Figure dell’altro: fratello, vicino, straniero, nemico

di Sergio Benvenuto

Dal 4 al 9 aprile si terrà a Genova la nuova edizione della Genoa School of Humanities, dedicata all’indagine delle diverse forme di manifestazione dell’altro. Anticipiamo, per gentile concessione dell’autore e degli organizzatori, la relazione dello psicanalista Sergio Benvenuto.

1.

Sono sicuro che gli organizzatori sapessero bene che le varie figure dell’altro o dell’Altro di solito tendono a convergere sulla stessa persona. Il fratello o sorella è il primo dei nostri vicini, ma a un certo punto della vita può essere lo straniero o la straniera, e talvolta un nemico o una nemica. All’inverso, possiamo finire col renderci conto che il nostro acerrimo nemico non era altri che… nostro fratello.

Ora, dall’amico fraterno al nemico più acerrimo si dipana tutta una serie di vicinanze e lontananze che, almeno nella cultura occidentale, mi sembrano catalizzate da un significante assillante: il sangue.

Diciamo che il fratello e la sorella sono persone del mio stesso sangue; il vicino o amico è quello con cui posso mescolare il mio sangue; lo straniero è quello che ha un sangue diverso dal mio; il nemico è sanguinario, occorre quindi versare il suo sangue. In quanto sangue altro, il sangue del nemico è impuro. Si ricordi la Marsigliese:

« …qu’un sang impur abreuve nos sillons »,

« che un sangue impuro abbevera i nostri solchi ».

Cosa vuol dire che il sangue impuro – quello degli invasori, dei nemici della Francia – abbevera i solchi?  

Discours de réception de M. Alain Finkielkraut

M. Alain Finkielkraut, ayant été élu à l’Académie française à la place laissée vacante par la mort de M. Félicien Marceau, y est venu prendre séance le jeudi 28 janvier 2016, et a prononcé le discours suivant :

Mesdames, Messieurs de l’Académie,

En manière de préface au récit débridé que lui a inspiré le tableau d’Henri Rousseau La Carriole du père Juniet, Félicien Marceau relate le dialogue suivant :

– La carriole du père Bztornski ? dit le directeur de la galerie. Qu’est-ce que ça veut dire ?

– C’est le titre de mon tableau, rétorqua le douanier Rousseau.

Le directeur plissa son nez, qu’il avait fort grand, et agita son index, qu’il avait fort long.

– Mon pauvre ami, avec ce titre-là, vous ne le vendrez jamais, votre tableau.

– Tiens ! Pourquoi ? dit Rousseau qui, de son passage dans l’administration de l’octroi, avait gardé le goût d’aller au fond des choses.

– Bztornski ! reprit le directeur avec force. C’est un nom à éternuer, ça. Mon cher monsieur, retenez bien ceci : un client qui éternue, c’est un client qui n’achète pas.

Et, rêveusement, il énonça :

– Ce doit être une loi de la nature.

– Alors, qu’est-ce qu’on fait ? dit Rousseau.

– Mettez Juniet et n’en parlons plus, dit le directeur. C’est le nom d’un de mes cousins. Un négociant. Très honorablement connu dans tout le Gâtinais, ajouta-t-il après un temps et sans doute pour  

La Grecia e il fallimento europeo. Parte prima: breve storia della crisi greca

di Andrea Zhok

Parte prima: Breve storia della crisi greca

Il recente precipitare degli eventi in Grecia ha messo in luce tanto la fragilità politica delle relazioni interne all’Unione Europea quanto l’ambiguità dei patti che vincolano gli stati membri. Sui media, italiani ma non solo, si sono succedute letture degli eventi marcatamente divergenti, spesso ideologiche, e ancor più spesso penosamente disinformate.

Scopo di questo breve scritto sarà perciò, in una prima parte, di fornire un resoconto il più sobrio possibile, del quadro storico della crisi greca, rinviando ad una seconda parte un commento politico più comprensivo. Nel prosieguo, per ragioni di leggibilità non sono state introdotte note o riferimenti bibliografici, ma tutti i dati riportati sono tratti o da fonti ufficiali (Eurostat, FMI reports, ecc.) oppure, occasionalmente, da resoconti della stampa economica specializzata. Su alcuni dati vi sono piccoli scostamenti a seconda delle fonti, ma esse non toccano la sostanza. Pur sapendo che non è mai possibile separare completamente fatti ed interpretazioni, nella prima parte il mio intento sarà di limitare al massimo i commenti, lasciando innanzitutto al lettore la possibilità di acquisire un quadro sinottico della situazione.

1. Gli esordi della crisi greca

Il 20 ottobre 2009, il ministro delle finanze Gyorgos Papaconstantinou, ministro del partito socialista (Pasok) appena tornato al governo, rivela pubblicamente che il rapporto Deficit/Pil per l’anno in corso, non oscillava intorno al 3%, come atteso, ma intorno al 12,5%. Un’ulteriore rendicontazione porterà il  

Metti in scena il tempo interiore

di Leonetta Bentivoglio

Nessuna paura s’interpone Tra un atto e l’altro: un’ostinata continuità narrativa distingue sia la recita bucolica che dà il soggetto al plot, sia la prosa del romanzo di Virginia Wolff che ne racconta l’attuazione.
Rispetto al palcoscenico, qui si focalizza di più, con ironia, ciò che accade nel pubblico. Tutto mira a suggerirci un’idea di tempo come dimensione fittizia e pura messinscena, poichè il tempo è reiterato e privo di dinamismo nell’interiorità dei singoli.
Una scansione temporale riguarda solo l’allegorica commedia che s’affida, nel libro, alla regia di Miss La Trobe: nascita dell’Inghilterra, squarci elisabettiani, affresco sulla Restaurazione, bozzetti vittoriani e arduo presente.
L’allestimento ha luogo nel 1939 e lo interpreta un gruppo di paesani per una bizzarra platea di possidenti.
La guerra è alle porte, così come il suicidio di Virginia. L’unico tempo che può manifestarsi, “se non precipita”, è quello della Storia, scrive nella postfazione Chiara Valerio, abile curatrice e traduttrice.

Virginia Wolff, Tra un atto e l’altro, Nottetempo editore, trad.it. di C.Valerio, pagg.240

(“La Repubblica”, 21 giugno 2015, p.50)

La coscienza di Lucile

di Ghisi Grütter

Il manoscritto del romanzo di Irène Némirovsky Suite Francese, nella cornice dell’invasione tedesca, fu miracolosamente salvato dalla figlia e verrà pubblicato solo nel 2004. Si tratta di una sorta di “poema sinfonico” immaginato articolato in cinque parti, come una vera e propria suite musicale. Irène – che morirà a Auschwitz nel 1942 – ne scrive solo le prime due parti Temporale di Giugno e Dolce, e benché complete – presentano un inizio e una fine – possono essere lette come due novelle separate. Il romanzo ha ottenuto il prestigioso premio letterario Renaudot e tradotto in 40 lingue ha ricevuto un gran successo internazionale di pubblico.
Siamo nel 1940 all’epoca della Seconda Guerra mondiale e lo scenario è fornito dalla cittadina Bussy-Saint-Georges a Ovest di Parigi nella fase dell’occupazione tedesca. Lucile – interpretata dalla bella Michelle Williams – vive con la suocera M.me Angellier – una sempre bravissima Kristin Scott Thomas – nella ricca villa di campagna, in attesa del ritorno del marito alla fine della guerra.
I tedeschi, arrivati a Bussy, dislocano i loro ufficiali e soldati nelle varie case e il giovane tenente Bruno Von Falk – il non troppo espressivo Matthias Schoenaerts – è destinato alla abitazione di M.me Angellier. Complice la musica, tra Bruno e Lucile nascerà un vero amore. Il tenente prima della guerra era, in effetti, un musicista e inizia a comporre al pianoforte l’aria che darà il titolo al film.  

In una parola/Competere

di Alberto Leiss

Un po’ di giorni fa mi sono imbattuto su facebook non nella solita rissa a colpi di insulti tra chi sostiene tesi opposte senza aver alcun interesse a comprendere almeno qualcosa dei pensieri altrui, ma in una semplice definizione tratta da un vocabolario. Si trattava della parola competere: derivando dal latino cum (con, insieme) e petere (andare verso), il significato suggerito era andare insieme, convergere in un medesimo punto. E quindi, verrebbe da pensare, anche collaborare per raggiungere un obiettivo comune.
Un significato dunque completamente opposto a quello più diffuso: la competizione è bensì una gara verso una meta comune, ma sottintende sempre più spesso – soprattutto se parliamo di economia e lavoro – un conflitto per primeggiare, eliminare avversari e concorrenti, non esclusi colpi bassi. E pratiche abbastanza odiose nei confronti di chi deve accertare chi sia davvero il più bravo. Qualcuno che nei luoghi di lavoro ha il potere di valutare i comportamenti e la qualità dei servizi o dei prodotti realizzati. Oppure l’insindacabile appello del mercato (o più minacciosamente, dei mercati, al plurale: un plurale che sembra personalizzare un’entità astratta e moltiplicarne la misteriosa soggettività).
Dunque potrebbe non essere necessario imbracciare contro la parola competizione quello che ci sembra il suo più immediato opposto, cooperazione (si collabora senza mettersi le dita negli occhi per far bene una cosa e ottenere un risultato), ma potrebbe essere ugualmente efficace indurre chi brandisce quel termine come  

Diritti dei lavoratori: la terapia choc francese

di Anna Maria Merlo

Un «libretto giallo» per dare gli ultimi colpi di piccone contro quello che resta del diritto del lavoro in Francia. Il Medef, la Confindustria francese, ha delle idee precise contro la «fatalità della disoccupazione di massa». Propone una «terapia choc» perché «il nostro modello economico e sociale, ereditato dalla Liberazione, è sorpassato». Il progetto del presidente Pierre Gattaz, che si presenta con un pin all’occhiello con la scritta “Un milione di posti di lavoro”, assomiglia molto a quello presentato Yvon Gattaz, suo padre, trent’anni fa, quando occupava il posto alla testa del padronato francese, ora ereditato dal figlio. In 97 pagine, il Medef recita la litania dell’ultraliberismo alla francese per combattere “i freni all’assunzione” proponendo la «semplificazione del codice del lavoro».
Le 35 ore: ora sono l’orario di lavoro legale, domani le decisioni dovrebbero essere prese a livello di impresa. Il quadro dell’orario massimo resterebbe quello europeo – che è di 48 ore la settimana – e poi in ogni azienda ci sarebbero trattative per adattarsi alla domanda, invertendo «la gerarchia delle norme» dice Gattaz per lasciare spazio ad intese al livello più basso. Bisogna «tener conto della diversità delle situazioni» dice il Medef, per farla finita con una «durata legale imposta a tutte le imprese». Il padronato pensa che per rilanciare l’occupazione si debba «lavorare di più»: di qui la proposta di annullare almeno due giorni feriali l’anno, per evitare tentazioni di «ponti» (numerosi soprattutto  

Ecco la guida al “femminaio” di Eugenio Montale

di Giuseppe Marcenaro

Nomi in codice: Volpe, Mosca, Gerti, Clizia… Un libro indaga sulle donne vicine al grande poeta. Tra molta ispirazione, tanti segreti e poco sesso.

Era nelle cose. Ci voleva qualcuno che compilasse, con speciosa iconografia, un catalogo delle donne di Eugenio Montale. Donne ispiratrici. Compagne di strada. Femmine ammirabili, angelicate e complici. Nella compilation (Giusi Baldissone, Le muse di Montale, Interlinea, pp. 120, euro 15) non vi sono scoop. Con diligenza accademica vengono elencate, una dopo l’altra, le figure femminili che hanno incrociato l’esistente di uno dei maggiori poeti italici del Novecento.

Senza sussulti, si evitano colpi al cuore e svelamenti clamorosi. Con l’uomo degli ossi di seppia non si è però mai certi. E qualcuno è sempre pronto a fargli le bucce, rinverdendo insane marachelle. Questo perché nella costruzione del proprio ingarbugliato femminaio, innocente fino in fondo Montale proprio non fu. Anzi, sornionamente depistando i critici, soprattutto a futura memoria, predisponendo letterine, potins, rebus e calembours vari, di mano sua intrecciò la ghirlanda delle ispiratrici. Diede luogo, chissà per quale sotterraneo impulso, alla leggenda delle muse collocando ciascuna femmina in un tratto di opera poetica. Cosa che connatura l’età dei versi e, a varia misura e titolo, ognuna di queste ispiratrici rende immortale. Santificando anche le donne della sua famiglia: mamma e sorella, comprese fedelissime domestiche.

Consentendo ovviamente la dovuta attenuante al mistero che avvolge la creazione poetica, sembra che, a ragion veduta, Montale abbia inventato, a  

L’ossessione di Simenon per le colpe nascoste

di Susanna Nirenstein

I romanzi di Simenon ruotano spesso intorno all’ossessione di un protagonista che esce dalla legge ma riesce a concepire solo in una piccola parte di sè la propria colpa mentre questa, invece, grande o piccola che sia, lavora dentro, destabilizza, corrode. Nessuno intorno sa che ha fatto del male, solo lui: pensateci, è un fenomeno che investe buona parte dell’umanità anche se su questioni meno diaboliche di morti o assassinii: ed è anche per questo che la sua visione ci entra dentro, ci appartiene, ci cattura. Ne I complici, scritto nel 1955, Joseph Lambert mentre guida la macchina tenendo una mano sulla coscia della sua taciturna quanto erotica segretaria Edmonde, invade un pò la corsia opposta: un pullman carico di bambini lo scansa finendo nel muro. Uno sguardo nello specchietto, nessuna parola con Edmonde, 47 morti.

Qualcuno può averlo visto? Lì per lì Lambert non lo crede. Torna alla vita normale, alle partitine a carte, ai bicchierini di cognac, alla moglie che non ama, alle scappatelle con le puttane, al lavoro naturalmente. Disprezza ogni cosa. Cerca e non cerca di sviare i sospetti rapito dai dubbi e dall’idea di riavere la misteriosa Edmonde.Chiaramente qualcosa, tutto, fa crac.

I complici – di Geoges Simenon- Adelphi, pp.158

(“RCult” in “La Domenica di Repubblica”, in “La Repubblica”, n.385/2012)

Le primarie nel “teatro d’ombre” della rappresentanza

di Letizia Paolozzi

La rappresentanza è in crisi. Tuttavia, le primarie del centro-sinistra si sono tenute “come se” crisi non ci fosse. “Come se” i politici non fossero impotenti a rispondere ai sussulti del capitale finanziario. “Come se” potessero fare qualcosa di diverso dal rispetto del Fiscal Compact. “Come se” il profitto (enorme) di qualcuno non venisse prima dei bisogni di tanti (“Siamo il 99%”). Peraltro, nessuno sa con quale legge elettorale andremo a votare. Eppure sarebbe quasi tempo di raccogliere le firme per le candidature. Da questo punto di vista, le primarie somigliano a uno spettacolo elettorale in un “teatro d’ombre” (definizione del filosofo Alain Badiou).

Ma a queste stesse primarie, visto il successo, si attribuisce il merito di aver sconfitto l’antipolitica. E allontanato il Monti bis dimostrando che forse esiste qualche politico (nonostante la casta e i suoi tentacoli) migliore dei tecnici. Molti e molte si sono appassionati al “teatro d’ombre” come a una gara vera dove il sindaco di Firenze interpretava un sentimento rozzo, semplicistico, volgare finché si vuole, però di insopportabilità per dirigenti troppo antichi, troppo sicuri di sé, troppo arroganti, del genere “Ragazzo, lasciami lavorare”. Il segretario del Pd si è preso il ruolo del federatore, quello che al “carisma antepone la sicurezza”. Non ha avuto paura della sfida lanciata da Renzi nonostante il parere contrario di molta parte del suo gruppo dirigente. Sostenetemi perché sono “l’usato sicuro”. Peccato che il colpo  

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