Caccia alle fonti dei cronisti. Libertà di stampa in pericolo

di Giorgio Meletti

Una serie di decisioni illegittime di diverse procure della Repubblica stanno di fatto abrogando il segreto professionale dei giornalisti. Basta il semplice sospetto di una minima violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti del giornalista. È una pratica più volte censurata dalla Cassazione e ancor più energicamente condannata da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso.

Il fenomeno si traduce, al di là della buona fede dei singoli magistrati, in una pressione per tutti i giornalisti. Il messaggio è chiaro: se scrivi una parola di troppo puoi trovarti gente in divisa che fruga tra i giocattoli dei tuoi bambini o che si prende il tuo telefonino e cartografa comodamente tutte le tue relazioni e tutte le tue fonti. Anche chi si affida al segreto professionale del giornalista, imposto dalla legge e tutelato anche dal codice di procedura penale, è avvertito: se vai a raccontare qualcosa anche senza commettere niente di illecito, sappi che prima o poi potrebbe esserci un carabiniere, un poliziotto o un magistrato che potrà ricostruire tutti i tuoi contatti con il giornalista.

L’ultimo caso risale alla sera di venerdì 17 novembre. Gli uomini della Guardia di Finanza, su ordine del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, si sono presentati nella redazione del Sole 24 Ore a Milano, con un decreto di acquisizione di documenti per il giornalista Nicola Borzi. Quella mattina il giornale aveva pubblicato il secondo di  

Fuori dal tunnel? Ma è davvero così?

di Dario Guarascio e Marco Centre

L’Italia è tecnicamente uscita dalla recessione. Eppure i dati macroeconomici possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia

La crisi è finita. Con la variazione positiva del Pil nel III e nel IV trimestre del 2014 l’Italia è, tecnicamente, uscita dalla recessione. Negli ultimi 12 mesi, la crescita ha superato abbondantemente la soglia dell’1% e si prevede che nell’anno in corso superi l’1,5%. Gli occupati hanno raggiunto, nel II trimestre 2017, i 23 milioni, un livello analogo a quello del 2008 e prossimo al massimo storico dal 1992.

Questi dati macroeconomici, tuttavia, possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia. Eccone alcune: la riduzione di quasi il 25% della capacità produttiva tra il 2008 ed il 2013; i livelli di salari, produttività del lavoro, investimenti in capitale fisico ed in R&S che sono significativamente inferiori alla media europea (Lucchese, M., Nascia, L., & Pianta, M. (2016). Industrial policy and technology in Italy. Economia e Politica Industriale, 43(3), 233-260). Inoltre, mentre Pil e occupazione crescono, le ore lavorate arrancano, restando lontane dai livelli pre-crisi e ciò fa pensare che manchi la capacità di sfruttare appieno la capacità produttiva e che vi sia la tendenza, con l’esaurirsi degli incentivi all’occupazione stabile nel biennio 2015-2016, a creare occupazione di scarsa qualità, come sembrano, peraltro, confermare la stagnazione dei salari – in contrasto con quanto  

Liturgia: il “grande principio” e la fine di una piccola storia

di Andrea Grillo

Con il motu proprio Magnum principium (MP) può finire una brutta storia e ricominciare la storia vera. Vediamo perché. Il grande principio riaffermato con il breve documento è la “partecipazione attiva” di tutto il popolo alla azione liturgica, anche mediante la comprensione dei testi liturgici. Su questo punto, in effetti, il Concilio Vaticano II era stato molto chiaro. Ma la sua recezione, iniziata con slancio e con forza negli anni ‘60 e ‘70, aveva trovato, a partire dagli anni ‘80, una progressiva freddezza, fino alla aperta ostilità, sancita dalla V Istruzione Liturgiam authenticam (LA), del 2001, che stabiliva il primato del testo latino, l’esigenza di traduzioni “letterali” e l’assenza di “interpretazione” nella traduzione. Questa “disputa sulla traduzione” nascondeva, in realtà, una disputa sulla riforma liturgica e sulla riforma della Chiesa. Affermando il primato del latino si affermava il primato del passato; affermando l’esigenza di “letteralità” si bloccava la esperienza che scaturiva dall’uso delle lingue popolari; affermando l’assenza di interpretazione si salvaguardava la possibilità di “fare tutto da Roma”, senza alcun bisogno di vera competenza in periferia e con l’esautorazione delle Conferenze episcopali.

Questo progetto, tuttavia, proprio perché orientato a difendersi dalla nuova realtà di un mondo articolato, di culture differenti e di esperienze irriducibili, è miseramente fallito sul piano della operatività. Con i criteri stabiliti da LA non si riusciva più a tradurre nulla: perché se si osservavano i criteri, non si capiva il testo; mentre se si  

Europa, alla ricerca del sesto scenario

di Claudio Gnesutta

Il documento di Jean-Claude Juncker propone 5 scenari alternativi per l’Unione Europea. Ma ora più che mai è necessario mettere in campo un altro scenario, radicalmente diverso, in cui l’autoriforma delle istituzioni europee sia volta a sostenere lo sviluppo e la stabilità sociale all’interno e tra i paesi membri

Il primo marzo di quest’anno, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha presentato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa: le strade per l’unità nell’UE a 27”. Di fronte a un passaggio incerto dell’istituzione europea dopo la Brexit, ma soprattutto in presenza della crescente ostilità popolare nei confronti delle politiche europee, il documento veniva presentato come la base di discussione delle linee di sviluppo dell’Unione e fissava le possibili alternative cui sarebbero soggetti i paesi nello scegliere il loro percorso verso la futura Europa. È lo sfondo sul quale si regge anche il suo recente discorso sullo Stato dell’Unione 2017.

Il documento prospetta cinque scenari alternativi con i quali i paesi dell’Unione dovranno confrontarsi prossimamente, superate le ormai prossime elezioni tedesche. Appare quindi tempestivo e di grande interesse il contributo di Alessandro Somma – Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione Europea, Imprimatur 2017 – che offre una ampia e ragionata esposizione del significato e delle implicazioni dei cinque scenari che – secondo la Commissione – delineano «quello che potrebbe essere lo stato dell’Unione da qui al 2025 ». Merito di Somma è interpretare una tale proposta istituzionale in connessione  

Se la post-democrazia arriva anche nei territori

di Nino Labate

Ritorniamo per un momento sulle amministrative facendoci aiutare da Manin. Mentre leggevo le analisi sui risultati, quasi tutte quantitative e con il solito d’Alimonte che trasforma in numeri anche la democrazia comunale, mi è tornato alla mente il libro di Bernard Manin: Principi del governo rappresentativo. I commenti sulla crisi del Pd, sui torti degli scissionisti, sul centrodestra che avanza, Renzi assente, astensionismo record, coalizioni vincenti o perdenti, il M5S finito, Berlusconi e Salvini che esultano, Comuni persi e Comuni vinti, ecc. mi hanno convinto che Manin avesse intuito qualche cosa di corposo. Questo studioso ci ha infatti spiegato che il nostro è il tempo della “democrazia del pubblico”. Quella democrazia, cioè, che mette da parte i governanti, la generica classe politica e la democrazia rappresentativa, e al loro posto fa subentrare il leader in rapporto diretto e comunicativo col pubblico. Quest’ultimo inteso come indistinto fruitore di comunicazioni e informazioni, Tv in testa. Manin ha fatto capire che il sistema dei media esercita una forte influenza sulla democrazia politica e sul voto, grazie al suo potere di convincimento e persuasione. Una tesi che tuttavia trasforma l’elettore in isolato, passivo e indifeso tele-spettatore, nelle mani del marketing politico. Ridotto a pubblico, appunto.
Devo dire la verità. A questa tesi non ho mai creduto troppo. Soprattutto quando la si vuole trasferire nella dimensione locale. Anche perché nel frattempo il pubblico di Manin da destinatario si è fatto anche mittente  

Ciao Gigi

di Grazia Villa

Scrivere, ricordare, parlare del nostro carissimo fratello maggiore, Gigi Pedrazzi, richiederebbe lo spazio dilatato di un lungo racconto e l’affluire lento e profondo dei pensieri, della memoria, degli affetti. Altri e altre ricorderanno il Pedrazzi de il Mulino, il raffinato pedagogista, l’illuminato politico, l’appassionato laico adulto, in questa notte di veglia, lasciatemi raccontare di un amico.
Sì perché Gigi, mi permetto di chiamarlo solo così, ha attraversato la maggior parte della mia vita, delle vite di tante amiche e amici, molte delle quali sono state, con grande suo dispiacere, anche più brevi della sua e lo hanno preceduto nel banchetto celeste o sotto il pergolato di Israele, come amava narrare uno di loro, il comune amico Paolo Giuntella.
L’incontro con Gigi negli anni della mia giovinezza ha segnato completamente la mia esistenza, senza di lui e Achille Ardigò non avrei mai iniziato e continuato l’impegno politico, senza di lui mi sarei sentita un’estranea rispetto agli altri adulti della Lega democratica (che ad una movimentista di sinistra sembravano troppo democristiani e troppo uomini delle istituzioni), sarei scappata, senza la sua verve, le sue proposte avveniristiche ideate con il piccolo folle genio di Franco Pecci, il suo Foglio e il suo Ginnasio, le discussioni più che vivaci con Pietro Scoppola, le proposte coraggiose relative alla possibilità di costituire comunità di vita politica in alternativa, pur se non opposizione ai partiti politici: luogo di crescita, formazione, condivisione, a servizio  

Salute, l’Unione mancata

di Nicoletta Dentico

Non è chiaro che la nostra battaglia deve essere sociale? Che il nostro compito non è quello di scrivere le istruzioni per proteggere i consumatori di meloni e di salmoni, di dolci e gelati, cioè la borghesia benestante, ma quello di creare istituzioni che proteggano i poveri, coloro che non possono permettersi pane fresco, carne e caldi vestiti? È triste constatare che migliaia devono sempre morire in miseria per consentire a poche centinaia di vivere bene”: l’indignazione del patologo tedesco Rudolf Virchow a fronte della indifferenza dei governanti verso le condizioni di miseria in cui versava la popolazione a Berlino nella metà dell’800, di grande attualità, ci sprona a richiamare subito due dolenti circostanze del tempo presente. La prima, forse poco nota ai più, è che sessanta anni di Europa unita non sono bastati ad architettare una politica unica per la salute, così che il ruolo della UE in questo ambito si limita ancora alla – indispensabile per carità, ma del tutto insufficiente – tutela dei consumatori. La seconda è che lo stato dell’Europa del 2017, dati alla mano, assomiglia sempre di più allo scenario dei molti che vivono in miseria per consentire la ricchezza sproporzionata e violenta di un élite senza scrupoli. Stando alle ultime statistiche, solo in Italia sono 4,6 milioni le persone che vivono in povertà assoluta.

La salute è l’indicatore più precoce e drammatico della patologia di sistema che tramortisce il continente nel suo  

Redistribuzione contro le diseguaglianze

di Michele Raitano

In questo articolo, facendo uso dei dati raccolti nell’indagine campionaria EU-SILC, mostriamo alcuni dati sull’evoluzione della disuguaglianza dei redditi in Europa nel quadriennio 2008-2011, ovvero nel periodo immediatamente seguente l’esplosione della crisi economico-finanziaria. I dati sono presentati distinguendo i paesi della UE-15 in base all’area geografica di appartenenza che, come messo in luce dalla letteratura di social policy, è utile anche a definire gruppi di paesi che si differenziano per tipo di sistema di welfare. Distinguiamo, quindi, quattro gruppi di paesi: Nordici, Anglosassoni, Continentali (l’Europa centrale) e Meridionali.

Prima di mostrare i risultati delle nostre elaborazioni, per meglio interpretare le possibili cause delle differenze fra paesi bisogna sottolineare che le disuguaglianze economiche derivano da processi complessi, che possono essere osservati da prospettive diverse e nei quali operano, spesso in interazione tra loro, molteplici fattori. La letteratura suggerisce che il benessere economico individuale vada valutato guardando al reddito disponibile equivalente, ovvero alla somma di tutti i redditi di mercato, quale che ne sia la fonte (lavoro dipendente e autonomo, capitale, rendita), percepiti dai membri di un nucleo familiare, al netto delle imposte e al lordo dei trasferimenti, resi equivalenti tenendo conto, mediante le apposite scale, della diversa dimensione dei nuclei familiari. Ma i redditi disponibili, e la disuguaglianza di questi, originano da un processo di formazione dei redditi – e, quindi, delle disuguaglianze – che si compone di almeno di tre stadi: nel primo – relativo alle retribuzioni individuali  

25 aprile, chi boccia “Bella ciao” a scuola non capisce a cosa serve insegnare

di Alex Corlazzoli

Il fatto che il Partito Democratico dell’era Renzi a Roma non partecipi alla manifestazione del 25 aprile non mi stupisce; sarebbe come se un vegano partecipasse alla sagra della salamella. Ma che in una scuola le famiglie arrivino a contestare agli insegnanti l’iniziativa di far cantare “Bella Ciao” all’interno di uno spettacolo sulla Costituzione è preoccupante. A denunciare questa situazione è una collega, Rosaria Valente che ha scritto una lettera pubblicata oggi su Repubblica: “Insegno in una scuola primaria, stiamo allestendo uno spettacolo sulla Costituzione, ripercorrendo la storia d’Italia. Le famiglie hanno contestato la presenza di “Bella Ciao”, sostenendo che è un canto “rosso” e che, per par condicio, avremmo dovuto inserire anche “Faccetta nera”.
Nulla può fermare l’ignoranza in questo Paese.

Intanto a questi genitori ma anche a quei maestri che a differenza della maestra Rosaria, non parlano di “Bella ciao” per lo stesso timore, andrebbe suggerita la lettura del bel libro Bella ciao (Add editore) di Carlo Pestelli. Qualche volta prima di aprire bocca qualcuno dovrebbe studiare. Nel testo Pestelli ci ricorda come la nota canzone abbia origini che non sono solo partigiane: “Nell’agosto del 1962 – scrive Pestelli – a Gualtieri Roberto Leydi e Gianni Bosio intervistano l’ex mondina Giovanna Daffini che intona un canto che ha la stessa melodia di “Bella ciao” ma, a sorpresa, il testo non tratta di invasori, bensì della durezza del lavoro delle mondariso, e dichiara d’averla imparata negli  

Lo stato dell’unione (bancaria)

di Vincenzo Comito

Il progetto di unione era nato a suo tempo per rafforzare il sistema finanziario europeo ma fino ad ora non ha affrontato nessuna delle lezioni scaturite dalla crisi economica

La storia dell’unione bancaria europea, pur nella sua brevità, è ricca di vicende, in particolare per quanto riguarda le sue propaggini italiane; essa appare emblematica, quasi come il temporalmente quasi parallelo caso greco, di quanti ostacoli si frappongano sul cammino della (eventuale) costruzione dell’unità politica ed economica del nostro continente, costruzione che rispetti comunque alcune regole di equità e di ragionevolezza.

Gli obiettivi dell’unione bancaria e la posizione tedesca

Il progetto di unione era stato a suo tempo stimolato dal desiderio di rafforzare il sistema finanziario europeo – le cui debolezze erano state sottolineate dalla crisi del 2008 -, nonché dalla volontà dichiarata di spezzare il legame tra debito pubblico dei vari stati e difficoltà bancarie. A lungo termine si intravedeva anche un’integrazione complessiva dei mercati finanziari.

Il progetto presentava tre obiettivi di fondo: 1) portare la sorveglianza e la regolamentazione del sistema finanziario a livello europeo, togliendola dalle mani delle autorità nazionali, di frequente troppo compiacenti verso le imprese nazionali e comunque rinnovando un sistema che era portatore di regole anche molto differenti da paese a paese; 2) prevedere, sempre a livello unitario, delle norme di intervento risolutivo (salvataggio, chiusura) nei confronti delle banche in crisi, avviando parallelamente la creazione di un fondo di risoluzione comune per i  

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