Ecumenismo: forma e sostanza

di Giovanni Sarubbi

«L’esperienza dell’incontro. Non mera cortesia, nessuna cosa puramente formale, ma incontro umano. E questo, tra protestanti e cattolici, è dire tutto…». Con queste parole papa Francesco ha sintetizzato il senso del suo ultimo viaggio ecumenico a Ginevra in occasione del 70° anniversario del CEC. Dopo un secolo dall’inizio del percorso ecumenico e delle annuali “Settimane di preghiera per l’unità dei cristiani”, siamo ancora alla fase dell’incontro umano. Nessun fidanzamento ufficiale e nessun matrimonio è in vista e neppure una qualche timida carezza. Questa la realtà di un percorso ecumenico che oramai riguarda solo gli addetti ai lavori, i vari responsabili per l’ecumenismo, molti dei quali vivono il loro incarico come un fatto formale. I pochi affezionati nelle varie Chiese vivono il loro ecumenismo con un senso di frustrazione e assistono, spesso con dolore, a vicende come quelle della cosiddetta intercomunione su cui in Germania si è avuta una ulteriore fase di arresto (v. Adista Notizie n. 22/18). Anche di tale questione ha parlato papa Francesco con i giornalisti durante il suo viaggio di ritorno da Ginevra. La sostanza è che l’intercomunione non si può fare, non la possono fare neppure le coppie miste cattolico-protestanti, che possono sposarsi e procreare ma non possono condividere la “mensa eucaristica”. E papa Francesco ha usato il Codice di Diritto Canonico, e la differenza tra “Chiesa particolare” e “Chiesa locale” lì contenuta, incomprensibile ai più, per giustificare questo divieto che è probabilmente il  

Cinquant’anni fa il maggio francese

di Giulia Guazzaloca

Cinquant’anni fa la Francia tornava ad essere teatro della «rivoluzione»; non c’erano i sanculotti, gli anti-borbonici, i «banchetti» operai, ma Parigi era di nuovo invasa da migliaia di manifestanti al grido di «liberazione» e «contestazione». Liberazione dall’autorità e dalle gerarchie all’interno della famiglia, dell’università e dei luoghi di lavoro; contestazione dei partiti tradizionali e delle strutture della democrazia rappresentativa, delle discriminazioni legate alla razza, al sesso, alla classe sociale, degli stili di vita imposti dalla nuova società dei consumi. Quel maggio a Parigi costituì l’apice e il simbolo della ribellione giovanile; probabilmente senza il «maggio francese» il Sessantotto e l’immagine che ne è giunta fino a noi non sarebbero stati gli stessi. Fu a Parigi infatti che il movimento di contestazione studentesca apparve più simile ad una vera e propria «rivoluzione»: i giovani divennero il detonatore del malcontento della società tutta, scioperi, cortei, occupazioni e barricate arrivarono a paralizzare il paese e a far vacillare il sistema della Quinta Repubblica.

Tutto era partito da Nanterre, l’ateneo alle porte di Parigi, già scosso da incidenti e proteste nell’autunno precedente, dove nacque il «movimento del 22 marzo» guidato da Daniel Cohn-Bendit. La miccia che fece esplodere l’incendio fu la proposta del governo gollista di introdurre meccanismi di selezione per l’accesso all’università; ma fu solo una miccia, quasi casuale, perché già dal 1967 gli studenti erano in fermento in gran parte d’Europa e quelli americani avevano dato vita a movimenti per  

Ritorni il pensiero

Al termine della campagna elettorale la cultura rivolge un appello ai candidati, alle candidate e all’elettorato del 4 marzo, per un ritorno al pensiero nella politica e la messa in campo di quattro grandi opzioni volte a cambiare il nostro destino. Esse riguardano la creazione di lavoro per mano pubblica nonostante il regime europeo, la riconduzione del capitale alla regola del bene comune, la pace come responsabilità e compito del Consiglio di sicurezza dell’ONU e l’adozione dello ius migrandi come diritto umano universale. Questo il testo dell’appello:
Alle candidate e ai candidati alle elezioni del 4 marzo
Alle elettrici e agli elettori del 4 marzo

Roma, 16 febbraio 2018
L’appassionato confronto sui valori e i dettati della Costituzione in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 – al quale abbiamo contribuito sostenendo il No – ha visto partecipare un imponente numero di elettrici e di elettori, pur con scelte difformi, a riprova che le grandi opzioni della politica sono percepite come proprie dai cittadini quando sono messi in grado di scegliere.
Per questo ci rivolgiamo a tutte le candidate e a tutti i candidati di buona volontà con questo accorato e rispettoso appello.
È necessario concentrare almeno quanto resta della campagna elettorale su alcuni obiettivi di fondo che per loro natura vanno oltre il periodo del prossimo mandato parlamentare e oltre i confini dell’Italia, in quanto decisivi dell’intero futuro. Su tali obiettivi non mancano accenni e  

Come un aquilone nella pozzanghera

di Vitaliano Della Sala

«Non è vero che i comunisti mangiano i bambini; si sbranano tra loro!», amava ripetere, con rassegnazione, don Andrea Gallo, quando il discorso cadeva sull’ennesima, antica e sempre nuova, crisi della sinistra in Italia. Ormai il prete di strada genovese è morto da qualche anno, ma la sua amara costatazione sulla “maledizione” della sinistra, condannata a dividersi all’infinito, è drammaticamente attuale. Le incomprensioni, le lacerazioni, sfociano spesso nello sbranarsi con accuse e attacchi, derisione o denigrazione dell’attuale avversario, una volta compagno.

C’era una volta un aquilone che volteggiava nel cielo azzurro, tracciando disegni sempre nuovi, a volte sembrava cadere, ma subito si risollevava. Tutto questo era la gioia del bambino che teneva ben saldo il filo. Ma un brutto giorno l’aquilone precipitò e cadde in una pozzanghera. Non aveva più la forza di librarsi nel vento, le sue ali erano rotte e appesantite dal fango. La sinistra in Italia ha fatto la fine dell’aquilone, che è precipitato in una pozzanghera e nessuno sa o vuole aggiustarlo. Siamo rimasti con il filo floscio e inutile in mano; un filo che per alcuni era diventato un idolo, altri avevano stupidamente pensato di poterlo “rottamare”.

La sinistra ha perso la voglia di ricercare l’unità e in quella pozzanghera ha cominciato a trovarsi bene, se non addirittura a sguazzarci senza ritegno. I tanti, troppi dirigenti dei tanti, troppi partiti, e partitini, gruppi e gruppuscoli, che nascono come funghi a sinistra, sembrano  

I gesuiti stroncano M5S, Lega e Fdl. E votano per le larghe intese

di Luca Kocci

I gesuiti di Civiltà Cattolica votano per le larghe intese, magari con un Gentiloni bis che possa proseguire il lavoro svolto dal suo governo. La preferenza – esplicita per una grande coalizione dei moderati Pd-Forza Italia, implicita per Gentiloni premier – emerge da un articolo di padre Francesco Occhetta sul fascicolo, in uscita domani, del quindicinale dei gesuiti diretto da padre Antonio Spadaro (ascoltatissimo consigliere di papa Francesco), le cui bozze, prima di andare in stampa, vengono lette e talvolta corrette dalla Segreteria di Stato vaticana.

Se la scelta per le larghe intese è chiara, altrettanto chiaro è chi i gesuiti di Civiltà Cattolica invitano a non votare il Movimento 5 Stelle e le destre di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, alla luce dei principi e dei valori della Costituzione («il faro nelle notti della Repubblica»).

Il parlamentare eletto, scrive il notista politico di Civiltà Cattolica, deve essere libero di agire «senza vincolo di mandato», come del resto prevede la Costituzione all’articolo 67. Quindi «se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. La storia ci insegna a vigilare».

L’attacco al partito-movimento guidato da Luigi Di Maio è durissimo. «Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi – e qui il bersaglio sembra essere piuttosto la destra identitaria -, utilizzano i dati  

Australia:il rapporto governativo sugli abusi sessuali punta il dito contro la Chiesa

di Ludovica Eugenio

Lo scorso 15 dicembre la Royal Commission australiana ha presentato al governatore generale sir Peter Cosgrove il suo rapporto finale sull’inchiesta, durata 5 anni, sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali: un’inchiesta che ha toccato, naturalmente, anche la Chiesa cattolica, e i cui risultati sono i più gravi mai svelati da un’indagine statale sul tema. Si è trattato di un’indagine ad amplissimo raggio: 4mila le istituzioni su cui si è concentrata l’attenzione, oltre 15mila le vittime di abusi che sono state ascoltate. Ad essere passati al vaglio, scuole, organizzazioni sportive e ricreative, istituzioni religiose (oltre alla Chiesa cattolica, anche quella anglicana, l’Esercito della salvezza, i Testimoni di Geova, due scuole del movimento ebraico Chabad-Lubavitch). Spaventosi i numeri, che danno un’idea della vastità del fenomeno; di tutti i casi esaminati, la maggior parte infatti vede coinvolta la Chiesa cattolica: «Dei 4.029 sopravvissuti che ci hanno raccontato nei colloqui privati l’abuso sessuale vissuto da bambini in istituzioni religiose, 2.489 (il 61,8%) ha citato istituzioni cattoliche (…). Dei 2.413 sopravvissuti che hanno parlato del ruolo del responsabile, il 74,7% ha citato persone che avevano un ministero religioso e il 27,6% insegnanti», si legge nel Report. Non solo: di tutti i presunti responsabili, continua il documento, il 37% erano religiosi non ordinati (il 32% religiosi e il 5% religiose); il 30% erano preti, il 29% laici (…). Di tutte le denunce riguardanti abusi sessuali minorili in una scuola cattolica, il 74% coinvolgeva religiosi  

La terra oltre lo Stato

di Claudia Fanti

Nel complesso rapporto tra popolo e terra, non c’è dubbio che palestinesi e curdi rappresentino due casi emblematici. Pur partendo da premesse simili, le loro parabole si sono sviluppate seguendo direzioni profondamente diverse.
I palestinesi, come noto, aspirano a uno Stato – che sia attraverso la soluzione “due popoli, due Stati” o tramite quella di un unico Stato binazionale –; i curdi, abbandonata l’idea di uno Stato-nazione che ricomprendesse i territori attualmente divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, sono approdati all’idea rivoluzionaria di “una democrazia senza Stato”, espressa nella forma del confederalismo democratico, in vista della costruzione di una società libera dall’autoritarismo, dal patriarcalismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica: un sistema partecipativo che riconosce e applica concretamente la parità di genere e abbraccia tutte le confessioni religiose e le etnie.
Il caso del Rojava, il Kurdistan siriano, è esemplificativo di questo processo. La rivolta popolare contro il regime siriano iniziata nel 2011 è stata infatti l’occasione per i curdi della regione di aprire la strada a un rapido cambiamento, diventando un modello di organizzazione politica per l’intero Medio Oriente (e non solo). A partire dal luglio del 2012 – prese le distanze sia dalle forze di Assad che da quelle di opposizione – i curdi hanno infatti cacciato l’esercito governativo dalle città del Rojava, assumendo nelle loro mani la gestione del governo locale, sulla base di un rivoluzionario  

Contro l’apartheid, l’unica arma è l’azione popolare

di Wasim Dahmash*

La questione di una soluzione del problema israelo-palestinese continua ad alimentare il dibattito tra coloro che, nel mondo, hanno a cuore la sorte dei due popoli, israeliano e palestinese. È parere diffuso che un’eventuale soluzione non possa prescindere dal tipo di assetto politico-istituzionale da dare al territorio complessivo: uno Stato unico o due Stati per due popoli. Per affrontare la questione occorre fare alcune premesse:
1. il dibattito è appannaggio di pochi intellettuali che, per la gran parte, vivono fuori del territorio palestinese, ovvero la questione non è all’ordine del giorno del dibattito politico sia israeliano sia palestinese. Con ciò non si vuole sminuire l’importanza della discussione, la si vuole solo situare nella cornice concreta in cui si svolge;
2. la situazione attuale è quella di uno Stato unico, lo Stato d’Israele, che esercita la sua sovranità di fatto sull’intero territorio della Palestina mandataria. Tale Stato si fonda su una dottrina di esclusione/inclusione, la dottrina sionista, in base alla quale è stato realizzato un sistema di apartheid che condiziona ogni aspetto della vita quotidiana, sia quella degli esclusi, i palestinesi, sia degli inclusi, gli israeliani, e di cui il muro di separazione è solo la manifestazione più eclatante;
3. il sistema israeliano è sorretto da un’opinione pubblica interna e internazionale favorevole: da ciò deriva che gli conviene la situazione attuale. I palestinesi invece, impazienti di risolvere il problema del peso dell’occupazione e della minaccia all’esistenza  

Della guerra e della pace

di Guglielmo Ragozzino

Dal ‘Guerra è pace’ di Arundhati Roy alle guerre economiche e a quelle per difendersi. Fino all’ultima guerra, quella di Libia, dove si è andati alla ricerca di petrolio e si sono trovate invece persone. Una riflessione in 18 punti sulle guerre e sulle ragioni e conseguenze economiche che spesso ad esse sottendono

Sbilanciamoci e in particolare Mario Pianta, noto cantore di pace, hanno avuto l’incarico di tenere una comunicazione al corso estivo sulla guerra per gli studenti di Villa Nazareth, collegio per universitari romani, a Dobbiaco. L’argomento “guerra” era affrontato variamente; il terzo giorno il corso verteva sulle cause e le conseguenze economiche della guerra. Mario, da pacifista laureato e da economista era perfetto per la bisogna. Solo che “quel giorno lì” 2 agosto 2017 per la cronaca, proprio non poteva. Pochi sapevano che le patate bollenti rimbalzassero come le palline da ping pong; nel nostro caso la patata bollente è rimbalzata fino a chi scrive e lì si è fermata. Il risultato di tutto il palleggio è quello che segue. Con tutta evidenza si tratta di un “power point”che serviva a introdurre una discussione, preparato seguendo i suggerimenti del testo anticipato dagli studenti del corso e appesantito dalla trascrizione del testo orale utilizzato per sviluppare i vari punti. Niente di più, niente di meno. Buona lettura, in santa pace.

Uno
Sbilanciamoci
Si tratta di una campagna cui aderiscono decine di associazioni che praticano la  

In ricordo di Giovanni Franzoni

di Luigi Bettazzi

Pax Christi Italia e Mosaico di Pace mi chiedono di esprimere la loro partecipazione al lutto della famiglia e della Comunità cristiana di S. Paolo a Roma per la morte di Giovanni Franzoni. Franzoni e Bettazzi

Personalmente lo ricordo, quando era Abate di S. Paolo, alle Assemblee della CEI e agli ultimi due Periodi del Concilio Vaticano II. Penso alla sua attività negli anni caldi dopo il 1968; il suo libro “La terra è di Dio” (cui seguì poi “Anche il cielo è di Dio. Il credito dei poveri”) anticipava i problemi ecologici oggi sul tavolo della politica internazionale. Le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato, ma la sua dichiarazione di aver votato comunista lo portò alla “riduzione allo stato laicale”. Il suo temperamento ardente, ma soprattutto il legame con la Comunità di S. Paolo, che aveva fondato e diretto fino ai nostri giorni, lo portarono a prese di posizioni di critica e di contestazione molto forti al di là di ogni compromesso (ad esempio di prendere domicilio nella mia Diocesi, pur restando a Roma), che indussero poi la Chiesa a decisioni drastiche.

Era rimasto, anche vivendo da laico (e sposandosi) uomo di fede. L’avevo incontrato il mese scorso, presentando insieme, in una parrocchia piemontese, il Concilio Vaticano II, di cui eravamo rimasti gli ultimi membri viventi italiani, ed era stato molto pacifico e fraterno. Forse  

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