di Tonio Dell’Olio

Don Andrea è stata la provocazione fatta carne. Avendo sposato indissolubilmente il Vangelo “sine glossa” di Gesù Cristo non poteva essere altro che sassolino nelle scarpe di borghesi e benpensanti. A cominciare da quelli che pensano di poter coniugare quel Vangelo con una coscienza tranquilla e talvolta compiacente. Don Andrea ha sempre camminato “in direzione ostinata e contraria”. Ha unito sempre l’annuncio alla denuncia. Mai generica e sempre scomoda. Mai salottiera e sempre sigillata da un impegno sulla strada. Con gli ultimi, scarto scandaloso dell’ingiustizia, della diseguaglianza, del disagio. Non è vero che siamo orfani. Quella profezia ha avuto il coraggio e la sapienza di seminarsi nel terreno della vita di tante e tanti. Il porto di Genova e i suoi carruggi portano impresso a sigillo i suoi passi e le sue parole. Eco che non può essere soffocato, voce che si sottrae alla confusione, pentecoste che si rinnova, soffio di vita nuova anche quando un uomo muore senza spegnersi. Don Andrea è lì. Con il suo sigaro e il suo sorriso, con la sua parola graffiante e la sua verità senza sconti, con la sua analisi spietata e la sua speranza sempre oltre la nostra. E non è l’illusione degli irriducibili. Piuttosto si tratta di una vita forgiata a Vangelo che non smette di vivere solo perché è morta.
(www.mosaicodipace.it , rubrica “mosaico dei giorni”, 23 maggio 2013)
Le larghe intese non sono un orrore, ha asserito ieri Giorgio Napolitano nella sua intemerata alle Camere. E invece possono essere un orrore, insegna la storia del Novecento. Facta e Hindenburg avrebbero dovuto rifiutare, come potevano fare, l’intesa con Mussolini e Hitler. Non mi si risponda che Berlusconi non è né Mussolini né Hitler, l’argomento con il quale è asceso al potere è lo stesso con il quale arrivarono al potere i due: è il popolo che li ha espressi. Senonché non sono stati loro a iniettare nel popolo l’antisemitismo, la repressione, la guerra, non se li erano inventati, stanno nelle viscere di ogni società in crisi e una Costituzione democratica è fatta per frenarli. Ma Giorgio Napolitano ha da tempo deciso di dare priorità all’unità nazionale rispetto ai principi basilari della convivenza democratica. Questa è la rotta che egli traccia, e da essa è perfettamente legittimato a entrare nel governo Silvio Berlusconi, imputato di corruzione e concussione, non condannato esclusivamente per scadenza dei termini, operazione sublime della sua squadra di avvocati. Non per caso ieri era felice, e …
di José María Vigil
PUNTO DI RIFERIMENTO: LA TEORIA DEL TEMPO ASSIALE
Nel processo di conoscenza e di recupero del nostro passato evolutivo, non molto tempo fa abbiamo individuato un fenomeno peculiare che ha preso il nome di “tempo assiale”. Per quanto Karl Jaspers abbia affermato, riguardo a tale espressione, di essere stato preceduto da Lasaulx, Viktor Strauss e Alfred Weber, tanto il concetto quanto il termine sono oggi solitamente attribuiti allo stesso Jaspers, che li ha resi popolari con la sua opera Origine e senso della storia.
Una prima accezione di Achsenzeit, tempo asse, tempo assiale, viene elaborata attorno all’idea di un immaginario asse nel tempo a cui tutto farebbe riferimento; un momento che segnerebbe un prima e un dopo nella linea del tempo. Jaspers inizia il suo libro dicendo che già Hegel contava su un tempo asse, che per lui era Cristo, come riferimento centrale della storia, un momento assiale attorno a cui girerebbe tutto il tempo. Oscar Cullmann, nella sua famosa opera Cristo e il tempo, aveva detto poco prima una cosa analoga: che tutto il tempo anteriore confluisce in Cristo, a partire dal quale sorge un nuovo tempo aperto al futuro assoluto; Cristo fungerebbe come l’alfa e l’omega di tutta la storia della salvezza, del tempo e dell’eternità…
Ma questa concreta concezione di un tempo asse – dice Jaspers – è religiosa, appartenendo concretamente alla fede cristiana, e non può per questo essere accettata …
di Giovanni Avena
L’Editto di Costantino di 1700 anni fa (quello che poneva ufficialmente termine a tutte le persecuzioni religiose e proclamava la neutralità dell’Impero nei confronti di qualsiasi fede, ndr) è un falso, ma la donazione che Costantino fece a papa Silvestro I è vera: gli regalò Roma. E da quel momento il potere temporale ha dilagato. Da studente liceale rimasi impressionato imbattendomi, nella Divina Commedia – nella terza bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, quella dei simoniaci – in Dante che grida: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!». Costantino ha dato Roma al papa e questi dopo si è preso ben altro. Poi ci ha pensato Mussolini a rinnovare il potere temporale, e quando il potere della Chiesa si è apparentemente indebolito è arrivato Craxi, e con lui il Nuovo Concordato e una pioggia di soldi. E le gare di donazioni. Sì, perché i governi di centrodestra e di centrosinistra hanno fatto a gara per dare alla Chiesa quanto più potevano, per farsi belli agli occhi di papi e cardinali. Potrà forse sembrare esagerato ma, a mio avviso, viviamo in una sorta di Stato pontificio parallelo. L’Italia è invasa da televisioni, radio, giornali di matrice cattolica e non di matrice cattolica plurale, bensì unica. È impregnata di pensiero unico: il pensiero del Vaticano, il pensiero della gerarchia. Tutte le altre …
di Angelo Bertani
Il Paese e la Chiesa vivono un momento molto difficile. La necessità di un rinnovamento della politica (e della pastorale, anzi della vita religiosa ed ecclesiale) ci interpellano e ci impongono un severo esame di coscienza. Non è una novità improvvisa perché da anni le persone più attente avevano lanciato l’allarme. Lo aveva fatto la stessa Chiesa italiana, con la voce dei vescovi, indicando qualche linea di resistenza e di ricostruzione. Mi permetto di sottolinearlo perché la Chiesa italiana, pur operosa e benemerita in tanti campi, non ha tuttavia brillato per sensibilità profetica, per coraggio e lungimiranza, anzi. Ma nell’ottobre del 1981 avvenne che i vescovi pubblicassero una sorta di lunga “lettera aperta” agli italiani, un documento che s’intitolava La Chiesa italiana e le prospettive del Paese. Erano anni in cui c’erano vescovi come Martini, Franceschi, Cè, Agresti, Battisti, Charrier, Ambrosanio, Motolese, Ablondi, e in cui c’era collaborazione e ascolto dei laici. In quel documento, singolare per franchezza e lungimiranza, si diceva tra l’altro: «Le persistenti difficoltà che anche l’Italia sperimenta oggi non sono frutto di fatalità. Sono invece segno che il vertiginoso cambiamento delle condizioni di vita ci è largamente sfuggito di mano, e che tutti siamo stati in qualche modo inadempienti. Senza fermarci sul passato, se non per scoprirvi comuni errori, dobbiamo piuttosto guardare alla realtà odierna e affrontare il domani, radicati nei valori di una tradizione positiva che ci appartiene.
A quali valori …
di Claudio Gnesutta e Mario Pianta

La politica del prossimo governo italiano sarà fortemente condizionata dal quadro europeo. Pesa la recessione, l’imposizione di politiche di austerità, e un insieme di trattati e norme che ha istituzionalizzato una visione neoliberista dell’integrazione europea – la libertà di movimento dei capitali, delle merci e delle imprese innanzi tutto – e ha reso impossibile prendere le misure economiche necessarie per affrontare la crisi attuale.
L’Italia è stata particolarmente colpita da questo contesto europeo, prima con la debolezza internazionale del governo Berlusconi, poi con l’allineamento alle direttive europee del governo Monti. Si tratta di una rotta sbagliata per l’Europa e disastrosa per l’Italia. “Sbilanciamoci!” ha argomentato queste critiche con la discussione sulla “rotta d’Europa” aperta da Rossana Rossanda nell’estate 2011. Le proposte principali – riassunte nel primo documento della Rete europea degli economisti progressisti – chiedono di rovesciare le politiche di austerità e cancellare le pericolose limitazioni imposte dal fiscal compact; di ridurre le diseguaglianze, tassare la ricchezza e tutelare il lavoro; di fare della Banca centrale europea un prestatore di ultima istanza per il debito pubblico, introducendo una responsabilità comune dell’eurozona; di ridimensionare la finanza, avviare una transizione ecologica ed estendere la democrazia a tutti i livelli in Europa. Come possono entrare queste elaborazioni e queste proposte alternative nel dibattito sulle elezioni in Italia? Innanzi tutto devono fornire il quadro di …
di Luca Kocci
L’intuizione fu di Ferruccio Parri, il partigiano “Maurizio”, vicecomandante del Corpo volontari della libertà – la prima struttura di coordinamento generale della Resistenza italiana – e presidente del Consiglio del primo governo di unità nazionale dal giugno al dicembre 1945: «Se riuscissi a portare al Senato un gruppetto di uomini non di partito, fortemente rappresentativi della Resistenza – scriveva ad Alessandro Galante Garrone alla metà degli anni ‘60 –, avremmo fatto un colpo grosso, l’ultima degna ed energica sortita della Resistenza, di effetti politici indubbi» e «di forte ripercussione morale, capace di orientare fuori dai partiti e non ad uso dei partiti, in condizioni di raccordarsi con quel vasto, indistinto, dispersivo, fluttuante movimento dei giovani che a me interessa più che non l’operazione politica». E il progetto riuscì: nel dicembre 1967 sull’Unità comparve l’Appello per l’unità della sinistra, lanciato da Parri e firmato da intellettuali laici, cattolici non clericali e comunisti eterodossi; poi ci furono i contatti con alcuni «credenti poco disposti a piegar la schiena ad ogni “stormir di fronda” clericale», come Adriano Ossicini, partigiano catto-comunista e fondatore del partito della Sinistra cristiana; infine la decisione del Partito comunista italiano di costituire al Senato un gruppo autonomo, indipendente, senza obblighi di iscrizione e di disciplina di partito, anche «per dare valore dirompente alla “disubbidienza” rispetto all’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana», come scriveva don Lorenzo Bedeschi, uno dei mediatori dell’operazione, a Giorgio Napolitano, …
di Massimo Razzi
“Io, Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale”. E’ il grande precedente (non senza similitudini col gesto di Benedetto XVI) dell’abdicazione di un Papa. La storia della Chiesa ne ricorda altri cinque (Clemente I, Papa Ponziano, Papa Silverio e Benedetto IX e Gregorio XII), ma come vedremo, si tratta di situazioni completamente diverse. Quella del monaco molisano Pietro Angeleri, eletto al soglio Pontificio il 29 agosto 1294 col nome di Celestino V e dimessosi il 13 dicembre dello stesso anno) è la vicenda che lo stesso padre Lombardi (dimentico degli altri casi) ha ricordato questa mattina come “unico precedente”. Anche per la Chiesa di allora fu una storia sensazionale tanto che lo stesso Dante ne parla nella Divina Commedia collocando Celestino V all’Inferno nel girone degli ignavi (“coloro che vissero senza infamia e senza lodo…”) e ricordandolo così: “Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”.
“Viltade”, dunque nel (controverso) giudizio dantesco, forse più collegato …
di Renato Sacco
No. Tacere sarebbe un po’ come avallare. Ci ho pensato molto quando ho letto la notizia di un prete, parroco in Liguria, che ha affisso alla porta della sua chiesa un articolo preso da internet dal titolo: “Le donne e il femminicidio, facciano sana autocritica. Quante volte provocano?”
Mi ha molto colpito, come prete e come uomo, tutta questa vicenda con le successive affermazioni, smentite ecc. Ho pensato che non era giusto stare in silenzio.
Credo, di fronte alla morte, all’uccisione, al ‘femmnicidio’ non ci sia spazio per i se e per i ma…
Siamo di fronte a persone uccise in quanto donne, quasi sempre da uomini del proprio ambito familiare.
Far finta di non vedere o puntare i riflettori su altro (es. modo di vestire ecc.) credo sia molto grave. E penso che come uomo e come prete, anch’io sono parroco, non si debba spostare l’attenzione dalle vittime, che hanno un nome, un volto e una storia. Ancora ieri, 26 dicembre, in Liguria, un marito, già denunciato per violenze e minacce, uccide la moglie Olga e la sorella Francesca. No, sulla morte non si scherza, e non si scrivono cose dicendo che servono ‘a far riflettere’. Oppure cercando una qualche colpa nelle vittime. Credo che una seria autocritica la debba fare io – noi in quanto uomini. E io – noi in quanto preti, che spesso parliamo del valore della vita, della famiglia, ecc. …
di Salvatore Rizza
Quando si parla di laicità, oggi è necessario ricollegarsi ai temi della democrazia, con il suo seguito di libertà, uguaglianza, rispetto, reciprocità e solidarietà. Non è possibile, infatti, disgiungere questi temi dalla laicità, che si identifica soprattutto con la declinazione della democrazia. La laicità è la secolarizzazione del potere – di qualunque potere – e questa è la premessa della democrazia. Il cammino verso la democrazia e, quindi, verso la laicità, è sempre irto di difficoltà ed è un processo che va incontro a brevi fermate e a tentativi di cadute, ma è un processo irreversibile. Ci sono voluti quasi tre secoli per affermare i principi della democrazia e, nello stesso tempo, maturare i principi della laicità. Mettere insieme declino della laicità e qualità della democrazia non è una forzatura, poiché c’è un rapporto diretto tra le due qualità della società: un rapporto storico biunivoco e talmente forte che ne rende paralleli i destini. Qualcuno ha scritto che ci sono alternative (quali?) alla laicità. Noi crediamo che alla laicità, come alla democrazia, non ci siano alternative. La laicità è inclusiva e non appartiene a nessuno perché è di tutti, credenti e non credenti. Pluralismo e dialogo ne sono la condizione. Il rapporto/scontro tra il potere religioso e il potere politico aveva caratterizzato l’epoca moderna e aveva dato significato al termine laicità. Verso la metà dell’800, un grande pensatore, Alexis de Tocqueville, aveva capito …
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