“Obbedienza civile” ai referendum sull’acqua, dopo il colpo basso del Consiglio di Stato

di Giampaolo Petrucci

Ennesimo schiaffo alla volontà popolare che, nei referendum del 2011, si era espressa compatta per eliminare i profitti sull’acqua bene comune. La notizia è del 26 maggio: a 6 anni da quella storica consultazione, una sentenza del Consiglio di Stato (CdS) respinge il ricorso del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua (www.acquabenecomune.org) e di Federconsumatori contro il metodo elaborato dall’Aeegsi (Autorità per l’Energia Elettrica, il Gas il Sistema Idrico) per la definizione dei criteri tariffari sui servizi idrici. A fine 2011, il governo Monti – con l’evidente obiettivo di «disinnescare la mina referendaria», denuncia il Forum il 22 giugno – ha trasferito le funzioni di regolazione e di controllo dei servizi idrici in capo all’Aeeg (Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas), conferendole in seguito l’onere di definire il “metodo tariffario transitorio” (Mtt) oggi contestato.
Il CdS, con questo pronunciamento, si allinea all’orientamento generale della scienza economica, secondo la quale il “costo” del capitale investito rientra appieno nella copertura totale dei costi di servizio (la cosiddetta full cost recovery). I giudici amministrativi confermano dunque la legittimità di quella “remunerazione del capitale” investito, che incide sulle bollette tra il 10 e il 25% e che il secondo quesito referendario aveva abrogato, scavalcando la decisione di 26 milioni di italiani che nel 2011 si erano recati alle urne per dire a gran voce che sull’acqua non si fa profitto.
«Eravamo convinti di vivere in uno Stato di diritto»,  

Karl R.Popper lettore dei presocratici

di Matteo Sozzi

ll testo di D’Urso promuove una rivalutazione dell’attenzione di Popper per i presocratici, mostrando tutti i limiti di quelle diffuse prospettive che riconducono la considerazione popperiana degli antichi filosofi unicamente alle teorie epistemologiche: secondo queste interpretazioni egli, nel leggere tali autori, avrebbe semplicemente proiettato su di loro la concezione falsificazionista, al fine di trarne una legittimazione teorica. Dal volume emerge infatti l’interesse costante di Popper per i presocratici, una passione che, pur rimanendo sostanzialmente privata fino alla pubblicazione di Il mondo di Parmenide. Alla scoperta della filosofia presocratica (1973), fu tuttavia saldamente ancorata al suo pensiero e all’elaborazione delle sue riflessioni epistemologiche. Attraverso accurate e minuziose indagini viene così mostrata, in modo convincente, l’insostenibilità di quelle valutazioni tese a sostenere non solo una visione degli antichi pensatori viziata da un’originaria precomprensione falsificazionista, ma anche, di conseguenza, «una limitante, certamente negativa e paradossale caduta in una forma di storicismo da parte di un epistemologo dichiaratamente antistoricista» (p. 11).
Lo studio si articola in tre parti precedute da una introduzione. Le pagine introduttive si propongono di indagare le posizioni della critica. In esse emerge chiaramente la seguente tesi: tranne che per rarissime eccezioni, tra cui spicca per significatività la posizione di Giovanni Cerri, radicata e diffusa tra i commentatori è la percezione della marginalità e dell’occasionalità dell’interesse popperiano per i presocratici, benché tale attenzione abbia accompagnato l’intera produzione del filosofo, sia stata sostenuta da competenze filologiche e si sia  

Intenzionalità ed esperienza nel Wittgenstein intermedio

di Marco Damonte

Studiare il significato delle dichiarazioni in prima persona nella riflessione wittgensteiniana dei primi anni Trenta: è questo l’obiettivo programmatico del testo di Solombrino. Sebbene apparentemente delimitato, il tema prescelto è centrale e capace di mettere in luce la sottile, ma determinante transizione del pensiero di Wittgenstein dal ritenere le dichiarazioni in prima persona delle proposizioni, al considerarle dei proferimenti.
Il lettore esperto, a cui il testo è mirato, viene condotto lungo questa strada a rileggere alcuni temi centrali della riflessione wittgensteiniana, quali la nozione di gioco linguistico e di significato come uso, sotto una luce non consueta, capace di offrire una chiave di lettura originale e convincente ad un tempo. Per «Wittgenstein dei primi anni Trenta», l’autore intende quello che la letteratura secondaria, forte di una terminologia coniata da Stern negli anni Novanta del secolo scorso, indica come Wittgenstein intermedio. L’intento è quello di seguire passo passo il maturare del pensiero di Wittgenstein e presentare al lettore la lenta transizione dalla filosofia giovanile del Tractatus alle acquisizioni più mature. Questa scelta, delicata perché molto circoscritta, ma felice nella misura in cui rende ragione di un passaggio fondamentale della speculazione del filosofo austriaco non sempre adeguatamente valorizzata, implica una precisa selezione dei testi presi in considerazione. I due maggiori sono le Philosophische Bemerkungen – stese nel 1929 al fine di candidarsi ad una research fellowship presso Cambridge – e il Big Typescript – un dattiloscritto redatto nel 1933  

L’eredità di quella liberazione

di Enzo Collotti

Stando alla cronaca dei festeggiamenti di questo 25 aprile dovremmo concludere che l’anniversario della Liberazione è una festa e un’occasione che divide il nostro popolo?
È stato già detto e ridetto che nessuno può essere escluso da una festa di popolo. Così come a nessuno si deve consentire di monopolizzare la festa per fare prevalere le proprie ragioni.
La realtà dimostra che è più facile dirlo che farlo.
Si tratti della Brigata ebraica o delle rappresentanze palestinesi, il pretesto per rompere l’unità dei festeggiamenti si trova facilmente.
Ma chi opera la divisione dimentica almeno due cose.

La prima, la distanza di tempo che ci separa dalla lotta di liberazione (siamo al 72esimo anno!). La seconda, la complessità della situazione nella quale ci troviamo oggi (altrettanto complessa ma al tempo stesso diversa da quella di 72 anni fa).
Tutto questo per dire che cosa? Che nulla può essere come 72 anni fa: ci sono ricambi generazionali e ogni generazione ha il diritto di dare al 25 aprile il senso che ritiene più appropriato una volta esclusi i fascisti.

Il rispetto della storia non può indurci a credere che tutto sia rimasto come prima: questo sì che sarebbe un modo per fare violenza alla storia. In secondo luogo è cambiato lo spettro della realtà geopolitica internazionale. Anche di questo si deve essere consapevoli se si vuole rimanere dentro la storia.
Tenere insieme la dimensione  

Daniel Cohen : « La France est fondamentalement inégalitaire »

di Antoine d’Abbundo et Marie Dancer

Pour l’économiste Daniel Cohen, il faut mettre fin au système élitiste à la française.

Avant la présidentielle, « La Croix » explore durant trois semaines les inégalités économiques, les ruptures sociétales, les fractures culturelles qui traversent la France.

Selon Daniel Cohen, directeur du département d’économie de l’École normale supérieure et cofondateur de l’École d’économie de Paris, la France est une société fondamentalement inégalitaire.

La Croix : La France a fait de l’égalité un élément du triptyque républicain. Mais tient-elle ses promesses ?

Daniel Cohen : L’hypocrisie est totale sur ce sujet car, en réalité, la France n’a jamais réussi à réconcilier deux systèmes de valeurs opposés : l’aristocratique, qui fonde une société hiérarchique, et l’ecclésiastique où tout le monde est égal devant Dieu. Aujourd’hui, elle est arrivée au point limite de sa capacité à prétendre qu’elle est un pays d’égalité alors que ce qui structure la société, c’est toujours ce vieil ordre aristocratique. Voilà la « maladie française ».

Quand on parle d’inégalités, on pense d’abord aux inégalités économiques qui ont tendance à se creuser depuis quelques années…

D. C. : La France est une société inégalitaire, mais ces inégalités ne se retrouvent que très peu dans les revenus et si les écarts ont tendance à augmenter, la France reste dans la moyenne des pays développés.

Cette relative stabilité tient au fait qu’il existe dans notre pays des « amortisseurs sociaux » importants comme, par  

Se la Bce sostiene multinazionali e cambiamenti climatici

di Andrea Baranes

Scoppia un incendio. Per fortuna arrivano i pompieri. Che però si mettono a versare sempre più acqua in una piscina piena, mentre la casa a fianco sta bruciando.

A giugno 2016 la BCE lancia l’ennesimo piano per provare a rilanciare l’economia del vecchio continente. Visto che anni passati a “stampare soldi” tramite il quantitative easing (www.nonconimieisoldi.org) non hanno dato i risultati sperati, ecco il passo ulteriore: con questi soldi acquistare non solo titoli di Stato, ma anche obbligazioni di imprese private. Corporate Europe Observatory – CEO, l’organizzazione che da anni studia e denuncia il peso delle lobby nelle decisioni europee, è andata a vedere quali siano le imprese e i settori che hanno beneficiato di tali acquisti. La ricerca appena pubblicata (corporateeurope.org) non lascia spazio a dubbi: “il risultato è inquietante, a meno che non pensiate che petrolio, auto di lusso, champagne e gioco d’azzardo siano il posto migliore in cui mettere soldi pubblici”.

In ultima analisi l’intervento della BCE è un sostegno ad alcune delle più grandi multinazionali. Le obbligazioni sono una forma di finanziamento, il cui costo segue la legge della domanda e dell’offerta: se sono in molti a volere i titoli di una determinata impresa, questa potrà offrire tassi di interesse minori. Se al contrario nessuno o quasi le vuole comprare, gli interessi che dovrà garantire l’impresa per finanziarsi salgono. Se la BCE interviene acquistando determinate obbligazioni, il soggetto corrispondente si trova quindi avvantaggiato rispetto  

Vaticano e gay, una storia di paure. Intervista a Krzysztof Charamsa*

di Ludovica Eugenio

Partiamo da un dato di cronaca. In questi giorni ricorrono trent’anni dalla lettera di Ratzinger, prefetto della CDF, ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Ratzinger vi faceva affermazioni gravissime, ribadendo l’immoralità del comportamento omosessuale, in sé “disordinato”. È cambiato qualcosa da allora?

Questo documento della CDF dovrebbe chiamarsi “Lettera su come disprezzare e rifiutare la cura pastorale delle persone omosessuali e offenderle con stereotipi pseudo-scientifici sul loro conto”. Dire che tratta della “cura pastorale” è una falsità. La Chiesa vuole evitare a tutti costi la cura pastorale degli omosessuali. La prevede solo per gli eterosessuali (ritenuti sani), tra i quali si fanno rientrare anche i casi di chi non rispetta la norma dell’eterosessualità, considerati patologici,come le persone omosessuali.

Sostanzialmente non è cambiato nulla nella posizione della Chiesa; i documenti successivi della CDF hanno solo esasperato ciò che questa lettera imponeva (riprendendo anche il documento Persona humana, n. 8, del 1975).

Il principale problema è che la Chiesa, pur avendo ammesso il termine “persona omosessuale” in realtà non ha mai trattato gli omosessuali come persone definite dall’orientamento sessuale nella loro natura o essenza personale. Nel caso delle persone eterosessuali ciò è scontato: sono sempre percepite come tali, mentre per gli omosessuali si ammette solo un “comportamento omosessuale”, disordinatamente deciso dall’individuo. Insomma, un’attività ritenuta disordinata, ma mai confrontata seriamente con la questione di un sano orientamento sessuale che  

“Globalizzazione finita? No. Ma è ora che i più forti aiutino gli emarginati”.Intervista ad Amartya Sen

di Massimo Franco

«Non credo che nel mondo di oggi sia in corso uno scontro tra globalizzazione e antiglobalizzazione. Se pensiamo al movimento no global che si presentò prima al G8 di Genova nel 2001, poi in altre città, era il massimo della globalità. No, lo scontro è tra diversi modelli di sviluppo e di globalizzazione…». Amartya Sen parla lentamente, e non smentisce la sua attenzione di una vita ai temi sociali: quelli che lo hanno fatto definire «La Madre Teresa degli economisti», sebbene non gradisca il paragone con la mitica suorina dei diseredati di Calcutta. L’ economista-filosofo indiano, premio Nobel per l’ Economia nel 1997, docente a Harvard, parla di Sud e di Nord dell’ Italia e del mondo, di Donald Trump, del tumore che lo colpì da ragazzo. E di immortalità. Il suo nome, Amartya, in bengalese significa «immortale».
E lui, agnostico di 83 anni, ammette che gli piacerebbe un’ immortalità «che non significa essere ricordato, ma, come dice Woody Allen, significa non morire…». Sorride, ironico. L’ intervista col Corriere avviene di fronte a oltre trecento persone, nell’ aula magna della Facoltà di Architettura a Roma Tre, per i dieci anni della Fondazione con il Sud. E saltando dal Cinquecento al presente, disegna un mondo nel quale rimbalzano luoghi comuni che si sforza di smentire.

Professor Sen, condivide il cliché di un Sud del mondo in crisi, e di un Nord costretto a aiutarlo ma riluttante a  

In morte di Tullio De Mauro: la cultura impura

di Ruggero Eugeni*

Un pomeriggio di una trentina di anni in un’affollata conferenza di un Convegno di Semiotica a San Marino compresi finalmente e all’improvviso il generativismo sintattico di Noam Chomsky. Fu Tullio de Mauro a illuminarmi: “Chomsky pensa che nasciamo tutti con dentro la testa delle grucce cui poi basta appendere i vestiti – cioè le parole”. Il tono era un po’ ironico, ma la metafora funziona, e illustra bene l’atteggiamento con cui De Mauro affrontava questioni complesse: con rigore, ma anche con leggerezza.
Proprio questa leggerezza ha sempre permesso a De Mauro di non restare prigioniero dei settori (scientifici e non) di cui si è occupato, ma di contaminare felicemente ambiti differenti. Di essere, insomma, uno studioso impuro. Nasce di qui il suo interesse per la linguistica, una disciplina che negli anni Cinquanta iniziava a germogliare dalla Glottologia per incroci e ibridazioni provenienti soprattutto dall’estero e spesso malvisti dalle istituzioni accademiche (De Mauro rischiò seriamente di essere radiato dall’Istituto orientale di Napoli dove operava come assistente).

Nasce da questa contaminazione, negli anni Sessanta, il progetto di una Storia linguistica dell’Italia Unita (la terza e ultima edizione è del 2015), pensata come una storia dei ritardi formativi del nostro sistema scolastico, in un dialogo neppure troppo nascosto con don Lorenzo Milani e Pier Paolo Pasolini. Nasce ancora da qui alla fine degli anni sessanta il lavoro – monstrum sul Corso di Linguistica Generale, l’opera chiave dello strutturalismo: alcuni  

Intervista a Carlo Amirante. “Quello di Renzi e Napolitano è stato un delitto tentato.Ora non gli resta che piangere”

di Alessandro Bianchi

Il risultato del Referendum costituzionale è una risposta etica e politica agli attentati alla Costituzione di cui il principale responsabile è stato il presidente Napolitano”. Così Carlo Amirante, già professore di Diritto Costituzionale alla Federico II di Napoli e una delle voci giuridiche più critiche della riforma costituzionale proposta da Renzi ascoltato da l’AntiDiplomatico.


Napolitano, la vera mente delle riforme, è il grande sconfitto oltre a Renzi?

Si certamente. Dopo aver condizionato l’accettazione di un secondo mandato all’impegno del Parlamento e del futuro Governo di cambiare la Costituzione e realizzare ampie riforme economiche, pur avendo giurato fedeltà alla Costituzione vigente – passaggio obbligato prima di assumere la carica – si è poi impegnato con tutto il peso della sua carica a stravolgere la Costituzione nominando una commissione di costituzionalisti con la quale ha anche dialogato, provando a trasformare il Paese in una repubblica semipresidenziale o evocando addirittura una ipotetica repubblica presidenziale. Purtroppo, il meritatissimo impeachment contro il Capo dello Stato promosso dai Cinque Stelle, si è arenato in parlamento nell’omertà di parlamentari incapaci di valutare il comportamento di Napolitano, palesemente in contrasto con il suo ruolo istituzionale.

Una riforma costituzionale approvata a colpi di fiducia. Come giudica il comportamento istituzionale di Renzi e del suo governo?

Il presidente Renzi, a sua volta, sorretto e fiancheggiato da Napolitano, ha compiuto una serie di attività che non rientravano nelle competenze che la Costituzione attribuisce al Presidente del  

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