La terra oltre lo Stato

di Claudia Fanti

Nel complesso rapporto tra popolo e terra, non c’è dubbio che palestinesi e curdi rappresentino due casi emblematici. Pur partendo da premesse simili, le loro parabole si sono sviluppate seguendo direzioni profondamente diverse.
I palestinesi, come noto, aspirano a uno Stato – che sia attraverso la soluzione “due popoli, due Stati” o tramite quella di un unico Stato binazionale –; i curdi, abbandonata l’idea di uno Stato-nazione che ricomprendesse i territori attualmente divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, sono approdati all’idea rivoluzionaria di “una democrazia senza Stato”, espressa nella forma del confederalismo democratico, in vista della costruzione di una società libera dall’autoritarismo, dal patriarcalismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica: un sistema partecipativo che riconosce e applica concretamente la parità di genere e abbraccia tutte le confessioni religiose e le etnie.
Il caso del Rojava, il Kurdistan siriano, è esemplificativo di questo processo. La rivolta popolare contro il regime siriano iniziata nel 2011 è stata infatti l’occasione per i curdi della regione di aprire la strada a un rapido cambiamento, diventando un modello di organizzazione politica per l’intero Medio Oriente (e non solo). A partire dal luglio del 2012 – prese le distanze sia dalle forze di Assad che da quelle di opposizione – i curdi hanno infatti cacciato l’esercito governativo dalle città del Rojava, assumendo nelle loro mani la gestione del governo locale, sulla base di un rivoluzionario  

Contro l’apartheid, l’unica arma è l’azione popolare

di Wasim Dahmash*

La questione di una soluzione del problema israelo-palestinese continua ad alimentare il dibattito tra coloro che, nel mondo, hanno a cuore la sorte dei due popoli, israeliano e palestinese. È parere diffuso che un’eventuale soluzione non possa prescindere dal tipo di assetto politico-istituzionale da dare al territorio complessivo: uno Stato unico o due Stati per due popoli. Per affrontare la questione occorre fare alcune premesse:
1. il dibattito è appannaggio di pochi intellettuali che, per la gran parte, vivono fuori del territorio palestinese, ovvero la questione non è all’ordine del giorno del dibattito politico sia israeliano sia palestinese. Con ciò non si vuole sminuire l’importanza della discussione, la si vuole solo situare nella cornice concreta in cui si svolge;
2. la situazione attuale è quella di uno Stato unico, lo Stato d’Israele, che esercita la sua sovranità di fatto sull’intero territorio della Palestina mandataria. Tale Stato si fonda su una dottrina di esclusione/inclusione, la dottrina sionista, in base alla quale è stato realizzato un sistema di apartheid che condiziona ogni aspetto della vita quotidiana, sia quella degli esclusi, i palestinesi, sia degli inclusi, gli israeliani, e di cui il muro di separazione è solo la manifestazione più eclatante;
3. il sistema israeliano è sorretto da un’opinione pubblica interna e internazionale favorevole: da ciò deriva che gli conviene la situazione attuale. I palestinesi invece, impazienti di risolvere il problema del peso dell’occupazione e della minaccia all’esistenza  

Della guerra e della pace

di Guglielmo Ragozzino

Dal ‘Guerra è pace’ di Arundhati Roy alle guerre economiche e a quelle per difendersi. Fino all’ultima guerra, quella di Libia, dove si è andati alla ricerca di petrolio e si sono trovate invece persone. Una riflessione in 18 punti sulle guerre e sulle ragioni e conseguenze economiche che spesso ad esse sottendono

Sbilanciamoci e in particolare Mario Pianta, noto cantore di pace, hanno avuto l’incarico di tenere una comunicazione al corso estivo sulla guerra per gli studenti di Villa Nazareth, collegio per universitari romani, a Dobbiaco. L’argomento “guerra” era affrontato variamente; il terzo giorno il corso verteva sulle cause e le conseguenze economiche della guerra. Mario, da pacifista laureato e da economista era perfetto per la bisogna. Solo che “quel giorno lì” 2 agosto 2017 per la cronaca, proprio non poteva. Pochi sapevano che le patate bollenti rimbalzassero come le palline da ping pong; nel nostro caso la patata bollente è rimbalzata fino a chi scrive e lì si è fermata. Il risultato di tutto il palleggio è quello che segue. Con tutta evidenza si tratta di un “power point”che serviva a introdurre una discussione, preparato seguendo i suggerimenti del testo anticipato dagli studenti del corso e appesantito dalla trascrizione del testo orale utilizzato per sviluppare i vari punti. Niente di più, niente di meno. Buona lettura, in santa pace.

Uno
Sbilanciamoci
Si tratta di una campagna cui aderiscono decine di associazioni che praticano la  

In ricordo di Giovanni Franzoni

di Luigi Bettazzi

Pax Christi Italia e Mosaico di Pace mi chiedono di esprimere la loro partecipazione al lutto della famiglia e della Comunità cristiana di S. Paolo a Roma per la morte di Giovanni Franzoni. Franzoni e Bettazzi

Personalmente lo ricordo, quando era Abate di S. Paolo, alle Assemblee della CEI e agli ultimi due Periodi del Concilio Vaticano II. Penso alla sua attività negli anni caldi dopo il 1968; il suo libro “La terra è di Dio” (cui seguì poi “Anche il cielo è di Dio. Il credito dei poveri”) anticipava i problemi ecologici oggi sul tavolo della politica internazionale. Le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato, ma la sua dichiarazione di aver votato comunista lo portò alla “riduzione allo stato laicale”. Il suo temperamento ardente, ma soprattutto il legame con la Comunità di S. Paolo, che aveva fondato e diretto fino ai nostri giorni, lo portarono a prese di posizioni di critica e di contestazione molto forti al di là di ogni compromesso (ad esempio di prendere domicilio nella mia Diocesi, pur restando a Roma), che indussero poi la Chiesa a decisioni drastiche.

Era rimasto, anche vivendo da laico (e sposandosi) uomo di fede. L’avevo incontrato il mese scorso, presentando insieme, in una parrocchia piemontese, il Concilio Vaticano II, di cui eravamo rimasti gli ultimi membri viventi italiani, ed era stato molto pacifico e fraterno. Forse  

Una nuova teologia della pace

di Gualtiero Bassetti

Cento anni fa, un modo nuovo di intendere la pace comparve sulla scena pubblica del mondo contemporaneo. E poche affermazioni tratte da documenti pontifici hanno avuto una così grande influenza storica come quella scritta da Benedetto XV il 1° agosto del 1917, quando, a tre anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, si appellò ai «capi dei popoli belligeranti» per fermare un conflitto sanguinoso che «ogni giorno più» appariva «come un’inutile strage». Ancora oggi, a distanza di cento anni, quelle parole risuonano, non solo nel discorso pubblico, ma nella coscienza profonda di ogni persona, come un ammonimento di grande importanza morale e politica.

In quella lettera, che evocava il «suicidio» dell’Europa in cui «una follia universale» stava producendo una orribile carneficina, il Papa chiedeva in modo nettissimo una «pace giusta e duratura» che potesse affermarsi grazie ai più importanti strumenti diplomatici del tempo: la richiesta di un arbitrato internazionale, la reciproca restituzione di alcuni territori e la necessità impellente di un disarmo. Di fatto, Benedetto XV chiedeva di sottomettere la «forza materiale delle armi» alla «forza morale del diritto».

Quelle parole, come è noto, non mutarono il corso del conflitto mondiale. Tuttavia, si sarebbero rivelate profetiche per almeno due motivi. Innanzitutto, per il giudizio durissimo sulla guerra. I conflitti moderni, infatti, si sarebbero sempre più caratterizzati come delle guerre totali che non avrebbero coinvolto solo gli eserciti ma anche le popolazioni civili, producendo, di fatto, un unico risultato  

Ettore Masina, il coraggio del concilio, la coerenza del vangelo, la fedeltà agli ultimi

di Valerio Gigante

È logico e comprensibile rammaricarsi – succede spesso anche su queste pagine – quando una grande personalità del mondo politico, ecclesiale, della cultura muore. Negli ultimi tempi, però, la scomparsa di figure particolarmente significative della storia della Chiesa e della società italiana del ‘900 sembrano lasciare un senso di desolazione e vuoto maggiore che in passato. Probabilmente la ragione sta nella consapevolezza che gli ultimi decenni non hanno prodotto ancora un ricambio generazionale in grado di stare al passo di personalità che hanno profondamente segnato il vissuto individuale e collettivo con il loro rigore intellettuale, il coraggio e le coerenza delle idee, la capacità di influenzare le coscienze e l’efficacia dell’azione politica.
È proprio ciò che accade quando si pensa a Ettore Masina, morto il 27 giugno a Roma a quasi 90 anni. Masina è stato per decenni un riferimento imprescindibile per tutto il cattolicesimo politico di stampo conciliare e progressista, un giornalista e un intellettuale di fondamentale rilievo, specie sui temi della pace, della questione palestinese e dell’America Latina. Ma è stato anche amico e collaboratore di Adista, che dalla sua vicinanza e dal suo magistero intellettuale ha sempre tratto grande beneficio.
Nato a Breno, in Val Camonica, nel settembre 1928, Masina iniziò l’attività giornalistica negli anni ‘50, prima dalle colonne del Popolo di Milano (edizione locale del quotidiano della Dc Il popolo) e de l’Italia (quotidiano milanese di ispirazione cattolica); poi al Giorno, dove  

Amatissimo maestro scomodo

di Luigi Accattoli

Attualità viva ma non sorprendente di don Lorenzo Milani a mezzo secolo dalla morte: egli è stato sempre qua, da allora ad oggi. Ed è cosa buona che un papa venuto dalla fine del mondo infine gli abbia reso merito e che sia caduta la proibizione vaticana di diffondere il suo testo principe, Esperienze pastorali, che comunque non era affatto scomparso dalla circolazione, come non si era eclissato nessuno dei suoi scritti maggiori. Se ce ne fosse bisogno questo profilo di Pacifico Cristofanelli, pubblicato nel 1975 e ora riproposto con puntuale aggiornamento, sarebbe un’ottima attestazione di quella perdurante presenza.

Non ho conosciuto don Milani da vivo ma la sua viva parola era già con me al momento della morte. A rimedio della mancata conoscenza a un anno dalla sua partenza sono salito a Barbiana a vedere il luogo della scuola e la tomba, in una specie di pellegrinaggio della FUCI nella quale militavo, come allora si diceva.

Noi fucini eravamo affascinati dalla diversità di don Milani rispetto a ogni altra nostra frequentazione in quegli anni inquieti del primo dopo Concilio. Non parlava mai del Vaticano II, il suo linguaggio restava tridentino, tutto legato al tema del peccato, dei sacramenti, della vita eterna. Ma la sua lotta a fianco dei poveri, la sua rivendicazione del primato della coscienza, la sua libertà di parola ci travolgevano. Quelli di noi che hanno coltivato la vocazione all’insegnamento hanno continuato ad averlo –  

Poco meno che gli angeli. Lettere sull’ineguaglianza dei sessi

di Giuseppe Moscati

Uno degli aspetti più interessanti che emergono con maggiore evidenza dalla lettura di questo testo così intenso e anche così fortemente militante dell’autrice statunitense Sarah Moore Grimké (1792-1873) è la radice solidamente “religiosa” di una organica rivendicazione dei diritti delle donne.
Grimké, infatti, risale a quel nucleo fondamentale di rispetto verso l’esistenza e la libertà (e il diritto alla felicità) di ogni individuo che ha basi (anche) evangeliche. La rivendicazione “religiosa” da lei qui articolata, peraltro, ben si accorda con una qualsiasi posizione di laica etica della responsabilità, che ha già per sua stessa costituzione filosofica – verrebbe da dire ontologica –
nell’egualitarismo e nel riconoscimento della parità dei sessi due pilastri fondamentali.
Quacchera come l’altrettanto energica sorella Angelina (1805-1879), Sarah Moore Grimké incarna dunque la lotta per l’affermazione di una parità dei diritti che, al contempo, fa da perno per la promozione di una sensibilità che sia finalmente capace di accordare abolizionismo e femminismo (cfr. pp. 59, 63, 66). E lo fa lavorando su due registri paralleli: confrontandosi con l’ambiente particolarmente ostile quale quello della Carolina del Sud da cui proviene e, più in generale, affrontando a testa alta gli esponenti più coriacei della mentalità chiusa del clero sudista del suo tempo (cfr. pp. 29-37).
I due grandi muri, quello della schiavitù e quello della discriminazione sessuale, le appaiono un tutt’uno, essendo la loro edificazione riconducibile alla logica di fondo del dominio, della  

Attualità di monsignor Oscar Arnulfo Romero

di Luis Armando Gonzales

Dall’assassinio di monsignor Oscar Arnulfo Romero, il 24 marzo 1980, questo mese è diventato, anno dopo anno, uno spazio per la riflessione, il ricordo e l’attualizzazione dell’eredità dell’arcivescovo martire. Un’eredità, la sua, ricca di implicazioni di ogni tipo: socio-politiche, storiche, educative, morali. È quest’ultima dimensione che vorrei evidenziare.

Ritengo sia necessario e urgente riflettere sui valori che mons. Romero fece suoi e che caratterizzarono il suo impegno come arcivescovo di San Salvador nei tormentati anni ’70, fino alla sua morte. (…). Non ripeterò quanto già detto in molte occasioni sulla sua fedeltà alla verità e sul suo impegno a favore della giustizia: intendo prestare attenzione a valori di cui poco si parla, ma che sono centrali per intendere la grandezza della sua figura morale.

La coscienza dei propri obblighi verso gli altri. (…). Possedere la convinzione che abbiamo un obbligo verso gli altri – verso i loro problemi, le loro necessità, la loro miseria – costituisce un valore di fondamentale importanza. Un valore che mons. Romero ha espresso in maniera chiarissima e che ha tradotto in una prassi di impegno noi confronti degli altri.

La promozione della dignità del prossimo, specialmente delle vittime degli abusi dei potenti. L’obbligo verso gli altri si è espresso in mons. Romero secondo una chiara direzione: quella di lavorare a favore della loro dignità, con il conseguente impegno per la loro umanizzazione. Mons. Romero privilegiò, nella sua opera, quelle persone la cui  

Perchè oggi è la festa della liberazione

di redazione www.ilpost.it

Il 25 aprile è il giorno della Liberazione, giornata di festa nazionale dedicata al ricordo e ai festeggiamenti per la fine del nazifascismo, che avvenne nel 1945 nelle ultime fasi della Seconda guerra mondiale. L’occupazione tedesca e fascista non terminò in un solo giorno, ma il 25 aprile è considerata una data simbolo perché coincise con l’inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò, dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendere le città.

La scelta della data del 25 aprile come “festa della Liberazione” (o come “anniversario della Liberazione d’Italia”) fu fatta poco meno di un anno dopo, il 22 aprile del 1946, quando il governo italiano provvisorio – il primo guidato da Alcide De Gasperi e l’ultimo del Regno d’Italia – stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”. La data fu fissata in modo definitivo con la legge n. 269 del maggio 1949, presentata da De Gasperi in Senato nel settembre 1948. Da allora, il 25 aprile è un giorno festivo, come le domeniche, il primo maggio, il giorno di Natale e da qualche anno la festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno. La guerra in Italia non finì il 25 aprile 1945, comunque: continuò ancora per qualche giorno, fino agli inizi di maggio.