di Raniero La Valle
C’è una novità nella Chiesa italiana. Uscita dall’ “attonito sbigottimento” enunciato a settembre dal cardinale Bagnasco di fronte alle ultime convulsioni del governo Berlusconi, la Chiesa italiana a livello dei vescovi ha ritrovato la lucidità necessaria per sottoporre ad analisi l’attuale “capitalismo sfrenato” e la finanza internazionale, giungendo a un giudizio estremamente severo, cui nemmeno la sinistra storica è ancora pervenuta in Italia. Per il cardinale presidente, che ne ha fatto oggetto della sua prolusione al Consiglio permanente della CEI il 23 gennaio scorso, la crisi del sistema va ben oltre la crisi economica, anzi la stessa parola “crisi” è inadeguata ad esprimerla, quando piuttosto siamo “entrati in una fase inedita della vicenda umana”. Ma, al contrario di quanto di buono avrebbe dovuto esserci nell’ “uomo inedito” intravisto a suo tempo da padre Balducci, questo “inedito” che oggi si affaccia sulla scena non ha nulla che sia più umano e promettente, anzi rappresenta uno scacco dell’idea stessa di progresso quale era stata introdotta a partire dal XVIII secolo, cioè dall’Illuminismo. Non si potevano usare parole più gravi. Vuol dire che qualcosa di grave è avvenuto a livello profondo dei rapporti sociali. Secondo il cardinale Bagnasco è avvenuto che il sistema complessivo nel quale da poco tempo si inscrive la vita del mondo, cioè la globalizzazione, ha perduto ben presto il suo significato positivo, quando l’ “altro” (che nel linguaggio del cardinale non può che essere ciascuna persona …
di Alberto Leiss
La discussione aperta da Alberto Asor Rosa è quanto mai opportuna (“I sette pilastri della saggezza”, il manifesto 19/1). Interrogarsi su Monti e sull’atteggiamento politico da assumere nei confronti del suo “strano” governo significa infatti verificare se si è capaci – come direbbe Tronti – di formulare un giudizio critico forte sulla “fase”, e misurare così l’esistenza o meno di una cultura politica, a sinistra, in grado di elaborare una proposta credibile. Anch’io penso che si sia aperto per la sinistra italiana «un terreno più avanzato di lotta e di proposta» con l’operazione politica voluta da Napolitano – ma non dimentichiamo che vi hanno contribuito i leader europei e lo stesso Obama, tutti molto e giustamente preoccupati per l’Italia (e di conseguenza l’Europa) in bilico nelle mani di Berlusconi. Non condivido quindi certi giudizi venuti da sinistra, in parte presenti anche nell’analisi di Rossana Rossanda (il manifesto 20/1), che insistono sulla “continuità”, se non peggio, tra il governo di Berlusconi e quello di Monti. Pur senza sottovalutare il fatto che il partito del Cavaliere fa parte della maggioranza che sostiene i “tecnici”, ma non per caso, mi sembra, con l’atteggiamento di chi deve trangugiare una medicina sempre più amara. Per me la differenza non è solo nella “presentabilità” e “sobrietà” dei tecnici, ma proprio nella posizione politica …
di Barbara Spinelli
C´È una parte di verità, in quel che Mario Monti ha detto – a RepubblicaTv – sul modo in cui è stata interpretata la sua idea del lavoro fisso («Diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!»). Citato fuori dal contesto, quel che ha aggiunto subito dopo è finito in un buco nero: «È più bello cambiare e accettare nuove sfide, purché in condizioni accettabili. Questo vuol dire che bisogna tutelare un po´ meno chi oggi è ipertutelato, e tutelare un po´ più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci».
Resta tuttavia l´inadeguatezza del vocabolario, e non può stupire il disagio profondo che esso suscita in chi nulla sa del lavoro sicuro, durevole, e vive un´esistenza arrabattata, esposta alle durezze del mercato, difficilmente conciliabile col proposito di far figli, guardata con sistematica diffidenza da banche che non fanno credito se non a redditi solidi, e costanti. Non meno malessere suscitano gli argomenti con cui il Premier ha tentato di spiegare il suo punto di vista: per troppo tempo, «i governi politici hanno avuto troppo cuore», accogliendo le più varie rivendicazioni sociali e accumulando debiti pubblici rovinosi per tutti. Ripetuto tre volte, anche il vocabolo cuore – «esuberante», contaminato da «buonismo sociale» – è apparso moralmente pernicioso. Sono tutte frasi che feriscono …
di Danilo Di Matteo
Si è da poco conclusa la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, preparata quest’anno da credenti polacchi di diverse denominazioni. Motivo ispiratore un passo della prima lettera ai Corinzi: “Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore”. Una trasformazione che per la persona di fede inizia già ora, ogni giorno, in una sorta di assaggio e di anticipazione di quel che sarà. E con ciò si vuole sottolineare anche la forza trasformante della preghiera, compresa quella per l’unità.
L’obiettivo non è la “fusione” organizzativa delle chiese cristiane esistenti e neppure la cancellazione delle differenze, riscontrabili del resto pure all’interno di ciascuna di esse. No; partendo ognuna dalla propria storia e dalla propria struttura, occorrerebbe perseguire l’accettazione e il riconoscimento pieno delle altre e la piena condivisione della medesima fede. Le peculiarità di ciascuna comunità e di ciascun credente, anzi, dovrebbero esser vissute come doni e come occasione di confronto e di arricchimento reciproco.
Da anni si dibatte sulle radici cristiane del vecchio continente e nel contempo si parla di un’Europa post-cristiana, come se si potesse ridurre tutto alla tradizione e a tratti identitari e culturali. Considerati fondanti da alcuni, superati da altri. Come se non si tenesse conto della fede e della vita spirituale dei singoli e dei gruppi; come se la stessa influenza culturale del cristianesimo non traesse alimento da quella fede e da quella vita. Ridurre tutto alle cifre e ai rapporti di forza …
di Adriano Sofri
L´equità è un´uguaglianza cui sono state messe le braghe, come ai nudi della Cappella Sistina. Bisognava farlo, perché ci fu un momento in cui l´uguaglianza smise di essere guardata negli occhi, e pagò il pegno della temerarietà. Fu allora che le cose cominciarono a essere guardate di sotto in su, dal lato della disuguaglianza, e lo spettacolo era davvero madornale. Sul conto dello scandalo per l´”appiattimento” e il “livellamento” si banchettò a oltranza per qualche decennio, e la disuguaglianza – di soldi e di potere – non fece che moltiplicarsi. Non passa giorno senza che le statistiche ne registrino nuovi record. Assoluti, e non solo relativi. Non, cioè, di redditi che crescono, benché gli uni molto di più degli altri, bensì dei redditi che crescono a dismisura mentre gli altri diminuiscono. Le statistiche arrivano a sancire quello che le persone avevano capito da un bel po´, però fanno sempre il loro effetto. Ne vorrei leggere una sul reddito e il patrimonio medio dei presidenti del consiglio e dei loro ministri, dal dopoguerra a oggi. Dal fiabesco cappotto di De Gasperi all´anomalia di Berlusconi, elegantemente corretta dall´anomalia dei banchieri. Le statistiche hanno un contesto, e il contesto cambia. I politici di professione a un certo punto si invaghirono del denaro e lo arraffarono alla rinfusa: tempi di gente nova e …
di Raniero La Valle
“Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?”, è la domanda posta da Gesù agli apostoli. A giudicare dalla scarsa o nulla attenzione che viene prestata alla salvaguardia del creato, la cosa potrebbe non essere troppo lontana, e per non fargli trovare brutte sorprese la Chiesa cattolica ha indetto un “anno della fede” in coincidenza con i cinquant’anni dal Concilio. In effetti la fede e le Chiese attraversano una crisi di cui si parla poco perché non se ne occupano le agenzie di rating, ma non è meno grave di quella che, sotto altri profili, imperversa in tutta la società. Per quanto riguarda l’abbandono della fede da parte delle giovani generazioni in Italia, ne abbiamo parlato nell’articolo precedente. Perciò viene bene il richiamo al Concilio, per una rinnovata e straordinaria azione pastorale. Ma nell’indicare come fare, il cardinale Levada, prefetto della Congregazione dottrinale, mette avanti due risorse: una appunto, come di rito, è il Concilio, l’altra è il “Catechismo della Chiesa cattolica” e addirittura il suo “Compendio”, nel presupposto che siano la stessa cosa, l’una speculare e traduzione dell’altra. Senonché se i contenuti sono gli stessi (e tuttavia non coincidenti, perché non tutte le enunciazioni di una fonte si trovano nell’altra), le metodologie di trasmissione della fede sono profondamente diverse: una è una metodologia narrativa, una “storia” di salvezza, che viene dal principio e continua tuttora, l’altra è una metodologia …
di Paul Knitter
LA SFIDA DEL DIALOGO: FEDELTÀ E APERTURA
(…). Il vero dialogo interreligioso non è facile. Può diventare persino pericoloso. Se intendiamo il dialogo come qualcosa di più di una semplice banale chiacchierata in cui parliamo soprattutto per essere gentili con gli altri e di più di un semplice scambio di informazioni perché ci si possa intendere meglio, se il dialogo è una vera conversazione in cui ciascuna delle parti cerca di persuadere l’altra della verità e del valore di ciò in cui crede e in cui allo stesso tempo è pronta ad essere persuasa da ciò che l’altra considera certo e valido, allora questo dialogo presenterà esigenze tanto difficili quanto rischiose. Il dialogo è un movimento complesso di “tanto-quanto”: tanto parlare quanto ascoltare, tanto insegnare quanto apprendere, tanto avere le idee chiare quanto mettere in discussione, tanto mostrare fermezza quanto rivelare flessibilità.
Tutti questi binomi possono essere riassunti nella polarità di impegno e apertura. In un vero dialogo religioso (in realtà, in qualunque conversazione in cui le persone esprimono punti di vista distinti), si deve essere saldi in ciò in cui si crede, convinti del fatto che ciò che è stato certo e buono per uno possa esserlo per altri: ciò permette che si abbia qualcosa con cui contribuire al dialogo. E tuttavia, se la conversazione è a doppio senso, se è garantita “uguaglianza di diritti” a tutti i partecipanti al dialogo, allora si deve anche essere aperti ad …
di Marisa Fumagalli
Sul livello delle scelte fatte dalla giuria internazionale del Premio Nonino, ormai alla soglia dei quarant’anni, non si discute: i riconoscimenti vanno puntualmente a personalità, scrittori e saggisti di primo piano. Originali, raffinati da rasentare, talvolta, lo snobismo culturale.
La linea si conferma in questa 37ª edizione – la cerimonia, il prossimo 28 gennaio nella Distilleria di Ronchi di Percoto -, con elementi di maggior nota, per le caratteristiche dei vincitori, il cui pensiero, trasfuso nelle opere, concentra le inquietudini e le profonde incertezze di un’epoca in bilico tra il passato da chiudere in fretta e il futuro da costruire. Cominciamo dall’ottantenne Hans Küng, teologo svizzero, scrittore prolifico. Ma anche sacerdote ribelle. Avendo contestato l’infallibilità del Pontefice, il Vaticano gli revocò il permesso di insegnamento. Era il 1979.
I teologo svizzero Hans Küng, contrario all’infallibilità del Pontefice. Oggi, Küng vanta la presidenza della Global Ethic Foundation. Interessa soprattutto per uno dei suoi libri, apprezzato dalla giuria che gli assegna il Nonino 2012. Il titolo è già un manifesto: Onestà. Perché l’economia ha bisogno di un’etica (Rizzoli). L’autore, riprendendo la lezione di Hans Jonas (premio Nonino 1993), riparte dal concetto di responsabilità e reciprocità, convinto che la crisi economica muove da profonde cause culturali. Quindi, raccoglie e spiega gli errori e le sopravvalutazioni indotte nel mercato da una finanza sfrenata, priva di scrupoli. Che non tollera regole di salvaguardia sociale. Invece, c’è bisogno di un’etica forte, per salvarsi dalla rovina. E il mercato, ora …
di Giorgio Montefoschi
Cento anni fa, nel 1912, nasceva Elsa Morante. È probabile, e auspicabile, che nei prossimi mesi convegni, incontri, letture ricordino e rendano l’onore dovuto a una scrittrice che, insieme a Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è ai vertici della narrativa italiana del Novecento. Intanto – dopo oltre sessanta anni, poiché uscì nel 1948 e subito vinse il Premio Viareggio (erano altri tempi) – rileggiamo il romanzo del suo strepitoso esordio: Menzogna e sortilegio.
Menzogna e sortilegio segnò un esordio strepitoso non tanto per la giovane età dell’autrice (trentasei anni alla pubblicazione delle settecento pagine fittissime), dal momento che precedenti illustri della letteratura inglese, quali Jane Austen o Emily Brontë, svelano come non sia insolito che il genio della scrittura fiorisca così precocemente e in tale profondità nell’animo femminile, quanto per il felicissimo incontro fra una scrittrice dotata di tutti i talenti possibili e il romanzo tradizionale di stampo ottocentesco. Qualcuno, di lì a non molto, avrebbe decretato che il romanzo tradizionale, il romanzo-romanzo, era o sarebbe finito: una sciocchezza, perché il romanzo si trasforma, certamente, ma è destinato a non finire mai. In ogni caso: a far da sentinella, era apparso Menzogna e sortilegio , (poi sarebbero venuti L’isola di Arturo e La Storia) che del romanzo-romanzo aveva tutti i crismi e, giocando d’anticipo, smentiva – con la sua ricchezza tematica, la forza e l’imponenza dei suoi personaggi, l’intreccio, l’ambiente e …
di Hilari Raguer
Il Cardinal Lercaro, che durante il Concilio Vaticano II era stato uno dei più decisi propulsori del progetto rinnovatore di Giovanni XXIII, poco dopo la morte di questi pronunciò un discorso nel quale osò parlare della «solitudine istituzionale» con la quale il papa dovette lottare per mettere in moto il Concilio: vale a dire l’opposizione che incontrò nelle stanze vaticane. Una manifestazione clamorosa di quella opposizione fu il boicottaggio da parte del quotidiano vaticano, L’Osservatore romano, della notizia dell’annuncio del Concilio. Giovanni XXIII rese pubblica la sua decisione nel solenne atto conclusivo dell’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, il 25 gennaio del 1959, nella Basilica di San Paolo fuori le mura.
Lasciando da parte l’intenzione ecumenica propria dell’Ottavario, la celebrazione conclusiva era stata convertita in preghiera per la “Chiesa del silenzio”, specialmente per quella cinese. È l’espressione che aveva coniato Pio XII in riferimento ai cristiani dei Paesi comunisti (altri, maliziosamente la applicavano alla stessa Chiesa cattolica, in cui la voce del papa era l’unica che si potesse ascoltare).
Giovanni XXIII nella sua omelia parlò, beninteso, di persecuzione in alcuni Paesi, ma la parte più importante della giornata doveva ancora arrivare. Sua Santità aveva convocato i 17 cardinali presenti a un concistoro, nella sala capitolare dell’abbazia benedettina di San Paolo.
Fu allora che annunciò loro, «ispirandosi alle tradizioni secolari della Chiesa» (la celebrazione di concilii in momenti …
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