Più debito per uscire dalla crisi

di Andrea Baranes

Il problema dell’Italia è il debito pubblico. Non è nemmeno un argomento su cui discutere, ma un assunto evidente. Posto che il debito pubblico è eccessivo e ci strangola, ragioniamo pure di quali siano le strategie più efficaci per ridurlo il più velocemente possibile. Ma è davvero così, o è forse necessario fare un passo indietro?

Più che l’ammontare del debito pubblico, il faro che guida ogni scelta di politica economica è il rapporto tra debito e PIL. Cerchiamo di capire perché con un esempio semplificato. Ho un debito di 20.000 euro. E’ tanto o poco? Dipende. Se sono disoccupato e nullatenente, è enorme. Se guadagno un milione di euro l’anno, sono spiccioli o poco più. In altre parole, il valore di un debito va riportato a quanto si guadagna. L’esempio è forse fuorviante, anzi troppo spesso si sente dire che uno Stato dovrebbe comportarsi “come un buon padre di famiglia”, mentre la contabilità e gli obiettivi di una famiglia, un’impresa e una nazione sono completamente diversi. L’idea è comunque di misurare il debito in rapporto alla ricchezza prodotta per capirne la sostenibilità.

Anche qui sono però necessarie alcune precisazioni, soprattutto considerando quanto il rapporto debito/PIL definisca le politiche europee e italiane. Se dobbiamo accettare l’austerità, se il mantra degli ultimi anni è che “non ci sono i soldi”, se dobbiamo tagliare su servizi pubblici, pensioni o sanità, il problema è uno solo: dobbiamo ridurre il rapporto debito/PIL,  

Riorientare lo sguardo: di lato

di Grazia Naletto

Una società profondamente diseguale, divisa e impoverita, individualista e atomizzata che pensa di vivere in un paese in pieno declino economico e sociale; la sfiducia ormai radicata nella istituzioni e nella classe politica, ma anche nei cosiddetti “corpi intermedi”; la semplificazione e la polarizzazione del dibattito pubblico: sono ciò che, con una nettezza superiore a quella attesa, riflette l’esito del voto del 4 marzo, spaccando a metà l’Italia in modo molto più articolato di quanto non emerga dalle mappe bicolore elettorali.

La visione ottimistica di un’Italia uscita dalla crisi proposta dal Governo uscente non ha convinto neanche gli elettori del suo principale partito di riferimento. Le scelte economiche e sociali adottate negli ultimi cinque anni hanno approfondito e moltiplicato le distanze e le diseguaglianze a tal punto che siamo costretti a festeggiare una partecipazione al voto del 73%, seppure non abbia fermato la sua tendenza decrescente. Eppure, il 27% di coloro che hanno scelto di non votare, se potesse contare, rappresenterebbe il secondo partito del paese.

Almeno una parte di questo 27%, insieme al voto liquido che fluttua rapidamente da un partito a un altro (il 40% di consenso al rottamatore Renzi risale solo a quattro anni fa), lasciano aperti degli spazi all’azione politica che voglia interpretare e praticare da sinistra la forte domanda di cambiamento presente nel Belpaese.

La campagna elettorale è stata giocata tutta o quasi sul posizionamento dei tre maggiori partiti in materia di lavoro  

Alla ricerca dei “nuclei sapienziali” dei monoteismi. Un libro de “l’altrapagina”

di Alessandro Santagata

La questione ecumenica è da tempo al centro dell’attenzione di teologi e filosofi. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, il decreto Unitatis redintegratio e la dichiarazione Nostra Aetate prodotti dal Concilio Vaticano II tra il 1964 e il 1965 furono, nel loro insieme, un momento di passaggio decisivo per il confronto ecumenico, ma anche con le religioni non cristiane. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, ecumenismo e dialogo interreligioso sono proseguiti tra alti e bassi lungo un percorso che non si è mai arrestato. Ne rappresenta un esempio il volume Tre monoteismi in dialogo (l’altrapagina, 2017, p. 108). Si tratta dalla pubblicazione degli atti dell’omonimo convegno – XXIII Convegno nazionale di studi “l’altrapagina” – svoltosi a Città di Castello dal 9 al 10 settembre 2017. Vi hanno preso parte: Vito Mancuso, teologo e docente di Filosofia; Shahrzad Houshmand Zadech, esperta di linguistica persiana e co-presidente del Cipax; Giovanna Micaglio Ben Amozegh, esponente della comunità ebraica di Roma; e Gianni Vacchelli, biblista, teologo e dantista. Come sempre in questi casi, è difficile fornire una sintesi di un dibattito tanto profondo, quanto denso di riferimenti teologici e culturali. Nell’appendice sono presentati in sintesi alcuni dei problemi principali che sono stati affrontati dai relatori.

Innanzitutto, bisogna tenere presente il contesto attuale in cui si svolge il confronto tra i tre monoteismi (cristianesimo, islam, ed ebraismo). Siamo evidentemente in una fase di crisi del religioso assediato dal processo di secolarizzazione. Come si legge  

Post-strutturalismo e politica. Foucault, Deleuze, Derrida

di Gabriele Vissio

Il volume di D’Alessandro e Giacomantonio presenta una sintesi del pensiero dei tre grandi classici della stagione post-strutturalista francese – Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jacques Derrida – alla luce dei rapporti che essi intrattengono con la questione politica. Diciamo la “questione politica” perché l’intento del volume non è tanto quello di esporre la filosofia politica di Foucault, Deleuze e Derrida – posto che si possa parlare, per ciascuno di questi autori, di una filosofia politica in senso classico – quanto quello di rintracciare all’interno del loro pensiero il “segno” della politica.

In effetti, l’ambizione ultima del saggio, è quella di tratteggiare alcune linee guida che servano alla comprensione del complesso e ambiguo rapporto che intercorre tra la corrente post-strutturalista, ben più ampia del terzetto di autori presi in considerazione, e la dimensione politica.
Che vi sia un rapporto tra il post-strutturalismo e la politica è cosa assodata, tanto dalla letteratura critica quanto dall’effettiva biografia dei protagonisti di quella stagione. Per limitarsi alle scelte di D’Alessandro e Giacomantonio basti pensare al coinvolgimento di Foucault nelle battaglie di quegli anni – dal periodo tunisino alla direzione del dipartimento di filosofia dell’Università “sperimentale” di Vincennes dopo gli eventi del ’68, dalla fondazione del «GIP – Groupe d’Information sur les Prisons» (a cui collaborerà anche lo stesso Deleuze), alla partecipazione al vivace dibattito intorno alla riforma della cosiddetta «loi de la pudeur». Si pensi anche a Deleuze e all’importanza filosofica e  

Aspettando il Minsky moment

di Vincenzo Comito

Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto in positivo le previsioni della crescita del pil a livello mondiale. Restano problemi di fondo, tra cui la vertiginosa crescita delle disparità di reddito e di ricchezza

La crescita dell’economia mondiale e i suoi problemi

Come è noto, di recente il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto in positivo le previsioni della crescita del pil a livello mondiale; mentre lo sviluppo complessivo del pianeta aveva registrato un più 3,1% nel 2016, esso dovrebbe raggiungere, secondo il Fondo, il 3,6% nel 2017 e il 3,7% nel 2018.

Nell’ambito di questo andamento tutto sommato positivo, non manca chi mette comunque in rilievo la persistenza di alcuni importanti problemi di fondo che, se non bene affrontati, rischiano di mettere in seria difficoltà il quadro dello sviluppo futuro.

Così Martin Wolf (Wolf, 2017) ha in questi giorni sottolineato la persistenza di due questioni di peso. La prima appare in relazione al fatto che il livello degli investimenti è, in particolare nei paesi del G-7, piuttosto insoddisfacente e comunque si colloca a livelli inferiori a quelli di prima della crisi; la seconda fa riferimento alla constatazione della permanenza di una montagna di debiti a livello delle imprese, oltre che, qua e la, delle famiglie e degli Stati.

Noi aggiungeremmo alla lista di Wolf anche, se non soprattutto, la crescita in atto nelle diseguaglianza di reddito e di ricchezza, nonché, parallelamente, i gravi problemi presenti nel  

Caccia alle fonti dei cronisti. Libertà di stampa in pericolo

di Giorgio Meletti

Una serie di decisioni illegittime di diverse procure della Repubblica stanno di fatto abrogando il segreto professionale dei giornalisti. Basta il semplice sospetto di una minima violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti del giornalista. È una pratica più volte censurata dalla Cassazione e ancor più energicamente condannata da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso.

Il fenomeno si traduce, al di là della buona fede dei singoli magistrati, in una pressione per tutti i giornalisti. Il messaggio è chiaro: se scrivi una parola di troppo puoi trovarti gente in divisa che fruga tra i giocattoli dei tuoi bambini o che si prende il tuo telefonino e cartografa comodamente tutte le tue relazioni e tutte le tue fonti. Anche chi si affida al segreto professionale del giornalista, imposto dalla legge e tutelato anche dal codice di procedura penale, è avvertito: se vai a raccontare qualcosa anche senza commettere niente di illecito, sappi che prima o poi potrebbe esserci un carabiniere, un poliziotto o un magistrato che potrà ricostruire tutti i tuoi contatti con il giornalista.

L’ultimo caso risale alla sera di venerdì 17 novembre. Gli uomini della Guardia di Finanza, su ordine del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, si sono presentati nella redazione del Sole 24 Ore a Milano, con un decreto di acquisizione di documenti per il giornalista Nicola Borzi. Quella mattina il giornale aveva pubblicato il secondo di  

Fuori dal tunnel? Ma è davvero così?

di Dario Guarascio e Marco Centre

L’Italia è tecnicamente uscita dalla recessione. Eppure i dati macroeconomici possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia

La crisi è finita. Con la variazione positiva del Pil nel III e nel IV trimestre del 2014 l’Italia è, tecnicamente, uscita dalla recessione. Negli ultimi 12 mesi, la crescita ha superato abbondantemente la soglia dell’1% e si prevede che nell’anno in corso superi l’1,5%. Gli occupati hanno raggiunto, nel II trimestre 2017, i 23 milioni, un livello analogo a quello del 2008 e prossimo al massimo storico dal 1992.

Questi dati macroeconomici, tuttavia, possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia. Eccone alcune: la riduzione di quasi il 25% della capacità produttiva tra il 2008 ed il 2013; i livelli di salari, produttività del lavoro, investimenti in capitale fisico ed in R&S che sono significativamente inferiori alla media europea (Lucchese, M., Nascia, L., & Pianta, M. (2016). Industrial policy and technology in Italy. Economia e Politica Industriale, 43(3), 233-260). Inoltre, mentre Pil e occupazione crescono, le ore lavorate arrancano, restando lontane dai livelli pre-crisi e ciò fa pensare che manchi la capacità di sfruttare appieno la capacità produttiva e che vi sia la tendenza, con l’esaurirsi degli incentivi all’occupazione stabile nel biennio 2015-2016, a creare occupazione di scarsa qualità, come sembrano, peraltro, confermare la stagnazione dei salari – in contrasto con quanto  

Liturgia: il “grande principio” e la fine di una piccola storia

di Andrea Grillo

Con il motu proprio Magnum principium (MP) può finire una brutta storia e ricominciare la storia vera. Vediamo perché. Il grande principio riaffermato con il breve documento è la “partecipazione attiva” di tutto il popolo alla azione liturgica, anche mediante la comprensione dei testi liturgici. Su questo punto, in effetti, il Concilio Vaticano II era stato molto chiaro. Ma la sua recezione, iniziata con slancio e con forza negli anni ‘60 e ‘70, aveva trovato, a partire dagli anni ‘80, una progressiva freddezza, fino alla aperta ostilità, sancita dalla V Istruzione Liturgiam authenticam (LA), del 2001, che stabiliva il primato del testo latino, l’esigenza di traduzioni “letterali” e l’assenza di “interpretazione” nella traduzione. Questa “disputa sulla traduzione” nascondeva, in realtà, una disputa sulla riforma liturgica e sulla riforma della Chiesa. Affermando il primato del latino si affermava il primato del passato; affermando l’esigenza di “letteralità” si bloccava la esperienza che scaturiva dall’uso delle lingue popolari; affermando l’assenza di interpretazione si salvaguardava la possibilità di “fare tutto da Roma”, senza alcun bisogno di vera competenza in periferia e con l’esautorazione delle Conferenze episcopali.

Questo progetto, tuttavia, proprio perché orientato a difendersi dalla nuova realtà di un mondo articolato, di culture differenti e di esperienze irriducibili, è miseramente fallito sul piano della operatività. Con i criteri stabiliti da LA non si riusciva più a tradurre nulla: perché se si osservavano i criteri, non si capiva il testo; mentre se si  

Europa, alla ricerca del sesto scenario

di Claudio Gnesutta

Il documento di Jean-Claude Juncker propone 5 scenari alternativi per l’Unione Europea. Ma ora più che mai è necessario mettere in campo un altro scenario, radicalmente diverso, in cui l’autoriforma delle istituzioni europee sia volta a sostenere lo sviluppo e la stabilità sociale all’interno e tra i paesi membri

Il primo marzo di quest’anno, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha presentato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa: le strade per l’unità nell’UE a 27”. Di fronte a un passaggio incerto dell’istituzione europea dopo la Brexit, ma soprattutto in presenza della crescente ostilità popolare nei confronti delle politiche europee, il documento veniva presentato come la base di discussione delle linee di sviluppo dell’Unione e fissava le possibili alternative cui sarebbero soggetti i paesi nello scegliere il loro percorso verso la futura Europa. È lo sfondo sul quale si regge anche il suo recente discorso sullo Stato dell’Unione 2017.

Il documento prospetta cinque scenari alternativi con i quali i paesi dell’Unione dovranno confrontarsi prossimamente, superate le ormai prossime elezioni tedesche. Appare quindi tempestivo e di grande interesse il contributo di Alessandro Somma – Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione Europea, Imprimatur 2017 – che offre una ampia e ragionata esposizione del significato e delle implicazioni dei cinque scenari che – secondo la Commissione – delineano «quello che potrebbe essere lo stato dell’Unione da qui al 2025 ». Merito di Somma è interpretare una tale proposta istituzionale in connessione  

Se la post-democrazia arriva anche nei territori

di Nino Labate

Ritorniamo per un momento sulle amministrative facendoci aiutare da Manin. Mentre leggevo le analisi sui risultati, quasi tutte quantitative e con il solito d’Alimonte che trasforma in numeri anche la democrazia comunale, mi è tornato alla mente il libro di Bernard Manin: Principi del governo rappresentativo. I commenti sulla crisi del Pd, sui torti degli scissionisti, sul centrodestra che avanza, Renzi assente, astensionismo record, coalizioni vincenti o perdenti, il M5S finito, Berlusconi e Salvini che esultano, Comuni persi e Comuni vinti, ecc. mi hanno convinto che Manin avesse intuito qualche cosa di corposo. Questo studioso ci ha infatti spiegato che il nostro è il tempo della “democrazia del pubblico”. Quella democrazia, cioè, che mette da parte i governanti, la generica classe politica e la democrazia rappresentativa, e al loro posto fa subentrare il leader in rapporto diretto e comunicativo col pubblico. Quest’ultimo inteso come indistinto fruitore di comunicazioni e informazioni, Tv in testa. Manin ha fatto capire che il sistema dei media esercita una forte influenza sulla democrazia politica e sul voto, grazie al suo potere di convincimento e persuasione. Una tesi che tuttavia trasforma l’elettore in isolato, passivo e indifeso tele-spettatore, nelle mani del marketing politico. Ridotto a pubblico, appunto.
Devo dire la verità. A questa tesi non ho mai creduto troppo. Soprattutto quando la si vuole trasferire nella dimensione locale. Anche perché nel frattempo il pubblico di Manin da destinatario si è fatto anche mittente  

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