di Giorgio Napolitano
Celebro per il sesto anno, da Presidente, la Festa della Liberazione. L’ho celebrata in città capitali della Resistenza come Genova e Milano, l’ho celebrata, fuori d’Italia, a Cefalonia – che fu teatro di una straordinaria prova di dignità, eroismo e sacrificio dei militari della Divisione Acqui – e successivamente a Mignano-Montelungo dove ebbe il suo battesimo di fuoco il rinato esercito italiano dopo che ci era stato riconosciuto, dalle forze alleate, lo status di paese co-belligerante. Alla mia presenza oggi qui tra voi attribuisco il significato particolare di un richiamo dell’attenzione storica e della memoria collettiva su quelle realtà dell’Italia profonda, popolare e contadina, in cui si radicò, venne combattuta e vinta la Guerra di Liberazione. Territori di antica storia, province di tradizionale laboriosità, piccoli Comuni legati all’agricoltura, in cui si sprigionarono – di fronte all’oppressione e alle angherie nazifasciste – un senso civico, un sentimento nazionale, uno spirito di ribellione e un anelito di libertà che diedero filo da torcere anche alle agguerrite forze tedesche. Fino a concorrere, nel settembre 1944, a quello sfondamento della Linea Gotica che in sostanza segnò le sorti della guerra in Italia. Esemplare fu la Resistenza tra il pesarese e l’anconetano. Esemplare per la solidarietà tra partigiani combattenti e famiglie contadine, per lo stoicismo di queste nel subire feroci rappresaglie nelle case e nelle persone. Ed esemplare fu qui la …
di Piero Fassino
La politica richiede costi ma è sbagliato arroccarsi nella difesa dell’esistente. È necessario darsi regole e modalità di sostentamento anche scontando una riduzione dei rimborsi
Il finanziamento della politica è uno di quei temi “sensibili” che segna il rapporto tra cittadini, partiti e istituzioni. E in tempi in cui quel rapporto è fragile e critico, le modalità con cui la politica è finanziata diventa un sensore particolarmente significativo. Per questo credo che i partiti debbano avere la lucidità di sottrarsi alla tentazione di chiudersi a riccio, di arroccarsi in una difesa di sé che avrebbe come unica conseguenza di dare ulteriore fiato all’antipolitica, accrescendo ancora di più la distanza tra partiti e società. Non è in discussione – almeno per me – la assoluta necessità di garantire alla attività politica risorse pulite e trasparenti per il suo esercizio. Al pari di qualsiasi attività umana anche la politica comporta costi e richiede risorse per pagarli. Ma tanto più in tempi in cui a ogni persona e ad ogni famiglia si chiedono sacrifici non irrilevanti (dall’allungamento dell’età pensionabile alla tassazione sulla casa), i partiti hanno il dovere di darsi regole e modalità di finanziamento sostenibili e compatibili, anche scontando una inevitabile riduzione delle risorse fin qui ottenute. Per questo mi permetto di avanzare due proposte: 1. Si adotti un sistema di rimborsi elettorali che corrisponda ai partiti una somma pari ad un euro per …
di Giuliana Ferraino
Norma contro le dimissioni in bianco e una sperimentazione dei congedi di paternità obbligatori per tre anni, finanziata del ministero del Lavoro. Sono le due novità uscite ieri dall’incontro tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Insieme all’accordo raggiunto sulla data: i nuovi ammortizzatori sociali, uno dei pilastri della riforma, entreranno in vigore, a regime, dal 2017, come avevano chiesto le parti sociali al ministro del Welfare, Elsa Fornero, che invece aveva proposto il 2015 come data d’inizio. E’ un fatto non da poco. Significa che si avrà una fase transitoria, con un’applicazione graduale dei nuovi strumenti di sostegno al reddito in caso di perdita del lavoro. La sperimentazione dei congedi di paternità obbligatori «è un modo per far cambiare la mentalità: la maternità non è un fatto solo di donne. Bisogna conciliare i tempi del lavoro con quelli della famiglia», ha spiegato il ministro Fornero. Ma è il capitolo sugli ammortizzatori sociali a rappresentare un cambiamento «rivoluzionario», almeno per il nostro Paese: invece di difendere il posto di lavoro, con il nuovo sistema di ammortizzatori si punta a proteggere il lavoratore. E’ un salto culturale indispensabile per aumentare flessibilità in entrata e in uscita e favorire l’ingresso dei giovani. Non a caso la discussione sugli ammortizzatori è avvenuta prima di qualsiasi altro tema e ha messo d’accordo le parti. L’obiettivo è che «il lavoratore non sia lasciato solo …
di Lucia Annunziata
Nelle urne francesi che si aprono domenica avvertiremo anche un assaggio di elezioni in Italia. François Hollande, unico leader di sinistra rimasto in Europa a dire «qualcosa di sinistra», è ufficialmente l’occasione che la sinistra italiana aspetta, il movimento del pendolo che fa cambiare gli equilibri di forza, una nuova locomotiva europea, cui molti Paesi, a iniziare proprio dall’Italia, potrebbero attaccare i loro vagoncini.
Con il suo programma di vigorosa spesa pubblica e ridistribuzione delle risorse, partendo da una patrimoniale ad ampio spettro, Hollande è oggi la speranza per il Pd, ma anche per il Sel e molte altre forze, di poter fare in Europa, coperti dalla Francia, quella battaglia che la sinistra non può fare in Italia, per senso di responsabilità e per timore di dividersi.
Solita illusione (e quante volte la sinistra italiana l’ha coltivata nei confronti dei colleghi francesi)? O stavolta qualche spazio c’è perché si apra effettivamente un nuovo gioco in Europa? Le risposte sono molteplici, e dipendono da molte componenti, non ultime le evoluzioni possibili dentro il governo Monti, arrivato a dover scegliere, pressato dagli eventi, un profilo più politico di quanto abbia tenuto nei suoi primi cinque mesi.
In effetti con Hollande rientra sulla scena della sinistra un candidato come non si vedeva da tempo: figura per nulla di rottura, anzi figlio delle strutture di partito, parte integrante delle élite del suo Paese, ma anche di «sinistra». Il suo programma rompe …
di Maria Zegarelli
Rosy Bindi, secondo alcuni commentatori di autorevoli quotidiani bisognerebbe eliminare i rimborsi elettorali ai partiti, anzi bisognerebbe fare a meno anche dei partiti.
«Non risponderò mai che ci vorrebbe una società senza giornali».
Ammetterà che lo scandalo Lusi prima e quello della Lega ora hanno messo il dito nella piaga. Soldi pubblici finiti nelle tasche private dei politici.
«Sono molto amareggiata dal fatto che a scatenare tutta questa offensiva contro i partiti e il finanziamento pubblico sia stata la vicenda della Lega. È come se per qualcuno fosse crollato l’ultimo baluardo della legalità e della moralità. Non sono soltanto amareggiata ma anche indignata: ritenere la Lega un serbatoio di moralità è il segno di come una società e alcuni commentatori non abbiano memoria di quello che è accaduto negli ultimi anni. La Lega ha finito per rappresentare tutte le contraddizioni di questo Paese».
Per Bossi è stato fatale l’abbraccio con Berlusconi?
«L’alleanza con Berlusconi ha avuto il suo peso, ma non è solo questo. Stiamo parlando di una forma partito ispirata a principi antidemocratici, dove il capo decide e il suo cerchio magico tiene in mano le sorti dell’organizzazione interna. La Lega in questi anni ha cercato di spaccare il Paese e inveito contro la solidarietà e gli immigrati».
Il risultato è che mai come ora i partiti sono stati così impopolari. Come si restituisce fiducia? Può essere una risposta sufficiente l’accordo di maggioranza raggiunto oppure è, …
di Ilvo Diamanti
È finita un´epoca. Ripeterlo, come un mantra, serve a evitare di appiattirsi sulla cronaca (giudiziaria o di colore). Che ogni giorno riserva novità. Ieri le dimissioni del figlio del Capo – Renzo Bossi – dal Consiglio regionale della Lombardia. Oggi chissà. Ma gli scandali che hanno travolto il milieu familiare – forse meglio: familista – di Bossi, insieme alla leadership della Lega (in parte coincidenti), rammentano quanto già si conosceva. Che la Lega è divenuta, da tempo, un partito come gli altri. Per alcuni versi: più esposto degli altri alle logiche di sotto-governo. Perché ha occupato una catena infinita di posti di potere, centrale e locale, in tempi molto rapidi. E la sua classe politica è stata reclutata in base a criteri di fedeltà ai leader, non di coerenza con la “missione” del partito. Tanto meno di qualità. Tuttavia la Lega non è – o almeno: non era – un partito come gli altri. È il soggetto politico che ha rovesciato la “Questione nazionale”, storicamente identificata con il Mezzogiorno – l´area dello “sviluppo dipendente”. Ha, invece, interpretato la cosiddetta “Questione Settentrionale”. Espressa dalle province pedemontane del Lombardo-Veneto. Protagoniste, dopo gli anni Settanta, della crescita impetuosa della piccola e media impresa. La Lega ne è divenuta portabandiera. Ha interpretato la domanda di rappresentanza dei lavoratori autonomi e dipendenti che popolano questo territorio di piccole città e di piccole aziende. La Pedemontania. La crisi della Lega …
di Salvatore Cannavò
Il Pd incassa il risultato della sua mediazione sull’articolo 18. Bersani infatti, riferendosi alla versione finale del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro parla di “passo avanti importantissimo di cui la Cgil deve prendere atto”. In questo modo il Pd cerca di oscurare la sostanza del problema: l’articolo 18 salta nei suoi fondamentali e questo grazie proprio al Partito democratico.
Nel puro gioco politico l’operazione andata in onda con il vertice notturno, e oggi registrata nel dispositivo di legge, è una concessione che Mario Monti fa al lato sinistro della sua maggioranza: Bersani ha battuto molto nei giorni scorsi sull’importazione del modello tedesco per i licenziamenti individuali e il presidente del Consiglio ha concesso una modifica. Ma si tratta di una modifica parzialissima relativa alla “manifesta insussistenza” del licenziamento economico in presenza della quale il giudice “può” decidere il reintegro sul posto di lavoro. Altrimenti scatta l’indennizzo che, a differenza delle prime ipotesi, scende in una forchetta tra 12 e 24 mensilità. Quindi, non si tratta del “modello tedesco”, la determinazione del giudice scatta solo in presenza della “manifesta infondatezza” che va vagliata e verificata. Ma il problema non è nemmeno questo, perché quello che succede quando questa riforma sarà approvata dal Parlamento è che i lavoratori avranno meno diritti di prima. E non c’è nessuna compensazione, nel caso questa fosse accettabile, a giustificare il taglio di quei diritti. Anzi.
L’apprendistato viene ulteriormente …
di Claudia Mancina
In questi giorni sono state scritte molte cose su Miriam, alcune anche molto belle. In tutte erano presenti alcuni temi ricorrenti: la sua risata, la sua libertà di pensiero, la sua vitalità. La sua curiosità, che le faceva sempre interrogare, gli altri e la realtà, senza mai dare per scontato il giudizio. Senza pregiudizio, sempre. Non credo di aver mai conosciuto una persona così aperta alla realtà, e quindi agli altri, come era Miriam. Le sue telefonate, per chiedere: che cosa ne pensi?
Miriam era così, ma sarebbe un errore credere che pensasse solo alla politica e che fosse fredda o, come qualcuno ha pensato, cinica. Era, con una sua sottile discrezione e riservatezza, ma anche con decisione, affettuosa e generosa. Non ho mai percepito il cinismo nelle sue parole e nei suoi sentimenti, piuttosto ho sentito (prendo in prestito le parole di Alfredo Reichlin) “l’impasto di ragioni ideali e di realismo, fino al limite dello scetticismo”. Lo scetticismo può essere una corazza della fede. Io credo che questo fosse lo scetticismo di Miriam. Lei non ha mai smesso di credere, pur con tante revisioni e aggiustamenti, in ciò in cui credeva quando la sua avventura è cominciata, durante la guerra, quella guerra terribile che pure era l’inizio della speranza, per l’Italia e soprattutto per l’Italia delle donne, come ha spiegato in quel meraviglioso libro che è Pane nero.
La Miriam che io ho conosciuto, e …
 di Angelo D’Orsi
Dopo il 12 novembre, il 5 aprile sarà ricordato come una data capitale della cosiddetta Seconda Repubblica, mentre già si vaticina, da mesi, di una fantomatica Terza.
Dunque, nell’arco di sei mesi, circa, da novembre 2011, ad aprile 2012, abbiamo visto cadere come birilli le due “B” della politica contemporanea italiana, i due principali responsabili del dissesto economico, della frana istituzionale, della catastrofe morale del Paese. Se l’uscita di scena di Berlusconi provocò in milioni di italiani, a cominciare dal sottoscritto, gioia irrefrenabile, aprendo anche la porta alla speranza di un vero cambiamento politico, il rovinoso capitombolo di Umberto Bossi suscita, accanto a pena e rabbia, solo sarcasmo per questo Masaniello in sessantaquattresimo che alla fine non ha fatto che sistemare la famiglia. Che pena, davvero.
Ma pena maggiore suscita il gran parco dei “commentatori” della stampa e della radiotelevisione, e della rete, che hanno insistito per questi due decenni e oltre alle nostre spalle che Bossi era l’espressione del weberiano “leader carismatico”, che era un vero e proprio “animale politico”: avevo già contestato su questo spazio tali complimenti, e ora non posso che confermare. Finito il politico resta l’animale, un animale sofferente, ma non a sufficienza, evidentemente, per smettere di insultare, vociare, minacciare con il suo dito medio, ormai solo grottesco, e il suo pugno alzato (l’abbiamo visto alle prese con il giornalista che gli chiedeva conto del denaro sottratto), che suscita più la …
di Eugenio Scalfari
Lo “spread” è quasi dimezzato rispetto a tre mesi fa, ma c´è anche chi scrive (Guido Gentili sul “24 Ore” di venerdì scorso) che uno “spread” a livelli pericolosi dava al governo Monti l´energia dell´emergenza e imponeva ai partiti di appoggiarlo senza riserve, mentre il recupero di una quasi normalità finanziaria allenta i vincoli della strana maggioranza esistente rendendo più fragile la tenuta del governo. Questa riflessione è paradossale ma come tutti i paradossi contiene una parte di verità. Alcune fastidiose gaffe di ministri e di sottosegretari e alcuni drammatici episodi in Nigeria e in India hanno nei giorni scorsi dato la stura a critiche e ad uno scollamento evidente nel rapporto tra i partiti e il governo. La recessione in corso ha accentuato il malessere di molte categorie. Il movimento No-Tav è diventato una sorta di distintivo unificante per tutti gli scontenti d´Italia e la Fiom una sorta di sindacato-partito all´insegna del solito articolo 18. Infine il “dopo Monti” e l´avvicinarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio hanno risvegliato i partiti dal lungo letargo in cui sembravano caduti. Cresce l´insofferenza verso la “dittatura” dei tecnici ai quali si guarda come una necessaria sospensione della democrazia parlamentare, che dovrà comunque cessare nella primavera del 2013. Accenti di questo tipo sono anche contenuti nel “manifesto” dell´associazione “Libertà e Giustizia” che sarà illustrato domani a Milano da Gustavo Zagrebelsky.
Mettete insieme tutti questi disparati elementi e avrete una …
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