di Marco Panara
Non più soldi nè più Stato ma uno Stato migliore. Più beni comuni meno dipendenza.Meno lamentele più responsabilità. Di soldi in sessant’anni il Sud ne ha assorbiti molti, ma il divario con il Centro-Nord non è stato colmato.Secondo Carlo Borgomeo le ragioni di questo costosissimo insuccesso sono state essenzialmente quattro: l’obiettivo, portare il pil del Sud al livello di quello del Nord; il processo decisionale, centralizzato; gli strumenti, trasferimenti di risorse e costruzione di grandi impianti, le famose cattedrali nel deserto; il criterio, quantitativo, secondo il quale il successosi misurava sulla quantità di soldi trasferiti o spesi per il Sud. Ma per lo sviluppo, che pure ha bisogno di denaro, il denaro non basta.
Bisogna costruire le premesse, la prima delle quali è che “i cittadini di uno stesso Paese hanno diritti e doveri uguali rispetto allo Stato”, a cominciare da giustizia, sicurezza, scuola, sanità. Lo Stato al Sud non ha la stessa qualità che ha al Nord, ed è quello il primo divario da colmare. Il resto ce lo devono mettere i “meridionali”, assumendosi la responsabilità del loro futuro. Se ci sono i soldi ben vengano. A condizione che accompagnino processi di sviluppo sostenibili e non li sostituiscano. La ricetta è difficile. Ma è l’unica.
Carlo Borgomeo, L’equivoco del Sud, Laterza, 2013
(“La Repubblica”, 2 giugno 2013, “Rcult”)
di Giovanni Bianco
La morte di Andreotti non poteva passare in silenzio. Questo importante esponente della vecchia d.c. ha rappresentato soprattutto l’anima più torbida e misteriosa della prima Repubblica e del suo partito e ciò a prescindere da eventuali suoi meriti politici.
E’ stato detto che sarà la storia a giudicarlo.E’ indiscutibile. Tuttavia la “storia siamo noi”, soprattutto in questo caso, nel senso che le sue vicende, i suoi torbidi legami, l’essere stato il politico di riferimento di parte consistente del “sommerso della Repubblica”, cioè di quella piovra tentacolare che includeva la mafia, i servizi segreti deviati,la p2, gladio, la finanza vaticana e lo Ior ecc., ovverosia il “substrato” del sistema di potere che ha retto le sorti del Paese per quasi mezzo secolo, ci riguarda da vicino e non può non spingerci ad analizzare e riflettere criticamente. Affermare questo non significa compiere un esercizio di “dietrologia”, ma vuol dire avere il coraggio di pensare con autonomia di giudizio e senso critico ed al di fuori di certo giustificazionismo melenso che suona stonato e che prescinde dalla storia reale.
Il Divo Giulio ha incarnato l’anima più cruda e sgradevole del potere democristiano e l’ala più conservatrice e clericale del suo partito, pur dovendo riconoscergli indubbie e notevoli capacità politiche e di mediazione. Quindi l’indentificarlo con tutta la d.c. mi sembra riduttivo, schematico e fuorviante, perchè questa criticabile forza politica comprendeva diverse componenti, tra loro spesso non omogenee ed …
di Ilaria Casillo
Il Movimento Cinque Stelle prefigura una comunità che non è riconducibile alle forme della politica tradizionale. È fondata sulla partecipazione diretta, stretta in una rete che collega, ma anche intrappola Il M5S ci ha messi di fronte a un’inedita geografia elettorale, fatta di rete e di reti, più che di fortini rossi e neri. Esso esprime perfettamente questa riconfigurazione dello spazio politico italiano, non solo per il suo ricorso a Internet come quadro e dispositivo organizzativo, ma perché propone un passaggio da un regime all’altro: dal territorio alla rete, dall’alto al basso, dall’“uno per tutti” all’“uno vale uno”.
Di fronte a tutto questo, la reazione dominante è stata inizialmente quella della sottovalutazione focalizzandosi spesso sull’elemento meno indicativo, come dimostra l’esempio dell’accusa di populismo, l’argomento più frequentemente usato nell’analisi del M5S. Si è parlato di populismo democratico, di populismo di sinistra, ecologico, postmoderno, di web-populism.
E se dietro l’albero di quello che si definisce populismo si nascondesse in realtà una foresta del tutto diversa? Per cercare di capirlo si potrebbe forse partire non da un giudizio denigratorio del M5S e del suo leader, ma piuttosto da una domanda che chiunque dovrebbe porsi per decidere a chi dare il proprio voto. Un elettore, infatti, decide non solo in base a un programma e agli strumenti messi in atto per realizzarlo, ma anche in base a una più generale visione del mondo …
di Piero Calamandrei
L’art.34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, …

di Simonetta Fiori
C’è un filo rosso che collega registi e scrittori apparentemente distanti come Bellocchio e Saviano, Tarantino e Tabucchi, Amelio ed Eco. Un fil rouge che Caterina Selvaggi, studiosa di letteratura e cinema con uno sguardo attento alla psicoanalisi, individua nella “relazione postmoderna”. Con questa formula l’autrice indica un’interazione tra le persona caratterizzata dal dominio, e dunque da subordinazione, favorita dalla società globale che spinge la condizione umana sotto l’influenza smisurata di entità incontrollabili.
Un meccanismo di dominio, sintetizzabile nella massima di Nietzsche “la regione del più forte è sempre la migliore”, che il grande cinema italiano e la migliore letteratura degli ultimi anni si sono impegnati a disvelare, dal crimine di Gomorra alla frantumazione pulp di Tarantino, dalla metafora del potere nel Cimitero di Praga al gioco manipolatorio lumeggiato da Tabucchi, Ed è proprio nell’indagine di queste relazioni pericolose tra dominanti e dominati – è la tesi dei saggi qui raccolti – che si cementa il nesso tra cinema e letteratura, nel reciproco rispecchiamento.
La relazione postmoderna di Caterina Selvaggi,Franco Angeli editore, pagg.158
(“La domenica di Repubblica”, n.407 del 2012, “Rcult”)
di Giovanni Bianco
La giornata della memoria dovrebbe essere una data ampiamente condivisa. In essa dovrebbero celebrarsi valori che appartengono indiscutibilmente ad una comunità, che ne costituiscono il necessario sostrato etico, quali la democrazia, la pace, l’eguaglianza e ricordare l’olocausto, i campi di sterminio, la “soluzione finale”,la barbarie nazifascista, la “Rassentheorie” e la “Rassenlehre”.
Anche oggi, in un giorno in cui sarebbe necessario far prevalere le ragioni che uniscono, Silvio B. non ha perso l’occasione, ha continuato ad esternare come gli riesce bene, finendo appunto con il non rispettare valori condivisi. Non c’è altra spiegazione al suo cercare pregi nelle scelte politiche del dittatore del ventennio littorio, non accennando neppure, con malafede ed approssimazione, ai crimini, alle persecuzioni, al tribunale speciale, alle inutili guerre portatrici di stragi e distruzioni, alle nefandezze compiute nelle operazioni belliche coloniali, all’omicidio Matteotti ed alla prigionia di Gramsci, all’esilio di spiriti “liberi e forti” quali don Sturzo e Salvemini.
Insomma, è l’ennesima prova, ammesso che fosse necessaria, che l’antifascismo come “nobilissima aspirazione ideale” ed “indirizzo di vita”, per riprendere parole di Aldo Moro, non è più un fattore che produce prevalentemente unità popolare ma purtroppo anche diatribe e divisioni.
L’antifascismo è uno dei valori ispiratori dell’intero testo costituzionale e non merita di essere svilito da un cinico mercante della politica sprovvisto di senso dello Stato, entrato nella vita pubblica soltanto per difendere il suo “particulare” e la sua “corte dei miracoli”, i suoi traffici misteriosi.
Alle incredibili dichiarazioni di stamane si deve rispondere …
di Michele Prospero
La conferenza stampa di fine anno di Mario Monti riconduce d’un tratto alle consuetudini linguistiche della prima repubblica. Il suo pacato discorso presenta infatti delle studiate zone di opacità che sollecitano un arduo lavoro di decodifica per poterne af ferrare il senso. Le parole del premier, ad un rudimentale setaccio ermeneutico, possono essere lette al tempo stesso come un ritiro da ogni ruolo partigiano ma anche come un impegno diretto nell’agone politico. Con il suo linguaggio «polisemico» che nasconde e al tempo stesso disvela, Monti ha cercato di proteggere l’immagine super partes che non può permettersi di tradire il patto originario con i custodi della costituzione e con i partiti che più hanno sostenuto il governo. E però, nella formale aderenza al ruolo istituzionale neutrale, egli ha compiuto un passo ben visibile nell’arena politica con l’ambizione della leadership. Lo ha fatto preoccupandosi però di dissipare la sensazione di una riedizione di un novello partito personale. Con la creazione di una lista personale Monti avrebbe spinto a riscrivere la storia istituzionale della fase che ha visto la caduta di Berlusconi e la genesi di un governo tecnico.
Escogitata come una tregua per consentire ai partiti di riorganizzarsi, l’esperienza non poteva inopinatamente tramutarsi in uno spregiudicato sfruttamento del plusvalore politico associato alla premiership per tentare il colpo grosso di un nuovo cartello personale che rivendica la proroga del potere. Con la sua agenda programmatica, Monti …
di Giovanni Bianco
Mario Monti è sceso in campo. Con supponenza, formalismo, qualche formula scontata, sviste, alcune buone idee (soprattutto di centro).
Propone dal suo punto di vista e con rigore manicheo la distinzione trita e ritrita tra populisti e riformisti, tra non europeisti ed europeisti, tra “cattivi” e “buoni”. Chi sono i populisti? A destra, e sul punto si concorda, il Signor B. e la lega, a sinistra, ed al riguardo si dissente (almeno in linea di massima), i settori più socialdemocratici del Pd, i vendoliani e gli ingroiani.
Quindi Monti si è definito un “riformista”, escludendo categoricamente che lo siano quelle forze politiche e sociali distanti dal suo programma. Tuttavia l’autodefinizione (sia pure soltanto politica) in questo caso, come in altri, è errata e poco aderente alla realtà effettuale delle cose.
Anzitutto l’humus politico-sociale e culturale. La lista presentata da Monti è indiscutibilmente espressione di poteri forti e lobbies confindustriali che di riformista (almeno nell’accezione progressista del sostantivo) hanno molto poco; anzi in essi sono anche presenti le sembianze del conservatorismo aggressivo e dell’egoismo di classe perchè poco propensi ad accettare un’idea solida ed estesa di democrazia sociale. Il riformismo di Monti (ammesso che sia corretta questa definizione) ha il respiro corto del monetarismo e dell’economicismo, del dominio dell’alta finanza e dei suoi potentati sulla società pluralista e sul mondo del lavoro.
In esso o non esiste o sussiste in forma blanda e smorzata la politica come partecipazione, contrasto, dialettica tra forze eterogenee (e talora …
di Giovanni Bianco
Al centro c’è un grande affollamento. Ci sono exneofascisti e banchieri, ex democristiani, il prof.Monti che propina pillole di buonsenso, exdemocratici ed exsocialisti, cinici uomini d’affari. Stento a capire cosa c’entrano le Acli e la Comunità di S’Egidio con Monti, il neoliberismo ed il principio del pareggio del bilancio, nè mi spiego la “saggia” benedizione fornita da “L’osservatore romano” all’ “agenda Monti”.
Perchè questo tentativo di ricollocare i cattolici al centro? Non si tratta a ben vedere del maldestro sforzo di settori moderati o conservatori del cattolicesimo di rispolverare il mai abbandonato sogno di rifondare la Dc, magari spostata più a destra, esauritasi la spinta propulsiva del disastroso Signor B.? Non è, peraltro, estremamente contradditorio cercare di conciliare spezzoni del miglior cattolicesimo sociale con i poteri forti, i “padroni del vapore”, l’alta borghesia rampante e certe vecchie volpi della politica?
A così discutibili fenomeni necessita fornire una risposta da sinistra (o almeno da centrosinistra) coerente e critica verso il montismo e la dottrina economica che lo sorregge. Questo può accadere soltanto riscoprendo un ruolo “alto” e “costruttivo” della politica, cioè pure strategico. Non serve dunque il sostegno alla politica che intende limitarsi a “governare i processi”, bensì a quella che mira soprattutto a correggerne le diseguaglianze, cioè le distorsioni e le anomalie dello sviluppo economico neocapitalistico, ampliando gli spazi di partecipazione e di democrazia, insomma “il controllo delle masse sugli apparati”. Siffatta è la sfida a cui non …
 di Giovanni Colombo
Un grande dito indicatore Memini, oh sì che mi ricordo. Erano gli anni del post concilio, Dio non parlava più in latino e io respiravo a pieni polmoni. Il Vangelo, ai miei occhi di adolescente in fervore, appariva dinamite, non oppio. Nelle pagine della Bibbia trovavo un Dio che esalta la dignità dell’uomo, poiché “l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”(Salmo 8). Nei libri di don Milani e nelle poesie di padre Turoldo capivo che la speranza dell’aldilà non allontana dal mondo, anzi dà motivazioni forti per i fronti di lotta, le convergenze etiche, le battaglie per l’alleggerimento della terra. Mi sentivo parte di un popolo, non di una struttura ecclesiastico – religiosa. Nei nostri incontri parlavamo di rispetto della libertà religiosa, dei semi di verità presenti nelle religioni non cristiane, di dialogo con gli atei.. Nelle discussioni accese con i non credenti facevo riferimento alla vita dei primi cristiani: pescatori, gente ordinaria, sempre braccati dalle grandi istituzioni religiose e politiche. E ancora di più mi piaceva citare un libretto dell’età appena posteriore agli Apostoli che contiene una lettera di autore ignoto a uno non meno sconosciuto Diogneto: “Abitando nelle città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e uniformandosi alle usanze locali per quanto concerne l’abbigliamento, il vitto e il resto della vita quotidiana, i cristiani mostrano il carattere mirabile e paradossale del loro modo …
|
|
|