Congresso di Pax Christi: una donna e un vescovo alla guida del movimento?

di Luca Kocci

Un vescovo e una donna laica potrebbero essere, fra due anni, i nuovi presidenti di Pax Christi Italia. La proposta “rivoluzionaria” – fin dalla sua fondazione, nel 1954, il presidente di Pax Christi è un vescovo nominato dalla Conferenza episcopale italiana sulla base di una terna di nomi proposta dal movimento – è contenuta in una mozione avanzata dalla stesso presidente in carica, mons.Giovanni Giudici, approvata a grandissima maggioranza dai 209 partecipanti al Congresso, riunito a Roma dal 26 al 28 aprile (v. Adista Notizie n. 14/13). «Data la composizione della presidenza di Pax Christi Internazionale – si legge nella mozione –, si chiede al consiglio eletto di valutare la possibilità di un cambiamento di statuto di Pax Christi Italia, così da realizzare una duplice presidenza, composta da un vescovo e da una cristiana laica. Con questa nuova struttura associativa si intende richiamare l’importanza di porre una donna in posizione decisionale nel Movimento» (e una mozione simile, che ha però raccolto un minor numero di consensi, chiede che siano due i coordinatori nazionali, «una donna e un uomo, di età molto differente»).

 

Dalla memoria alla testimonianza
Si vedrà cosa farà il nuovo Consiglio nazionale, appena eletto dal Congresso (15 componenti, fra cui dodici laici e tre preti: Nandino Capovilla, coordinatore nazionale uscente, Renato Sacco e Salvatore Leopizzi) che, fra l’altro, ha ribadito il no ai cappellani militari e alla parata del 2 giugno e ha  

Andreotti non andò al funerale di mio padre, preferiva i battesimi

di Nando Dalla Chiesa

Non posso negarlo. Con lui avevo una questione personale. Per via dell’assassinio di un prefetto che mi era caro. Ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982. Che era stato al suo diretto servizio: lui capo del governo, il prefetto – allora generale dei carabinieri – alla guida della lotta al terrorismo. Una settimana dopo quel 3 settembre venne intervistato alla festa dell’Amicizia (ossia della Democrazia cristiana) da Giampaolo Pansa. Che gli domandò perché non fosse andato ai funerali del prefetto. “Perché preferisco andare ai battesimi”, rispose lui mandando in sollucchero il pubblico.

Era la sua ironia, quella che deliziava politici e giornalisti cortigiani. Poi andò dai democristiani siciliani e li invitò tra gli applausi a respingere “il falso moralismo di chi ha la bava alla bocca”. Ricordai perciò subito quel che il prefetto mi aveva detto passeggiando in campagna qualche settimana prima di essere ucciso, per spiegarmi perché gli fosse così duro rappresentare la legge a Palermo: “Gli andreottiani ci sono dentro fino al collo”. Feci a un quotidiano alcuni di quei nomi, invitando a cercare nei loro ambienti di partito i mandanti del delitto e mi costò un marchio di infamia. Scoprii poi che l’uomo politico si era pubblicamente pronunciato contro la nomina a prefetto della vittima sostenendo che il vero pericolo venisse da Napoli e non da Palermo, dove pure avevano tirato giù in pochi anni tutte le più alte  

Il compito del traghettatore

di Alfredo Reichlin

La lotta per impedire al Pd di governare (ricordiamo che si tratta del primo partito, che ha la maggioranza assoluta alla Camera ed è primo anche al Senato benché al di sotto, per non molti voti, della maggioranza necessaria) è aspra ma tuttora aperta. I giornali commentano il precedente del ’76. Anche allora emerse dalle elezioni una situazione di ingovernabilità.  Pci e Dc ebbero più o meno gli stessi voti e ciò provocò, come ora, uno stallo. Il rischio fu su- perato dal «coraggio» delle «larghe intese», cioè dal coraggio di Enrico Berlinguer, il quale pur di evitare al Paese il trauma di un ritorno alle elezioni accettò che Giulio Andreotti formasse il governo, mentre il Pci garantiva l’astensione. Il cosiddetto governo delle «non fiducia». Ecco la «piccola» differenza da oggi. Sta nel fatto che le parti si sono invertite. Oggi è Berlusconi che non ha il coraggio e il senso di responsabilità che ebbe Berlinguer.

Non si esce da questa crisi senza un serio discorso di verità. E a me la verità sembra la seguente. Da un lato, per risolvere i drammatici problemi che massacrano il Paese, servono larghe intese (il Pd da solo non ce la può fare). E serve quindi tra destra e sinistra un reciproco riconoscimento. Dall’altro lato però la condizione è che la gente ritrovi un minimo di fiducia nella politica e che quindi non pensi che quattro signori si sono  

La lotta e il compromesso

di Alfredo Reichlin

Comincio ricordando a me stesso che, dopotutto, la differenza tra destra e sinistra esiste. Non meravigliamoci delle difficoltà che ha incontrato l’iniziativa di Bersani. Erano oggettive ma avrebbe avviato una grande svolta riformista. La gente l’ha capito? Io vedo zone di vera e propria disperazione e urgenze estreme di intervento, e vedo gente anche nostra molto disorientata. È difficile parlare di politica. L’argomento è: non interessano le vostre dispute, fate qualche cosa per noi.

Forse non siamo riusciti a rendere del tutto evidente che quella di Bersani non era solo l’unica proposta di governo possibile. Era la sola credibile, se le riforme vogliamo fare sul serio. Gira e rigira il problema resta sempre questo. È positiva la decisione di Napolitano di affidare a un gruppo di cosidetti «saggi» il compito non di sostituirsi alla sovranità del Parlamento ma di facilitare il confronto politico sul merito, sulle cose, i programmi, i bisogni del Paese. È una decisione saggia, evita il rischio di trascinare subito il Paese in una nuova rissa elettorale, senza modificare il «porcellum» che, come si è visto, condanna l’Italia all’impotenza. Il rischio è di fare la fine della repubblica di Weimar che, di elezione in elezione aprì la strada a Hitler. Stiamo attenti a come discutiamo tra noi. In questo momento la cosa più importan- te è tenere saldo e unito questo nostro partito il quale resta più che mai l’ossatura della Repubblica, la  

Per chi suona l’emergenza

di Claudio Gnesutta

EuroIl voto consegna uno scenario mutato e una governabilità difficile. Eppure una svolta è necessaria, in uno scenario profondamente mutato. Ma che ancor più di prima chiede all’Italia terapie d’urgenza per cambiare rotta, e all’Europa di creare spazio per un intervento anticongiunturale non effimero. Solo allentando i vincoli dell’austerità l’Ue può aiutare l’Italia e se stessa

Lo scenario post elettorale è profondamente diverso da quello immaginato solo qualche giorno fa. Nella proposta su “La rotta d’Italia” e nei tanti interventi che ne sono seguiti, l’ipotesi delineata era quella di una politica economica e sociale di medio periodo, in grado di dare una prospettiva socialmente sostenibile al nostro apparato produttivo attraverso interventi a difesa dei livelli occupazionali, a sostegno di un new deal verde, per affrontare le necessarie trasformazioni infrastrutturali (burocrazia, corruzione, criminalità, ricerca e istruzione). In un contesto economico rimasto immutato nei suoi dati strutturali – grave recessione, appesantita dalle condizioni europee di austerità -, semmai aggravato dalle tensioni sui mercati finanziari di cui tra breve diremo, lo scenario si è modificato a livello politico: in un quadro di maggiore incertezza programmatica, si allungano inevitabilmente i tempi per l’avvio di una politica alternativa, ritenuta possibile fino a qualche giorno fa.

Nello scenario precedente, risultava evidente che per superare i vincoli a una politica alternativa era richiesta una forte presenza a livello europeo su almeno due ambiti: 1) arginare e contrastare le pressioni destabilizzanti della finanza,  

E’ in gioco l’unità del Paese

di Alfredo Reichilin

le Marche - After the storm 1Cerchiamo di capire i massaggi molto seri e gravi che ci manda questo Paese. Essi interrogano non solo le capacità politiche di chi dovrà mettere insieme una maggioranza di governo, investono il pensiero sull’Italia di oggi e il sentimento di ciò che è in gioco. Spero che alla luce del terremoto elettorale sia più chiaro che cosa era (ed è) in discussione. Non una normale scelta tra progressisti e conservatori ma un problema costituente, di futuro della nazione. Il dilemma era chiaro.
Non c’era (e non c’è) altra speranza di evitare un destino di decadenza e di marginalità rispetto al mondo nuovo che non sia quella di ricollocare il grande, ma sempre più dissipato patrimonio storico italiano (produttivo, culturale, di capacità umana), in una vicenda più vasta; che è la creazione di una federazione europea, cioè uno strumento senza il quale e fuori dal quale un Paese come l’Italia non ha le risorse per affrontare i suoi problemi. Insomma il rischio di finire ai margini del mondo nuovo e di non contare più niente.
Questo era e resta il nostro ruolo: guidare il Paese in presenza di qualcosa che non è solo una gravissima crisi economica ma un
trapasso geo-politico rispetto al vecchio ordine mondiale. Ma l’interrogativo che mi preme, anche alla luce dei risultati elettorali, è questo:  

E’ in gioco l’Europa

di Claudio Sardo

Brussels, Belgium 097 - The AtomiunÈ bene che l’Europa e il mondo entrino in questa campagna elettorale. Che si parli di Merkel, di Hollande, di Obama. Che ci si confronti con loro come con le valutazioni dei fondi di investimento asiatici, con le sentenze della Corte di Strasburgo, con i giudizi dell’Europarlamento. E’bene che tutto ciò concorra a formare l’opinione dei cittadini-sovrani, anche se talvolta fingono stupore o gridano all’ingerenza persino certe élite che conoscono i danni del provincialismo ma lo coltivano pensando di sfruttarne ancora i vantaggi. La sovranità non è più una questione esclusivamente nazionale. L’interdipendenza economica, politica, commerciale è una dimensione della nostra civiltà, perché è la condizione di un benessere (oltre che, ovviamente, di limitazioni) a cui non intendiamo rinunciare. È la condizione del nostro modello sociale.

L’Italia ha bisogno di un’Europa diversa. Ma ha bisogno dell’Europa. E così l’Europa ha bisogno di un’Italia che torni ad essere un fattore propulsivo e non una zavorra, come è stata negli anni di Berlusconi. Alla prossime elezioni è questa la vera, decisiva posta in gioco. Mai come questa volta si percepisce l’interesse diretto delle cancellerie europee: attendono l’esito delle urne con il fiato sospeso. Quelle del 24 e 25 febbraio saranno elezioni «europee», come lo sono state le presidenziali francesi del maggio scorso, e come lo saranno le politiche tedesche del settembre prossimo. Si decide se,  

Celestino e Benedetto

di Renato Minore

Il papa ”dimissionario”, fino a ieri, era relegato al terzo canto dell’Inferno. Era «colui che fece per viltade il gran rifiuto». Scientemente impiegata per la «damnatio nominis» connessa con il suo peccato di pusillanimità, la perifrasi dantesca non ha però impedito di identificarlo con quasi certezza in Celestino V, al secolo Pietro Angeleri o del Morrone, il monte dalle parti di Sulmona dove egli era vissuto tra le grotte, come eremita, per molti anni. E’ il grande precedente dell’abdicazione di un Papa quello del monaco molisano eletto il 29 agosto 1294 e dimessosi meno di quattro mesi più tardi. Al punto che Padre Lombardi, nella conferenza stampa, lo ha ricordato come «l’unico», dimenticando gli altri dimissionari. Casi assai diversi. Di Clemente I quarto vescovo di Roma, dal 92 al 97 non si conosce il perché della sua scelta. Di Gregorio XII che fu eletto nel 1406 nel pieno della vicenda degli antipapi avignonesi, si sa che si dimise insieme al suo rivale scismatico ottenendo in cambio il mantenimento dei cardinali nominati da ciascuno. Di Benedetto IX sarebbe forse meglio tacere visto che, eletto nel 1032 a dodici anni, visse in modo dissoluto, vendette e ricomprò il suo ufficio e lasciò il papato, a quanto pare, per sposarsi.
Sullo sfondo dell’elezione di Pietro Angeleri, c’erano le vicende del lunghissimo Conclave iniziato nell’aprile del 1292 e protrattosi, per l’unica volta nella storia della Chiesa,  

Il mondo reale di Berluscoro e Santoroni

di Alberto Leiss

E così il grande show della politica-spettacolo è andato in onda: gli arcinemici Berlusconi e Santoro ( Travaglio ha ricoperto in fondo il ruolo di “spalla”) hanno incrociato le loro spade laser mediatiche sul set di “Servizio pubblico”.

Il duello è stato chiaramente vinto dal Cavaliere, in gran forma, e completamente a suo agio in quel format. In premessa Santoro aveva ricordato l’origine democratica di “Servizio pubblico” sostenuto in autonomia da un popolo di sottoscrittori. Ma ormai la trasmissione è fiore all’occhiello di un’impresa privata, un po’ particolare, come Telecom. E se Berlusconi ha vinto il duello – e i sondaggisti già prevedono un certo successo anche in termini di recupero elettorale – Santoro ha procurato una vittoria ancora più eclatante ai suoi nuovi editori.

La pagina su Wikipedia dedicata a La7 è stata immediatamente aggiornata con la notizia: “la puntata di Servizio Pubblico con ospite Silvio Berlusconi fa registrare al canale il suo nuovo record d’ascolti: ben 8.670.000 telespettatori ed il 33,68% di share, facendo di LA7 la rete più vista della prima e della seconda serata. E’ la prima volta in assoluto nella storia della tv italiana che un canale esterno al duopolio Rai-Mediaset vince la sfida degli ascolti del prime time”.

Grasso che cola per l’emittente e Telecom, impegnata in una complessa operazione di vendita della tv, i cui bilanci non sono precisamente floridi. Ma c’è chi osserva che forse ora  

Quella borghesia dal fiato corto

di Gad Lerner

È davvero straordinaria l’enfasi con cui da più parti Mario Monti viene sollecitato a trasformarsi da tecnico “super partes” in leader politico dei moderati. Per il prestigio di cui gode a livello internazionale, egli viene invocato alla stregua di una figura salvifica. Una figura che dopo anni di tentativi fallimentari sarebbe finalmente in grado di realizzare il sogno di un partito “europeo” della borghesia italiana. Quel sogno, cioè, infrantosi con inesorabile puntualità ogni qual volta al cospetto s’è dovuto misurare con i vizi storici, economici e culturali della classe dirigente chiamata a farsene protagonista.
L’attuale reincarnazione di tale progetto dovrebbe vedere la luce nell’ambito del Partito Popolare Europeo, cioè la famiglia politica che nel 1998 accolse nelle sue file il movimento fondato da Berlusconi e ora lo riconosce con imbarazzo come un corpo estraneo. “La partecipazione di Mario Monti al vertice del Ppe a Bruxelles è uno di quei dettagli suscettibili di cambiare la storia di una nazione”, ha scritto – niente meno – il solitamente compassato Sole 24 Ore.
Con entusiasmo pari al quotidiano della Confindustria, anche Avvenire, il giornale dei vescovi, annuncia che “il Ppe ‘convince’ Monti”.
Ohibò. Siamo davvero in presenza di una svolta storica? Oppure dobbiamo più modestamente riconoscere nel pressing esercitato in queste ore sul presidente del Consiglio la solita, vecchia inquietudine che attanaglia le più varie forze moderate della penisola allorquando sentono avvicinarsi  

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