
…Ho detto prima che l’impossibilità di un’alternativa, sia di avvicinamento, sia di avvicendamento, contrassegna la nostra come una democrazia difficile. Ed ho rilevato che qui risiede il fondamento della tensione propria del nostro sistema politico. Non noi, con la nostra volontà, ma la storia stessa, l’evoluzione delle cose ed i movimenti reali nello spirito umano, potranno forse, in tempi imprevedibili, modificare questa situazione. E allora, per allentare la tensione, senza mettere a rischio il nostro sistema democratico ed il nostro modo di vita,c’è solo un serio dibattito politico, che non diventi esso stesso strumento di potere , e la politica di centro-sinistra, che, senza nulla concedere al comunismo, si spinga fin dove esiste obiettiva disponibilità democratica nelle masse di ispirazione socialista.
(Dal discorso al XII Congresso nazionale della D.C., Roma 9 giugno 1973)
di Franco Cordero
Cent´anni fa tenevamo banco europeo, sciaguratamente perché l´impresa libica innesca convulsioni balcaniche: Giolitti (quarto ministero) s´è rassegnato all´avventura coloniale sotto la spinta d´un nazionalismo ancora invisibile in aritmetica parlamentare ma influente tra i colletti bianchi più o meno umanisti (lo sostengono industriali dell´acciaio e dello zucchero: «I miei clienti duri e dolci», li chiama Alfredo Rocco, giurista, futuro architetto dello Stato totalitario); se il gioco riesce, terrà quieta la destra aggressiva mentre le Camere votano un´inaudita riforma elettorale (suffragio maschile quasi universale). Dal «Corriere della Sera» D´Annunzio canta le Gesta d´Oltremare in terzine dantesche, dieci canzoni, 8 ottobre 1911-14 gennaio 1912. Albertini gliele paga 1250 lire l´una e tira un milione di copie. Non è più tempo d´empiria giolittiana. Gl´interlocutori naturali nel riformismo socialista perdono quota: smania l´antilibico Benito Mussolini; il «sindacalismo rivoluzionario» dista poco dalle cabale imperialiste. Enrico Corradini, piccolo letterato, ha scoperto la guerra di classe tra Stati e Giovanni Pascoli tiene un discorso che ai miei tempi figurava nelle antologie, «La grande proletaria s´è mossa». In capo a due anni, quando un terrorista serbo uccide l´erede al trono absburgico scatenando i cannoni d´agosto, nasce l´equivoco cartello: dai reazionari (il cui disegno è chiaro, guerra da preda e ferreo ordine padronale) ai sogni d´una crociata virtuosa, vedi Salvemini e Bissolati; l´avventuriero Mussolini, espulso dal partito, guida uno pseudosocialismo interventista. Anime incompatibili, concordi però nel condurre alla festa sanguinaria il paese che non la vuole. Retorica …
di Giulio Ferroni
Di fronte all’impatto della crisi attuale, le generazioni future saranno chiamate a un compito di radicale correzione del modello di sviluppo seguito negli ultimi decenni. Una scuola davvero autorevole, pertanto, dovrebbe partecipare alla formazione di una nuova dimensione morale e fornire alle giovani generazioni gli strumenti per confrontarsi con le difficoltà e la complessità del presente.
Si ripete sempre che quello della scuola e dell’educazione è il nodo più cruciale per il destino delle società moderne, che tocca in profondità il loro equilibrio vitale, il loro proiettarsi verso un futuro in cui è in gioco la loro stessa persistenza. Tutti sono naturalmente pronti a riconoscere questa urgenza: ma ciò dà luogo, tra affermazioni di principio e lamentosi rilievi polemici, a interventi occasionali, a progetti e tentativi di riforma incongrui ed esteriori (quando non segnati da miope parzialità ideologica), tutto perlopiù a costo zero o addirittura sotto zero, dato che le urgenze economiche più immediate impongono tagli e ridimensionamenti di ogni sorta, che si scaricano sulle spalle di una classe docente sempre più umiliata ed emarginata nel contesto sociale.
Al di là delle insistenti dichiarazioni di principio, nell’opinione corrente e nella vulgata giornalistica la scuola (qui mi riferirò in particolare alla scuola secondaria) viene in realtà percepita come un luogo di parcheggio per le giovani generazioni, a cui si chiede una riproduzione auspicabilmente non problematica (senza fastidi per le famiglie) dell’esistenza quotidiana, accompagnata da una indeterminata …
di Massimo D’Alema
È troppo presto per fare un bilancio definitivo di quello straordinario cambiamento dello scenario mondiale che è stato chiamato Primavera araba. Anzitutto perché il processo è tuttora in corso e ritengo sia destinato a investire progressivamente, anche se in forme diverse, l’intero mondo arabo, compresi i paesi del Golfo Persico. Una parte della sponda Sud del Mediterraneo ha tuttavia già vissuto un radicale rivolgimento politico: la Tunisia e l’Egitto sono nel pieno di una transizione democratica; in Libia si è compiuto il drammatico abbattimento del regime di Gheddafi e si è avviata una fase nuova; in Siria è in atto un sanguinoso conflitto, dagli esiti incerti e rispetto al quale è urgente un impegno della comunità internazionale sulla base del piano preparato dalla Lega araba. Quella Lega araba, sia detto per inciso, che è stata rivitalizzata dagli avvenimenti della scorsa primavera e che ha saputo raccoglierne gli stimoli positivi. Incontrando alcuni giorni fa il nuovo segretario generale della Lega araba, Nabil el-Araby, ho potuto accertarmi di come la sua prima preoccupazione sia quella di imporre al regime siriano la cessazione delle violenze e l’avvio di un negoziato per la transizione che comporti certamente il superamento della dittatura, ma anche un dialogo e un compromesso tra le diverse componenti etniche e religiose della società siriana, per evitare che dall’oppressione vissuta per troppi anni dal popolo siriano si passi ad una anarchica disgregazione e a …
di Livia Manera
«Sono Gimpel l’idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi. Ma è così che mi chiama la gente».
Che modo eccezionale, per un grande scrittore ancora sconosciuto, di presentarsi al pubblico la prima volta. È il 1953, Isaac Bashevis Singer ha cinquantun anni ed è un immigrato polacco che scrive in yiddish quando a New York la «Partisan Review» pubblica Gimpel l’idiota, il suo primo racconto tradotto in inglese.
La traduzione è di Saul Bellow, che quello stesso anno dà alle stampe Le avventure di Augie March. E la sua mano si sente. «Sono americano, nato a Chicago», comincia con la stessa determinazione e lo stesso ritmo il primo grande romanzo di Bellow. E quando la critica lo nota, Singer si adombra. Non lascerà mai più avvicinare Bellow alla traduzione dei suoi racconti, che da quel momento curerà lui stesso con dei collaboratori, trasformandosi – paradossalmente, per uno che scrive in una lingua morente dell’Europa dell’Est – in uno scrittore americano.
Proprio perché Singer diceva di riconoscersi nella figura di Gimpel, lo zimbello di Franpol costretto dalle troppe umiliazioni ad abbandonare il proprio villaggio ed errare di paese in paese raccontando improbabili storie di «demoni, maghi e mulini a vento», è significativo che sia questo racconto a dare il via alle Collected stories che Singer stesso s’impegnò a selezionare per le edizioni Farrar Straus and Giroux nel 1982. Perché pubblicato ora da Corbaccio con il titolo …
di Michela Marzano
La sicurezza innanzitutto. E poi le regole da rispettare e gli ordini da seguire. Ma fin dove? Dove comincia e dove finisce la “normalità”? Imbavagliare con nastro da pacchi due cittadini tunisini che vengono rimpatriati non dovrebbe essere qualcosa di “normale”. Anche quando si ritiene “normale” metterli su un aereo per rispedirli nel loro paese. Perché, nonostante tutto, il viso di una persona ha sempre un valore simbolico. È attraverso il viso e la bocca che ognuno di noi esprime la propria soggettività. È attraverso il proprio sguardo che si entra in relazione con gli altri. E la soggettività di un essere umano, anche quando si è commesso un crimine o un delitto, non dovrebbe mai essere negata o cancellata come accade quando, per applicare le procedure ed evitare di creare scompiglio e confusione, si cede alla tentazione di far tacere a tutti i costi, anche con del nastro adesivo. Per garantire il buon funzionamento della società, ciascuno di noi è chiamato a fare il proprio dovere e ad assumersi le responsabilità che gli competono. Non si tratta qui di negare l´importanza delle regole che, da sempre, rendono possibile il “vivere insieme”. Dovere e responsabilità, però, non dovrebbero implicare né un´assenza di compassione, né l´indifferenza. Perché gli esseri umani non sono dei semplici automi, delle macchine che si limitano ad eseguire i programmi con cui sono state concepite. La compassione nei confronti di un´altra persona, però, è …
di Miguel Gotor
Nella primavera 1978 le Brigate rosse sottoposero Aldo Moro a un interrogatorio che riguardò anche la strage di piazza Fontana del 1969 e quella di piazza della Loggia del maggio 1974. Come è noto, il memoriale del prigioniero è giunto a noi incompleto, ma su quegli anni egli formulò un giudizio chiaro utilizzando la categoria di “strategia della tensione”. Quel tempo fu «un periodo di autentica ed alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise». Moro espose i meccanismi e le finalità della strategia della tensione, impostata da servizi stranieri occidentali con propaggini operative in due paesi allora fascisti come la Grecia e la Spagna. Essa aveva potuto godere del contributo dei servizi italiani militari con «il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia», ossia dell’Ufficio Affari riservati diretto da Federico Umberto D’Amato. Secondo il prigioniero lo scopo era stato quello di realizzare una serie di attentati attribuendoli alla sinistra per destabilizzare l’Italia e poi coprire i veri responsabili con appositi depistaggi: «La c. d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo», anche se Moro trascurava il varo nel giugno 1972 del governo centrista Andreotti-Malagodi, dopo l’attentato di Peteano per cui è …
di Vito Francesco Gironda
L’idea dello ius culturae – lanciata dal ministro Riccardi – è ambigua e pericolosa, perché rischia paradossalmente di alimentare il conflitto multiculturale
Alcuni giorni fa Andrea Olivero ha riproposto sulle pagine di Europa l’idea dello ius culturae quale criterio di definizione di un’auspicabile riforma della cittadinanza italiana. Lanciata dal ministro Andrea Riccardi, la nozione di ius culturae sembra essere diventata l’asse consensuale per praticare una via italiana all’integrazione.
Di cosa si tratta? A volere ragionare in termini generali, il concetto richiama agli effetti propositivi e “assimilazionistici“ di una “seducente” cultura italiana. Si immette nel discorso pubblico una concezione stato-centrica e “assimilazionistica” di cittadinanza, secondo un’idea di presunzione di appartenenza, in base alla quale la nascita sul territorio veicolerebbe, nel lungo periodo, quei legami culturali che si suppone costituiscano la base della cittadinanza. Come dire, i diritti di cittadinanza sono collocati nell’ambito della specificità culturale di una comunità nazionale, la quale promuove una concezione particolaristica dell’individuo e delle sue relazioni sociali. Seguendo tale prospettiva, l’inclusione si determina attraverso una sorta di “adeguamento” valoriale alla cultura del paese ospitante. A prima vista sembra un discorso molto lineare. Eppure, guardando bene, emerge una serie di ambiguità concettuali su cui sarebbe opportuno riflettere serenamente.
La prima ambiguità riguarda la nozione stessa di cultura nazionale. In base a quali contenuti qualificanti e qualificati si delinea lo spazio culturale nel quale si definisce un’immaginata concezione di appartenenza culturale? Se …
di Laura Balbo
La crisi è l’occasione per allargare lo sguardo a settori dell’economia e del sociale fuori del mercato, verso dimensioni del lavoro non mercantili, solidali, di cura e attenzione per i luoghi, le società e le persone. Alcuni libri recenti offrono coordinate preziose per saperne di più
Il lavoro al centro delle iniziative del governo, e al centro dell’attenzione. Un percorso che va avanti nelle sedi politiche, in convegni, con commenti di esperti; e anche, ovvio, scontri e critiche, manifestazioni e scioperi. Una questione cruciale per proposte e ricerca di soluzioni. Sarebbe utile richiamare l’attenzione sulla parola, e la concezione, del lavoro, e sul fatto che sono rimasti fin qui fuori temi e prospettive che in fasi del passato (ugualmente segnate da “crisi”, “disoccupazione”, dall’urgenza di proposte e di politiche) erano stati parte del discorso pubblico e dell’agenda. Se certo ci troviamo oggi di fronte a dimensioni nuove, a processi che rendono il quadro più complicato che nel passato, due aspetti sarebbe bene metterli in luce: il primo, come siano ricorrenti fasi di malfunzionamento dell’economia, di “crisi”, appunto (su questo, una lettura che consiglierei è Il capitalismo occidentale del dopoguerra di Michael Kidron, Laterza, 1969). Dunque allargare la prospettiva, tener presenti i riferimenti a fasi del passato e alle diverse situazioni (in Europa e altrove). Ovvio che si può insistere su condizioni particolarmente complicate e gravi di questo momento storico. Ma quante volte gli umani …
di Umberto Eco
Parlar male degli altri ha svolto per secoli un’utile funzione di coesione sociale. Si faceva nelle strade di paese o in famiglia, davanti al focolare. Oggi invece il gossip si fruisce solo attraverso i media. E così è diventato un vizio che ci isola dagli altri.
Ho letto che gli ascolti dell’”Isola dei Famosi” stanno aumentando. Di primo acchito, e a lume di buon senso, me ne ero stupito: pensavo che la mitica “audience” si fosse stancata di un programma evidentemente (come oggi si suol dire) taroccato, dove nulla è spontaneo e gli stessi comportamenti che i partecipanti credono genuini sono stimolati a programma; dove inoltre gli attori non sono persone comuni ma in maggioranza o aspiranti divi o ex divi sul viale del tramonto che cercano disperatamente di siliconarsi il destino. Ma poi ho pensato che, sin dai tempi in cui le folle romane abbandonavano la commedia di Terenzio per correre a vedere gli orsi, i circenses sono i circenses; e che la gente adora varie forme di lotta selvaggia anche se sa benissimo che i lottatori fanno finta e cercano di non farsi troppo male.
D’altra parte per apprezzare “l’Isola dei Famosi” non è necessario credere che quello che si vede sia vero. Conosco tante signore che adorano quelle riviste di “gossip” dove si rivelano nuove e scandalose “affettuose amicizie” e, vergognandosi di comperarle all’edicola, vanno a leggerle dal parrucchiere; e quando le si …
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