderoso, depositato nella cultura comune, condiviso sia da chi lo afferma, sia da chi lo nega, sia da chi lo ignora.
Il Dio che irrompe nella Chiesa di Francesco è diverso. In un mondo piagato ed esposto alle peggiori sorprese, nessuno pensava che ci potesse essere una sorpresa da parte di Dio. O almeno non lo si pensava più, da quando era stato messo a tacere il Concilio. Per questo la Chiesa era diventata così tetra e la fede se ne stava andando come l’acqua dall’invaso di una sorgente inaridita.
Ma ecco che da quattro anni è comparso un Dio che sorprende. Per il mondo è stato un bagliore improvviso, una straordinaria novità, per gli archeologi del sacro è stata invece una sorpresa ingrata, un incidente imprevisto, uno strappo ai regolamenti. Perciò i più papisti del papa sono diventati, proprio  

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