Edgard Morin: “Cette crise nous pousse à nous interroger sur notre mode de vie”

Edgar Morin : « Cette crise nous pousse à nous interroger sur notre mode de vie, sur nos vrais besoins masqués dans les aliénations du quotidien »

Propos recueillis par Nicolas Truong

Dans un entretien au « Monde », le sociologue et philosophe estime que la course à la rentabilité comme les carences dans notre mode de pensée sont responsables d’innombrables désastres humains causés par la pandémie de Covid-19.

Né en 1921, ancien résistant, sociologue et philosophe, penseur transdisciplinaire et indiscipliné, docteur honoris causa de trente-quatre universités à travers le monde, Edgar Morin est, depuis le 17 mars, confiné dans son appartement montpelliérain en compagnie de sa femme, la sociologue Sabah Abouessalam.

C’est depuis la rue Jean-Jacques Rousseau, où il réside, que l’auteur de La Voie (2011) et de Terre-Patrie (1993), qui a récemment publié Les souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), ouvrage de plus de 700 pages au sein duquel l’intellectuel se remémore avec profondeur les histoires, rencontres et « aimantations » les plus fortes de son existence, redéfinit un nouveau contrat social, se livre à quelques confessions et analyse une crise globale qui le « stimule énormément ».

La pandémie due à cette forme de coronavirus était-elle prévisible ?

Toutes les futurologies du XXe siècle qui prédisaient l’avenir en transportant sur le futur les courants traversant le présent se sont effondrées. Pourtant, on continue à prédire 2025 et 2050 alors qu’on est incapable de comprendre 2020. L’expérience des  

La “casa comune” della democrazia

di Aldo Moro

…Elaborando il progetto di Costituzione e preparandoci a votarlo come adesso facciamo,noi attendiamo ad una grande opera: la costruzione di un nuovo Stato. E costruire un nuovo Stato, se lo Stato è – com’è certamente – una forma essenziale, fondamentale di solidarietà umana, costruire un nuovo Stato vale quanto prendere posizione intorno ad alcuni punti fondamentali inerenti alla concezione dell’uomo e del mondo.
Non dico che ci si debba dividere su questo punto, partendo ciascuno da una propria visione ristretta e particolare; ma dico che se nell’atto di costruire una casa nella quale dobbiamo ritrovarci tutti ad abitare insieme, non troviamo un punto di contatto, un punto di confluenza, veramente la nostra opera può dirsi fallita. Divisi – come siamo – da diverse intuizioni politiche, da diversi orientamenti ideologici, tuttavia noi siamo membri di una comunità, la comunità del nostro Stato e vi restiamo uniti sulla base di un’elementare, semplice idea dell’uomo, la quale ci accomuna e determina un rispetto reciproco degli uni verso gli altri.
Costruendo il nuovo Stato noi determiniamo una formula di convivenza, non facciamo soltanto dell’organizzazione dello Stato, non definiamo soltanto alcuni diritti che intendiamo sanzionare per la nostra sicurezza nell’avvenire; determiniamo appunto una formula di convivenza, la quale sia la premessa necessaria e sufficiente per la costruzione del nuovo Stato.
Quando io ripenso a quella che è stata la vigilia del 2 giugno, quando mi ritorna alla mente la mobilitazione  

Morto Franco Cordero, il giurista che inventò il “Caimano”

di Roberto Esposito

Con Franco Cordero scompare una delle figure più raffinate e poliedriche della cultura italiana contemporanea. Ma anche un intellettuale militante, impegnato in battaglie civili contro il lato oscuro del potere politico ed ecclesiastico italiano. Nato a Cuneo nel 1928, ha attraversato l’ultimo secolo, lasciando una traccia indelebile non solo nel campo del diritto di cui è stato riconosciuto maestro, ma anche in quelli della riflessione filosofica, teologica, antropologica. E infine nella letteratura con una serie di romanzi – tra i quali Opus, Bellum civile, L’armatura – di lettura non semplice, ma scritti con uno stile personalissimo che gli assegna un ruolo non secondario nella letteratura degli ultimi decenni.

Allievo di Giuseppe Greco, ha insegnato in diverse Università italiane, tra cui Trieste, Torino, Roma, dove ha chiuso nel 2002 la propria brillante carriera accademica. Ma certamente l’esperienza che più lo ha segnato, diffondendo il suo nome anche all’estero, è stato l’insegnamento alla Cattolica di Milano, allora diretta da Agostino Gemelli, iniziato nel 1960. Entrato in conflitto per la sua posizione di intransigente polemica nei confronti della parte più retriva della gerarchia ecclesiastica, è stato espulso dalla Cattolica, scatenando quello che, sulle pagine dei quotidiani italiani e stranieri, ha assunto il nome di “caso Cordero”. L’occasione dello scontro, non cercato ma neanche evitato da Cordero, è stata la pubblicazione del testo intitolato Gli osservanti (1967) ma soprattutto il successivo romanzo Genus che nel 1969 gli costerà l’allontanamento dalla cattedra. Accusato  

La lotta è esercizio di riappropriazione

di Claudio Vercelli

Una delle peggiori esperienze che si possa fare di se stessi è il vivere in un tempo sospeso, dove i rapporti, le relazioni, gli scambi avvengono in una sorta di vuoto pneumatico, scandito esclusivamente dalle improvvise curve dettate da emergenze tanto estemporanee quanto consecutive, alle quali si può dare un’unica risposta, quella di ritrarsi ancora di più, di quanto già non sia, nel recinto dell’autodifesa non avendo altri strumenti. Il tempo della pandemia, nella sua angosciante monotonia, cancella la visione prospettica, l’orizzonte non solo del fare ma anche dell’essere insieme agli altri. È un tempo inedito che, tuttavia, ha molto ha a che fare – nella nostra storia – con l’agonia del regime fascista quando, a fronte dell’impotenza dei molti, un intero sistema politico, istituzionale ma in parte anche sociale e culturale declinava, fino a crollare con l’8 settembre. Va da sé che l’accostamento tra due età e due eventi così diversi, sia tanto suggestivo quanto, per più aspetti, improprio. Almeno sul piano storico. Ma se si parla di quella percezione dell’immobilismo che connotò il declivio, e poi la catastrofe, dell’Italia nel 1943 e la si confronta con il senso di paralisi che a volte sembra essere subentrato nelle nostre società, poste dinanzi ad un transito epocale, dettato da una situazione sanitaria del tutto straordinaria, qualche analogia la si può pure trovare.

IL FENOMENO della Resistenza, non solo in quanto evento militare, quindi armato e poi politico, ma  

Oscar Romero santo universale

di Gianni Beretta

Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire corpo e sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo…” Sono le ultime parole di mons. Oscar Arnulfo Romero, all’offertorio mentre diceva messa, prima che echeggiasse nella cappella dell’ospedaletto oncologico (dove viveva) lo sparo di un franco tiratore appostato su un’auto all’esterno; che lo colpì al cuore. Era il tardo pomeriggio di lunedì 24 marzo di quarant’anni fa.

Certo è un anniversario assai mesto in queste drammatiche circostanze planetarie; a partire dalla semideserta San Salvador, di cui Romero era arcivescovo; dove l’attuale giovane e discusso presidente Najib Bukele ha visto giusto nel chiudere l’intero paese già da prima che si registrasse il primo contagio del coronavirus.

Eppure, celebrare il martirio di colui che fu la “voce dei senza voce” risulta, se necessario, ancora più significativo ora. Lui, storicamente conservatore, amico dei presidenti e delle famiglie dell’oligarchia; che per sentirsi a posto con la loro coscienza gli elargivano beneficenze che a sua volta Romero ripartiva paternalmente ai peones di questo paese, schiavizzati nelle piantagioni di caffè, zucchero e cotone. Miserrimi che a un certo punto si erano ribellati, inermi, al secolare schema coloniale oppressore, scatenando la ferocia dei latifondisti (con i loro bracci militare ed ecclesiastico) in una repressione sanguinosa che oltre ad essi prese di mira pure sacerdoti, monache, delegati della parola…

“Bastava avere una Bibbia sotto il braccio per essere assassinati”, ci raccontava il vicario  

La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle

di Laura Marchetti

«L’Italia vede decimata la generazione anziana, punto di riferimento per i giovani e per gli affetti». Le parole dette ieri dal presidente della Repubblica italiana, in maniera solenne e commovente, sembrano così voler far scudo contro quell’aberrante e diffusa convinzione, espressa in maniera più o meno sotterranea, che le morti così numerose non siano state poi così importanti perché riguardavano i vecchi, per di più già malati. Mattarella al contrario ci ricorda quale patrimonio siano i vecchi, come siano indispensabili per i bambini, proprio in quanto “rimbambiti”, ovvero anche loro bambini, disposti a giocare, a divagare, a trasgredire.

E come siano importanti per i giovani, per la possibilità che hanno di trasmettere loro antichi saperi, valori vissuti, comunitarie tradizioni, forme diverse di presa dello spazio e di percezione dei tempi. E come, in definitiva, siano importanti per ognuno di noi, perché nel tempo dell’effimero e dell’oblio, di fronte agli spettacoli e ai consumi, mostrano il valore degli affetti teneri, dei ricordi, della memoria e del compianto.

Le parole del presidente sono dunque dense di significato educativo ed esistenziale ma hanno anche un impatto politico radicale perché, per la prima volta, interrompono la filosofia eugenetica che è la pratica e lo spirito di questi insani tempi. Dal documento degli anestesisti spagnoli alla teorizzazione dell’immunità di gregge degli inglesi, fino alla sottrazione forzata dell’assistenza sanitaria accaduta in certi ospedali italiani, si teorizza la necessità, per la “medicina delle catastrofi”, di  

A settant’anni dalla morte di Emmanuel Mounier

di Salvatore Vento

Emmanuel Mounier appartiene a quella generazione nata nei primi anni del Novecento che ha attraversato le più grandi tragedie del secolo scorso: due guerre mondiali, l’avvento della rivoluzione bolscevica trasformatasi in totalitarismo, la vittoria del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, la crisi economica del 1929, la guerra civile spagnola. Tutti eventi che saranno destinati a proporre interrogativi radicali sulla società, sulla politica e sul futuro dell’uomo. Risale infatti all’ottobre 1932 la fondazione della rivista “Esprit”, che fin dalle origini provocò contrasti e discussioni nel mondo cattolico e nella sinistra. La rivista nasce con lo scopo di formare un movimento e un luogo di ricerca comune per gruppi d’intellettuali militanti, concretamente impegnati nella società.

La spiritualità, evocata e vissuta da Mounier, doveva realizzarsi nell’azione, in mare aperto, senza nessuna paura di contaminarsi con l’esistente. Egli propugnava una rottura tra l’ordine cristiano e il disordine costituito. La cristianità moderna gli sembrava pericolosamente legata al liberalismo capitalistico e borghese. Il cristianesimo è la religione di una trascendenza che s’incarna in un universo di persone, vivo corporalmente e storicamente. La Chiesa doveva rinunciare ad ogni potere di governo della terra e ritornare al duplice rigore della trascendenza e dell’incarnazione. La crisi del cristianesimo non è solo una crisi storica della cristianità, ma, più ampiamente, una crisi dei valori religiosi nel mondo del pensiero. Mounier non proponeva una rivista dichiaratamente cattolica, come avrebbe voluto il suo maestro Maritain, ma aperta  

L’arcobaleno dopo il diluvio.Le radici ebraiche del segno di speranza

di Massimo Giuliani

L’Italia al motto di #andratuttobene si è coperta di striscioni e lenzuola con arcobaleni. Segno biblico importante, è stato sviluppato teologicamente dalla tradizione della Cabala

Sin dai primi giorni di questa surreale e drammatica emergenza sanitaria sono comparsi sui balconi, alle finestre e sulle porte delle nostre case molti striscioni, lenzuola o disegni con l’immagine dell’arcobaleno, accompagnato dalla scritta: “Andrà tutto bene”. Un gesto di incoraggiamento collettivo, di solidarietà nazionale (come l’esposizione del tricolore) e, forse, inconsciamente anche una barriera simbolica, dal vago sapore apotropaico, tesa cioè a tener fuori casa e fuori paese quel demone o spirito maligno invisibile ma aggressivo che chiamiamo virus, che in latino significa “veleno”, e che sta ammorbando le nostre vite.

Mentre però le bandiere nazionali con i loro colori sono simboli convenzionali, adottati da comunità o da individui un po’ come gli stemmi araldici, l’arcobaleno ha un’altra origine: si tratta di un fenomeno del tutto naturale, che accade solo a certe condizioni meteorologiche o climatiche, raffigurato come uno spettro di sette colori, e che viene caricato di significati culturali diversi (in Italia è prevalso nel tempo il suo impiego come segno di pace; nel continente americano indica la rivendicazione alla diversità sessuale, che sventola soprattutto nei quartieri più gay delle grandi città).

In ebraico, arcobaleno si dice qesher che vuol dire sia “arco” sia “varietà”. Il termine rimanderebbe dunque alla pluralità di colori che lo compongono e che  

Chiese difronte alle violenze di genere

Giancarla Codrignani*

L’impresa di portare all’attenzione dell’opinione pubblica cattolica la violenza “di genere” è una scelta più necessaria che importante, sia perché non si parla mai abbastanza di questa autentica piaga sociale, sia perché proprio il cattolicesimo, senza escludere le altre confessioni, è storicamente responsabile di avere introiettato il patriarcato originario e di aver insegnato – e, pur in modo diverso, di continuare ad insegnare – una morale viziata dai pregiudizi sessisti assolutamente non cristiani.

Nel 2020 dovrebbe essere presupposto comune, per laici e Chiese, che la corporeità, la sessualità, la riproduzione, la famiglia, l’amore non sono state invenzioni delle religioni, ma evoluzione dell’inventiva del mondo nel suo diventare umano e nel sempre più compiutamente cercare di capire anche il dono (e il mistero) del divino. Per noi occidentali le concezioni in cui si esprime la fede cristiana trovano il loro fondamento nel buon annuncio evangelico, e tuttavia nel solco del processo di inculturazione legato all’ebraismo e alla classicità greco-romana, secondo i paradigmi culturali della storia. Erano entrambi intrisi di un patriarcato allora apparentemente innocuo e inavvertitamente definito “naturale”, che si è tramandato rovinosamente a danno di uno dei due ge neri, quello femminile. Eppure la contraddizione circa i voleri di un Dio che “crea l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine” e la vergogna del levita femminicida e spietato di Giudici 19 è di assoluta evidenza: una donna, immagine di Dio come l’uomo, non ha diritto a possedere dignità  

Quale Karl Polanyi?

di Michele Cangiani

Negli ultimi anni, è potentemente ripresa a livello scientifico la discussione sull’eredità di Karl Polanyi. Ma la maggior parte dei suoi interpreti contemporanei elude la questione, fondamentale per lui, delle caratteristiche più generali che distinguono la società contemporanea. È da qui, però, che bisognerebbe ripartire.

Tempo di crisi

A un giornalista, che nel settembre 2007 gli chiedeva quale candidato preferisse per la presidenza degli Stati Uniti, Alan Greenspan, Presidente della Federal Reserve fino all’anno precedente, rispose che non importava molto: «Il mondo è governato dalle forze di mercato»[1]. Con quali risultati? Era in vista la crisi, che tuttora non si può dire superata. Teoria e pratica neoliberali restano in auge, benché dannose per l’ambiente umano e naturale e persino controproducenti rispetto al loro scopo “economico”. Continua, infatti, ad essere stentata e precaria la ripresa dell’accumulazione capitalistica, anche perché la svalutazione globale della forza lavoro e l’aumento della quota di reddito assorbita dalle rendite, finanziarie ma non solo, hanno un vantaggio immediato, ma poi un effetto deflattivo. Inoltre, la “crescita” sempre auspicata si scontra con quei «limiti dello sviluppo»[2], che non sono più una previsione, ma una realtà.

C’è chi parla di crisi ‘sistemica’ e chi ricorre a Karl Marx (Il Capitale, L. III) per spiegarla. Ben più assiduo riferimento viene fatto all’opera di Karl Polanyi, la fortuna del quale ha continuato a crescere nel tempo della nostra sfortuna, a partire dalla crisi degli anni 1970 e soprattutto con  

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