Elezioni 2011: lo sconfitto e il vincitore

di Antonio Brunetto

E quando meno te l’aspetti, il corpo elettorale decide di mandare in onda il tanto atteso film, la cui proiezione era stata annunciata molte volte, non trovando però mai collocazione nel palinsesto.

Il dato politico emergente dalle elezioni di medio termine appena celebrate è di lapalissiana evidenza: il sistema di potere berlusconiano, assieme al suo appeal, si è sgretolato, e senza preavviso. Si, perché il quadro politico consegnatoci dalle urne, non aveva trovato alcun pronostico in qualsivoglia analista politico. Hai voglia a dire che la manifestazione del 13 Febbraio delle donne (la cui valenza politica era pressoché nulla, strumentalizzata da chi del gentil sesso ne fa un uso ancor peggiore, se possibile, di chi si voleva contestare, e svilita dalla presenza di molte stesse donne la cui principale virtù, per così dire, non è certo nè la sobrietà, né il rispetto per il proprio corpo), o la manifestazione del 12 Marzo in difesa della Costituzione e della Scuola pubblica (questa sì, splendida), costituivano un segnale premonitore. Nient’affatto. Le dimensioni della sconfitta hanno sorpreso anche i commentatori più preparati ed avveduti.

La disfatta di Berlusconi è totale ed inappellabile. Non va dimenticato che l’uomo è imprevedibile ed ha già affrontato altre batoste. Memorabile quella rimediata alle Regionali del 2005, quando finì 14 a 2 per il centro-sinistra, ma poi, qualche anno dopo, è rientrato nei cuori degli elettori. Ma questa sconfitta è diversa, porta con sé un vento che non si può non avvertire, tanto forte è.  

Il senso della Pasqua per chi non crede

di Carlo Maria Martini

Mentre il Natale suscita istintivamente l’immagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata a rappresentazioni più complesse. È la vicenda di una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, di un’esistenza ridonata a chi l’aveva perduta. Perciò, se il Natale suscita un po’ in tutte le latitudini (anche presso i non cristiani e i non credenti) un’atmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile. Ma tutta la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno dell’oscuro e del difficile. Penso soprattutto, in questo momento, ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile, senectus ipsa morbus, «la vecchiaia è per sua natura una malattia». Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne, nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e della fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo.
Per questo vorrei che la Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello «star bene» come  

Il sipario del Cortile dei Gentili si apre a Parigi, la Ville Lumière. Sul grado zero dell’umanesimo la proposta del Dio «ignoto»

di Pierangelo Sequeri

Il sipario del Cortile dei Gentili  si apre a Parigi, la Ville Lumière. Nel Medioevo, Parigi fu centro secolare della cristianità occidentale, ambizione suprema di tutti i chierici – ossia di tutti gli intellettuali – del tempo delle cattedrali. Nella Modernità, divenne – in una notte – l’epicentro sismico della laicità europea: banco di prova per una nuova divisione dei beni fra Cesare e Dio.
All’indomani della rivoluzione, mentre chierici e pensatori cercavano di riprendersi dal terremoto, era toccato a François-René de Chateaubriand, principe delle lettere e teologo amateur, ricordare un’ultima volta che il Lumen Christi aveva acceso affetti ed effetti di un umanesimo che si poteva (si doveva) custodire insieme.
Era l’ultima chiamata per l’appello – rivolto agli ecclesiastici, non meno che ai laici – a non dissipare senza rimedio l’eredità di una storia incredibile e secolare, che il Genio del cristianesimo e i Lumi della ragione avevano vissuto insieme. Troppo umane passioni, da entrambi i lati, ci misero del loro. Una nuova storia della libertà dei moderni, del resto, doveva incominciare. E per quanto ferita, incominciò.
Per essere storicamente città della ragione illuminata, nell’immaginario turistico collettivo la Ville Lumière è la città dello spirito romantico, per antonomasia. Curiosa com’è, la combinazione è quasi una condensazione dell’inconscio, un riflesso – per quanto impalpabile e vago – di un genius loci.
Logos e Stile.
Puntiglio sottile del pensiero e incanto creativo della parola hanno avuto qui le loro più incredibili avventure,  

“Kirche 2011″: rinnovamento o demolizione della Chiesa?

di Manfred Hauke

Il 3 febbraio 2011 un importante quotidiano tedesco, la “Süddeutsche Zeitung”, ha pubblicato un “Memorandum” firmato da 143 teologi di lingua tedesca sotto il titolo “Chiesa 2011: una partenza necessaria”.

Le richieste ricordano per molti aspetti la “Dichiarazione di Colonia” del 1992 e l’iniziativa “Noi siamo Chiesa” del 1995. La facoltà teologica più rappresentata tra i firmatari è quella di Münster, con 17 teologi, tra i quali il decano Klaus Müller. Una teologa di Münster, Judith Könemann, fa parte del comitato di redazione del promemoria (secondo quanto riferito da M. Drobinski sulla “Süddeutsche Zeitung” del 3 febbraio: “Theologen gegen den Zölibat”). Anche una richiesta molto specifica rinvia all’influsso di Münster, in particolare al professor Klaus Lüdicke: quella di costituire dei tribunali amministrativi per la Chiesa. Perciò potremmo anche chiamare il testo la “Dichiarazione di Münster” (DM).

Come occasione della DM, i suoi firmatari indicano il dibattito pubblico nell’anno scorso sugli abusi sessuali. Cercando le “cause dell’abuso, del tacere e della morale doppia”, sarebbe “cresciuta la convinzione che sono necessarie delle riforme profonde”. L’invito dei vescovi tedeschi al “dialogo” avrebbe suscitato delle attese che bisognerebbe accogliere.

I teologi vogliono fare del 2011 un “anno di partenza” affinché la Chiesa possa uscire “da strutture fossilizzate”. Il “dialogo aperto” deve comprendere sei “campi di azione”:

1) Occorrono “più strutture sinodali” a tutti i livelli della Chiesa” secondo il principio: “Ciò che riguarda tutti, va deciso da tutti”.

2) La vita della comunità avrebbe bisogno per la sua conduzione di  

Tornare alla legge

di Davide Rondoni
Ci tocca vivere in una epoca strana. Esaltante e inquietante. Di rovesciamenti. Di nebbie. Di ricapitolazioni. Un’epoca in cui le parole elementari dell’esistenza umana sono diventate terreno di diatriba. Un’epoca in cui con le leggi non si deve solo arginare le malefatte, le delinquenze: ma con la legge si devono mettere i sacchi sabbia, rinforzare gli argini, mettere paglia e terrapieni perché non dilaghi una strano desiderio di morte. Ormai si tratta di dover riscoprire, anche attraverso il dibattito giuridico, e poi parlamentare e quindi politico, il significato di parole elementari. Ci è dato di vivere questo tempo. Può essere vissuto come una grande occasione per rimettere a fuoco le parole principali della esperienza umana.

Sono in “crisi” (cioè in verifica, in messa alla prova) non solo le parole che indicano le più alte questioni – come Dio o destino – ma anche quelle elementari, che sono la pelle, la materia, il sangue normale della esistenza umana: la parola figlio, la parola nascita. E la parola morte. Parole intorno a cui nei millenni l’arte e il pensiero si sono incendiati di bellezza e di forza. E che sono state visitate e lette secondo infinite prospettive. Ma mai rovesciate nel loro significato essenziale. Per un ebreo, un greco o un romano, la morte – gloriosa o infame, eroica o banale – era sempre un vincere dell’ombra sulla luce, un venir meno. Una cosa indesiderabile in sé. E la cura, il prendersi carico del penare e del soffrire  

Omoparentalità: Le statistiche non dicono tutto

di Xavier Lacroix

Membro del Comité consultatif national d’éthique- Francia

Oggi, quando in un dibattito sopraggiunge la questione di ciò che da un po’ di tempo viene chiamata l’”Omoparentalità”, si può essere certi di ascoltare un argomento presentato come inconfutabile secondo il quale delle inchieste(Soprattutto negli Stati Uniti) dimostrerebbero che i bambini allevati da coppie dello stesso sesso non hanno più problemi psicologici rispetto a quelli che sono allevati da coppie di sessi differenti.

L’argomento è statistico, si presenta come scientifico, indiscutibile e non si mancherà di tirarne la conclusione che la società non può più continuare a riservare l’adozione o le procreazioni medicalmente assistite alle coppie composte da un uomo e una donna. Questa nuova forma di “Argomento di autorità” ha di che sorprendere. Pur se nessuno -O quasi- ha avuto l’occasione di leggere le suddette inchieste, l’argomento lascia pertanto senza parole. Tuttavia, quelli che hanno potuto accedervi sono generalmente dell’avviso -Nella migliore delle ipotesi- che non se ne può tirare nessuna conclusione.

Tralasciamo il fatto che queste inchieste, la stragrande maggioranza delle quali è stata commissionata dalle associazioni gay, contiene pregiudizi sorprendenti. Ho pubblicato molte volte, specialmente nel mio libro “La confusione dei generi” (Bayard culture, 2005), un’analisi critica che si affianca a quella di altri autori come Caroline Eliacheff o Pierre Levy Soussan. Ma soprattutto chiunque sa che queste inchieste, quantitative, riposano su dei questionari standard che non permettono di indentificare che alcune funzioni ben determinate: cognitive, adattative, pragmatiche.

Gli oggetti di ricerca sono definiti in  

Silenzio, parlano i soliti noti. Via dalle pagine anche gli scienziati

di Pino Ciociola

La scienza non esiste. O meglio è intermittente: un po’ esiste, un po’ no. Mediaticamente, almeno. In certi casi, le evidenze scientifiche, laddove si manifestino, non contano. Vanno cancellate o, se volete, tanto è lo stesso, vanno piegate all’ideologia. Lo si era capito già da tempo, ma ieri se n’è avuta l’ennesima prova leggendo quanto ha raccontato – e taciuto – la gran parte delle grandi testate italiane a proposito della prima ‘Giornata nazionale degli stati vegetativi’. Sfogliando i giornali infatti – già da domenica scorsa – ci si è imbattuti in una pioggia d’interviste e d’interventi di politici e/o giuristi e/o volti noti, nonché di medici che di stati vegetativi ne hanno incrociati, magari, un paio in tutta la loro carriera.

Un grondare di velenose polemiche, di contrapposizioni, di colpi di maglio ideologico (con qualche gentile collega pronto a mettere anche noi di Avvenire nel mazzo per il solo fatto di aver osato replicare alle accuse di «crudeltà» rivolte dal signor Englaro alle suore Misericordine che avevano accudito per 15 anni sua figlia, Eluana). Nessuna parola, però, raccolta dalla viva voce delle circa tremila famiglie che una donna o un uomo in ‘stato vegetativo’ o in ‘stato di minima coscienza’ li tengono in casa con amore e li seguono ventiquattrore al giorno. Nemmeno una frase di quelle pronunciate dai più grandi ricercatori del mondo su questa condizione di gravissima disabilità, anche se questi luminari (dopo la prima a Salerno, all’inizio dello scorso luglio) erano di  

La tristezza della lussuria

di Enzo Bianchi

La sapienza dei padri della chiesa fin dai primi secoli ha saputo distinguere tra alcuni peccati gravissimi – passibili di “scomunica” e di una lunga penitenza pubblica prima della riammissione nella comunità cristiana: apostasia, adulterio, omicidio, aborto… – ma legati a un singolo gesto e altri peccati o vizi “capitali” che sono invece espressione di una patologia spirituale molto più profonda, comportamenti generati da “pensieri malvagi” che in certo senso minano la personalità stessa di chi li commette, facendolo finire in una spirale di depravazione sempre più disumana: autentici “vizi dell’anima”, che nascono dal cuore e che a partire dal cuore vanno contrastati. Tra questi la lussuria, il rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere per se stesso, il godimento fisico avulso dallo scopo al quale è legato.
Il piacere sessuale è il più intenso piacere fisico, un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto. Ora, se il piacere è cercato nella “quantità”, nella compulsione, nell’eccedenza, l’incontro sessuale viene ridotto alla sola genitalità, al piacere fisico e all’orgasmo, l’interesse si focalizza sull’organo specificamente implicato in esso e lì si rinchiude, senza aperture ad alcuna finalità. L’unico scopo diventa possedere l’altro per farlo strumento del proprio piacere: l’altro è ridotto al suo corpo, alle sue parti erotiche e desiderabili, diventa un oggetto, addirittura un elemento feticistico… Ma l’energia sessuale è unificante quando è rivolta all’amore, alla  

Un disperato qualunquismo

di Ernesto Galli della Loggia

Non vanno bene le cose per l’ Italia. Prima che ce lo dicano le statistiche – comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà in termini reali inferiore a quello del 2000 – ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza. Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’ istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’ Alta velocità, è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose. Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile. C’ è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’ evasione fiscale fra le più alte d’ Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’ area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’ Europa malgrado le  

La lettera di Pio XII ai cattolici tedeschi. Nel 1943 i vescovi non ritennero prudente diffonderla

di Raffaele Alessandrini

«Non posso tacere che nella prima parte della venerata Lettera di Sua Santità, compaiono certe parole che potrebbero suscitare una fortissima ira sia nel Governo sia nel partito nazionalsocialista. Il Governo del Reich accoglie sempre tranquillamente critiche e lagnanze espresse con parole molto severe, purché non giungano a conoscenza del popolo e delle nazioni ostili. Invece le critiche rivolte pubblicamente e portate a conoscenza dei nemici provocano accesissime collere». Così il cardinale di Breslavia Adolf Bertram, presidente della Conferenza episcopale di Fulda, giustificava i motivi per i quali l’episcopato tedesco aveva deciso di non divulgare la lettera scritta da Pio XII ai cattolici tedeschi il 3 gennaio del 1943.
Il documento di Papa Pacelli — come ricorda padre Giovanni Sale in un articolo in uscita sul prossimo quaderno de «La Civiltà Cattolica» — pur essendo stato pubblicato nel 1966 negli Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale (ivi, p. 285) è pressoché ignorato. Papa Pacelli più di ogni altra cosa temeva che il suo pensiero fosse travisato dai fedeli cattolici, soprattutto in Germania. In particolare egli aveva cura che le sue prese di posizione contro la politica aggressiva e distruttrice di Hitler non dovessero penalizzare l’intero popolo tedesco ignaro di quanto stava accadendo.
Un altro motivo di amarezza di Pio XII riguardava il fatto che i suoi radiomessaggi natalizi in cui erano fissate le linee guida della sua azione pastorale in difesa della pace e dei diritti delle persone