di Nadia Urbinati
La combinazione di capitalismo e democrazia costituisce un compromesso tra proprietà dei mezzi privati di produzione e suffragio universale, per cui chi possiede i primi accetta istituzioni politiche nelle quali le decisioni sono l´aggregato di voti che hanno uguale peso. Il keynesianesimo ha dato i fondamenti ideologici e politici di questo compromesso, e lo ha fatto rispondendo alla crisi del 1929 che lasciò sul tappeto una disoccupazione tremenda. Il compromesso con l´esistente dottrina economica consistette nell´assegnare al pubblico un ruolo centrale poiché invece di assistere i poveri come aveva fatto nei decenni precedenti, li impiegava o promuoveva politiche sociali che creavano impiego. Questo comportò l´incremento della domanda e la ripresa dell´occupazione. Come ebbe a dire Léon Blum, una migliore distribuzione può rivitalizzare l´occupazione e nello stesso tempo soddisfare la giustizia sociale. L´esito del compromesso tra democrazia e capitalismo fu che i poveri diventarono davvero i rappresentanti dell´interesse generale della società –la loro emancipazione bloccò le politiche restauratrici della classe che possedeva il potere economico. L´allargamento dei consumi privati aveva messo in moto il più importante investimento, quello sulla cittadinanza. La politica del doppio binario “piena occupazione e eguaglianza politica” fu la costituzione materiale delle costituzioni democratiche dalla fine della Seconda guerra mondiale. L´esito fu che l´allocazione delle risorse economiche – dal lavoro ai beni sociali e primari ai servizi– fu dominata dalle relazioni delle forze politiche. I partiti politici si incaricarono di gestire la politica, …
di Nadia Urbinati
La dialettica politica e partitica mal si adatta ai tempi di emergenza. Il governo Monti è un governo ad interim che per unanime consenso è temporaneo perché di emergenza. Secondo gli scettici della democrazia parlamentare, nei momenti di crisi radicale serve un forte esecutivo che risolva l´impotenza della deliberazione collettiva di decidere con celerità e senza calcoli elettoralistici. In questi mesi di guerra dei mercati finanziari agli stati democratici, la politica è stata messa all´angolo. Il fatto poi che l´Italia abbia avuto per anni un governo a dir poco imbarazzante ha reso il silenzio della politica addirittura desiderabile. Ma la politica deve uscire dall´angolo e tornare a coprire il suo ruolo di governo della società per mezzo della libera competizione di programmi e idee. In un´intervista rilasciata in questi giorni a Repubblica, Gustavo Zagrebelsky ha con chiarezza richiamato l´attenzione sulla provvisorietà di questo tempo e l´urgenza di “riportare in onore la politica,” affinché le forze politiche non siano più ridotte “al mugugno o al mugolio” ma parlino, facciano proposte e sappiano rimettere il futuro, la progettualità, al centro del presente. La rinascita della politica vuol dire ripristino del linguaggio politico; ridare spazio al progetto di governo della società, non per l´oggi soltanto, e senza prostrazione a un´idea dominante che non tollera opinioni discordanti. È questa apertura al possibile che oggi non ha ossigeno. Perché le sfide che la incalzano …
di Valerio Gigante
“Gli esclusi riprendono la parola”: questa la frase che i suoi amici hanno deciso di porre di fronte all’altare, per il funerale di Giulio Girardi, celebrato il 28 febbraio scorso nel salone della Comunità cristiana di Base di San Paolo, di fronte a circa 200 persone.
Frase significativa, dal momento che Girardi ha speso una intera vita a favore degli esclusi ed affinché gli esclusi riprendessero la parola, nella Chiesa e nella società. Ma anche perché la condizione di escluso era stata, suo malgrado, anche quella che aveva dovuto subire Girardi stesso. Tra i più grandi teologi della generazione conciliare, Girardi aveva infatti vissuto la progressiva emarginazione dal mondo accademico; la sua promettente carriera ecclesiastica era stata ostacolata e poi definitivamente compromessa alla fine degli anni ’60 (tra i suoi più forti oppositori nella Curia vaticana, il card. Giovanni Benelli, sostituto alla Segreteria di Stato); la Congregazione dei Salesiani lo aveva allontanato; la Chiesa istituzionale aveva decretato nei suoi confronti una sorta di ostracismo; la teologia ufficiale ne aveva totalmente rimosso l’originalissimo contributo. Infine, negli ultimi anni della sua vita, Girardi era stato escluso, a causa della malattia che lo affliggeva anche da ciò che più rendeva ricca e significativa la sua vita: la scrittura e la possibilità di viaggiare, specie nella “sua” America Latina.
Nonostante tutto ciò, Giulio Girardi, morto ad 86 anni il 26 febbraio scorso, per il movimento conciliare, la Chiesa di base, la Teologia della Liberazione e la Teologia indigena, per i …
di Guido Melis
Massimo D’Alema ha usato una metafora gramsciana, quella dei due eserciti nemici costretti al reciproco assedio. Né vinti né vincitori. Stallo. Si stenterebbe a trovare nella storia d’Italia del dopoguerra una congiuntura politica assimilabile a quella attuale. Governi tecnici, sì, ne abbiamo avuto, ma sempre sostenuti da una più o meno solidale maggioranza parlamentare. Fu così ad esempio nel 1993-94 per Ciampi, chiamato a traghettare la prima nella seconda Repubblica. Niente di ciò può dirsi per Monti. Qui la maggioranza parlamentare (oltre 500 voti) è in realtà spezzata in due tronconi, divisi dal passato ma soprattutto dal futuro, entrambi in trincea in vista di quella che sarà, tra due anni o forse prima, la volata elettorale. Sicché tutti gli elementi del programma, dai più impegnativi a quelli di dettaglio, vanno faticosamente concordati nella difficile diplomazia segreta dei partiti. Nulla passa che non sia preventivamente autorizzato dall’alleato-avversario. Nulla che non rientri in un complesso gioco di compensazioni reciproche. Si spiega così la complicata gestione parlamentare della manovra di dicembre. Un passo avanti e due indietro: deindicizzazione delle pensioni minime, prima casa fuori dall’Imu per i redditi bassi, ma al tempo stesso cedimenti alle lobbies dei farmacisti e timidezza (eccessiva) verso gli ordini professionali. Tutto si tiene, insomma. Detto ciò il governo Monti non è privo di risorse. Gode (non sembri paradossale, dopo quello che si è appena detto) di un suo largo spazio di manovra, determinato da due …
di Guido Melis
Della coppia di concetti proposta dal nostro tema di oggi (“Beni comuni”), più del sostantivo mi interessa l’aggettivo: “comuni”. E’ una parola impegnativa, sulla quale conviene riflettere.
Cominciano dall’ovvio. Un processo molecolare, diffuso, ha investito in questi ultimi anni la nostra società, anche nelle dimensioni periferiche (come è stata ed è quella sarda). Pur essendo un processo complesso, dotato di articolazioni e variabili anche significative a seconda delle latitudini e delle aree geografiche, credo che si possa riassumere questo fenomeno con due parole: la rottura della comunità. Oppure – detto in altro modo – la frammentazione prima, la dispersione poi di quelle che erano un tempo le reti della solidarietà sociale e comunitaria.
Queste reti sono nel nostro paese molto antiche, e tenaci. Hanno retto per secoli e forse – nel celebrare l’unità nazionale – dovremmo insistere di più sulla loro “tenuta”. Sono le reti della famiglia, innanzitutto; e poi della famiglia allargata; e della comunità del piccolo paese; della parrocchia; della provincia italiana; e poi delle identità regionali; e le grandi reti di solidarietà tra le classi sociali sfruttate; quelle dell’associazionismo laico e religioso; e le reti degli interessi concreti organizzati su scala interregionale. Quando ci sono state le varie Caporetto (ne abbiamo avuto diverse, oltre a quella ufficiale) queste reti, specie le più prossime alle persone, hanno agito da collante sotterraneo e hanno tenuto insieme la comunità nazionale e quella locale.
La soppressione però …
di Giancarla Codrignani
Eccola che torna la parola intrigante bene o male introdotta nel titolo V della Costituzione! Dice il nuovo art.120 che “quando lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”, la legge garantisce che “i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà”. Anche nel 1999 il termine suscitò discussioni e non mancarono gli avvertimenti: infatti, in mancanza di chiare definizioni giuridiche, sussidiarietà può significare che il privato fa quello che lo stato – essendo i bisogni umani pressoché illimitati – non riesce a fare, oppure che lo stato si limita a ciò che non riescono a fare i privati. Già allora parte della sinistra, quella che disperava di poter riformare il modello mercatista globalizzato e non più controllabile dagli stati, prefigurava la seconda possibilità. Peccato che abbia continuato a parlare a vuoto di riformismo, senza informare che era già in marcia la trasformazione del welfare in assistenzialismo. Adesso, però, qualcuno dovrebbe spiegare perché i servizi dovrebbero costare meno se gestiti da un privato non necessariamente altruista e disinteressato: o abbiamo fallito sul controllo o andrà inevitabilmente a rischio la qualità. Per esemplificare, Gelmini ha dato ai bambini e alle bambine delle elementari classi di trenta bimbi (tra cui quattro magrebini, tre cinesi e altri otto di varia provenienza), con meno insegnanti, meno ore e meno tempo pieno, meno sostegno all’handicap e meno mediatori culturali: diciamo che …
di Michele Smargiassi
“Una forma smisurata di donna seduta in terra”, dal volto “mezzo tra bello e terribile”: una matrigna crudele e sprezzante, così la Natura appare allo sfortunato Islandese nel celebre dialogo di Leopardi che fonda la nostra modernità. Meno di un secolo prima, Voltaire si era ribellato al terremoto di Lisbona, evento tremendamente naturale, in nome della Ragione. No, non è mai stato piacevole per i filosofi maneggiare questo concetto che all´uomo della strada evoca invece idee di relax, pace, benessere. Dev´essere per questo che il FestivalFilosofia di Modena ha atteso dieci anni prima di scegliere questa parola bella e terribile come tema della sua undicesima edizione. Ma non si poteva attendere oltre: possiamo non occuparci della natura, ma la Natura si occupa di noi, fin nel profondo, sempre di più. «È diventato un argomento profondamente politico», spiega Remo Bodei, ideatore e responsabile scientifico del più importante appuntamento dedicato al pensiero speculativo.
Minacciata e fragile nel suo equilibrio ecologico, minacciosa e aggressiva nelle sue manifestazioni catastrofiche (tsunami, terremoti, uragani), la Natura sembra invocare o pretendere qualcosa dall´uomo: «Le cose inanimate sembrano sempre più godere di diritti, e li reclamano». Crolla l´opposizione classica fra natura e cultura, l´imprevista competitiva alleanza tra physis e technè profana il confine sacro del corpo umano e rende fluidi e labili concetti naturali come la vita e la morte. Certo, è giunto il tempo che il festival affronti finalmente, faccia …
di Umberto Veronesi
Per chi esprime il pensiero laico della società civile, al di fuori delle ideologie e delle fedi, i sentimenti di fronte alla legge sul biotestamento in via di approvazione alla Camera sono essenzialmente due: stupore e incredulità. Non capiamo come può il Parlamento prendere decisioni che calpestano i diritti individuali tutelati dalla Costituzione, quale quello, fondamentale, di decidere come vivere e come non vivere. E inoltre non crediamo che lo possa fare. Capiamo invece che il dibattito sulla vita, la sua qualità e la sua fine, passa attraverso dilemmi etici e filosofici, oltre che medico-scientifici, che la politica non riesce a trattare, e capiamo dunque la difficoltà per ogni singolo parlamentare nel dare un voto in piena consapevolezza e coscienza su questa materia. Per questo la maggioranza di noi chiede di fermare l´iter legislativo, nella convinzione che l´assenza di una legge sia un male minore rispetto a una cattiva legge. La mancanza di una normativa permetterebbe a tutti, medici e cittadini, malati e famigliari, di comportarsi nel modo più appropriato, caso per caso, rispettando così al massimo l´unico punto fermo: la volontà della persona e la sua inviolabile dignità. Ci consideriamo un Paese civile e abbiamo fiducia nella nostra capacità di scelta come individui e come comunità. Inoltre siamo aiutati da strumenti condivisi anche a livello internazionale, come il nuovo codice di deontologia medica e la Convenzione di Oviedo sui diritti del malato. È vero che molti giuristi e …
di Guido Melis
Grande è la confusione nel campo di Agramante, alias nei palazzi della politica. Tagliare o non tagliare, e se sì come e dove ? Nel palazzo che da qualche tempo frequento, quello di Montecitorio, la proposta avanzata da Enrico Letta di abolire drasticamente il vitalizio a partire da questa o dalla prossima legislatura suscita più malumori che consensi. Passa di mano in mano la lettera indirizzata ai colleghi da Gerardo Bianco, una persona per bene che presiede l’Associazione degli ex parlamentari, nella quale si rivendica il diritto al vitalizio non come un privilegio ma come una suprema garanzia costituzionale, strettamente connessa alla tutela dell’indipendenza del parlamentare, in modo che le preoccupazioni per la vecchiaia di domani non condizionino la sua indipendenza di oggi. In Consiglio regionale è di avantieri la proposta Pd di abolire la pensione e il cumulo degli emolumenti, ma è apertissimo il dibattito sugli altri benefits: numerosi, costosi, non sempre necessari. La verità è che l’azienda della politica spreca troppo, e non solo in stipendi e pensioni. Quanto costano i palazzi sontuosi, gli studi, gli apparati, i ristoranti esclusivi? Troppo, indubbiamente.
Risparmiare si può, e aggiungerei che si deve, data la situazione del Paese. Ma attenti a non risolvere tutto in una campagna mediatica contro la casta. I costi della politica sono strutturali e dipendono da cause serissime: il numero eccessivo dei rappresentanti (nazionali, regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali), la loro discutibile …
di Carlo Bersani
In questo contributo di Giovanni Bianco diversi percorsi argomentativi costituiscono un quadro lineare. “Nichilismo giuridico e territorio” (Utet, 2010) è un libro in due parti. Infatti, nasce da due distinte voci enciclopediche del Digesto IV(“Nichilismo giuridico” e “Territorio e deterritorializzazione”). Le riflessioni che contiene hanno però una sola origine e un solo fine.
Per quanto riguarda l’origine, l’esergo suggerisce un curioso affratellamento: Albert Camus e Carl Schmitt, “L’uomo in rivolta” e “Terra e mare” (ma è più presente, nel volumetto, “Il nomos della terra”). Si può notare un’altrettanto curiosa prossimità cronologica, fra quell’opera del filosofo francese, edita nel ’51, e “Il nomos della terra”, che era uscito nel ’50. Ma si tratta di sguardi sul nichilismo – e sull’Europa, sul Novecento, su tutto – completamente antitetici. Il nichilismo a cui pensava Camus era anche tale, almeno all’origine della sua storia, per cui nel suo “universo demente” a risuonare “è l’invocazione dilaniata alla regola, all’ordine e alla morale”. Perché, spiega Camus, “l’insurrezione umana … non è e non può essere altro che una lunga protesta contro la morte, un’arrovellata accusa a questa condizione retta dalla pena di morte generalizzata”, e “lottare contro la morte equivale a rivendicare un senso alla vita, a combattere per la regola e l’unità”. Infatti alla morte manca un qualsivoglia “principio di spiegazione”. Ecco perciò che i nichilisti possono mirare a “riunire alfine la comunità umana sulle macerie della comunità divina. Uccidere dio e costruire una chiesa, è questo il movimento costante e contraddittorio della rivolta. …
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