Roncalli e Wojtyla santi: un enorme ossimoro

di Paolo Farinella

«Santo subito», gridava lo striscione a caratteri cubitali al quadrato che emergeva sulle teste della folla, il giorno del funerale di papa Giovanni Paolo II, il 5 aprile del 2005. «È morto un santo» disse la folla di credenti, non credenti e agnostici che gremivano piazza san Pietro il 3 giugno del 1963 alla morte di papa Giovanni XXIII. La differenza tra i due sta tutta qua: il polacco deve essere dichiarato «santo», il bergamasco lo è sempre stato senza bisogno di dimostrarlo.

Chi ha avuto l’idea di abbinare nello stesso giorno i due papi per la proclamazione della santità ufficiale, è stato un genio del maligno. Mettere insieme il papa del concilio Vaticano II e quello che scientemente e scientificamente l’ha abolito, svuotandolo di ogni residuo di vita, è il massimo del sadismo religioso, una nuova forma di tortura teologica. La curia romana della Chiesa cattolica, che Francesco non ha ancora scalfito, se non in minima parte, è riuscita ancora nel suo intento, imponendo al nuovo papa un calendario e una manifestazione politica che è più importante di qualsiasi altro gesto o dichiarazione ufficiale. La vendetta curiale è servita sempre fredda.

Il Vaticano sotto il papa polacco si trasformò in «santificio» fuori di ogni controllo e contro ogni decenza: più di mille santi e beati sono stati dichiarati da Giovanni Paolo II, superando da solo la somma di tutti i papi del II millennio. Un’orgia di santi  

Ricordo di Gregorio Peces Barba

di Stefano Ceccanti

Gregorio Peces Barba, morto oggi, costituzionalista, era uno dei sette Padri della Costituzione spagnola, designato dal Psoe.
Era nato nel 1938 ed ha descritto il suo originale percorso in una splendida autobiografia, umana e intellettuale, “La democracia en Espana. Experiencias y reflexiones”.

Membro del gruppo degli intellettuali cattolici democratici Pax Romana di Madrid, si era laureato sul pensiero di Jacques Maritain a cui si era abbeverato per una critica democratica del franchismo e, più in generale, per dissociare le convinzioni religiose da un legame, sino ad allora ritenuto quasi indissolubile almeno in Spagna, con la destra politica.

In origine era stato favorevole a un’ipotesi di partito democristiano con un’impostazione marcatamente progressista. Ne fu poi dissuaso da un viaggio a Roma dove incontrò Carlo Donat Cattin. Egli spiegò a Peces Barba e agli altri giovani cattolici democratici che lo accompagnavano che le politiche da loro desiderate non sarebbero state perseguibili con un partito dc. Agli spagnoli perplessi che gli chiedevano perchè allora lui avesse scelto quello strumento Donat Cattin replicò che ciò dipendeva dall’egemonia comunista sulla sinistra con un equilibrio di forze “al millimetro” che non era responsabile mettere in questione, ma che ciò non poteva essere un modello positivo per altri..

Peces Barba fu per molti anni avvocato dei dissidenti dal regime franchista e animatore dalla rivista “Cuadernos para el dialogo” insieme al grande montiniano spagnolo Ruiz-Gimenez che ricordò così al momento della sua  

Lo sguardo corto della politica

di Massimo Giannini

Una «crisi di gravità eccezionale», come quella descritta da Ignazio Visco nelle sue prime Considerazioni finali, imporrebbe “l´eccezionalità” come paradigma della fase. Per fronteggiare problemi eccezionali servirebbero leader eccezionali, capaci di adottare soluzioni eccezionali. Invece, in questa piega sconfortante della modernità, non c´è quasi niente di eccezionale. Se non gli effetti della stessa crisi, rovinosa per la vita di tante persone. È come se le élite politiche non avessero la percezione di cosa rischino gli Stati e i popoli, in termini di progresso economico e di coesione sociale. Così può capitare un paradosso: che siano proprio le tecnocrazie, accusate di snaturarle o addirittura “sovvertirle”, a dimostrarsi più sensibili ai destini delle democrazie. Di fronte al pericolo di quella che Paul Krugman chiama «l´ellenizzazione del discorso europeo», e alla possibilità che sull´agorà di Atene bruci anche la moneta unica, tocca alla “triade tecnocratica” Monti-Draghi-Visco chiedere alla politica di assumersi le sue responsabilità. Le parole di Mario Monti, che ricorda la minaccia di un «contagio finanziario» tuttora incombente sui debiti sovrani dell´Eurozona, pesano come un macigno sulle spalle di Angela Merkel. Tocca a lei «riflettere profondamente» sulla necessità di accelerare gli sforzi per la crescita, senza i quali verrà meno il sostegno pubblico alle politiche di rigore. Tocca alla Cancelliera di Ferro, indipendentemente da chi avrà la maggioranza al Reichstag nel 2013, far ragionare i suoi concittadini su cosa ha significato l´euro. Per una Ue che dal  

Grillo e la trappola della “iperdemocrazia”

di Michele Prospero

Nessun soggetto politico, e tanto meno un movimento nuovo e con forti venature antisistema, si esaurisce mai del tutto in quello che dichiara di essere. Se ne sono visti già molti di fenomeni politici emergenti nascere con un forte spirito di rottura verso l’esistente e poi trasformarsi in corso d’opera in un condensato di pura conservazione.
La forza ispirata da Grillo non sfugge a questa regolarità. La città di Parma è in fondo la metafora di un movimento sorto dalla volontà di imprimere una assoluta discontinutà che diventa il punto di riferimento insperato dei vecchi poteri in agonia. Con una base culturale molto evanescente, così come appare nell’intervista di Grillo, il movimento si presta in pieno alle mire e ai calcoli di potenze che cercano di utilizzarne la carica sovvertitrice per volgerla verso altri sbocchi.
Quando un movimento riceve la simpatia di grandi giornali, di settimanali, di trasmissioni della tv pubblica e privata, già non appartiene più alla pura passione dei navigatori delle origini e sta per essere attirato in un’orbita più ampia in cui si agitano interessi e manovre e in cui quindi l’infuenza di media e denaro pare irresistibile. Le parole di Grillo non si riferiscono alla questione sociale con rigore analitico ma alimentano una semplicistica e a tratti caricaturale raffigurazione manichea del mondo in cui si oppongono i perfidi finanzieri e i semplici cittadini. Lo schema binario proposto dal comico  

Berlino-Parigi la commedia degli errori

di Barbara Spinelli

Da qualche giorno si parla, non senza speranza, della proposta avanzata il 7 giugno da Angela Merkel alla televisione tedesca. Un’unione economica e politica dell’Europa, grazie alla quale la moneta unica potrà sormontare i propri squilibri, l’indebitamento degli Stati diverrà comune debito europeo, l’Unione potrà emettere eurobond garantiti solidalmente, sorvegliare le banche unificandole. L’obiettivo sarebbe una Federazione, ottenibile attraverso nuove graduali cessioni di sovranità nazionali: ancora in mano agli Stati, esse sono impotenti di fronte ai mercati. La terra promessa è bella, ma è tutt’altro che chiaro se il Cancelliere voglia, e presto, quel che annuncia. Se non stia guadagnando tempo, dunque perdendolo. Comunque, l’idea è di sfidare il suo principale interlocutore: il nuovo Presidente francese. Ricordi, la Francia, che se l’Europa non si fa la colpa è sua, non dei tedeschi. È da decenni che Parigi avversa cessioni di sovranità, e ora è messa davanti alle sue responsabilità. Né pare recedere: due ministri, degli Esteri e dell’Europa, votarono contro la Costituzione nel 2005.
La rigidità francese è certo corresponsabile del presente marasma — Hollande potrebbe prendere sul serio la Merkel, costringendola a fare quel che dice di volere — ma se ascoltiamo le parole del Cancelliere e soprattutto quelle di Schäuble, ministro del Tesoro, il piano somiglia molto a un villaggio Potemkin: un prodigio, ma di cartapesta. Di poteri rafforzati delle istituzioni europee la Merkel parlò il 14 novembre 2011 (al congresso democristiano), e poi  

Il predone del Nord

di Gad Lerner

Altro che presidente federale “a vita”: ora toccherà al senatur venire espulso dal partito di cui è fondatore, sempre che non provveda egli stesso a autosospendersi. La magistratura ritiene di avere elementi sufficienti per dimostrare che Umberto Bossi era consapevole dell´infedeltà dei rendiconti amministrativi con cui la Lega ha movimentato i 18 milioni di euro incassati dallo Stato nell´agosto 2011.Già da quattro anni, inoltre, gli ignari contribuenti italiani versavano, Bossi consenziente, una “paghetta” mensile di cinquemila euro cadauno ai suoi figli Renzo e Riccardo. Né più né meno un furto, perpetrato da un ministro della Repubblica.
L´ex capo leghista, cui tutto si può rimproverare tranne l´assenza di fiuto, non a caso si era già dimesso da segretario. Fin dal 4 maggio, vigilia della batosta elettorale, si era rinchiuso in un insolito silenzio. Da allora il suo nome è scomparso dal bollettino delle iniziative di partito pubblicato quotidianamente su “La Padania”. Difficilmente tornerà a comparirvi. Fine ingloriosa dell´”Idiota in politica”, che idiota certo non era. Faremmo torto, difatti, all´intelligenza di Bossi, prendendo sul serio la leggenda su cui Maroni ha impostato la rifondazione leghista: Umberto leader integerrimo cui la moglie e i figli avrebbero fatto perdere la testa; o che l´ictus del 2004 avrebbe lasciato alla mercé di un “cerchio magico” profittatore.
Stiamo parlando dell´uomo con cui Berlusconi e Tremonti giocavano di sponda nei più delicati equilibri di governo, concedendogli un potere spropositato.  

Il costo della democrazia

di Giuliano Amato

La democrazia americana sembra aver perso la bussola da quando la Corte Suprema ha consentito a chiunque, società commerciali e istituzioni finanziarie incluse, di finanziare senza limiti le campagne elettorali. Una legge del Congresso aveva saggiamente stabilito un tetto, per evitare o quanto meno limitare gli effetti di condizionamento insiti in contributi privati troppo elevati. Ma la maggioranza conservatrice della Corte ha voluto leggere in quel tetto un limite alla libertà di manifestare e far valere il proprio pensiero. È vero che negli Stati Uniti è sempre stato difficile capire se e quando gli eletti si rifanno alla volontà dei loro elettori o a quella dei principali finanziatori delle loro campagne, perché i meccanismi misti di finanziamento elettorale e il peso che in esso avevano anche prima poche centinaia di grandi società avevano di già creato una permanente zona grigia. Ma ora ogni equilibrio si è rotto e la democrazia è interamente affidata da un lato alla trasparenza e dall’altro alla capacità degli elettori di trarre le necessarie conseguenze da ciò che ne ricavano. Il cattivo esempio americano sembra essere lontanissimo dall’Italia, eppure la bussola la stiamo a nostra volta perdendo per la crescente ostilità nei confronti dei contributi pubblici ai partiti, con il rischio di arrivare al limite a esporli a una situazione analoga a quella d’oltreoceano. C’è però fra i due casi una profonda differenza: a mettere la politica americana nelle mani degli  

Il governo dei tagli investa sulla scuola

di Chiara Saraceno

Dopo molti annunci, sta finalmente partendo la spending review. Ottimo se porterà a ridurre sprechi e a razionalizzare le spese. Se si passa dall´analisi della efficienza della spesa a quella delle priorità, tuttavia, le cose sono un po´ più complesse. L´individuazione di che cosa è necessario mantenere, che cosa rafforzare e che cosa si può tagliare, richiede una valutazione delle finalità della spesa stessa. Da questo punto di vista non può non destare preoccupazione il fatto che ancora una volta si guardi alla scuola, già sottoposta a successive, radicali, cure dimagranti, come ad un comparto ove si può ancora operare qualche sostanzioso risparmio. Sono certa che anche qui molte cose possono essere ulteriormente razionalizzate, in particolare per quanto riguarda gli acquisti di arredi e materiali di consumo. Anche se ormai le risorse per acquistare alcunché sono ridotte al lumicino e in molti casi i genitori si fanno carico anche della carta igienica. Forse, in alcuni distretti scolastici si può lavorare ulteriormente alla razionalizzazione della distribuzione degli insegnanti, anche se gli interventi degli anni scorsi hanno già portato in diverse classi ad un rapporto insegnante-allievi al limite della efficacia didattica. Ma ogni euro risparmiato con queste razionalizzazioni va re-investito per rendere le scuole italiane più sicure e più efficaci dal punto di vista didattico. La scuola italiana richiede più, non meno investimenti.
Non dimentichiamo che abbiamo un patrimonio edilizio tra i più fatiscenti e  

Concreta,forte e autorevole:una scuola a misura di presente

di Giulio Ferroni

Di fronte all’impatto della crisi attuale, le generazioni future saranno chiamate a un compito di radicale correzione del modello di sviluppo seguito negli ultimi decenni. Una scuola davvero autorevole, pertanto, dovrebbe partecipare alla formazione di una nuova dimensione morale e fornire alle giovani generazioni gli strumenti per confrontarsi con le difficoltà e la complessità del presente.

Si ripete sempre che quello della scuola e dell’educazione è il nodo più cruciale per il destino delle società moderne, che tocca in profondità il loro equilibrio vitale, il loro proiettarsi verso un futuro in cui è in gioco la loro stessa persistenza. Tutti sono naturalmente pronti a riconoscere questa urgenza: ma ciò dà luogo, tra affermazioni di principio e lamentosi rilievi polemici, a interventi occasionali, a progetti e tentativi di riforma incongrui ed esteriori (quando non segnati da miope parzialità ideologica), tutto perlopiù a costo zero o addirittura sotto zero, dato che le urgenze economiche più immediate impongono tagli e ridimensionamenti di ogni sorta, che si scaricano sulle spalle di una classe docente sempre più umiliata ed emarginata nel contesto sociale.

Al di là delle insistenti dichiarazioni di principio, nell’opinione corrente e nella vulgata giornalistica la scuola (qui mi riferirò in particolare alla scuola secondaria) viene in realtà percepita come un luogo di parcheggio per le giovani generazioni, a cui si chiede una riproduzione auspicabilmente non problematica (senza fastidi per le famiglie) dell’esistenza quotidiana, accompagnata da una indeterminata  

Emergenza

Terremoto ad Haitidi Ulrich Beck

Con l’aumento dei pericoli le vecchie priorità passano in secondo piano, e nel contempo cresce la politica dirigistica dello stato d’emergenza, che nel pericolo amplia le sue possibilità di intervento e le sue competenze. Dove il pericolo diventa normalità, assume in permanenza questa forma istituzionalizzata…
Nello sviluppo a briglia sciolta della civiltà moderna si creano situazioni quasi rivoluzionarie in un certo qual senso imposte dall’esterno. Si producono come un “destino della civiltà moderna” indotto dalla modernizzazione, quindi per un verso con la maschera della normalità, per un altro con il potere di disposizione delle catastrofi, che con la crescita dei pericoli può eguagliare e sopravanzare la portata di una rivoluzione.
Quindi quella del rischio non è una società rivoluzionaria, ma qualcosa di più: è una società delle catastrofi.
In essa lo stato di emergenza minaccia di diventare la normalità.

(brano tratto da “La società del rischio”, Carocci editore)

(“La Repubblica”, 9 febbraio 2012)

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