L’eredità di quella liberazione

di Enzo Collotti

Stando alla cronaca dei festeggiamenti di questo 25 aprile dovremmo concludere che l’anniversario della Liberazione è una festa e un’occasione che divide il nostro popolo?
È stato già detto e ridetto che nessuno può essere escluso da una festa di popolo. Così come a nessuno si deve consentire di monopolizzare la festa per fare prevalere le proprie ragioni.
La realtà dimostra che è più facile dirlo che farlo.
Si tratti della Brigata ebraica o delle rappresentanze palestinesi, il pretesto per rompere l’unità dei festeggiamenti si trova facilmente.
Ma chi opera la divisione dimentica almeno due cose.

La prima, la distanza di tempo che ci separa dalla lotta di liberazione (siamo al 72esimo anno!). La seconda, la complessità della situazione nella quale ci troviamo oggi (altrettanto complessa ma al tempo stesso diversa da quella di 72 anni fa).
Tutto questo per dire che cosa? Che nulla può essere come 72 anni fa: ci sono ricambi generazionali e ogni generazione ha il diritto di dare al 25 aprile il senso che ritiene più appropriato una volta esclusi i fascisti.

Il rispetto della storia non può indurci a credere che tutto sia rimasto come prima: questo sì che sarebbe un modo per fare violenza alla storia. In secondo luogo è cambiato lo spettro della realtà geopolitica internazionale. Anche di questo si deve essere consapevoli se si vuole rimanere dentro la storia.
Tenere insieme la dimensione  

Daniel Cohen : « La France est fondamentalement inégalitaire »

di Antoine d’Abbundo et Marie Dancer

Pour l’économiste Daniel Cohen, il faut mettre fin au système élitiste à la française.

Avant la présidentielle, « La Croix » explore durant trois semaines les inégalités économiques, les ruptures sociétales, les fractures culturelles qui traversent la France.

Selon Daniel Cohen, directeur du département d’économie de l’École normale supérieure et cofondateur de l’École d’économie de Paris, la France est une société fondamentalement inégalitaire.

La Croix : La France a fait de l’égalité un élément du triptyque républicain. Mais tient-elle ses promesses ?

Daniel Cohen : L’hypocrisie est totale sur ce sujet car, en réalité, la France n’a jamais réussi à réconcilier deux systèmes de valeurs opposés : l’aristocratique, qui fonde une société hiérarchique, et l’ecclésiastique où tout le monde est égal devant Dieu. Aujourd’hui, elle est arrivée au point limite de sa capacité à prétendre qu’elle est un pays d’égalité alors que ce qui structure la société, c’est toujours ce vieil ordre aristocratique. Voilà la « maladie française ».

Quand on parle d’inégalités, on pense d’abord aux inégalités économiques qui ont tendance à se creuser depuis quelques années…

D. C. : La France est une société inégalitaire, mais ces inégalités ne se retrouvent que très peu dans les revenus et si les écarts ont tendance à augmenter, la France reste dans la moyenne des pays développés.

Cette relative stabilité tient au fait qu’il existe dans notre pays des « amortisseurs sociaux » importants comme, par  

Se la Bce sostiene multinazionali e cambiamenti climatici

di Andrea Baranes

Scoppia un incendio. Per fortuna arrivano i pompieri. Che però si mettono a versare sempre più acqua in una piscina piena, mentre la casa a fianco sta bruciando.

A giugno 2016 la BCE lancia l’ennesimo piano per provare a rilanciare l’economia del vecchio continente. Visto che anni passati a “stampare soldi” tramite il quantitative easing (www.nonconimieisoldi.org) non hanno dato i risultati sperati, ecco il passo ulteriore: con questi soldi acquistare non solo titoli di Stato, ma anche obbligazioni di imprese private. Corporate Europe Observatory – CEO, l’organizzazione che da anni studia e denuncia il peso delle lobby nelle decisioni europee, è andata a vedere quali siano le imprese e i settori che hanno beneficiato di tali acquisti. La ricerca appena pubblicata (corporateeurope.org) non lascia spazio a dubbi: “il risultato è inquietante, a meno che non pensiate che petrolio, auto di lusso, champagne e gioco d’azzardo siano il posto migliore in cui mettere soldi pubblici”.

In ultima analisi l’intervento della BCE è un sostegno ad alcune delle più grandi multinazionali. Le obbligazioni sono una forma di finanziamento, il cui costo segue la legge della domanda e dell’offerta: se sono in molti a volere i titoli di una determinata impresa, questa potrà offrire tassi di interesse minori. Se al contrario nessuno o quasi le vuole comprare, gli interessi che dovrà garantire l’impresa per finanziarsi salgono. Se la BCE interviene acquistando determinate obbligazioni, il soggetto corrispondente si trova quindi avvantaggiato rispetto  

Vaticano e gay, una storia di paure. Intervista a Krzysztof Charamsa*

di Ludovica Eugenio

Partiamo da un dato di cronaca. In questi giorni ricorrono trent’anni dalla lettera di Ratzinger, prefetto della CDF, ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Ratzinger vi faceva affermazioni gravissime, ribadendo l’immoralità del comportamento omosessuale, in sé “disordinato”. È cambiato qualcosa da allora?

Questo documento della CDF dovrebbe chiamarsi “Lettera su come disprezzare e rifiutare la cura pastorale delle persone omosessuali e offenderle con stereotipi pseudo-scientifici sul loro conto”. Dire che tratta della “cura pastorale” è una falsità. La Chiesa vuole evitare a tutti costi la cura pastorale degli omosessuali. La prevede solo per gli eterosessuali (ritenuti sani), tra i quali si fanno rientrare anche i casi di chi non rispetta la norma dell’eterosessualità, considerati patologici,come le persone omosessuali.

Sostanzialmente non è cambiato nulla nella posizione della Chiesa; i documenti successivi della CDF hanno solo esasperato ciò che questa lettera imponeva (riprendendo anche il documento Persona humana, n. 8, del 1975).

Il principale problema è che la Chiesa, pur avendo ammesso il termine “persona omosessuale” in realtà non ha mai trattato gli omosessuali come persone definite dall’orientamento sessuale nella loro natura o essenza personale. Nel caso delle persone eterosessuali ciò è scontato: sono sempre percepite come tali, mentre per gli omosessuali si ammette solo un “comportamento omosessuale”, disordinatamente deciso dall’individuo. Insomma, un’attività ritenuta disordinata, ma mai confrontata seriamente con la questione di un sano orientamento sessuale che  

“Globalizzazione finita? No. Ma è ora che i più forti aiutino gli emarginati”.Intervista ad Amartya Sen

di Massimo Franco

«Non credo che nel mondo di oggi sia in corso uno scontro tra globalizzazione e antiglobalizzazione. Se pensiamo al movimento no global che si presentò prima al G8 di Genova nel 2001, poi in altre città, era il massimo della globalità. No, lo scontro è tra diversi modelli di sviluppo e di globalizzazione…». Amartya Sen parla lentamente, e non smentisce la sua attenzione di una vita ai temi sociali: quelli che lo hanno fatto definire «La Madre Teresa degli economisti», sebbene non gradisca il paragone con la mitica suorina dei diseredati di Calcutta. L’ economista-filosofo indiano, premio Nobel per l’ Economia nel 1997, docente a Harvard, parla di Sud e di Nord dell’ Italia e del mondo, di Donald Trump, del tumore che lo colpì da ragazzo. E di immortalità. Il suo nome, Amartya, in bengalese significa «immortale».
E lui, agnostico di 83 anni, ammette che gli piacerebbe un’ immortalità «che non significa essere ricordato, ma, come dice Woody Allen, significa non morire…». Sorride, ironico. L’ intervista col Corriere avviene di fronte a oltre trecento persone, nell’ aula magna della Facoltà di Architettura a Roma Tre, per i dieci anni della Fondazione con il Sud. E saltando dal Cinquecento al presente, disegna un mondo nel quale rimbalzano luoghi comuni che si sforza di smentire.

Professor Sen, condivide il cliché di un Sud del mondo in crisi, e di un Nord costretto a aiutarlo ma riluttante a  

In morte di Tullio De Mauro: la cultura impura

di Ruggero Eugeni*

Un pomeriggio di una trentina di anni in un’affollata conferenza di un Convegno di Semiotica a San Marino compresi finalmente e all’improvviso il generativismo sintattico di Noam Chomsky. Fu Tullio de Mauro a illuminarmi: “Chomsky pensa che nasciamo tutti con dentro la testa delle grucce cui poi basta appendere i vestiti – cioè le parole”. Il tono era un po’ ironico, ma la metafora funziona, e illustra bene l’atteggiamento con cui De Mauro affrontava questioni complesse: con rigore, ma anche con leggerezza.
Proprio questa leggerezza ha sempre permesso a De Mauro di non restare prigioniero dei settori (scientifici e non) di cui si è occupato, ma di contaminare felicemente ambiti differenti. Di essere, insomma, uno studioso impuro. Nasce di qui il suo interesse per la linguistica, una disciplina che negli anni Cinquanta iniziava a germogliare dalla Glottologia per incroci e ibridazioni provenienti soprattutto dall’estero e spesso malvisti dalle istituzioni accademiche (De Mauro rischiò seriamente di essere radiato dall’Istituto orientale di Napoli dove operava come assistente).

Nasce da questa contaminazione, negli anni Sessanta, il progetto di una Storia linguistica dell’Italia Unita (la terza e ultima edizione è del 2015), pensata come una storia dei ritardi formativi del nostro sistema scolastico, in un dialogo neppure troppo nascosto con don Lorenzo Milani e Pier Paolo Pasolini. Nasce ancora da qui alla fine degli anni sessanta il lavoro – monstrum sul Corso di Linguistica Generale, l’opera chiave dello strutturalismo: alcuni  

Intervista a Carlo Amirante. “Quello di Renzi e Napolitano è stato un delitto tentato.Ora non gli resta che piangere”

di Alessandro Bianchi

Il risultato del Referendum costituzionale è una risposta etica e politica agli attentati alla Costituzione di cui il principale responsabile è stato il presidente Napolitano”. Così Carlo Amirante, già professore di Diritto Costituzionale alla Federico II di Napoli e una delle voci giuridiche più critiche della riforma costituzionale proposta da Renzi ascoltato da l’AntiDiplomatico.


Napolitano, la vera mente delle riforme, è il grande sconfitto oltre a Renzi?

Si certamente. Dopo aver condizionato l’accettazione di un secondo mandato all’impegno del Parlamento e del futuro Governo di cambiare la Costituzione e realizzare ampie riforme economiche, pur avendo giurato fedeltà alla Costituzione vigente – passaggio obbligato prima di assumere la carica – si è poi impegnato con tutto il peso della sua carica a stravolgere la Costituzione nominando una commissione di costituzionalisti con la quale ha anche dialogato, provando a trasformare il Paese in una repubblica semipresidenziale o evocando addirittura una ipotetica repubblica presidenziale. Purtroppo, il meritatissimo impeachment contro il Capo dello Stato promosso dai Cinque Stelle, si è arenato in parlamento nell’omertà di parlamentari incapaci di valutare il comportamento di Napolitano, palesemente in contrasto con il suo ruolo istituzionale.

Una riforma costituzionale approvata a colpi di fiducia. Come giudica il comportamento istituzionale di Renzi e del suo governo?

Il presidente Renzi, a sua volta, sorretto e fiancheggiato da Napolitano, ha compiuto una serie di attività che non rientravano nelle competenze che la Costituzione attribuisce al Presidente del  

Improvvisazione.Ontologia di una pratica artistica

di Alessandro Bertinetto*

Ne Il pensiero dei suoni[1] mancava, per motivi di spazio, un capitolo dedicato specificamente all’ontologia della musica. Questo libro intende espressamente colmare quella lacuna. Il suo taglio è però diverso. Mentre il volume del 2012 era di carattere introduttivo, questo ha natura più marcatamente teorica. Non si limita a presentare e discutere le diverse posizioni filosofiche relative all’ontologia della musica, ma intende difendere due tesi, che s’intrecciano e si accavallano anche nell’ordine dei capitoli. Per un verso, intendo discutere il carattere specifico dell’ontologia dell’improvvisazione musicale. Per altro verso, voglio sostenere come proprio l’improvvisazione, che sfugge alle sistemazioni rigide del mainstream dell’ontologia della musica, ci aiuti a riformare l’ontologia della musica nel suo complesso, stabilendo il primato del performativo, del pratico e dell’estetica sull’ontologia. L’improvvisazione – questa almeno la mia convinzione – rende così un ottimo servizio all’ontologia della musica come ontologia di una pratica artistica.

Si giustifica così anche l’apparente natura paradossale del titolo. Non sarebbe fuori luogo domandarsi: come si può eseguire l’inatteso? Posso eseguire un’istruzione che è già disponibile, non qualcosa che non solo non c’è, ma neppure è atteso o previsto. In inglese il verbo “to perform” ha un significato neutro e, magari con l’eccezione relativa alla riproduzione della musica registrata, lo si può usare indifferentemente per tutte le forme del fare musica; il che vale anche per tutte quelle pratiche artistiche, come la danza e il teatro, che, come la musica, sono appunto intese  

Nuova luce su una storia italiana

di Anna Foa

L’ultimo lavoro di Giacomo Todeschini, La banca e il ghetto. Una storia italiana, è un libro importante che apre nuove prospettive di interpretazione e ricolloca in una luce nuova la storia degli ebrei italiani tra il XIV e il XVI secolo. Esso pone un nesso molto stretto tra l’affermarsi della banca cristiana in Italia nel XV secolo e la chiusura degli ebrei italiani nei ghetti. Una banca, quella cristiana, che è un’invenzione tutta italiana, il frutto specifico della struttura politica ed economica delle città e degli Stati italiani fra Due e Cinquecento. La storia del prestito ebraico viene interpretata da Todeschini in un’ottica, fin dalla sua origine, di stretto sia pur marginale rapporto con il prestito cristiano, e la sua crescente marginalizzazione si traduce alla fine in una separazione anche spaziale, oltre che economica e finanziaria, dal mondo cristiano: il ghetto. Giacomo Todeschini non è uno storico economico tradizionale, attento solo a privilegiare i flussi monetari e le trasformazioni economiche rispetto alla società e alla cultura. È uno storico sottile, attento alle mentalità, ai sistemi interpretativi, al modo in cui le funzioni economiche e finanziarie sono percepite nel Medioevo che ha tanto studiato, e ai rapporti tra i sistemi ideologici cristiani e quelli ebraici. Nulla di puramente fattuale nelle sue interpretazioni, ma mentalità, culture, percezioni che guidano e modificano le funzioni economiche e i rapporti tra diversi mondi culturali. Eppure in questo suo ultimo libro si sente, soprattutto  

La laicité, nouvelle religion nationale

di Jean-François Bayart

Nicolas Sarkozy et Manuel Valls ont de l’affection pour la Camargue, où ils se sont volontiers mis en scène, et en selle. Peut-être est-ce la raison pour laquelle ils ont développé, l’un et l’autre, une vision tauromachique de la laïcité, virile et agressive, chacun dans un style différent.

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Nicolas Sarkozy a parlé de « laïcité positive », ce qui revenait à relativiser la séparation des cultes et de l’Etat instituée par la loi de 1905, à la fois pour mieux contrôler l’islam et pour renouer avec les racines « millénaires » de la France, comme il aime à le dire en reprenant une thématique du Front national et de la droite antirévolutionnaire, afin de suggérer son attachement au statut de « fille aînée de l’Eglise », dont s’est longtemps targuée la monarchie. « Les racines de la France sont essentiellement chrétiennes (…) la laïcité n’a pas le pouvoir de couper la France de ses racines chrétiennes. Elle a tenté de le faire, elle n’aurait pas dû », a-t-il déclaré dans son discours du Palais de Latran, le 20 décembre 2007, avant d’en appeler à la « transcendance » et à la « spiritualité » et d’affirmer que « l’instituteur ne pourra jamais remplacer le curé ou le pasteur » – mais sans doute l’imam ?

Manuel Valls, droit dans ses gardianes de fils d’immigrés catalans, incarne une « laïcité exigeante », se prononce pour une « défense  

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