di Giulio Ferroni
Di fronte all’impatto della crisi attuale, le generazioni future saranno chiamate a un compito di radicale correzione del modello di sviluppo seguito negli ultimi decenni. Una scuola davvero autorevole, pertanto, dovrebbe partecipare alla formazione di una nuova dimensione morale e fornire alle giovani generazioni gli strumenti per confrontarsi con le difficoltà e la complessità del presente.
Si ripete sempre che quello della scuola e dell’educazione è il nodo più cruciale per il destino delle società moderne, che tocca in profondità il loro equilibrio vitale, il loro proiettarsi verso un futuro in cui è in gioco la loro stessa persistenza. Tutti sono naturalmente pronti a riconoscere questa urgenza: ma ciò dà luogo, tra affermazioni di principio e lamentosi rilievi polemici, a interventi occasionali, a progetti e tentativi di riforma incongrui ed esteriori (quando non segnati da miope parzialità ideologica), tutto perlopiù a costo zero o addirittura sotto zero, dato che le urgenze economiche più immediate impongono tagli e ridimensionamenti di ogni sorta, che si scaricano sulle spalle di una classe docente sempre più umiliata ed emarginata nel contesto sociale.
Al di là delle insistenti dichiarazioni di principio, nell’opinione corrente e nella vulgata giornalistica la scuola (qui mi riferirò in particolare alla scuola secondaria) viene in realtà percepita come un luogo di parcheggio per le giovani generazioni, a cui si chiede una riproduzione auspicabilmente non problematica (senza fastidi per le famiglie) dell’esistenza quotidiana, accompagnata da una indeterminata …
di Ulrich Beck
Con l’aumento dei pericoli le vecchie priorità passano in secondo piano, e nel contempo cresce la politica dirigistica dello stato d’emergenza, che nel pericolo amplia le sue possibilità di intervento e le sue competenze. Dove il pericolo diventa normalità, assume in permanenza questa forma istituzionalizzata… Nello sviluppo a briglia sciolta della civiltà moderna si creano situazioni quasi rivoluzionarie in un certo qual senso imposte dall’esterno. Si producono come un “destino della civiltà moderna” indotto dalla modernizzazione, quindi per un verso con la maschera della normalità, per un altro con il potere di disposizione delle catastrofi, che con la crescita dei pericoli può eguagliare e sopravanzare la portata di una rivoluzione. Quindi quella del rischio non è una società rivoluzionaria, ma qualcosa di più: è una società delle catastrofi. In essa lo stato di emergenza minaccia di diventare la normalità.
(brano tratto da “La società del rischio”, Carocci editore)
(“La Repubblica”, 9 febbraio 2012)
di Armando Torno
Sta per uscire “Credere e conoscere”, un libro curato da Alessandra Cattoi che contiene un dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini e Ignazio Marino (Einaudi). Il porporato e il chirurgo specializzatosi in trapianti d’organo, che ha lavorato per un quarto di secolo in Gran Bretagna e negli Usa, senatore del Pd, hanno cominciato questo scambio di considerazioni anni fa. Si sono incontrati in diversi luoghi, tra i quali Gerusalemme. Le ultime battute risalgono ai nostri giorni e sono avvenute nelle due stanze che «padre Martini» – così si legge sul cartiglio del campanello – abita all’Aloisianum di Gallarate.
Pagine nate lentamente e, negli ultimi tempi, costate un sacrificio particolare a sua eminenza. La voce è stata sovente sostituita dalla scrittura. Marino si recava dal cardinale e quel loro dialogo proseguiva a volte con gli strumenti tecnologici, che Martini conosce benissimo. Non vanno esclusi sguardi, silenzi, pause di riflessione. Il libro è denso; entra negli argomenti delicati, o meglio affronta problemi roventi. Undici piccoli capitoli, oltre premessa (scritta da Marino), introduzione e conclusione. Emerge con la sua forza il magistero e il giudizio di una delle massime autorità spirituali del nostro tempo che si confronta con un uomo di scienza.
Non è il frutto di un compromesso, giacché – si legge nell’introduzione – «l’ascolto attento e rispettoso delle riflessioni reciproche non significa un’adesione completa alle tesi dell’uno o dell’altro», anche se «abbiamo cercato di far leva su …
di Giampaolo Petrucci
Che rapporto c’è tra Lega Nord e cattolicesimo? Può esserci un terreno comune tra il messaggio evangelico e le dichiarazioni quantomeno “colorite” dei leader del Carroccio? Lo spunto per porsi ancora una volta questi interrogativi lo fornisce un’intervista rilasciata a Jesus dal vescovo di Verona, mons. Giuseppe Zenti. Sul numero di gennaio del mensile dei Paolini, Zenti (contestato dalla base leghista per una visita in moschea per la fine del ramadan) afferma che il fenomeno leghista non è uguale dappertutto e «va interpretato». «Con loro si può interloquire», dice: «A livello mediatico si sono enfatizzati fenomeni di intolleranza, ma io credo che la città sia ancora capace di solidarietà e accoglienza». A partire da queste dichiarazioni, Adista ha intervistato Paolo Bertezzolo, autore di articoli e saggi, ex insegnante di storia e filosofia e dirigente scolastico, autore del libro Padroni a Chiesa nostra. Vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord (Emi, 2011, pp. 270, v. Adista n. 48/11).
Come possiamo interpretare le parole di mons. Zenti?
Sono parole che il vescovo esprime da tempo: tra istituzioni ci si deve parlare, utilizzando tale rapporto al meglio, perché la Chiesa possa compiere la propria missione. È una posizione pragmatica, in cui manca la valutazione dell’interlocutore e del rapporto con lui, la fatica di pensare un discernimento e quindi pronunciare un giudizio: che non dev’essere politico, ma profetico.
È vero che a Verona la Lega …
di Renato Sacco
“Giornali come Avvenire e Famiglia Cristiana andrebbero chiusi”. Forse ho capito male. Forse ho frainteso e non ho colto un qualcosa di molto più profondo. Sarà. Me lo auguro. Perché se così non fosse, resta molto grave l’affermazione perentoria che chiede di chiudere un giornale, qualsiasi esso sia. Un giornale invita a riflettere, e se non si condivide si contesta, si critica con argomenti. Invitare a chiudere è a dire poco qualunquista, per non dire di peggio: è da regime. Per questo spero di aver frainteso. Quando c’è una dittatura, la prima cosa che viene fatta è chiudere i giornali. E in Italia già leggiamo poco, se poi chiudiamo anche i giornali, solo perché non se ne condivide il taglio, c’è da preoccuparsi. Forse chi ha fatto queste affermazioni non conosce bene i giornali in questione, non li ha mai letti più di tanto. Forse non si rende conto del peso di affermazioni così gravi. Tanto più se fatte da un ‘pulpito’ del servizio pubblico come la RAI. Proprio la Rai che ha in programma la chiusura di alcune sedi nei Paesi del Sud del mondo. Pare, se non ho capito male, perché non ci sono i soldi. No comment.
Certo è che se chiudiamo le fonti di informazione pubbliche e libere, che cercano di dare voce non solo ai Vip ma a tutti, in particolare ai più poveri, viene meno la base della democrazia e …
di Adriano Prosperi
Non è solo a Bruxelles che l´Italia è sotto esame. Esiste un altro esame che riguarda il tasso di civiltà del paese. E chi ci esamina sono i 5 milioni di abitanti che non sono ancora giuridicamente italiani e che cominciano a desiderare di non diventarlo perché temono non sia possibile convivere con noi. I nodi sono venuti al pettine tutti insieme: e tutti insieme vanno affrontati. Con singolare coincidenza il tentato pogrom di massa di Torino e la sparatoria del ragioniere nazista di Pistoia rivelano una diffusione del virus razzista e dell´odio etnico in un´Italia senza attenuanti, l´Italia ricca, colta e civile delle due città che furono le capitali storiche dell´Italia risorgimentale: Torino e Firenze. Anche in questo caso il Paese è costretto a prendere brutalmente coscienza di qualcosa che è accaduto quasi sotto pelle, strisciando, riempiendo goccia a goccia gli interstizi sociali della convivenza, le maniere di pensare, i comportamenti, le pratiche istituzionali. Chi ricorda ancora il decreto Maroni sull´”emergenza nomadi” del 2008? Proprio in questi giorni, appena caduto il governo Berlusconi-Bossi, il Consiglio di Stato ha dato ragione alla sentenza del Tar di Roma che aveva bocciato il decreto e ha avviato lo smantellamento delle sovrastrutture amministrative create per quella minacciata, fantomatica emergenza. Ma chi smantellerà un pregiudizio che si è intanto radicato in profondità e si esprime nello stillicidio di una violenza quotidiana fatta di discriminazione a piccole dosi, per lo più impalpabile, diffusa nell´aria che …
di Gad Lerner
Una replica fuori tempo massimo dell´insurrezionalismo novecentesco si è sovrapposta con la violenza alla novità di un movimento democratico che lanciava la sua sfida creativa alla tirannia finanziaria. Ha preso la mira per sbriciolarlo e per impossessarsene, riconducendolo agli schemi di un´ideologia militaresca. Un´ideologia che i giovani di tutto il mondo, sia pure ribelli, avevano ripudiato da anni. A questo scopo i replicanti hanno sfregiato la città di Roma, calpestando la resistenza inutilmente opposta loro dal corteo formato in massima parte da un popolo che crede nella protesta pacifica; perché a loro piace ridurre ogni popolo a fenomeno criminale. Vandalismi dissennati, offese gratuite a simboli religiosi, vili aggressioni che hanno gettato nella costernazione gli organizzatori della mobilitazione nazionale degli indignati. Come un maledetto déjà-vu si ripropone il dubbio che il nostro Paese sia impedito a vivere una stagione davvero nuova, in cui sfide anche radicali di cambiamento possano esprimersi sotto forma di confronto democratico. L´impressione è che anche le forze dell´ordine siano giunte impreparate all´appuntamento, come già accadeva negli anni in cui da più parti si puntava a imprigionare in una logica bellica il conflitto sociale. Ma questo dubbio non attenua di certo la condanna doverosa dei parassiti mascherati, capaci solo di recitare la parodia della guerriglia urbana. Penoso è il confronto con le altre sollevazioni giovanili che hanno contraddistinto l´intero corso del 2011. Perfino quando i militari …
di Paolo Conti
Sarà una coincidenza, ma la lista degli enti pubblici con meno di 70 addetti e destinati alla soppressione è piena di prestigiosissime istituzioni culturali. Si rischia, col criterio meramente numerico, di amputare una parte delle radici su cui poggia la nostra stessa identità: la lingua, l’archeologia, la scienza (e anche lo sport: sparisce, infatti, quel che è rimasto del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, il Coni, dopo la privatizzazione dell’ente). Ma bastano le storie di tre «enti», in realtà autentiche banche-dati culturali: l’Accademia della Crusca, l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, il Museo storico della Fisica-Centro studi e ricerche Enrico Fermi.
La protesta dell’Accademica della Crusca ha già fatto il giro di mezzo mondo accademico: 428 anni di storia, il merito di aver stampato nel 1612 il primo vocabolario della lingua italiana in una penisola politicamente ancora frammentatissima. Strumento che diventò punto di riferimento per la linguistica europea. Assicura il ministro per i Beni e le attività culturali Giancarlo Galan: «L’Accademia non chiuderà. Troveremo la soluzione per non far morire questa istituzione storica che è l’unico baluardo a salvaguardia delle radici della lingua italiana». Aggiunge il suo sottosegretario Francesco Giro: «La sola idea che l’Accademia possa chiudere mi fa rabbrividire». La presidente della Crusca, Nicoletta Maraschio, ha annunciato un appello al presidente Giorgio Napolitano.
Assai meno rumore, almeno per ora, per l’Isiao, l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, nato nel 1995, dalla fusione tra il glorioso Ismeo, Istituto per il …
di Maria Zegarelli
Rosy Bindi, ci risiamo. Lei e la magistratura sembrate due delle ossessioni più ricorrenti del premier.
«Il premier sa che sono una irriducibile nei suoi confronti e cerca di screditarmi su altri piani. È una persona che non sopporta che ci sia un mondo che non può conquistare e quindi lo denigra. Peccato che stavolta lo abbia fatto nella maniera più inqualificabile».
Stavolta ha chiuso la barzelletta con una bestemmia. Poi, ha detto che era una storiella vecchia, che girava in parlamento già da un anno.
«È un uomo indegno. la sua è un’indegnità prima che politica umana. Come può rivestire la carica di presidente del Consiglio un uomo che arriva ad essere gravemente offensivo verso tutti i credenti e poi dire che era una “storiella”? Sono stupita dal silenzio dei cattolici di centrodestra. Sono in imbarazzo o non osano contraddire il Capo? Berlusconi incarna quanto di più lontano c’è dalla cultura politica dei credenti, tanto che negli ultimi tempi ci sono state prese di distanza anche dalle gerarchie ecclesiastiche. Mi auguro che nessuno creda alle false e vuote promesse dei discorsi di questi giorni, con i quali si voleva dare una patina da uomo di Stato. Il vero Berlusconi è quello delle barzellette e dei fuorionda»
Ancora una volta pone la questione di sempre: erano cose dette in privato. La doppia etica può essere una soluzione per un uomo pubblico?
«Ormai siamo alla doppia morale, in privato si può permettere …
di Giorgio Grasso
Tra qualche giorno, il prossimo 23 marzo, la Corte costituzionale dovrà decidere su due questioni di legittimità costituzionale, sollevate dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d’Appello di Trento e riguardanti la compatibilità con la Costituzione della vigente disciplina codicistica, che esclude la possibilità per due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio.
Presso l’Università di Ferrara, il 26 di febbraio u.s., si è discusso di questo argomento, partendo da una ricca relazione introduttiva di Barbara Pezzini e dalle ordinanze di rimessione, al fine di “prevedere” l’imminente decisione della Corte, nell’ambito dei tradizionali Seminari, organizzati da un decennio presso quest’Ateneo (tutto il materiale, a cui si aggiungono anche altri due atti di promovimento, della Corte d’Appello di Firenze e del Tribunale di Ferrara, non ancora pervenuti alla cancelleria della Corte, ed i files video degli interventi sono disponibili sul sito www.amicuscuriae.it).
In particolare, chi scrive ritiene insuperabile (e irriducibile) l’esistenza dell’unione di un uomo e di una donna, nel modello di matrimonio dell’art. 29 Cost., escludendo, quindi, la possibilità di estendere l’istituto matrimoniale alle coppie same sex.
Questo per un duplice ordine di ragioni che, nello spirito più genuino del Seminario, “invitano” coerentemente la Corte a pronunciare il rigetto delle due questioni di legittimità costituzionale e nello stesso tempo ad adottare, all’interno di una dichiarazione d’infondatezza, un convinto monito al legislatore, che lo “costringa” ad approvare un’idonea regolamentazione legislativa della posizione delle coppie omosessuali e dei loro diritti di coppia.
A sostegno dell’infondatezza, si pone, in …
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