L’Islam di Stato non esiste

di Giovanni Sarubbi

Dialogare è certamente meglio che spararsi addosso. Sotto questo punto di vista è stato positivo l’incontro tenutosi lo scorso 16 febbraio alla Grande Moschea di Roma sul tema “Musulmani italiani insieme per una società coesa”, organizzato dal Centro islamico culturale d’Italia e da Limes, rivista Italiana di geopolitica, a cui ha partecipato il ministro degli Interni Marco Minniti. La destra islamofoba ha parlato di un Minniti a caccia di “voti islamici”. L’intervento principale è stato quello del ministro Minniti che ha parlato dopo Khalid Chaouki, presidente del Centro islamico culturale d’Italia, e di Francesca Corrao, professoressa dell’Università Luiss Guido Carli di Roma.

Minniti ha incentrato il suo intervento sul “Patto nazionale per un Islam italiano” firmato lo scorso anno, il primo di febbraio.

Da ministro degli Interni l’intervento di Minniti è stato incentrato sul tema della sicurezza coniugato con il tema dell’islam. Perché coniugare insieme sicurezza e religione islamica? Perché questo collegamento non si pone per una qualsiasi altra religione?

Ascoltando il ministro e leggendo il testo del patto è evidente che esso è stato costruito sotto la cappa di piombo dell’ossessione della sicurezza, diffusa continuamente dalle organizzazioni razziste e xenofobe della destra fascio-leghistaforzaitaliota, che ripetono la dottrina dello “scontro di civiltà” inventata nel 1996 da Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Dottrina che fu rilanciata nel mondo a partire dagli attentati dell’11 settembre 2001.

La verità, che il  

Democrazia della cultura

Dal 2014 la libertà di scattare fotografie nei musei è legge, da pochi mesi estesa anche ai beni archivistici e librari rispondendo alle attese degli studiosi di diverse aree umanistiche. Ma per molti non è ancora chiaro che la liberalizzazione delle immagini è una questione democratica, decisiva per il significato che vogliamo dare al concetto di “patrimonio culturale”.

di Mariasole Garacci

Il 29 agosto è finalmente entrata in vigore l’attesa legge annuale per il mercato e la concorrenza (n. 124/2017) che, riformulando l’art. 108 del codice dei beni culturali (vedere pp. 225-226), introduce il regime di libera riproduzione con mezzi propri del patrimonio delle biblioteche e degli archivi pubblici italiani (art. 1, c. 171). Come sanno bene coloro che frequentano questi luoghi per motivi di studio e di ricerca, l’uso del mezzo proprio spesso era interdetto e dunque, in questi casi, la riproduzione rimaneva vincolata al monopolio di un concessionario esterno, oppure era subordinata ad autorizzazione e talvolta al pagamento di una tariffa, indipendentemente dal fatto che la riproduzione con smartphone o macchina fotografica non comportasse rischio di danni da manipolazione al documento già concesso in consultazione, né oneri di riproduzione per l’istituzione che lo detiene. E’ ora consentito, con dispositivi digitali a distanza, riprodurre liberamente, cioè gratuitamente e senza richiesta di autorizzazione, il materiale che non sia sottoposto a restrizioni di consultabilità per ragioni di riservatezza ai sensi degli artt. 122-127 del codice, nel rispetto delle norme  

Il realismo del disarmo nucleare

di Mao Valpiana*

Con il Simposio “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” papa Francesco ha dato un contributo importante alla nonviolenza: “Il disarmo non è un’utopia, ma un sano realismo”. Il Movimento Nonviolento, che ha sempre fatto del disarmo unilaterale un obiettivo politico fondamentale, è davvero grato al pontefice per questa sua presa di posizione.

La dottrina cattolica sul tema della pace ha fatto un fondamentale passo in avanti: non solo è da condannare con fermezza la minaccia dell’uso di armi atomiche, ma anche il loro semplice possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano.

Le 15mila testate nucleari presenti nel pianeta sono un pericolo costante, un’ipoteca sul futuro dell’umanità. Gli Stati che possiedono o ospitano bombe atomiche (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA, India, Corea del Nord, Pakistan, Israele, Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia) sono condannati. Se vogliono essere assolti, devono liberarsi dell’armamento atomico.

Ed è questa la richiesta precisa che viene dal Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, approvato dall’Assemblea delle Nazioni Unite, che ora aspetta la ratifica di almeno 50 Stati membri per entrare in vigore.

L’obiettivo politico, liberare l’umanità dall’incubo nucleare, dichiarare illegali le bombe atomiche, è in sostanza stato premiato con il Nobel conferito ad Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons).

Il Premio Nobel  

Dalla Casta al lavoro sociale, (forse) c’è vita per i partiti

di Giacomo Russo Spena

Partendo dalla degenerazione attuale, un libro di Fulvio Lorefice ragiona sull’utilità della forma partito che nel Novecento ha rappresentato l’organizzazione più efficace per le lotte popolari. Ed oggi? I partiti si possono salvare soltanto se riscoprono le pratiche di mutualismo e ricostruiscono un tessuto sociale col Paese. La vecchia Syriza e Podemos sono due modelli interessanti da seguire.

Della lotta alla Casta il M5S ci ha fatto una ragion d’essere. Già prima, i radicali di Marco Pannella si sono battuti contro la “partitocrazia italiana”. Un Sistema di potere. Ad oggi, perché mai un giovane dovrebbe iscriversi ad un partito politico? La loro crisi è tangibile, la degenerazione è lampante. Sono passati, col tempo, dall’essere organizzazioni di massa sancite dalla Costituzione (art 49) a ceti di nominati, persino collusi con establishment e poteri forti. Pensiamo all’inchiesta di Mafia Capitale, a Roma, che ha certificato la connivenza dei partiti, in maniera bipartisan, con “il mondo di sotto” per utilizzare il termine dell’ex Nar Massimo Carminati, ora agli arresti.

Ma – qui bisogna interrogarsi – ha senso riformare i partiti o il problema risiede nella stessa forma partito? Se lo chiede il ricercatore Fulvio Lorefice che recentemente ha scritto per Bordeaux edizioni “Ribellarsi non basta”: un libro che ha il coraggio di andare controcorrente e analizzare il rapporto tra organizzazione e risultati concreti di avanzamento delle classi sociali più deboli, dando un taglio storico alla discussione.

“Il tema della strutturazione  

Fiscal cosa?

di Andrea Baranes

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Nessuno ne parla ma qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte

Alzi la mano chi nelle ultime settimane ha visto anche solo un trafiletto o un qualche servizio televisivo menzionare il Fiscal Compact. In un clima già da campagna elettorale inoltrata, non passa giorno senza leggere di alleanze che si creano e si disfano, di questo o quell’esponente politico che passa da uno schieramento all’altro, di sondaggi e intenzioni di voto. Questo per non parlare delle infinite discussioni intorno alla possibile legge elettorale con la quale dovremmo andare a votare il prossimo anno.

Peccato che qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Se lo scopo principale di un governo è infatti quello di gestire e indirizzare le risorse disponibili per attuare determinate politiche, il futuro sembra verrà deciso altrove.

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Tra le diverse disposizioni, questo trattato prevede l’obbligo di riportare entro 20 anni il rapporto tra debito pubblico e PIL alla fatidica soglia  

Che fare? Ripartiamo dall’economia

di Mario Pianta

Trent’anni di politiche hanno ‘lasciato fare’ al mercato, gonfiato la finanza, trasferito potere e profitti alle imprese. Occorre ora rimettere al primo posto la politica. Un estratto dal volume ‘Indicativo futuro: le cose da fare’, appena uscito per Edizioni Gruppo Abele

Dieci anni fa scoppiava la crisi finanziaria negli Stati Uniti e in Italia l’economia non si è ancora ripresa. Il Prodotto interno lordo (Pil) del paese ristagna, il reddito pro-capite – circa 25 mila euro – è tornato al livello di vent’anni fa, le misure di benessere suggeriscono che siamo tornati ai livelli di trent’anni fa.[1] Questi dati descrivono i valori medi per l’Italia, ma gli effetti della crisi hanno colpito ricchi e poveri in modo opposto. I salari del 10% più povero dei lavoratori dipendenti tra il 1990 e il 2013 hanno perso un terzo del loro valore, quelli del 25% più povero hanno perso il 30%, mentre quelli del 10% meglio pagato sono lievemente cresciuti fino al 2008 e poi sono tornati ai livelli iniziali. Le disuguaglianze sono aumentate a livelli senza precedenti; nel 2010 l’indice di Gini delle disuguaglianze dei redditi di mercato ha superato il livello di 0,50 (era 0,38 nel 1985); quello corretto per tasse, trasferimenti e valore dei servizi pubblici fuori mercato supera lo 0,25 ed è il più alto tra i maggiori paesi europei; l’Istat ha calcolato che nel 2014 (ultimo anno per cui sono disponibili dati effettivi) il 20%  

A pagare la crisi sono i più poveri

di Enzo Valentini, Mauro Gallegati

In Italia, nel 2008, il 10% più ricco della popolazione si accaparrava il 23,8% del reddito, un valore cresciuto fino al 24.4% nel 2014. Al contrario, la quota posseduta dal 20% più povero è passata dal 4.8% al 4.6%

La crisi economica non è finita. È strutturale, e come tale abbisogna di interventi pubblici appropriati per essere superata. Esiste ormai un filone di ricerca che evidenzia come il “blocco” sia costituito dall’espulsione di lavoratori dai settori che negli ultimi decenni hanno visto enormi aumenti di produttività “reale” (cioè, servono sempre meno persone per produrre la stessa quantità di beni). Questi settori possono essere identificati nella manifattura a basso valore aggiunto; i settori che dovrebbero assorbire i lavoratori espulsi sarebbero invece quelli dei servizi ad alto valore aggiunto, che pagano salari più alti e sostengono la domanda aggregata.

Ma c’è qualche dato che conferma che la “crisi non è finita”? In relazione alla nostra interpretazione (fondamentalmente legata all’andamento della domanda aggregata e quindi alla somma di consumi e investimenti), sembrerebbe di sì, almeno per alcuni paesi. Fatto 100 il valore reale della domanda interna nel 2007, il dato più recente dell’Eurostat è pari a 68 per la Grecia, 84 per la Spagna, 86 per il Portogallo, 88 per l’Italia, 96 per l’Olanda, 97 per UK. Solo alcuni paesi mostrano un dato superiore a 100: Francia 101, Germania 105, Svezia 107, Norvegia 111. È molto interessante notare che  

Memoria, storia, vita. Adista, la nuova sinistra dei “gruppi spontanei” e il ‘68….

di Alessandro Santagata

«Il tempo, infatti, voi non l’afferrate né lo trattenete, o riuscite a far sostare quella che è la realtà più veloce di tutte, ma lasciate che se ne vada come cosa superflua e che si possa riavere». Lo scrive Seneca, nel De brevitate vitae. Il tempo trascorre, e con esso perdiamo ogni giorno qualcosa di noi. Ma l’essere umano ha la memoria, per ricordare, elaborare, dare senso a ciò che è e ciò che fa. E ha la storia, che sola è capace di ricostruire quel filo rosso che lega assieme avvenimenti e persone; popoli e classi, culture e civiltà; tempi e luoghi lontani; che racconta di vittorie che parevano inimmaginabili e tragiche sconfitte; che celebra i vincitori ma rende al contempo onore ai vinti che hanno combattuto la giusta battaglia.
Dentro questa Storia, con la S maiuscola, c’è anche la storia, rigorosamente minuscola, di Adista, che quest’anno compie 50 anni e che tanti altri intende ancora compierne. Attraverso questo quinto inserto di quattro pagine e gli altri che seguiranno, sino al fatidico mese di novembre, non vogliamo però celebrare noi stessi, esercizio narcisistico che troppe volte caratterizza il contesto atomizzato ed individualistico del nostro vivere presente. Raccontando Adista vogliamo piuttosto ripercorrere con voi che ci avete accompagnato e sostenuto in questi anni le tappe fondamentali attraverso le quali si è evoluta la società italiana e con essa la coscienza ecclesiale e politica di questo Paese, e  

Il “trumpismo” europeo

di Giovanni Battista Zorzoli

Anche se Trump fosse stato sconfitto, sarebbe rimasto vivo il trumpismo, che si è già diffuso intorno a noi, e ha gravi implicazioni anche per le strategie di contrasto al cambiamento climatico.

“Le emissioni di CO2, in particolare di origine antropica, non sono la causa principale del riscaldamento globale”. È questo il pensiero espresso alla televisione statunitense CNBC il 9 marzo da Scott Pruitt, nuovo capo dell’Agenzia Usa per l’Ambiente EPA.

Un assist all’intenzione di Trump di non rispettare gli impegni assunti dagli USA con l’Accordo di Parigi, senza pagare dazio, trattandosi di obiettivi che possono essere disattesi senza subire sanzioni. Dopo di che sarebbe quasi certo il fallimento del programma Mission Innovation (ricerca e sviluppo di tecnologie per l’energia verde), per il 43% sostenuto dagli Stati Uniti.

Inoltre, l’abbandono dell’Accordo da parte del paese che, con la Cina, ne era stato il principale sponsor, non potrà non avere ricadute negative sul futuro della politica di contrasto al cambiamento climatico varata a Parigi. La Russia è l’unico grande paese a non avere ratificato l’Accordo, e, come hanno ipotizzato alcuni analisti, nelle negoziazioni per un’intesa con Washington Putin potrebbe mettere sul piatto la rinuncia definitiva alla ratifica.

Ma vi è di più. Il programma di Trump prevede un considerevole abbassamento delle tasse e misure protezionistiche per le industrie americane, che dovrebbero rilanciare gli investimenti e gli utili delle imprese. La deregolamentazione del settore finanziario e di quello energetico  

I guelfi e i ghibellini e le colpe del declino

di Carlo Clericetti

Festa grande alla fine del Carnevale. Razzi, scoppi e mortaretti per la clamorosa notizia: il Pil del 2016 è cresciuto non dello 0,8%, secondo le ultime previsioni del governo (dopo varie revisioni al ribasso), ma addirittura dello 0,9%. Un trionfo. E per quest’anno forse si potrebbe persino raggiungere l’1%, un altro decimale in più (ma mica è scontato). Avanti così, e forse tra un’altra decina d’anni riusciremo a tornare dove eravamo prima del 2008, sempre se non arrivano altre crisi. Insomma, un futuro luminoso.

Ma anche sul breve termine il governo non ha tanto da stare allegro. Non tanto per i 3,4 miliardi che la Commissione Ue ci ha imposto di trovare subito come condizione per approvare i conti di quest’anno: quello è solo l’antipasto, perché per il 2018 c’è da coprire un’altra di quelle clausole di salvaguardia che vengono dalle manovre passate, e lì son dolori, perché si tratta di quasi 20 miliardi. Per la precisione – secondo i calcoli di Nens – sono 19,571 miliardi, e per coprirli, se non si provvede altrimenti, aumenterà l’Iva di tre punti – dal 10 al 13 e dal 22 al 25% – diventando la più alta in Europa.

L’aumento dell’Iva è sempre stato paventato come una catastrofe quasi pari a un terremoto o un’inondazione. Certo, non è una bella cosa. Certo, sarebbe un nuovo aumento del prelievo fiscale, per giunta con un’imposta regressiva, cioè che colpisce tutti indistintamente. Certo,