di Susanna Nirenstein
I romanzi di Simenon ruotano spesso intorno all’ossessione di un protagonista che esce dalla legge ma riesce a concepire solo in una piccola parte di sè la propria colpa mentre questa, invece, grande o piccola che sia, lavora dentro, destabilizza, corrode. Nessuno intorno sa che ha fatto del male, solo lui: pensateci, è un fenomeno che investe buona parte dell’umanità anche se su questioni meno diaboliche di morti o assassinii: ed è anche per questo che la sua visione ci entra dentro, ci appartiene, ci cattura. Ne I complici, scritto nel 1955, Joseph Lambert mentre guida la macchina tenendo una mano sulla coscia della sua taciturna quanto erotica segretaria Edmonde, invade un pò la corsia opposta: un pullman carico di bambini lo scansa finendo nel muro. Uno sguardo nello specchietto, nessuna parola con Edmonde, 47 morti.
Qualcuno può averlo visto? Lì per lì Lambert non lo crede. Torna alla vita normale, alle partitine a carte, ai bicchierini di cognac, alla moglie che non ama, alle scappatelle con le puttane, al lavoro naturalmente. Disprezza ogni cosa. Cerca e non cerca di sviare i sospetti rapito dai dubbi e dall’idea di riavere la misteriosa Edmonde.Chiaramente qualcosa, tutto, fa crac.
I complici – di Geoges Simenon- Adelphi, pp.158
(“RCult” in “La Domenica di Repubblica”, in “La Repubblica”, n.385/2012)
di Letizia Paolozzi
La rappresentanza è in crisi. Tuttavia, le primarie del centro-sinistra si sono tenute “come se” crisi non ci fosse. “Come se” i politici non fossero impotenti a rispondere ai sussulti del capitale finanziario. “Come se” potessero fare qualcosa di diverso dal rispetto del Fiscal Compact. “Come se” il profitto (enorme) di qualcuno non venisse prima dei bisogni di tanti (“Siamo il 99%”). Peraltro, nessuno sa con quale legge elettorale andremo a votare. Eppure sarebbe quasi tempo di raccogliere le firme per le candidature. Da questo punto di vista, le primarie somigliano a uno spettacolo elettorale in un “teatro d’ombre” (definizione del filosofo Alain Badiou).
Ma a queste stesse primarie, visto il successo, si attribuisce il merito di aver sconfitto l’antipolitica. E allontanato il Monti bis dimostrando che forse esiste qualche politico (nonostante la casta e i suoi tentacoli) migliore dei tecnici. Molti e molte si sono appassionati al “teatro d’ombre” come a una gara vera dove il sindaco di Firenze interpretava un sentimento rozzo, semplicistico, volgare finché si vuole, però di insopportabilità per dirigenti troppo antichi, troppo sicuri di sé, troppo arroganti, del genere “Ragazzo, lasciami lavorare”. Il segretario del Pd si è preso il ruolo del federatore, quello che al “carisma antepone la sicurezza”. Non ha avuto paura della sfida lanciata da Renzi nonostante il parere contrario di molta parte del suo gruppo dirigente. Sostenetemi perché sono “l’usato sicuro”. Peccato che il colpo …
di Bia Sarasini
Era già un azzardo, quando nel 1983 Julia Kristeva scriveva nel suo Storie d’amore che «essere una psicoanalista significa sapere che tutte le storie finiscono per parlare d’amore». Un azzardo e un’apertura, per chi trovava troppo chiuso in sé stesso – quasi auto-celebrativo – il mondo della psicoanalisi, allora ancora centrale nella costruzione dell’auto-rappresentazione dell’io occidentale. Apertura – nel fin troppo asettico, depurato spazio del setting tra paziente e analista – all’irruzione dell’esperienza. Interiore e non. L’esperienza che di relazione si tratta, tra l’uno e l’altro, l’altra, e il sé stesso, nella ricerca di un orizzonte, di un senso, di uno spazio che accolga i frantumi sofferenti in cui capita che il soggetto si divida e si perda. Uno spazio di incontro. Tra sé e l’altro, gli altri. Nell’amore.
Ho trovato commovente in quella prima lettura, e anche oggi, l’intreccio su cui è fondato il libro: tra le grandi costruzioni del discorso amoroso, che segnano l’Occidente, e le singole storie di alcuni/e pazienti. Un intreccio che comincia dal “disagio della cura” del padre fondatore, Freud: «Al paese dell’amore – scrive Jiulia Kristeva – Freud arriva presso Narciso, dopo aver attraversato il territorio dissociato dell’isteria». Insomma l’amore è la cura, o è la malattia da cui ci si deve curare? Se l’odio ne è una parte essenziale, se cioè l’esperienza del negativo, del non amore, fa parte dell’amore, come se ne esce? Se l’innamorato è in fondo …
di Paolo Mauri
Leonardo Sciascia è sempre stato un uomo schivo, di pochissime parole: era così anche da ragazzo, quando frequentava le scuole magistrali a Caltanissetta. Un suo compagno di classe, Antonio Motta, racconta in questo piccolo libro-intervista la comune passione per la lettura ed il cinema. Siamo a metà degli anni trenta: Nanà (questo il nomignolo di Sciascia) veniva da Racalmuto. Aveva delle zie maestre che gli permisero subito di saccheggiare la loro modesta biblioteca (Pinocchio, I Miserabili, I Beati Paoli…). Poi arrivò un giovanissimo professore di lettere, Giugiù Granata, che fece conoscere ai suoi allievi i Lirici greci, Gozzano, Belli, Pascarella, Montale e la letteratura americana. Amanti del cinema i ragazzi erano attratti anche dalla rivista. “Ricordo che abbiamo fatto pazzie per una rivista di Nino Taranto, “Dodici gambe dodici”, racconta ad un certo punto Motta. Poi c’erano le ragazze, i primi timidi innamoramenti. Sciascia aveva messo gli occhi su una certa Di Naro e siccome si divertiva ad affibbiare il titolo di un film ad ogni compagno, lei fu “Primavera”.
A scuola con Leonardo Sciascia, di Stefano Vilardo,Sellerio editore, 2012
(“RCult” , in “La Domenica di Repubblica”, in “La Repubblica”, n.385 del 2012)
di Luciana Sica
Quando si dice psicoanalisi, inevitabilmente si pensa a Freud. Ma negli ultimi quarant’anni sono comparse teorie decisamente innovative che sembrano non solo distaccarsi, ma rompere con i principi classici del caposcuola. Questo libro punta allora a individuare la traiettoria che dal sistema freudiano porta alle visioni contemporanee. Tutt’altro che un manuale pratico, è una guida eccellente per chi vuole saperne di più sugli sviluppi straordinari che ci sono stati, sulle diverse posizioni che si fronteggiano e a volte si contrastano. Il lettore tenderà a chiedersi: c’è o no una continuità tra Freud e la psicoanalisi contemporanea? Cosa si può salvare e cosa si deve scartare? Eagle, analista di Los Angeles e grande teorico della disciplina fondata dal maestro viennese, non esclude una “parziale integrazione” tra il pensiero classico e quello assai più variegato di oggi. L’autore – che non trascura le ricerche empiriche ed accademiche – fa parte della redazione di Psicoterapia e Scienze Umane , ed è stato il condirettore della rivista, Paolo Mignone, a curare questo saggio, così preciso ed equilibrato.
Da Freud alla psicoanalisi contemporanea di Morris N.Eagle Cortina editore, trad. di Danila Moro, pagg.360
(La domenica de “La Repubblica”, n.374, 2012)
di Rossana Rossanda
Nel nostro forum «Un’altra strada per l’Europa» del 28 giugno a Bruxelles, la prima sessione ha avanzato delle proposte in larga parte convergenti sui limiti da porre al dominio della finanza e alle banche, e sugli interventi d’emergenza per i paesi colpiti dalla speculazione. Come è noto, il Consiglio europeo, che si svolgeva in contemporanea, ne recepiva una parte minima. È altrettanto noto che la stampa ha inneggiato a questo minimo – azione «antispread» e unione bancaria – con toni trionfalistici, attribuendolo al passaggio della presidenza della repubblica francese del liberista Sarkozy al socialista (se non keynesiano) Hollande, e al salto del liberista Monti da alleato con la Germania ad alleato con la Francia, la Spagna e l’Italia. Vittoria dei paesi del sud, hanno strillato, tale e quale come all’Euro 2012 del football. La signora Merkel ha incassato e ha fatto incassare anche al Bundestag il modesto passetto indietro… Tutto questo è avvenuto nella sede della Ue ma fuori da ogni procedura comunitaria, perché non è scritto da nessuna parte che le decisioni continentali si debbano al cambiare di orientamento dei governi di un paio di nazioni. Qualche giorno prima un documento di Van Rompuy e Barroso faceva capire che la Commissione sentiva arrivare le proteste e cercava di farvi fronte con il minimo di concessioni, anzi con un elevarsi del prezzo da pagare da ciascun paese in cambio di un …
di Antonello Caporale
Partiamo dai numeri:6600 chilometri di strade e 715 di autostrade. In poco più di vent’anni la Germania ha riversato nel Lander dell’Est 1500 miliardi di euro. In 58 anni l’Italia concede al suo Sud una somma cinque volte inferiore. I numeri raccolgono un sentimento, una visione, un’idea di Nazione. E Isaia Sales illustra la decadenza morale di Napoli e del Mezzogiorno, la stella caduta di Antonio Bassolino, leader meridionale che ha guidato la stagione dei sindaci ma non è stato all’altezza della forza rivoluzionaria della sua investitura, dentro la cornice di ignavia nazionale. Il successo di Berlino, capitale di tutta la Germania, punto geografico dove la riunione dell’oriente con l’occidente si fa sentimento collettivo, diviene anche forza letteraria espressiva, cultura nuova e aggregante. La città italiana invece resta sola e assediata dalle sue colpe. Sales non risparmia nulla a Bassolino, insieme al quale ha conosciuto la mortificazione di un fallimento consistente, senza appello. Non giustifica l’ex leader, ma chiama in causa quegli altri. I compagni di Roma, coloro che guidavano il partito e poi il Paese. E non hanno capito, nè aiutato,nè vigilato. Se Napoli non è Berlino c’è un perchè.
Napoli non è Berlino di Isaia Sales Dalai editore, pagg.367
(“La Repubblica”, 3 giugno 2012)
di Massimo L. Salvadori
La rachitica Seconda repubblica va disfacendosi mentre la Terza sta nascendo senza neppure una levatrice che ne accompagni la venuta al mondo. Semplicemente nasce nel disordine della politica, tra le paure dei “vecchi” soggetti politici, tutti più o meno traumatizzati, e il trionfalismo dei nuovi salvatori grillini di una Patria che neppure riconoscono. Il quadro è chiaro. Da un lato vi sono clamorosi fallimenti, tutta una messe di grandi ambizioni enfaticamente proclamate e impietosamente frustrate: quelle del Pdl, che poche settimane or sono aveva annunciato di essere portatore di una novità politica destinata a cambiare alla radice il quadro nazionale; quelle del Centro di Casini, Fini e Rutelli, clamorosamente deluso nella sua aspettativa di gonfiarsi con la raccolta dei transfughi del berlusconismo; quelle della Lega, che si presenta come un pallone ridotto a brandelli. Dall´altro si collocano il Pd, l´Idv, la Sel, le componenti dell´incerto schieramento a sinistra degli altri, le quali formano più una figura topografica che un´alleanza politica, poiché in continuazione ora si accostano, ora si discostano. Questo centrosinistra dalle deboli cerniere, grazie alle eclatanti debolezze del Pdl e della Lega, che avevano diviso i loro destini ed erano piombate in processi di dissoluzione interna, ha vinto sì le elezioni amministrative di maggio, ma senza uno slancio innovatore e rinnovatore. Di fronte alle sconfitte degli avversari Bersani ha buone ragioni nel rivendicare il risultato ottenuto dal Pd; però, quando volge lo sguardo dall´esterno …
di Stefano Rodotà
La decisione della Corte costituzionale sulla legge in materia di procreazione assistita lascia aperta la questione della legittimità del divieto della fecondazione eterologa. Infatti, invitando i tribunali che avevano sollevato la questione a riesaminarla tenendo conto di una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell´uomo, i giudici della Consulta hanno ritenuto necessario un ulteriore approfondimento, così mostrando di considerare insufficienti gli argomenti di chi aveva chiesto una sentenza che riaffermasse senz´altro la costituzionalità di quel divieto. Come si sa, il divieto di ricorrere alla procreazione assistita è all´origine di un consistente «turismo procreativo», che obbliga ogni anno migliaia di donne italiane a recarsi in altri paesi per ricorrere ad una tecnica ormai accettata quasi ovunque. Non volendo continuare a subire questo stato delle cose, alcune coppie si sono rivolte ai tribunali che, non ritenendo infondata la questione di illegittimità riguardante quella norma, hanno investito del problema la Corte costituzionale. L´ulteriore approfondimento richiesto ieri è basato su una sentenza della Corte di Strasburgo che, modificando un suo precedente orientamento, in un caso riguardante l´Austria ha riconosciuto agli Stati la possibilità di vietare la fecondazione eterologa.Molte sono le ragioni che inducono a ritenere che questo rinvio non possa essere inteso come il segno di un orientamento comunque negativo della Corte costituzionale di fronte alla richiesta di rimuovere quel divieto dal nostro ordinamento. Nella sentenza europea, tecnicamente assai complessa e che si è attirata critiche ben argomentate, …
di Mario Pianta
È la finanza che deve adattarsi alla democrazia, non viceversa: la vittoria di Hollande potrebbe forse mettere fine alla dittatura dei mercati
La democrazia vota contro l’austerità, e la finanza vota contro la democrazia. Dopo il successo della sinistra nelle elezioni in Gran Bretagna (locali), Francia (presidenziali), Grecia (politiche), Germania (Schleswig-Holstein) e Italia (molte città), la finanza ha finalmente paura. Paura che il programma del nuovo presidente socialista francese François Hollande sia realizzato in tutta Europa: vincoli alla finanza, tassa sulle transazioni finanziarie, rinegoziazione del “fiscal compact” che condanna l’Europa alla depressione. Un programma di buon senso, essenziale per uscire dalla crisi, ma che ha scatenato ieri mattina la corsa alle vendite nelle Borse in Asia e in Europa (poi ridimensionate), una scivolata dell’euro, l’impennata dei tassi d’interesse sul debito pubblico di Grecia (ora al 25%) e Italia (4 punti in più dei titoli tedeschi). Cadute e rimbalzi delle Borse mostrano la schizofrenia della finanza: ha bisogno della destra per la libertà di speculare, ma senza la fine dell’austerità non può tornare a fare profitti. Con Hollande potrebbe così trovare un compromesso, ma con la Grecia che si permette di dimissionare i partiti dell’austerità la speculazione è senza pietà, e il Fondo monetario minaccia di non versare gli aiuti se i tagli previsti non avranno un governo capace di realizzarli. Ora che la Bce ha messo al sicuro i bilanci delle grandi banche …
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