di Nicola Tranfaglia
La caduta di Bossi è arrivata improvvisa come quella di Berlusconi nel novembre scorso.Ma né l’una né l’altra sono state improvvise per chi segue quotidianamente la politica italiana nelle convulsioni che la caratterizzavano in questa frenetica sedicesima legislatura.
La mancanza di una legge idonea a controllare i bilanci dei partiti(soltanto il Partito democratico si è attrezzato di recente a far certificare il proprio bilancio ma gli scandali di Penati e altri avvenuti poco tempo fa mostrano che questo non è sufficiente)che sarebbe necessario come il pane in uno scenario che dà tutti i poteri al capo e nessuno quasi agli iscritti e ai dirigenti, rende abbastanza facile ai capi soprattutto quando sono veri despoti come ancora ce ne sono a destra o a sinistra(basta pensare alla situazione dell’Italia dei Valori, per far soltanto un esempio,neppure tanto a caso)disporre senza controllo dei giganteschi rimborsi elettorali come alle donazioni private che arrivano sempre a una forza politica e fare spese pazze per la famiglia, per i propri prediletti o per la corte che di solito li circonda.
Nel caso di Umberto Bossi, che ha creato un partito che definire “leninista” sarebbe un insulto per la memoria del protagonista della rivoluzione bolscevica,la cosa si è rivelata attraverso le voci ma anche le carte giudiziarie ancora in fieri come una lontana approssimazione di una realtà sempre più squallida e a prima vista incredibile.
Ma nella Lega Nord che è stata per molti …
di Claudio Tito
«Il mio compito è salvare il Paese. Sono stato chiamato per questo, per metterlo in sicurezza. Deve essere chiaro». I mercati tornano a fibrillare, la Borsa di Milano subisce un altro pesante scossone, lo spread con i bund tedeschi si impenna fino a sfiorare la soglia psicologica dei 400 punti, i tassi sui nostri titoli di Stato crescono. Una situazione che certo non lascia tranquillo Mario Monti. Alle prese con un sisma che seppure ha l´epicentro in Spagna, allarga il raggio delle sue scosse anche all´Italia. Tutti elementi di allarme che si affiancano, però, ad un fattore considerato a Palazzo Chigi ancora più preoccupante: il nervosismo che sta agitando la maggioranza. In particolare i distinguo con cui il Pdl sta affrontando la riforma del lavoro costituiscono un dato di inquietudine. Non tanto per la semplice richiesta di modificare il provvedimento, ma per il senso di instabilità che stanno trasmettendo dentro l´esecutivo e nella comunità internazionale. Il presidente del consiglio è convinto che nessuno – né il Pdl, nè il Pd – in questo momento coltivi la tentazione di far cadere tutto e far precipitare il Paese verso le elezioni anticipate. Le conseguenze sui nostri fondamentali dell´economia, a partire dal pil che nel 2012 è stimato sempre più in discesa, sarebbero devastanti. Il timore però è quello di ritrovarsi in una gabbia, in una «palude» di veti incrociati in cui è di fatto impossibile …
di Franco Monaco
Confido nella vostra comprensione. Sono un po’ un alieno, maschio e, cosa ancor più grave, di formazione cattolica tradizionale. Sono qui solo in ragione dell’amicizia che mi lega a Franca Chiaromonte e Anna Maria Carloni. Con il proposito di ascoltare e, se possibile, di imparare. Non è convenevole di rito. Mi è chiaro infatti che, dentro il vasto e plurale movimento delle donne, voi avete una vostra peculiarità e un percorso originale nel quale non oso neppure provare ad inserirmi. Solo qualche osservazione sparsa e disordinata. Pur dall’esterno e a distanza, mi riesce di percepire la fecondità politico-culturale del contributo del movimento delle donne. Se non sbaglio, tre stelle polari della loro, della vostra riflessione, tre dimensioni coessenziali e compresenti e tuttavia diversamente dosate dentro un equilibrio dinamico lungo le fasi del movimento, sono rispettivamente: l’uguaglianza, la differenza, la reciprocità. L’uguaglianza non solo, come è ovvio, in dignità ma anche nelle opportunità e nel concreto esercizio di precisi diritti; la differenza di genere senza tuttavia subordinazione né rigida partizione di ruoli sociali; la reciprocità intesa come partecipazione a una umanità più ricca da parte di uomini e donne insieme, nel rispetto e nella valorizzazione delle rispettive autonomie. Reciprocità tra due interi, dunque non complementarietà tra soggetti dimidiati secondo l’infelice metafora delle due mezze mele.
A ben riflettere, tali valori-dimensioni evocano i tre grandi …
Era don Tonino a ricordarci spesso, con queste tre parole, il cammino e l’impegno a cui tutti, credenti in particolare, siamo chiamati: annunciare, denunciare, rinunciare. Non posso sentirmi cristiana o cristiano se non assumo dentro di me le sorti di mio fratello. Se ogni sorella non mi sta a cuore. I care, diceva don Milani. “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”, sono le incalzanti parole di papa Ratzinger nel messaggio per la Quaresima 2012. Tempo che, pur nell’inquietudine di segreti violati e di veleni annunciati, restituisce speranza in mezzo al deserto che attraversiamo. Abbiamo davanti persone e volti da custodire, popoli da ascoltare, situazioni e contesti da capire. Annunciare e denunciare. Se è vero che sull’annunciare ci può essere unanimità, denunciare pone sicuramente più problemi. Serve metodo e rigore per denunciare, serve coraggio. Sembra invece prevalere la umana paura: è sempre un rischio mettere in luce interessi, giochi di potere oscuri, conflitti di interessi flagranti, guadagni più e meno leciti. E diventa ancor più difficile rinunciare. La corsa affannata al potere non è servizio, ma la prima delle tentazioni. Le evasioni fiscali, i diversi sentieri dell’elusione danneggiano inesorabilmente il bene pubblico. Così come le decisioni scriteriate sulla spesa pubblica, le striscianti forme di corruzione e di eccezione alla regola che ammiccano a tutti …
La testimonianza di don Andrea Gallo che si schiera senza mezzi termini con il movimento No Tav e invita il governo ad ascoltare davvero la protesta.
«Io sto con chi protesta contro la Tav, sto con i “partigiani” della Valle che hanno scelto la democrazia e la difesa della salute contro affari e cricche». Don Andrea Gallo, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto, sta dalla parte delle persone che «lottano per la verità contro un’opera inutile, pericolosa e disastrosa». «Da quelle parti c’è uno spirito di libertà – sottolinea all’Adnkronos il prete di strada – nelle catacombe del convento dei frati di Susa c’era la sede del comitato di Liberazione nazionale. Questa è una vera e propria resistenza per il futuro dell’ambiente e della democrazia». «In quella Valle hanno creato una rabbia, e non sarà facile farla rientrare», rimarca don Gallo. Che punta il dito contro chi condanna il Movimento, chiamando in causa Palazzo Chigi: «Perchè il governo non ascolta i veri comitati della Val di Susa? Come si fa a non sentire la voce del popolo e poi andare a Bruxelles a difendere questa cattedrale inutile dell’alta velocità? Monti e i suoi ministri dovevano fare il punto con la popolazione e gli esperti, e invece non hanno ascoltato nessuno. Il grido al governo è forte: fate una tregua, e ascoltate i comitati». «Sono un antico membro del comitato No Tav -aggiunge il sacerdote genovese – …
di Susanna Camusso
La manifestazione nazionale di oggi è la manifestazione di tanti, troppi, che si sono trovati senza un futuro, e senza un presente, perché il governo ha deciso che tagliare sulle pensioni era la via più semplice per fare cassa. Una scelta contrabbandata come giusta per i giovani, ma che ha prodotto infinite ingiustizie, ansie e sofferenze, a tutti coloro che si sono trovati senza lavoro, senza ammortizzatori e senza pensione. A quelli che hanno scoperto che dovevano, per effetto delle ricongiunzioni onerose, ripagarsi i contributi, fino a valutare la scelta di rimanere senza pensione. A coloro, infine, che hanno scoperto che non facevano un lavoro usurante o che i loro contributi per la cassa integrazione straordinaria o la mobilità non valevano ai fini di evitare ulteriori penalizzazioni. Da mesi tante persone vivono in uno stato di incertezza e di paura, senza che né l’Inps, in modo irresponsabile, né il ministero del Lavoro siano stati in grado, in tutto questo tempo, di quantificare il fenomeno, continuando a rinviare il momento in cui affrontare concretamente il problema. E il problema si affronta concretamente solamente dando una risposta previdenziale a chi, rispettando i criteri in essere, ha concluso la sua esperienza lavorativa e i contributi li ha versati per una vita. Dando copertura a tutti gli accordi, individuali e collettivi, che prevedono l’effettiva risoluzione del rapporto di lavoro anche oltre il 31 dicembre 2011. Parliamo di lavoratori e lavoratrici …
di Michele Serra
Ogni volta che vengono resi pubblici i redditi degli italiani, si sussulta. È la fotografia, se non di un Paese povero, di un Paese con moltitudini di poveri, una piccola minoranza di benestanti e pochissimi ricchi. Solo 30mila italiani (lo 0,07 per cento) dichiara di guadagnare più di 300mila euro all´anno. Per quanto sfocata (nessuna statistica riesce davvero a mettere a fuoco la realtà delle cose), è l´immagine di un popolo economicamente depresso, dove il benessere di massa, a differenza che in altri paesi occidentali, non ha mai fatto davvero breccia: oltre metà dei contribuenti dichiara un´imponibile inferiore ai 15mila euro all´anno. La recente catena di suicidi di nostri concittadini sopraffatti dalle ristrettezze economiche – quasi tutti piccolissimi imprenditori – suggerisce cautela nei giudizi: non c´è dubbio che i morsi della crisi abbiano roso fino all´osso alcuni redditi e alcune vite. Ma il macro-dato, così come viene offerto dall´autoscatto che i contribuenti hanno fatto dell´Italia lascia intendere, senza possibilità di dubbio, che una ricchezza smisurata (letteralmente: non misurata e forse non misurabile) non compare nella foto di gruppo chiamata “redditi 2010″. E´ fuori inquadratura, da qualche parte. Sotto il materasso, all´estero, già reinvestita in beni immobili e mobili, bruciata allegramente in bagordi, scomparsa nelle scatole cinesi della finanza creativa, intestata a prestanome, ditte fittizie e altri fantasmi…. Non si sa. Ma si sa che c´è, o per dirla meglio: si sa che non può non esserci. …
di Alberto Leiss
Può anche darsi che sull’articolo 18 si sia condensato un accumulo ideologico, cioè una somma di opposte esagerazioni sulla reale portata economica della norma, sulla quale si innalzano strumentalmente bandiere con diversi significati. Monti si presenta come colui che rompe le troppe “rigidità” del mercato del lavoro italiano, e si fregia dell’aver interrotto la concertazione, prassi aborrita dai teorici neoliberisti che sul “Corriere della Sera” gli pungono i fianchi.
D’altra parte Fiom e Cgil impugnano l’articolo 18 come il manifesto essenziale della difesa dei diritti del lavoro, mentre la realtà quotidiana delle fabbriche e degli uffici è che di questi diritti da molto tempo si fa strame. Basta pensare non solo all’esercito di precari in qualche modo ufficializzati dalla congerie di contratti e contrattini inventati negli ultimi decenni, ma alla massa di donne e uomini che lavorano in nero, al di fuori di qualsiasi regola.
Non so se alla rottura si sia arrivati per un difetto di coesione tra i sindacati, o per una forzatura da parte del governo. Propendo per questa seconda ipotesi. Monti e Fornero potrebbero però aver commesso un errore grave. Al di là di una certa soglia le forzature ideologiche sull’articolo 18 si trasformano in un valore simbolico, e allora le cose cambiano.
Lo ha detto un sacerdote (Giancarlo Maria Bregantini, capo commissione Cei per il lavoro) e lo ha ripetuto a suo modo anche Bersani. Se si imbraccia come un trofeo una …
di Stefano Rodotà
Che cosa alimenta ogni giorno l´antipolitica, la fa crescere, la fa divenire un elemento che struttura la società e il sistema politico, che allontana i cittadini dall´idea stessa di partecipare alle elezioni, come dimostrano rilevazioni e sondaggi? Lo sappiamo, i fatti sono ormai da troppo tempo sotto gli occhi di tutti. E´ un viluppo di corruzione e privilegi, di uso privato di risorse pubbliche e di spudorata impunità, che è divenuto sempre più stringente, che soffoca una democrazia in affanno e ne aggrava una crisi già drammatica. Ed è proprio la politica, vittima di questa deriva, a farsene complice, comportandosi come se non fossimo di fronte ad una emergenza devastante, perché essa stessa ha finito con il radicarsi sul terreno concimato da un finanziamento pubblico ai partiti che ha tradito le sue ragioni ed è divenuto veicolo di nuove opportunità corruttive, di diffusione dell´illegalità. A questi argomenti, o piuttosto constatazioni, si oppongono risposte indignate e virtuose. Basta con i moralismi, non si può fare d´ogni erba un fascio, non tutti i partiti sono allo stesso modo coinvolti negli scandali, i politici corrotti sono una minoranza. Ma queste sono parole ormai consumate, che suonano false. I politici onesti, i partiti che fanno certificare i loro bilanci non possono limitarsi ad essere i custodi della loro virtù. Essi, più d´ogni altro, hanno il dovere di agire, di pretendere un radicale mutamento, poiché non si può certo …
di Renato Sacco
Rischiava di passare sotto silenzio. E invece… E invece ci hanno pensato le bombe a ricordarci che il 20 marzo 2003 iniziava la seconda guerra in Iraq. Sono passati 9 anni e, come spesso accade, ci si dimentica. Si dimenticano i morti le distruzioni, i feriti le bombe all’uranio, al fosforo, le mobilitazioni per la pace. Forse un po’ ci si rassegna anche. Poi da noi c’è la crisi, si fa fatica già a pensare a se stessi, figuriamoci a pensare all’Iraq. E così il 20 marzo arrivano notizie (a dire il vero molto in secondo piano, come dire… non proprio notizia importanti) di una serie di attentati in diverse città dell’Iraq da Baghdad a Kirkuk, da Kerbala a Hillah. Circa 40 morti e 200 feriti. Il pensiero va subito ai tanti amici incontrati in questi anni. Non è facile rintracciarli al telefono. Il cuore si riempie di preoccupazioni e di tanti ricordi… Ma la cosa non sconvolge più di tanto i mass media, peraltro molto coinvolti a raccontare la guerra iniziata 9 anni fa. Qualche giornalista italiana è arrivata a Baghdad addirittura a bordo dei carriarmati USA. Ma ora c’è la pace, la guerra è finita, i soldati USA sono tornati a casa. E tutto è a posto… L’Iraq non interessa più. Su Mosaico di pace di marzo, in distribuzione in questi giorni, abbiamo pubblicato un servizio sull’Iraq di oggi, e nell’editoriale …
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