Un atomo di verità

di Raniero La Valle

Oggi 16 marzo è il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta. Per ricordarlo si è fatto largo ricorso sui giornali e in TV a interviste ai brigatisti che compirono il crimine, i quali hanno rievocato fatti e ideologie del tempo, con abbondanza di particolari e con un certo distacco più da storici che da criminali. Così nelle due puntate di Atlantide di Andrea Purgatori si sono potuti ascoltare Mario Moretti, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e, in un filmato fatto prima che morisse, il carceriere di Moro, Prospero Gallinari.
Quello che ne risulta è il tragico infantilismo e l’incultura del modo in cui essi “pensarono” la rivoluzione. Sapevano dai cinesi, e lo dicono, che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, ma allora ne fanno un gioco; un gioco con la vita degli altri di un cinismo e di un’ingenuità senza pari, un gioco assurdo giocato come se fosse serio: la rivoluzione come navicella che galleggia su un lago di sangue, la vita del giudice ucciso che è solo un granello irrilevante nel turbine, la folle idea che la rivoluzione non debba essere processata dallo Stato e ciò prima ancora che abbia vinto, nel momento stesso in cui cerca di abbatterlo, la presunzione che tutto si decida qui, che loro sono liberi da ogni controllo, che il mondo di cui l’Italia è parte non esiste, il delirio  

Toccare i muri

di Raniero La Valle

È appena uscito un libro molto bello di padre Antonio Spadaro sulla rivoluzione di papa Francesco nella politica mondiale (Antonio, Spadaro, Il nuovo mondo di Francesco, come il Vaticano sta cambiando la politica globale, Marsilio, Venezia). È un’interpretazione del pontificato non in rapporto alla riforma della Chiesa (che il papa dice di non voler fare, perché a farla sarà il Signore una volta rimesso al centro di essa), ma in rapporto alla storia stessa del mondo, all’ora della sua crisi. Dato che il papa ha detto una volta che “La Civiltà Cattolica” è un’interprete fedele del suo pontificato, questo libro scritto dal suo direttore va preso molto sul serio.
Prima di tutto vi si trova la conferma che questo è un pontificato da interpretare, ben al di là delle semplificazioni di chi lo avversa o lo esalta senza davvero conoscerlo; è da interpretare perché si manifesta come un unicum rispetto a tutti i pontificati precedenti (le “cose mai viste”) e nello stesso tempo esprime la verità più profonda del ministero petrino; ma è anche un’interpretazione che non si può dare per esaustiva e conclusa, perché questo non è un pontificato di progetto, ma di cammino, non si realizza come identità, ma come processo.
Vista in questa luce, è decisiva l’interpretazione del pontificato, quale si dà nel libro di Spadaro, come di “una sfida all’apocalisse”, che vuol dire contare sulla misericordia e resistere alla catastrofe togliendo  

Le guardie armate dell’apartheid europeo

di Raniero La Valle

La cosa più brutta è stato il decreto con cui si sono rifinanziate tutte le missioni militari italiane di “difesa avanzata” e si è dato il viatico all’esercito che torna in Africa in assetto di guerra, da colono. Poiché la bugia fa coppia fissa non con la politica, ma con la governabilità, cioè con la pretesa del potere di governare senza regole e senza Costituzione, il capo del governo ha detto che è una missione “no combat”, non per combattere; sarebbe con le buone che si respingerebbero le carovane dei profughi nel deserto verso i loro inferni, per non far loro passare i confini d’Europa, avanzati anche quelli fino al Sahel. Ma appunto è un bugia; ha avuto la lucidità di darne notizia la Repubblica, nonostante essa sia oggi accusata di essere in stato confusionale dal suo capitalista fondatore, l’ing. De Benedetti (quello che “indovina chi viene a cena” ed è sempre un Grande della terra). Ha scritto la Repubblica che nei colloqui con il governo Gentiloni i francesi non hanno usato mezzi termini: “nel Sahara siete i benvenuti, ma ricordatevi: noi lì facciamo la guerra”. Questo significa essere coloni seri: lo faccio e lo dico. Dal 1967 Israele mette colonie in terre non sue, e se ne fa un vanto; il Congo fu addirittura chiamato Congo Belga, e l’Algeria, senza pudore, francese. Noi invece mandiamo l’esercito ma non lo diciamo a nessuno di troppo, lo facciamo  

Perdonare il Papa

di Raniero La Valle

Ha detto un giurista ormai classico, Carl Schmitt, che i principali concetti politici dell’Occidente sono concetti teologici secolarizzati. È stato un guaio, sia perché molti di tali concetti teologici sono stati presi per il verso sbagliato (o magari erano di una cattiva teologia), sia perché la teologia, secolarizzandosi, si snatura. È così che dall’onnipotenza di Dio è venuta l’onnipotenza dello Stato, dalla trascendenza è scaturita la sovranità che non riconosce niente sopra di sé, dal dies irae del giudizio divino è venuta la vendicatività della giustizia penale e da Carlo Magno si è arrivati ad Hitler. L’altra conseguenza è che molti hanno perso la fede.
Papa Francesco sta facendo un’operazione del tutto diversa, nutre la fede del popolo di concetti teologici umanizzati. Cioè fa ciò che è il cristianesimo: Dio in forma umana, e dunque il crocefisso, la realtà guardata dagli uomini come divina. Ciò comporta la riforma della Chiesa e del papato. Sull’aereo nel primo viaggio di ritorno dal Brasile si era chiesto “chi sono io Francesco?”. Sull’aereo nell’ultimo viaggio da ritorno dal Perù si è dato una risposta: sono uno che può sbagliare, uno che con una parola infelice ho ferito le vittime che più voglio difendere, quelle degli abusi sessuali del clero; perché sentire che il papa dice “portatemi la prova” è uno schiaffo; a loro chiedo scusa, l’ho fatto senza volerlo, e mi fa tanto dolore.
È un piccolo episodio, giustamente  

A Roma per guardare il futuro

di Raniero La Valle

È stato annunciato il programma dell’assemblea nazionale del movimento “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” convocata per il 2 dicembre a Roma, alle 10, presso il Centro Congressi di via dei Frentani 4.
Il tema dell’incontro è: “Ma viene un tempo, ed è questo”. Il suo significato è di voler interpretare il pontificato rinnovatore di Francesco come l’inizio di un tempo nuovo, per l’umanità e per la Chiesa. Il tempo a cui si allude è quello annunciato da Gesù alla Samaritana al pozzo di Giacobbe, il tempo in cui, deposti gli idoli, “i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giov. 4,23), in una umanità finalmente riconciliata e riunita. È evidente la forte carica di speranza e di fiducia implicita nella scelta di questo tema; essa però va misurata con la durezza dei tempi che stiamo vivendo, per non fare come quelli che, come si legge nella Bibbia, “raccontano i loro sogni” (Ger. 23, 27), e “profetizzano secondo i loro desideri” (Ez. 13, 2).
Per questa ragione l’assemblea dovrà sentirsi investita dalla sofferenza e dall’estrema minaccia che gravano oggi sul nostro tempo e sul mondo. In particolare non si potrà non assumere nell’analisi la perdita e addirittura lo scempio del diritto, dell’etica pubblica e delle culture di convivenza, che sono il portato dell’attuale fase neoliberista della globalizzazione. L’effetto più grave di queste demolizioni in corso è la precarizzazione della vita, soprattutto dei giovani,  

Il Dio che sorprende

di Raniero La Valle*

1. La novità di papa Francesco

Il Dio che sorprende è il Dio annunciato da papa Francesco. Ancora mercoledì scorso nella sua catechesi il papa ha parlato del Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese. Certo non è questo il solo Dio in circolazione. C’è il Dio predicato per inerzia da tutta la Chiesa, il Dio predicato nella Chiesa italiana. Ma non è un Dio che sorprende, non suscita meraviglia, è il Dio che giace nel catechismo, che da tempo non sveglia più nessuno.
Poi c’è lo stereotipo del Dio demiurgo, todopoderoso, depositato nella cultura comune, condiviso sia da chi lo afferma, sia da chi lo nega, sia da chi lo ignora.
Il Dio che irrompe nella Chiesa di Francesco è diverso. In un mondo piagato ed esposto alle peggiori sorprese, nessuno pensava che ci potesse essere una sorpresa da parte di Dio. O almeno non lo si pensava più, da quando era stato messo a tacere il Concilio. Per questo la Chiesa era diventata così tetra e la fede se ne stava andando come l’acqua dall’invaso di una sorgente inaridita.
Ma ecco che da quattro anni è comparso un Dio che sorprende. Per il mondo è stato un bagliore improvviso, una straordinaria novità, per gli archeologi del sacro è stata invece una sorpresa ingrata, un incidente imprevisto, uno strappo ai regolamenti. Perciò i più papisti del papa sono diventati, proprio  

La lezione di Torino

di Raniero La Valle

Sabato 3 giugno la vigilia di Pentecoste sono successe diverse cose che ci parlano del presente e del futuro del mondo: la decisione di Trump di tradire gli obblighi assunti dagli Stati Uniti col trattato di Parigi sul clima, il nuovo attentato terroristico sul ponte di Londra, le bombe dei kamikaze contro un funerale eccellente nel cimitero di Kabul, la città di Marawi nelle Filippine occupata dai jihadisti islamici mentre si contano i morti della strage di Manila, a Torino, in una giornata di perfetta pace, un bambino in coma e 1527 feriti, in una folla in fuga che per la paura si è fatta male da sola. Quando poi si ascoltano le letture bibliche di Pentecoste, mentre tutte queste cose accadono insieme, sembra come se quel tempo nuovo che vi era annunciato non fosse mai cominciato.

Degli eventi di quel sabato 3 giugno la lezione più importante è quella di Torino. I cittadini e tifosi lì riuniti non avrebbero avuto nessuna ragione di fuggire, perfino se si fosse udito un petardo o qualche sconsiderato avesse gridato a una bomba. Ma avevano tutte le ragioni di aver paura per tutto ciò che era successo fino ad allora e per quello che stava succedendo a Londra, a Kabul, nelle Filippine, a Washington, in Africa e in Medio Oriente. In effetti a parte le vittime del clima, non quantificabili, quegli eventi in quelle ore hanno provocato centinaia di morti  

I cinquantacinque giorni di Moro nell’Edizione nazionale delle opere

di Raniero La Valle

Il memoriale e le lettere dal carcere saranno presenti negli “Scritti” e “Carteggi” dell’Opera omnia pubblicata in forma digitale. Una riparazione storica

Le lettere di Moro dal carcere delle Brigate Rosse erano veramente sue, non si dice più che non si possono a lui attribuire. Giovedì 10 maggio nella sede dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica è stato presentato il piano dell’Edizione nazionale delle opere di Aldo Moro che saranno pubblicate in forma digitale con il patrocinio e con i soldi del ministero dei beni culturali. Vi troveranno posto gli scritti di Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. È stato infatti annunciato che il memoriale scritto dal prigioniero, che fu in seguito trovato nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, sarà pubblicato nella prima sezione, “Scritti e discorsi” dell’Opera omnia, e le lettere saranno inserite nella terza sezione, quella dei “Carteggi”. Si tratta di una riparazione e di una restituzione: lo Stato che aveva tolto a Moro la sua identità e la sua parola, ora gliela restituisce, perché almeno ne resti integra la memoria.
Durante il sequestro, avvenuto il 16 marzo 1978, Moro scrisse diverse lettere a vari interlocutori istituzionali e politici, per opporsi alla “linea della fermezza” adottata dal sistema politico per negare, in nome della ragion di Stato, qualsiasi trattativa con i brigatisti per la sua liberazione, e sostenne, dal profondo della sua cultura giuridica e della  

Dal grembo dell’Europa accoglienza o fascismi

di Raniero La Valle

Oggi sarebbe in campo un antifascismo senza fascismo; ma l’Europa potrebbe ancora generarlo. Le politiche xenofobe e di chiusura ne sono la matrice

L’ascesa all’Eliseo di Emmanuel Macron, con la rassicurante presenza della moglie Brigitte, chiude il caso Le Pen in Francia, avevamo detto in questo sito già il 24 aprile scorso dopo il primo turno delle elezioni presidenziali. Sorprendentemente è stato però lo stesso Macron a riaprirlo nel suo discorso d’investitura davanti al popolo raccolto in gran numero nel giardino del Louvre, quasi per un catartico ritorno alla politica. Con un atto di grande lucidità e onestà politica il presidente francese ha riconosciuto quella sera che molti voti ricevuti non erano suoi, che molti votanti per lui non hanno affatto le sue stesse idee sull’Europa, sulle banche, sulla globalizzazione, ma che lo hanno scelto tra due sole opzioni possibili per difendere la Repubblica. Ma da che cosa la Repubblica doveva essere difesa con il voto contro la Le Pen, e in che cosa consisteva l’offesa di quanti hanno votato per lei? Riaprire il caso Le Pen significa porsi questa domanda, e più specificamente chiedersi se in Francia si è votato pro o contro qualcosa che si chiama fascismo.
C’è una corrente di pensiero che dice che il movimento lepenista non è fascismo, come non lo sono altri simili a lui in altri Paesi d’Europa e d’America, sicché oggi sarebbe in campo un antifascismo senza  

Demolitori devoti a bassa intensità

di Raniero La Valle

Il viaggio del papa in Egitto (28-29 aprile) – di cui riferisce (“La scelta della misericordia” e “Dice Francesco”) il sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it – segna probabilmente uno dei punti più alti di questo pontificato. Al di là dell’incontro con le minoranze cristiane (Chiesa copto-cattolica e Chiesa copto-ortodossa) esso è apparso infatti come una vera e propria “missione ad Gentes”, ovvero ai musulmani e ai credenti di tutte le religioni: una missione volta a stabilire un criterio supremo di distinzione tra ciò che è religione e la negazione di ogni religione, tra fede che libera e fede che schiaccia, tra ciò che è sacro e ciò che ne è una falsificazione idolatrica. Questo criterio supremo è la nozione di un Dio nonviolento, in cui non c’è né guerra né nemico. Ciò comporta l’incompatibilità di ogni religione con la violenza, e tanto più con la violenza perpetrata in nome di Dio e “venduta” con l’illusione dell’aldilà. Davvero in tal modo papa Francesco non è stato il papa dei cattolici ma il profeta mandato alle nazioni, chiamate a incontrarsi nella fraternità oltre i recinti ferrei di Chiese e culture, perché tutti “viviamo sotto il sole di un unico Dio misericordioso”.
Questo mettere la scure divina alla radice dell’albero della violenza e della guerra, è un evento rivelativo, soprattutto se si confronta con la storia presente e passata. La posta in gioco è altissima, perché ne va della Chiesa stessa e  

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