di Raniero La Valle
Più che un cambio di governo, è stata la fine di un regime. Se il regime non fosse finito, non si sarebbe potuto fare alcun governo Monti, e non ci sarebbe stato altro che andare alle elezioni a combattere all’arma bianca mentre l’Italia, inghiottita dal gorgo dei mercati, avrebbe rischiato di andare a fondo. Infatti era un dogma del regime caduto che il capo eletto dal popolo non potesse essere sostituito altro che dal popolo, che la maggioranza come un solo uomo dovesse sostenere il governo per l’intera legislatura, che qualunque tentativo di dar vita a una nuova maggioranza e a un nuovo esecutivo dovesse essere bollato come un golpe. L’interpretazione berlusconiana della democrazia era quella di un regime del capo, che grazie all’investitura o all’unzione dei cittadini, incorporava in sé tutto il popolo, ne ricapitolava in se stesso la sovranità, faceva di questa sovranità un potere superiore ad ogni altro potere, e si considerava sciolto da ogni legge: un potere “sciolto”, cioè assoluto. L’onesto regime rappresentativo e parlamentare italiano veniva così, mediante lo strumento di una legge elettorale iniqua, forzato a trasformarsi in un regime pseudo-presidenziale, che in mancanza delle regole proprie di un governo presidenziale, diventava piuttosto un regime pseudo-cesariano. La buona notizia è che questa metamorfosi del regime politico italiano, perseguita per diciassette anni, è fallita. La Costituzione ha resistito, la divisione dei poteri ha retto, la Corte Costituzionale ha cancellato leggi incompatibili con …
di Raniero La Valle
La catastrofe delle Cinque Terre (ma anche in Toscana) è una perfetta rappresentazione di quel genere letterario simbolico (e anche apocalittico) che attraverso la descrizione drammatizzata di un evento minore racconta una storia molto più reale e più vasta, o già accaduta o ancora da accadere. L’allegoria dell’alluvione delle Cinque Terre, a saperla leggere, rinvia al rischio che tutto il Paese faccia la stessa fine, travolto dal fiume in piena di una economia impazzita, abbandonato a se stesso da una politica insensata e investito dai detriti di grandi ricchezze trasformate in mine vaganti e intralci ai soccorsi. Il disastro della Liguria non è infatti per niente una catastrofe naturale. Certo, ha piovuto. Ma il territorio era stato appaltato a un’economia selvaggia, controlli e regole erano saltati, a Monterosso una piscina definita “opera di pubblico interesse” era stata piazzata sugli scogli a picco sul mare, i torrenti erano stati interrati e i fiumi trasformati in discariche, la sabbia portata via per le costruzioni autostradali, il lavoro della difficile terra era stato abbandonato, perché “produrre un quintale di vino alle Cinque Terre costa come cento quintali in Romagna”: non è da ieri, dice lo scrittore Maurizio Maggioni sul quotidiano genovese, ma sono vent’anni che Monterosso non esiste più. L’istituzione del Parco è finita in ruberie e manette, e la nuova, unica risorsa su cui si è fatto affidamento è stato il turismo, dimensionato su cinque milioni di presenze all’anno, e la gente stessa si è …
di Raniero La Valle
I «comportamenti che ammorbano l’aria», secondo le parole del card. Bagnasco al recente Consiglio della Cei, sono stati tolti di scena con il loro titolare, finalmente rimosso dal suo incarico per l’azione congiunta dei mercati, dei suoi deputati ormai stufi e del presidente della Repubblica, auspice, naturalmente, l’opposizione. Meno male! Sarebbe stato imbarazzante per il capo dei vescovi se, dopo essere arrivato a una simile impietosa condanna del premier, tutto fosse continuato come prima. Dunque il cardinale può essere contento. Ma forse dovrebbe rammaricarsi che questo grido di verità abbia tanto tardato. Ciò ha infatti permesso a Berlusconi di continuare a governare, anche quando non avrebbe avuto più a quale santo votarsi, se non avesse potuto contare sul silenzio della Chiesa, rimasta quasi da sola a sostenerlo. E se questo governo fosse più presto caduto, forse la situazione non sarebbe arrivata a un punto così estremo; forse «la crisi economica e sociale che iniziò a mordere tre anni or sono» non sarebbe stata «più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire», come il presidente della Cei aveva detto nella sua durissima diagnosi, e non avrebbe «presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese». E allora perché, per quali principi irrinunciabili, si è data copertura al governo Berlusconi oltre ogni ragionevole termine? Forse perché, come ha detto Formigoni, quello che si deve chiedere a un governante non è quante “fidanzate” abbia, ma se i treni arrivano in …
di Luca Kocci
La Costituzione della Repubblica, il Concilio Vaticano II e il ’68: sono le tre «rivoluzione interrotte», o forse non ancora portate a compimento, del secolo scorso e tre momenti cardine del ‘900 che Raniero La Valle racconta nel volume “Quel nostro Novecento”, appena pubblicato dall’editore “Ponte alle grazie”, intrecciando la sua biografia personale con la storia politica, sociale ed ecclesiale non di quello che il grande storico Eric Hobsbawm chiamò «secolo breve» ma di un «secolo grande e terribile» che, scrive La Valle, «ha prodotto i totalitarismi e il nuovo costituzionalismo, che ha fatto le più grandi guerre e ha dato fondamento alla pace, che ha inventato la bomba atomica e la dottrina della nonviolenza, che ha perpetrato la Shoah, ha compiuto genocidi e ha visto popoli insorgere e liberarsi».
Un secolo che per l’autore, nato nel 1931, comincia con la «notte del fascismo», la guerra, le leggi razziali e le persecuzioni contro gli ebrei, l’occupazione di Roma da parte dei nazisti e la Resistenza, che La Valle ricorda attraverso il racconto, bellissimo, della storia di due donne: Teresa Mattei – partigiana e deputata comunista alla Costituente, la più giovane fra tutti i 556 eletti, appena 24 anni – e Tina …
di Raniero La Valle
La giornata mondiale degli “indignati” ha il significato di un passaggio di fase, come quello del 9 novembre 1989, quando fu aperto il muro di Berlino. Infatti, come l’evento dell’89 diede il via alla globalizzazione di un capitalismo selvaggio, così le mille piazze del 15 ottobre, fino alla follia delle violenze squadriste di Roma, hanno rivelato una coscienza universale e diffusa dell’iniquità e della non ulteriore tollerabilità di tale sistema. Al confronto l’analisi di Marx era certamente più scientifica, ma la sua ricezione nella consapevolezza comune era ben più ristretta delle dimensioni raggiunte oggi dalla protesta delle vittime del sistema, a cui sorprendentemente hanno dato sponda – e non è per niente una contraddizione – non pochi responsabili di questo stesso sistema, come grandi banchieri, grandi ricchi e grandi opinionisti e maestri di pensiero “borghesi”. Ciò che tutti ha accomunato, piazze e curie, è la percezione che qui ne va della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato, per riprendere le tre grandi parole di un recente cammino ecumenico di tutte le Chiese cristiane. Per una singolare coincidenza l’incontro del “forum” dei cattolici di Todi, volto a rilanciare, su impulso dei vertici della Chiesa, una presenza politica dei cattolici in Italia, si è svolto all’indomani della giornata del 15 ottobre, e perciò avrebbe potuto prendere a tema e dare una prima risposta all’esplosione di questa domanda di un cambiamento globale. Di per sé, …
di Raniero La Valle
Ha detto mons. Crociata, segretario generale della CEI, che “la Chiesa non fa i governi né li manda a casa”. Non è sempre stato così, ma è giustissimo oggi affermarlo. Tuttavia quando la Chiesa vuol mandare un messaggio forte dovrebbe evitare di farlo in modo che ciascuno ci possa vedere quello che vuole. Ad esempio è stato evidente a tutti che quando nella sua prolusione al Comitato permanente dei vescovi il cardinale Bagnasco ha denunciato i comportamenti contrari al pubblico decoro e intrinsecamente tristi e vacui su cui “si rincorrono” doviziosi racconti, quando ha lamentato la mancanza di misura, sobrietà, disciplina ed onore e i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie di “attori della scena pubblica” che la collettività guarda con sgomento e che fiaccano pericolosamente l’immagine del Paese all’esterno, si riferiva al presidente del Consiglio: perché, per quanto ci siano peccatori, non ci sono oggi altri “attori della scena pubblica” che sono guardati con sgomento dalla collettività, che sono capaci di umiliare l’immagine …
di Raniero La Valle
C’è una domanda che si aggira per l’Europa: come mai il giorno prima l’Europa ride di Berlusconi e del suo governo, e il giorno dopo freme di ammirazione dinnanzi alla lettera portata a Bruxelles dallo stesso Berlusconi, limitandosi a esprimere una certa incredulità sulla sua reale attuazione? La ragione è che quello di Berlusconi è un documento ideologico che porta alle estreme conseguenze l’ideologia monetaria e neo-liberista su cui l’Europa è stata fondata, ma che nessuno Stato europeo è riuscito finora veramente a realizzare. È il libro dei sogni tatcheriano: ma appunto la Tatcher fu detronizzata in Inghilterra. Ben al di là dei liberi licenziamenti in libera impresa, e della pensione a 67 anni e 7 mesi con la specifica motivazione che si deve avvicinare la data della pensione a quella della morte, il documento berlusconiano illustra uno scadenzario che dovrebbe nel giro di due mesi, quattro mesi, otto mesi ed un anno riformare l’”architettura” materiale e costituzionale dello Stato, trasformando l’Italia da Repubblica democratica fondata sul lavoro a Repubblica classista fondata sul patrimonio (per questo la “patrimoniale” non s’ha da fare né domani né mai). Per raggiungere tale scopo ci sono tutti gli ingredienti: abolizione dei controlli sulle imprese, rimozione di regole e vincoli, anche derivanti da norme e restrizioni regionali o locali, alla concorrenza; competizione e concorrenza anche tra le università (con libertà di aumentare le tasse), tra i professionisti, tra …
di Raniero La Valle
Ci sarà il 27 ottobre la salita delle religioni al monte santo di Assisi, per l’incontro ecumenico ed interreligioso indetto dal papa nel venticinquesimo anniversario di quel primo convegno dei leaders religiosi mondiali che fu promosso nel 1986 da Giovanni Paolo II, per la gioia di molti e il cruccio scandalizzato di altri, soprattutto uomini di curia e collaboratori a lui più vicini. Tutte le religioni insieme: non è forse irenismo? Il problema che esplose allora si ripropone anche oggi. La scommessa sta tutta nel fatto che il mettere insieme in nome della fede, e non della politica o della cultura, rappresentanti di religioni e Chiese diverse, non venga messo sul conto di quel relativismo, anzi di quella “dittatura del relativismo”, che è il male strenuamente combattuto da Benedetto XVI fin dall’inizio e anzi dagli antefatti del suo pontificato. Per allontanare dall’evento tale sospetto lo stesso Benedetto XVI parlando una volta dello “spirito di Assisi”, ne precisava il contenuto in un comune lavoro per la pace e la riconciliazione tra i popoli, “nel rispetto delle differenze delle varie religioni”. È molto giusto che le differenze – cioè il pluralismo – siano rispettate, e questo le stesse religioni lo vogliono. Il problema è però che la differenza rispetto alle altre fedi e religioni non sia identificata dalla Chiesa cattolica nel fatto che essa sarebbe l’unica religione per la salvezza mentre …
di Raniero La Valle
Gli uomini contano. Alla conferenza di pace di Parigi De Gasperi salvò l’Italia: era, in quel consesso, un Paese nemico, distrutto dalla guerra, gravido di miseria; tutto, tranne l’enorme prestigio del presidente del Consiglio italiano e la dignità con cui difese l’Italia, era contro di lui. Ma De Gasperi colpì gli Alleati, apparve credibile, e l’Italia rientrò ben presto a pieno titolo nella comunità internazionale, e cominciò la sua ricostruzione, prima della Germania, prima del Giappone, suoi alleati di guerra, prima della Cina. Nell’agosto angoscioso appena trascorso, Berlusconi ha portato l’Italia fino all’orlo dell’abisso: l’ha considerata lui stesso un Paese spregevole, l’ha mostrata senza dignità, con un governo indifferente e cinico in ogni sua scelta, fino al punto di poter decidere in poche ore tutto e il contrario di tutto; un Paese giudicato inaffidabile eticamente, e non solo finanziariamente, perfino dai mercati; un potere politico interno irriso dalla stampa internazionale, incapace, per le sue false analisi, di affrontare la crisi, impossibilitato, per le sue contraddizioni, a governarla e indegno, per i suoi comportamenti, di fare appello alle risorse materiali e morali dei cittadini. Eppure all’Italia non mancherebbe nulla; è un Paese ancora ricco, seppure di una ricchezza ignorata dal fisco, lavora, produce e risparmia, si dà da fare nell’aiuto reciproco, e ai giovani, se è matrigna la società, resta madre la famiglia. Certo, da quando è finito il “caso italiano” e l’Italia ha cessato di essere un grande laboratorio politico per un diverso …
di Raniero La Valle
Era cominciata con uno slogan baldanzoso, ottimistico, allegro, “Forza Italia”, che evocava gioie e vittorie, un po’ come la “gioiosa macchina da guerra” del Grande Distruttore Occhetto, e finisce con una esclamazione amara, che sta sulle bocche di tutti, in patria e all’estero, sui giornali e nelle Cancellerie, ed evoca frustrazione, dolore, sconfitte: “Povera Italia!” L’Italia è diventata più povera nel lungo ciclo berlusconiano, le cui ultime convulsioni, ancora dettate dalla protervia e dall’arroganza di chi in nessun modo vuole lasciare un potere che più non gli compete, riempiono le cronache politiche, giudiziarie ed economiche di queste settimane estive. Ma questa povertà non è solo di denaro, non è solo delle famiglie, delle imprese, dei giovani che vedono isterilirsi il futuro. È una povertà più profonda. Sono le speranze che sono venute meno, è il senso di appartenenza a una stessa comunità politica che sembra perduto, a favore di quella lotta di tutti contro tutti che nell’attuale politica ha il suo modello ed il suo paradigma; è la stima in quanti rendono un servizio pubblico che è entrata in crisi, e non perché essi rubino (la maggior parte non lo fa) ma perché non pensano per niente al pubblico, e perché è passata l’idea che il servizio pubblico – dal capo del governo al funzionario che sta allo sportello – non è che uno dei modi per provvedere ai propri interessi privati. Né la cultura (è stata proclamata la morte di tutte le culture …
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