di Paola Soriga
Le loro storie sono la nostra memoria. Le storie dei nostri nonni, che ci hanno raccontato quando magari non avevamo voglia di ascoltare, e che adesso non sappiamo dire quanto ci dispiace non potere più ascoltare. Le storie dei nostri nonni o dei nonni che ci siamo scelti, arrivate con una parola, con un libro, con una canzone. Come quella di Mario Bottazzi, partigiano romano, che sabato scorso, al liceo Avogadro di Roma, è stato contestato da un gruppo di studenti neofascisti, e per questo, proprio perché il tempo non è passato, dopodomani 25 aprile, dopo due anni di manifestazione a Porta San Paolo, i partigiani hanno deciso di tornare a sfilare. Per le strade.
La suggestione di un mondo che non conosco se non attraverso le parole a me l’hanno data, a diciassette anni, i CSI. La scoperta di Beppe Fenoglio nei testi di La terra, la guerra, una questione privata. Della guerra, del fascismo, della Resistenza, sapevo quello che avevo studiato e letto e guardato a scuola e quello che avevo sentito in casa.
Alle elementari le maestre ci mandavano in giro per il paese a intervistare gli anziani che avevano vissuto quegli anni. Erano storie di guerra e di fame, di prepotenza in divisa, libertà e dignità calpestate. Di ragazzi di vent’anni che cercavano di tornarea casa, in Sardegna,e si unirono alle bande partigiane, sui monti e nelle città, con la speranza in …
di Michele Prospero
Non sembra esserci ancora, tra le forze intellettuali e i movimenti della società civile, la piena consapevolezza dei rischi involutivi, davvero spaventosi, che corre la democrazia in Italia. Il comunicato che «Libertà e Giustizia» ha diramato l’altro giorno è un preoccupante segno dei tempi tempestosi che possono travolgere le istituzioni, senza incontrare argini efficaci. Se una delle espressioni più note della cosiddetta società civile riflessiva non trova di meglio che parlare di un «malloppo» da sottrarre ai partiti, naturalmente tutti dipinti come potenziali ladroni, è meglio non immaginare il livello di altre metafore. E dire che, solo qualche settimana fa, l’associazione si era espressa con ben altri termini (e toni) sui problemi della crisi e della riforma della politica. Ora, al posto della pacatezza dell’analisi, affiora una repentina inversione di marcia che suggerisce di adottare uno sbrigativo linguaggio agitatorio. Il cuore del breve documento di «Libertà e giustizia» è infatti racchiuso nel brano seguente. «Tutti i partiti sono diventati delle scatole che valgono solo per la merce che contengono: i soldi dei cittadini». Se così parlano autorevoli giornalisti e fini costituzionalisti, figuriamoci quale linguaggio coverà nel ventre più molle del Paese. Se un’antipolitica così radicale accomuna ceti intellettuali e strati marginali, non c’è da stare molto rilassati su ciò che potrebbe accadere tra breve. Lascia davvero molto riflettere che «Libertà e Giustizia» trovi così naturale accodarsi al conformistico clima distruttivo odierno. È più agevole cavalcare la tigre …
di Corrado Stajano
Quante volte ci siam detti «ci vorrebbe Dario Fo», lui sì saprebbe rappresentare con le sue fabulazioni ridanciane le vergogne, l’ignoranza, la volgarità, il disprezzo per i deboli, l’odio per la cultura e per la storia, il governare fuorilegge di questi anni che ci ha portato sull’orlo del baratro. Il libro che uscirà domani, Il Paese dei misteri buffi, di Dario Fo e Giuseppina Manin (Guanda) sembra esaudire quel desiderio conscio o inconscio. È nato dalle conversazioni tra il Premio Nobel e la giornalista del «Corriere della Sera» che, insieme, dopo aver fatto affiorare alla mente memorie di uomini e cose, fatti e misfatti, hanno creato una traccia di narrazione e l’hanno scritta un po’ uno un po’ l’altra, con un’intesa naturale e fruttifera.
I toni sono lievi e ironici, il riso è naturalmente protagonista. Spesso amaro, la rivolta liberatoria del cittadino dalle mani nude e dalla coscienza limpida. «Terribile e awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire», scrive Leopardi nello Zibaldone.
Berlusconi è il primattore e anche il più autorevole testimone di quel che via via accade nel libro e nella vita. Interpreta ruoli molteplici, tra il comico, il giocoso, il grottesco, la satira, la parodia, la burla, ma è sempre lui, ben distinguibile. È un calderone ribollente, Il Paese dei misteri buffi, in cui si agitano come anime …
di Curzio Maltese
Nella seconda tangentopoli, fra tante analogie con la prima, colpisce il diverso sentimento con cui i media seguono il rosario quotidiano di scandali. Nei giornali, nei salotti televisivi, nei palazzi, ma perfino sui blog, soffia un venticello di perdono, un giustificazionismo impensabile vent´anni fa. Rosi Mauro? Un capro espiatorio, se la prendono con lei perché è donna. Il Renzo Bossi? Povero fesso, certo, ma insomma non si capisce quale sia il reato. La Minetti? Che male c´è se si usa la bellezza per far carriera, così fan tutte. Sia chiaro che nessuno rimpiange le lugubri carnevalate del ‘92, gli sputi e le monetine, la pena di morte per i tangentisti proposta perfino dalle colonne di giornali seri, il tintinnar di manette e lo sventolare del cappio in Parlamento. Tanto meno oggi, di fronte alla misera fine degli ex forcaioli leghisti. Ma disgusta pure questo perdonismo greve e ammiccante, alla “Vacanze di Natale”, sostenuto dalla retorica putrida del «tanto sono tutti uguali e il più pulito c´ha la rogna». Un atteggiamento antico e cinico che ogni tanto spolvera armi un po´ più raffinate e alla moda come la teoria del complotto o la caricatura del politicamente corretto. L´altra sera nel salotto di Vespa, per citare il peggiore ma non l´unico, si è discusso seriamente per due ore se la presente Rosi Mauro non fosse per caso una nuova eroina del femminismo, perseguitata, addirittura mandata al rogo …
di Jürgen Habermas
Nel processo dell’integrazione europea vanno distinti due piani [1]. L’integrazione degli Stati affronta il problema di come ripartire competenze tra l’Unione da un lato e gli Stati membri dall’altro. Questa integrazione riguarda dunque l’ampliamento di potere delle istituzioni europee. Invece l’integrazione dei cittadini riguarda la qualità democratica di questo crescente potere, ossia la misura in cui i cittadini possono partecipare al fine di decidere i problemi dell’Europa. Per la prima volta dall’istituzione del Parlamento europeo, il cosiddetto fiscal compact che si sta varando in queste settimane (per una parte dell’Unione) serve a far crescere l’integrazione statale senza una corrispondente crescita dell’integrazione civica dei cittadini [2].
Certo, il carattere astrattamente tecnocratico caratterizzante ab origine la politica europea rimanda alla sua nascita storica. L’unificazione fu spinta avanti dai governi e non dai popoli: associandosi sul piano economico-giuridico, i cittadini restavano soggetti di diritto privato. Solo a partire dal 1979 si formò un Parlamento europeo dotato di potere legislativo – un Parlamento che nel corso degli ultimi tre decenni ha visto progressivamente aumentare le sue competenze. Da quel momento, sul piano europeo, i cittadini del mercato economico diventano anche cittadini di una Unione politica, e la comunità economica diventa finalmente una vera comunità politica (ancorché in termini nominali assai più che sostanziali). Non diversamente dalla Commissione e dal Consiglio, anche il Parlamento opera su un piano astrattamente tecnico. Infatti, il percorso della legittimazione che va dai cittadini al loro …
di José Ignacio González Faus
IDENTITÀ DELLA SINISTRA
È falsa e inumana la convinzione che ci è stata iniettata che non ci sia “niente da fare”. Di fronte a tale scetticismo postmoderno bisogna proclamare che vi sono sempre cose da fare: non sappiamo che esito avranno, ma sappiamo che possono essere fatte. In molti avvertono che l’indifferenza è oggi il più grave dei nostri crimini e la più ipocrita delle nostre scuse. Stéphane Hessel, militante della resistenza francese, prigioniero a Buchenwald e unico ancora in vita tra i redattori della Dichiarazione dei diritti umani del 1948, argomenta che, se si fosse pensato così, ci troveremmo ancora sotto il nazismo.
“UOMINI DI POCA FEDE”
Nei vangeli, quando Gesù dice «la tua fede ti ha salvato», non si riferisce a una fede di dogmi religiosi, ma alla fede nel fatto che le cose possano cambiare. Questa fede che rivendicava Gesù merita un commento.
Se domandassimo a delle persone cristiane quale sia la parola più di sinistra della Bibbia, probabilmente citerebbero frasi famose, di grande durezza, dei profeti di Israele o della lettera di Giacomo (…). Ebbene, secondo la mia modesta opinione, sono molto più di sinistra, rispetto a queste frasi pur radicali, altre del discorso della montagna che suonano di un’ingenuità tanto poetica quanto impertinente: «Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete… Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure …
di Giovanni Colombo
“Attonito sbigottimento” disse nel settembre scorso il Cardinal Bagnasco, Presidente dei vescovi italiani, di fronte alle ultime convulsioni del governo Berlusconi. “Attonito sbigottimento” vien da ripetere di fronte alle ultime vicende vaticane. L’ inizio di febbraio è stato micidiale. Prima la pubblicazione delle lettere di fuoco scritte dall’ attuale nunzio apostolico negli Stati Uniti, Mons. Carlo Maria Viganò, quand’ era segretario generale del Governatorato (l’ ente che gestisce lo Stato della Città del Vaticano), al Papa e al Cardinal Bertone, contenenti accuse di corruzione negli appalti e di malagestione dei soldi, affidata a banchieri che “fanno di più il loro interesse che i nostri” e che “hanno mandato in fumo in una sola operazione finanziaria nel dicembre 2009 due milioni e mezzo di dollari”. Mons. Viganò si aspettava di diventare Cardinale e presidente del Governatorato e invece è stato mandato in America. La Santa Sede si è difesa con un lungo e dettagliato comunicato: “il Governatorato non è in balìa di forze oscure”. Poi le notizie riguardanti lo Ior, il forziere del Vaticano. Sta proseguendo con il coinvolgimento di 4 preti – l’ inchiesta della Procura di Roma sul trasferimento di 23 milioni, attraverso il Credito Artigiano, alla JP Morgan Frankfurt e alla Banca del Fucino. Secondo i giudici il trasferimento è avvenuto in violazione della normativa antiriciclaggio. Pare inoltre che, a seguito di questa inchiesta, lo Ior abbia deciso di spostare gran parte …
di Susanna Camusso
L’Italia è ormai in recessione, l’Europa non esce dalla stagnazione. Le politiche per la crescita diventano urgenti ed essenziali per riconsegnare ai cittadini europei prospettive accettabili di vita e aspettative positive per le future generazioni. Le politiche per la crescita sono la condizione anche di un riequilibrio stabile dei conti e dei bilanci di ciascuno Stato. Senza crescita le manovre di rientro dal debito non sono credibili e le speculazioni contro l’euro e contro i titoli di Stato di ciascun paese non cessano. Senza crescita, i rating – per quanto discutibili – peggiorano anche nei paesi più forti. Senza crescita europea nemmeno l’economia tedesca può essere solida e duratura. Con un colpevole ritardo di almeno dieci mesi, anche le leadership europee sembrano essersi convinte che la priorità assoluta è la crescita. Crescita del reddito, del lavoro, della domanda.
A questa convinzione ormai esplicita e generale continuano tuttavia a corrispondere decisioni politiche incoerenti, a dimostrazione che la crisi economica e finanziaria ha prodotto anche, nei fatti, una crisi politica e forse culturale nel continente. La governance europea ha ceduto i poteri di intervento in materia di emergenza economica ai singoli Stati membri, nessuno di loro è in grado di far assumere all’Europa le scelte necessarie per salvare l’euro e l’Unione. In questa contraddizione stiamo vivendo da troppo tempo: tra l’insufficienza delle politiche nazionali e l’insostenibile leggerezza delle politiche europee. Oggi viviamo una condizione non prevista dai …
di Carlo Maria Martini
Il tema fondamentale di questa meditazione sarà quello della cosiddetta « passione» di Mosè. A questo proposito terremo presente il rapporto tipologico che il Nuovo Testamento rivela tra Mosè e Gesù: al coinvolgimento di Mosè fino alla sofferenza corrisponde il coinvolgimento di Gesù fino alla morte, nella loro opera profetica; al servo sofferente Mosè corrisponde il servo sofferente Gesù. D’altronde, già sappiamo che Mosè è chiamato il «servo di Jahvé »; e probabilmente i famosi quattro canti del servo di Jahvé nel Deuteroisaia sono stati scritti ispirandosi proprio a Mosè e puntando lo sguardo verso un misterioso personaggio messianico. Abbiamo allora tre figure davanti a noi: il Mosè sofferente, il servo di Jahvé – di cui non potremo parlare a lungo -, infine Gesù di fronte alla sua passione. L’uso di un’espressione latina (propheta traditus) nel titolo di questa meditazione dipende dal fatto che non credo sia possibile trovare in italiano un verbo che, al pari del tradere latino, corrisponda ai tre significati dello stesso verbo greco paradidonai, che il Nuovo Testamento usa in tre accezioni diverse, in riferimento a Gesù. Vediamo un esempio per ciascuno di questi significati. Nel suo discorso presso il portico di Salomone Pietro dice: «Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo Figlio Gesù, che voi avete tradito (paredokate)»(At. 3, 13). Voi, dice Pietro, lo avete consegnato e rinnegato …
di Jolanda Bufalini
Come in gabbia, li vedi seduti dietro le sbarre del balconcino, oppure a misurare i passi nel loro piccolo spazio, gli anziani abitanti dei Progetto C.a.s.e. Qualcuna passeggia nei vialetti polverosi e poi scompare rifugiandosi dietro la porta. Non c’è nessun altro durante il giorno, non ci sono bambini a giocare. C’è il signor Ferdinando Moretti, artigiano termo-idraulico disoccupato, che rientra in casa con una piccola sporta della spesa e il giornale: «Non lavoro perché le ditte edili si portano i loro da fuori, pago il mutuo per una casa distrutta e i contributi per la pensione con l’aiuto dei figli, si è capovolto il mondo».
La solitudine afferra il cuore mentre cammini nel comprensorio di Bazzano, la signora Maria si affaccia in pigiama, ha messo una pianta a proteggere il suo piccolo spazio esterno. Parla volentieri per rompere la monotonia della sua doppia prigionia, il marito Pasquale è tetraplegico spastico a seguito di un incidente in bicicletta: «Avevo chiesto un alloggio a Coppito, vicino all’ospedale. La signorina mi rispose che se mi serviva la casa dovevo firmare, altrimenti rinunciare. Che potevo fare? Ma è stata durissima, l’ambulanza non arrivava fino alla porta e mio marito andava trasportato in lettiga, si è preso la polmonite». Ora Maria ha avuto la notizia che la sua casa sarà abbattuta: «ci vorrà tempo, non so se riuscirò a vederla ricostruita». Le …
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