Chiesa e capitalismo

di Raniero La Valle

C’è una novità nella Chiesa italiana. Uscita dall’ “attonito sbigottimento” enunciato a settembre dal cardinale Bagnasco di fronte alle ultime convulsioni del governo Berlusconi, la Chiesa italiana a livello dei vescovi ha ritrovato la lucidità necessaria per sottoporre ad analisi l’attuale “capitalismo sfrenato” e la finanza internazionale, giungendo a un giudizio estremamente severo, cui nemmeno la sinistra storica è ancora pervenuta in Italia.
Per il cardinale presidente, che ne ha fatto oggetto della sua prolusione al Consiglio permanente della CEI il 23 gennaio scorso, la crisi del sistema va ben oltre la crisi economica, anzi la stessa parola “crisi” è inadeguata ad esprimerla, quando piuttosto siamo “entrati in una fase inedita della vicenda umana”. Ma, al contrario di quanto di buono avrebbe dovuto esserci nell’ “uomo inedito” intravisto a suo tempo da padre Balducci, questo “inedito” che oggi si affaccia sulla scena non ha nulla che sia più umano e promettente, anzi rappresenta uno scacco dell’idea stessa di progresso quale era stata introdotta a partire dal XVIII secolo, cioè dall’Illuminismo.
Non si potevano usare parole più gravi. Vuol dire che qualcosa di grave è avvenuto a livello profondo dei rapporti sociali. Secondo il cardinale Bagnasco è avvenuto che il sistema complessivo nel quale da poco tempo si inscrive la vita del mondo, cioè la globalizzazione, ha perduto ben presto il suo significato positivo, quando l’ “altro” (che nel linguaggio del cardinale non può che essere ciascuna persona  

La fede, ma come?

Basilica di Santa Crocedi Raniero La Valle

“Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?”, è la domanda posta da Gesù agli apostoli. A giudicare dalla scarsa o nulla attenzione che viene prestata alla salvaguardia del creato, la cosa potrebbe non essere troppo lontana, e per non fargli trovare brutte sorprese la Chiesa cattolica ha indetto un “anno della fede” in coincidenza con i cinquant’anni dal Concilio.
In effetti la fede e le Chiese attraversano una crisi di cui si parla poco perché non se ne occupano le agenzie di rating, ma non è meno grave di quella che, sotto altri profili, imperversa in tutta la società. Per quanto riguarda l’abbandono della fede da parte delle giovani generazioni in Italia, ne abbiamo parlato nell’articolo precedente.
Perciò viene bene il richiamo al Concilio, per una rinnovata e straordinaria azione pastorale. Ma nell’indicare come fare, il cardinale Levada, prefetto della Congregazione dottrinale, mette avanti due risorse: una appunto, come di rito, è il Concilio, l’altra è il “Catechismo della Chiesa cattolica” e addirittura il suo “Compendio”, nel presupposto che siano la stessa cosa, l’una speculare e traduzione dell’altra. Senonché se i contenuti sono gli stessi (e tuttavia non coincidenti, perché non tutte le enunciazioni di una fonte si trovano nell’altra), le metodologie di trasmissione della fede sono profondamente diverse: una è una metodologia narrativa, una “storia” di salvezza, che viene dal principio e continua tuttora, l’altra è una metodologia  

La Chiesa inerte

Milan - Il Duomo - 12-01-2008 - 00h11di Raniero La Valle

È questo il primo articolo che scrivo quest’anno e mi pare di non poter cominciare il 2012 senza un grido d’allarme sullo stato della fede e della Chiesa.
Quest’anno, l’11 ottobre, cade il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio e del discorso inaugurale di Giovanni XXIII che annunciava gioia alla Chiesa (“Gaudet mater Ecclesia”) e un “balzo innanzi” nella fede, contro i malauguri dei profeti di sventura; a partire da questo anniversario, comincerà poi, indetto da Benedetto XVI, l’ “anno della fede”.
Tuttavia né la Chiesa cattolica appare in buona salute, né la fede appare rigogliosa. La Chiesa in Italia, liberata dal discredito che le veniva dalla contiguità con Berlusconi, non ha avuto un guizzo di vitalità, e giace inerte dinnanzi alla crisi tremenda che attraversa il Paese e scuote l’Occidente: né sa interpretarla, né sa dire parole di rinascita e di guida; l’unica cosa che si vede è una certa agitazione intorno a improbabili ritorni al potere di qualche élite cattolica obbediente.
Più grave è la condizione della fede. Le chiese restano vuote, anche quando i “meetings” religiosi fanno il pieno. I dati riportati più avanti nell’articolo di Giannino Piana danno conto di questa crisi della religione in Italia, mentre un’inchiesta pubblicata nell’ultimo “Annale” della rivista Il Regno mette soprattutto in rilievo la questione giovanile: sia per la frequenza alla Messa e  

E ora, la democrazia

#spanishrevolutiondi Raniero La Valle

Il 15 aprile 1994 Giuseppe Dossetti, di cui il 15 dicembre scorso abbiamo celebrato i quindici anni dalla morte, dall’ospedale dove era ricoverato a Bazzano scriveva al sindaco di Bologna una lettera per denunciare i pericoli a cui, con l’avvento della destra al potere, era esposta la Costituzione repubblicana. Prima di ogni altro Dossetti, che era stato un costituente sia nello Stato che nella Chiesa (a Montecitorio e al Concilio), aveva capito il senso globalmente eversivo del governo berlusconiano, che era allora appena agli inizi e aveva già detto di voler cambiare la Carta. Perciò il santo monaco auspicava “la sollecita promozione, a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati, per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione”: non solo per “riconfermare ideali e dottrine”, ma anche per “impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato”.
Ora Berlusconi è caduto, “le più belle dimissioni degli ultimi 150 anni”, come ha detto Benigni, e la Costituzione è ancora là. Dunque, si potrebbe dire, Dossetti ha vinto, e il popolo è salvo. Tuttavia i guasti prodotti da questa lunga fase di governi neo-liberali che si sono succeduti  

Legare Gulliver

A circle of children around Gulliver Sculpturedi Raniero La Valle

Il fatto che tre autorevoli personaggi entrati nel governo avessero partecipato al convegno cattolico di Todi, ha fatto dire a numerosi commentatori non informati dei fatti che la nuova aggregazione di associazioni che si sarebbe realizzata a Todi aveva dato subito il suo frutto politico, segnando così il “gran ritorno” dei cattolici alla politica. In realtà Todi non prova niente, perché se alcune entità lì presenti, come Sant’Egidio e l’Università cattolica, sono approdate con i loro capi al governo, altre entità di rilievo come CL, pur presenti a Todi, dal governo sono contestualmente uscite. Con Berlusconi o contro Berlusconi sempre cattolici sono. Neanche dell’assemblaggio di Todi si può dunque parlare come di una omogenea componente politica cattolica, dalla quale resta peraltro ben distinta l’altra componente di tradizione “cattolico-democratica”, che infatti subito si è riunita in un altro convegno, ed è anch’essa presente con un suo autorevole esponente nel governo Monti.
Ma l’impraticabilità della linea emersa a Todi è dimostrata dal discorrere che ne hanno fatto gli stessi protagonisti in una riunione, questa volta non a porte chiuse, tenutasi pochi giorni dopo a Roma all’Istituto Sturzo. Lì è stato detto che la cosa riguarderebbe dieci milioni di cattolici, quanti sarebbero gli aderenti alle associazioni e movimenti presenti all’assemblea umbra, ma l’unico comun denominatore che si è riusciti ad indicare è quello di occupare il territorio della “pre-politica”,  

Ritorno della politica

martedì.di Raniero La Valle

Più che un cambio di governo, è stata la fine di un regime. Se il regime non fosse finito, non si sarebbe potuto fare alcun governo Monti, e non ci sarebbe stato altro che andare alle elezioni a combattere all’arma bianca mentre l’Italia, inghiottita dal gorgo dei mercati, avrebbe rischiato di andare a fondo. Infatti era un dogma del regime caduto che il capo eletto dal popolo non potesse essere sostituito altro che dal popolo, che la maggioranza come un solo uomo dovesse sostenere il governo per l’intera legislatura, che qualunque tentativo di dar vita a una nuova maggioranza e a un nuovo esecutivo dovesse essere bollato come un golpe.
L’interpretazione berlusconiana della democrazia era quella di un regime del capo, che grazie all’investitura o all’unzione dei cittadini, incorporava in sé tutto il popolo, ne ricapitolava in se stesso la sovranità, faceva di questa sovranità un potere superiore ad ogni altro potere, e si considerava sciolto da ogni legge: un potere “sciolto”, cioè assoluto. L’onesto regime rappresentativo e parlamentare italiano veniva così, mediante lo strumento di una legge elettorale iniqua, forzato a trasformarsi in un regime pseudo-presidenziale, che in mancanza delle regole proprie di un governo presidenziale, diventava piuttosto un regime pseudo-cesariano.
La buona notizia è che questa metamorfosi del regime politico italiano, perseguita per diciassette anni, è fallita. La Costituzione ha resistito, la divisione dei poteri ha retto, la Corte Costituzionale ha cancellato leggi incompatibili con  

Ostacolo ai soccorsi

di Raniero La Valle

La catastrofe delle Cinque Terre (ma anche in Toscana) è una perfetta rappresentazione di quel genere letterario simbolico (e anche apocalittico) che attraverso la descrizione drammatizzata di un evento minore racconta una storia molto più reale e più vasta, o già accaduta o ancora da accadere.
L’allegoria dell’alluvione delle Cinque Terre, a saperla leggere, rinvia al rischio che tutto il Paese faccia la stessa fine, travolto dal fiume in piena di una economia impazzita, abbandonato a se stesso da una politica insensata e investito dai detriti di grandi ricchezze trasformate in mine vaganti e intralci ai soccorsi.
Il disastro della Liguria non è infatti per niente una catastrofe naturale. Certo, ha piovuto. Ma il territorio era stato appaltato a un’economia selvaggia, controlli e regole erano saltati, a Monterosso una piscina definita “opera di pubblico interesse” era stata piazzata sugli scogli a picco sul mare, i torrenti erano stati interrati e i fiumi trasformati in discariche, la sabbia portata via per le costruzioni autostradali, il lavoro della difficile terra era stato abbandonato, perché “produrre un quintale di vino alle Cinque Terre costa come cento quintali in Romagna”: non è da ieri, dice lo scrittore Maurizio Maggioni sul quotidiano genovese, ma sono vent’anni che Monterosso non esiste più. L’istituzione del Parco è finita in ruberie e manette, e la nuova, unica risorsa su cui si è fatto affidamento è stato il turismo, dimensionato su cinque milioni di presenze all’anno, e la gente stessa si è  

Le tre “i” che hanno perduto Berlusconi

di Raniero La Valle

I «comportamenti che ammorbano l’aria», secondo le parole del card. Bagnasco al recente Consiglio della Cei, sono stati tolti di scena con il loro titolare, finalmente rimosso dal suo incarico per l’azione congiunta dei mercati, dei suoi deputati ormai stufi e del presidente della Repubblica, auspice, naturalmente, l’opposizione. Meno male! Sarebbe stato imbarazzante per il capo dei vescovi se, dopo essere arrivato a una simile impietosa condanna del premier, tutto fosse continuato come prima. Dunque il cardinale può essere contento. Ma forse dovrebbe rammaricarsi che questo grido di verità abbia tanto tardato. Ciò ha infatti permesso a Berlusconi di continuare a governare, anche quando non avrebbe avuto più a quale santo votarsi, se non avesse potuto contare sul silenzio della Chiesa, rimasta quasi da sola a sostenerlo. E se questo governo fosse più presto caduto, forse la situazione non sarebbe arrivata a un punto così estremo; forse «la crisi economica e sociale che iniziò a mordere tre anni or sono» non sarebbe stata «più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire», come il presidente della Cei aveva detto nella sua durissima diagnosi, e non avrebbe «presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese». E allora perché, per quali principi irrinunciabili, si è data copertura al governo Berlusconi oltre ogni ragionevole termine? Forse perché, come ha detto Formigoni, quello che si deve chiedere a un governante non è quante “fidanzate” abbia, ma se i treni arrivano in  

Il Novecento delle “rivoluzioni interrotte”

Arte simbolista al cimitero monumentale di Staglieno, Genova (allegoria della rinascita della repubblica e una nota in difesa della Pace)di Luca Kocci

La Costituzione della Repubblica, il Concilio Vaticano II e il ’68: sono le tre «rivoluzione interrotte», o forse non ancora portate a compimento, del secolo scorso e tre momenti cardine del ‘900 che Raniero La Valle racconta nel volume “Quel nostro Novecento”, appena pubblicato dall’editore “Ponte alle grazie”, intrecciando la sua biografia personale con la storia politica, sociale ed ecclesiale non di quello che il grande storico Eric Hobsbawm chiamò «secolo breve» ma di un «secolo grande e terribile» che, scrive La Valle, «ha prodotto i totalitarismi e il nuovo costituzionalismo, che ha fatto le più grandi guerre e ha dato fondamento alla pace, che ha inventato la bomba atomica e la dottrina della nonviolenza, che ha perpetrato la Shoah, ha compiuto genocidi e ha visto popoli insorgere e liberarsi».

Un secolo che per l’autore, nato nel 1931, comincia con la «notte del fascismo», la guerra, le leggi razziali e le persecuzioni contro gli ebrei, l’occupazione di Roma da parte dei nazisti e la Resistenza, che La Valle ricorda attraverso il racconto, bellissimo, della storia di due donne: Teresa Mattei – partigiana e deputata comunista alla Costituente, la più giovane fra tutti i 556 eletti, appena 24 anni – e Tina  

L’ipotesi unitaria

Vaticano #1di Raniero La Valle

La giornata mondiale degli “indignati” ha il significato di un passaggio di fase, come quello del 9 novembre 1989, quando fu aperto il muro di Berlino. Infatti, come l’evento dell’89 diede il via alla globalizzazione di un capitalismo selvaggio, così le mille piazze del 15 ottobre, fino alla follia delle violenze squadriste di Roma, hanno rivelato una coscienza universale e diffusa dell’iniquità e della non ulteriore tollerabilità di tale sistema. Al confronto l’analisi di Marx era certamente più scientifica, ma la sua ricezione nella consapevolezza comune era ben più ristretta delle dimensioni raggiunte oggi dalla protesta delle vittime del sistema, a cui sorprendentemente hanno dato sponda – e non è per niente una contraddizione – non pochi responsabili di questo stesso sistema, come grandi banchieri, grandi ricchi e grandi opinionisti e maestri di pensiero “borghesi”.
Ciò che tutti ha accomunato, piazze e curie, è la percezione che qui ne va della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato, per riprendere le tre grandi parole di un recente cammino ecumenico di tutte le Chiese cristiane.
Per una singolare coincidenza l’incontro del “forum” dei cattolici di Todi, volto a rilanciare, su impulso dei vertici della Chiesa, una presenza politica dei cattolici in Italia, si è svolto all’indomani della giornata del 15 ottobre, e perciò avrebbe potuto prendere a tema e dare una prima risposta all’esplosione di questa domanda di un cambiamento globale.
Di per sé,  

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