Ecco perchè il cristiano deve essere pluralista

Ravennadi Paul Knitter

LA SFIDA DEL DIALOGO: FEDELTÀ E APERTURA

(…). Il vero dialogo interreligioso non è facile. Può diventare persino pericoloso. Se intendiamo il dialogo come qualcosa di più di una semplice banale chiacchierata in cui parliamo soprattutto per essere gentili con gli altri e di più di un semplice scambio di informazioni perché ci si possa intendere meglio, se il dialogo è una vera conversazione in cui ciascuna delle parti cerca di persuadere l’altra della verità e del valore di ciò in cui crede e in cui allo stesso tempo è pronta ad essere persuasa da ciò che l’altra considera certo e valido, allora questo dialogo presenterà esigenze tanto difficili quanto rischiose. Il dialogo è un movimento complesso di “tanto-quanto”: tanto parlare quanto ascoltare, tanto insegnare quanto apprendere, tanto avere le idee chiare quanto mettere in discussione, tanto mostrare fermezza quanto rivelare flessibilità.

Tutti questi binomi possono essere riassunti nella polarità di impegno e apertura. In un vero dialogo religioso (in realtà, in qualunque conversazione in cui le persone esprimono punti di vista distinti), si deve essere saldi in ciò in cui si crede, convinti del fatto che ciò che è stato certo e buono per uno possa esserlo per altri: ciò permette che si abbia qualcosa con cui contribuire al dialogo. E tuttavia, se la conversazione è a doppio senso, se è garantita “uguaglianza di diritti” a tutti i partecipanti al dialogo, allora si deve anche essere aperti ad  

Elsa, un sortilegio salvò il romanzo

Riccio letterato in discesadi Giorgio Montefoschi

Cento anni fa, nel 1912, nasceva Elsa Morante. È probabile, e auspicabile, che nei prossimi mesi convegni, incontri, letture ricordino e rendano l’onore dovuto a una scrittrice che, insieme a Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è ai vertici della narrativa italiana del Novecento. Intanto – dopo oltre sessanta anni, poiché uscì nel 1948 e subito vinse il Premio Viareggio (erano altri tempi) – rileggiamo il romanzo del suo strepitoso esordio: Menzogna e sortilegio.

Menzogna e sortilegio segnò un esordio strepitoso non tanto per la giovane età dell’autrice (trentasei anni alla pubblicazione delle settecento pagine fittissime), dal momento che precedenti illustri della letteratura inglese, quali Jane Austen o Emily Brontë, svelano come non sia insolito che il genio della scrittura fiorisca così precocemente e in tale profondità nell’animo femminile, quanto per il felicissimo incontro fra una scrittrice dotata di tutti i talenti possibili e il romanzo tradizionale di stampo ottocentesco. Qualcuno, di lì a non molto, avrebbe decretato che il romanzo tradizionale, il romanzo-romanzo, era o sarebbe finito: una sciocchezza, perché il romanzo si trasforma, certamente, ma è destinato a non finire mai. In ogni caso: a far da sentinella, era apparso Menzogna e sortilegio , (poi sarebbero venuti L’isola di Arturo e La Storia) che del romanzo-romanzo aveva tutti i crismi e, giocando d’anticipo, smentiva – con la sua ricchezza tematica, la forza e l’imponenza dei suoi personaggi, l’intreccio, l’ambiente e  

La zona grigia

di Claudio Tito

L´Italia si era quasi abituata ad assistere a indecorosi teatrini in cui la difesa d´ufficio di questo o quel ministro, di questo o quel sottosegretario coinvolto in penosi affari giudiziari si trasformava in offesa alla magistratura e al buon senso dei cittadini. Se il cambio di passo di Mario Monti è sembrato subito marcato rispetto al suo predecessore sul terreno dell´azione di governo e – per così dire – dei costumi politici, in una certa misura anche la soluzione imposta per risolvere la grana Malinconico ha confermato la novità.
Il presidente del Consiglio ha chiesto e di fatto preteso nel giro di pochissimi giorni le dimissioni di un membro del governo implicato in una vicenda dai profili decisamente oscuri. Una scelta che costituisce una cesura rispetto al recente passato. Un orientamento che attesta una piccola rivoluzione nei comportamenti politici e istituzionali. Monti si è reso conto che un uomo su cui pende il sospetto – anche in assenza di un formale carico giudiziario – di aver ricevuto regalie da chi concorre nell´aggiudicazione di appalti pubblici, non può rimanere alla presidenza del Consiglio. Lo ha fatto rapidamente consapevole del fatto che la sua “squadra” si è presentata in Parlamento e al Paese sotto le insegne della sobrietà e della trasparenza. Evidentemente il presidente del Consiglio si è accorto che quell´ombra era così pesante da penalizzare l´intera attività del suo governo. L´avrebbe resa meno legittimata davanti alla composita e multiforme maggioranza. Soprattutto sarebbe stato meno credibile davanti  

L’indignazione degli onesti nel Paese dei corrotti

Anche a quei tempi...di Giorgio Bocca

Due Italie separate e non comunicanti. L´Italia delle caste e delle cricche e quella che si guadagna onestamente la vita. Lontane l´una dall’altra anni luce, nel modo di vivere, di pensare, nei modelli di morale e di estetica. Come sia possibile la loro convivenza senza una dura resa dei conti resta un mistero. Forse è l´istinto di sopravvivenza, lo stare comunque sulla stessa barca, nello stesso mare infido.
Ogni mattina giornali, radio e televisioni informano gli italiani onesti, rispettosi delle leggi, attenti alla morale corrente e al giudizio del prossimo che nell´altra Italia centinaia, migliaia di concittadini hanno sfidato la prigione, il disonore, i carabinieri e i poliziotti per arricchirsi a mezzo della politica e ai danni dello Stato, e lo hanno fatto senza provare vergogna o rimorso, anzi con il compiacimento di chi si sente parte della classe ladrona che finge di essere classe dirigente. Il paese Italia vive in stato di schizofrenia, anche se i mezzi di informazione si affannano ogni mattina a informare gli onesti che i loro vicini di casa appena possono rubano o malversano.
La coesistenza delle due Italie è permessa dalla naturale ritrosia degli onesti a frequentare i ladri, una scelta spesso a fiuto, a istinto, e viceversa la diffidenza e più ancora il fastidio dei ladri per le persone oneste. Fatto sta che spesso accade che un onesto alla notizia di una nuova ennesima retata  

Il cielo sceso in terra, le radici medievali dell’Europa

(almost twin) towersdi Jacques Le Goff

Lo storico franco-italiano Jean-Claude Maire-Vigueur, che insegna storia medievale all’Università Roma III, ha appena ricevuto al Musée Cluny, il museo del Medioevo a Parigi, il premio della Dame à la Licorne, che evoca uno dei più begli arazzi del XV secolo conservati in questo museo, quello appunto della Dama con l’Unicorno. Il riconoscimento è stato assegnato per un libro pubblicato in francese l’anno scorso che ci racconta una Roma diversa. Lo dice già il titolo: L’autre Rome. Une histoire des Romains à l’époque communale (XIIe-XIVe siècles) è uscito per le edizioni Tallendier, adesso la traduzione italiana è stata pubblicata da Einaudi (L’altra Roma. Una storia dei romani all’epoca dei Comuni, XII-XIV secolo).

Quest’opera importantissima mostra, con criteri scientifici, il volto e la storia di un’altra Roma medievale, rispetto a quelli di una città fin qui considerata essenzialmente come luogo di confronto fra i due principali poteri della Cristianità: il papa e l’imperatore. In questa visione tradizionale (condivisa non soltanto dagli storici del Medioevo, ma anche da buona parte degli stessi romani) di una Roma che nel Medioevo non sarebbe stata altro che un ammasso di rovine, offrendo un’immagine agli antipodi di quella della Roma antica in tutto il suo splendore, da qualche tempo alcuni medievalisti hanno fatto rinascere un’altra Roma medievale, che sarebbe stata essenzialmente una Roma comunale, dal 1143, data storica e fondamentale della creazione del Comune, fino al 1398; e questa Roma sarebbe  

Il Papa della Pace

Giovanni Paolo IIdi Giovanni Giudici*

E’ il papa della Pace. Colui che ha definito la guerra “avventura senza ritorno”.
Nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo condotta dagli Stati Uniti contro l’Iraq, Giovanni Paolo II prese posizione contro la legittimazione religiosa della guerra dicendo che è assurda una guerra condotta in nome di Dio, e nel 1995 arriverà a dire che anche la Crociata Medioevale per la difesa dei luoghi santi resta un fatto dissonante col Vangelo.
Ma facciamo un passo indietro. Giovanni Paolo II, a partire dal primo incontro delle religioni ad Assisi del 1986, manifesta la volontà di togliere ogni legittimità a guerre di religione e scontri di civiltà. La novità dirompente per cui ricordiamo oggi con gratitudine Giovanni Paolo II è contenuta nel messaggio per la Giornata Mondiale del Primo gennaio 2002, apice teologico del suo pensiero sulla pace. È un messaggio che giunse all’indomani della data spartiacque dell’11 settembre, che ha provocato un ripensamento della stessa concezione del termine guerra e che ha, in un colpo solo, messo in discussione le tradizionali vie di composizione diplomatica o istituzionalizzata delle crisi internazionali. Ebbene, in quel documento, Giovanni Paolo II si spinse ben oltre la convinzione che opera della giustizia è la pace. Egli, non solo ha ribadito che quando la giustizia è violata e ferita deve essere ristabilita, affinché possa farsi strada la pace, ma ha altresì affermato che “nella giustizia da cui dipende  

Che faccia tosta il Paese abusivo

Poca gente in giro...di Lorenzo Mondo

A remare contro il governo Monti ci si mette, nel suo piccolo, anche Bacoli, la città che sorge sul litorale flegreo. Qui non è questione di rifiuti ma di un altrettanto maleodorante abusivismo edilizio. A Bacoli è scoppiata una rivolta, non per dire basta allo scempio, ma per impedire la demolizione di due case costruite in violazione del vincolo paesaggistico. Si trattava, pensate, di eseguire una sentenza della magistratura emessa nel 2008. Ci sono stati scontri violenti con la polizia che voleva aprire il passo alle ruspe, alcuni feriti, macchine distrutte, fino a quando il prefetto ha rinviato il provvedimento al 10 gennaio, sperando di stemperarne l’impatto dopo le Feste.

Se ne sono viste di tutti i colori. Uno dei proprietari ha minacciato di darsi fuoco, salvo traccheggiare poi con la polizia chiedendo di provvedere lui stesso, se costretto, a una meno costosa demolizione. Dio mi guardi dal non compatire le disgrazie altrui, ma trovo crudele esibire una figlia disabile per alimentare la protesta. Le infermità meritano una solidale attenzione ma non valgono di per sé a redimere un indebito possesso. E lasciamo stare l’altarino con la statuetta del Sacro Cuore davanti al quale radunarsi in preghiera. Un abuso anche nei confronti di Gesù Cristo, in un fumo di superstizione se non di camorra.

Il Consiglio comunale aveva emesso nei giorni scorsi un comunicato che brillava per la sua ipocrisia venata di comicità. Prometteva  

Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua

di Paolo Di Stefano

«Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto…». Così Luigi Settembrini ricordava quanto conti la lingua nell’identità e nella coesione di un popolo. Purtroppo, se oggi si dovesse giudicare dal livello di padronanza dell’italiano il grado di attaccamento alla nazione, saremmo davvero messi molto male. La salute della nostra lingua, infatti, sembra piuttosto allarmante, almeno a giudicare dai dati che Tullio De Mauro ha illustrato ieri a Firenze, durante un convegno del Consiglio regionale toscano intitolato «Leggere e sapere: la scuola degli Italiani».

Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Basterebbero queste due percentuali per far scattare l’emergenza sociale. Perché di vera emergenza sociale si tratta, visto che il dominio della propria (sottolineato propria) lingua è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell’individuo e della collettività.

Fu lo stesso Tullio De Mauro quasi cinquant’anni fa, in un libro diventato un classico, “Storia linguistica dell’Italia unita”, a segnalare il contributo non solo della scuola ma  

Il flusso di coscienza nell’età di Montaigne

ghost of montaignedi Giuseppe Galasso

Non è proprio una biografia quella di Sarah Bakewell, Montaigne. L’arte di vivere (Campo dei Fiori, pp. 442, € 19). Sono ventidue tentativi di rispondere alla domanda essenziale di Montaigne: come vivere? Ne dovrebbe venir fuori, con la personalità, anche la biografia; e così è. Ma quale Montaigne poi ne emerge?

La Bakewell lo ritiene il primo caso di auscultazione del «flusso di coscienza», ma se ne può dubitare. Il cammino errabondo nel proprio io è antico in Europa. Marco Aurelio e Agostino ne diedero prove eminenti; e così, due secoli prima di Montaigne, il Petrarca, sul tema di un amore esclusivista, in quel diario poetico che è il suo Canzoniere. Quanto alla tecnica di scrittura, l’Ariosto aveva da poco dato nell’Orlando un ricco esempio del saltare dall’uno all’altro dei propri temi, senza curarsi di alcuna logica. Ed erano, tutti, autori noti al Montaigne.

Un’uguale riserva ci pare da farsi per i dubbi e per le sospensioni di giudizio e le incertezze su significati e valori, da lui profusi nei suoi scritti. Se ne può fare un cardine del suo spirito? È un reale pensiero del dubbio o solo una movenza letteraria? O una scelta morale, oltre che retorica, più che un’espressione di effettiva incertezza interiore?

In realtà, cercare in Montaigne una «filosofia» è fuorviante. Molto meglio è ritrovare in lui innanzitutto la letteratura: il che non vuol dire un vuoto di pensiero. Tutt’altro! Certo è  

Al di sopra della legge, il bene della persona. Una professione di fedeltà a Dio e al mondo

io resisto...I resist...di Claudia Fanti

Cos’è l’essere umano, rispetto ai suoi simili? Un nemico, un lupo, come riteneva Plauto e dopo di lui Hobbes? Oppure un dio, come invece sosteneva Cecilio Stazio e, sulla sua scia, Ludwig Feuerbach? Ha ragione il biologo Richard Dawkins, l’autore de Il gene egoista, secondo cui non siamo altro che «robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni», oppure lo psicologo evoluzionista Michael Tomasello, per il quale invece siamo «altruisti nati»? Il teologo Vito Mancuso opta però per un’altra risposta ancora, per quanto suoni oggi, ammette, piuttosto illusoria, se non buonista: l’essere umano, per i suoi simili, è, semplicemente, «un fratello», un fratello con cui capita assai spesso anche di litigare, ma a cui si è comunque uniti da «qualcosa di più grande». Parte da qui la riflessione condotta da Mancuso attorno al suo libro “Io e Dio” (Garzanti, pp. 488, euro 18,60) e a quello di Alberto Maggi “Versetti pericolosi” (Fazi, pp. 190, euro 16, v. documento successivo), presentati congiuntamente lo scorso 16 ottobre nel convento dei serviti a Montefano, alla presenza di circa 400 persone.
Due libri uniti, ha sottolineato Mancuso, dalla medesima concezione riguardo al senso dell’essere cristiani, individuando entrambi gli autori «l’assoluto della vita» non nella fede ma nella vita stessa, e dunque interpretando la prima in funzione della seconda. Così da tenere insieme, come scrive Mancuso nel suo libro, quello che oggi «non  

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