Terza Repubblica? Un interrogativo per la sinistra

di Claudio Gnesutta

Non vi è alcun dubbio che abbia ragione Mario Pianta nell’individuare nella paura e nella povertà i fattori che hanno condizionato i risultati di queste elezioni. Così come non dovrebbe esserci dubbio che paura e povertà non nascono dal nulla; che segnali in questo senso non sono mancati, anche nelle analisi ospitate da Sbilanciamoci!. Se di sorpresa si vuole parlare, essa ha riguardato la dimensione e la diffusione del fenomeno, il fatto che oltre la metà degli elettori ha dato fiducia ai progetti politici del Movimento 5 Stelle e della Lega, modificando profondamente la scena politica.

Sull’emergere di questa maggioranza sociale è necessario soffermarsi per un’interpretazione politico-sociale, anche se questo pone in secondo piano le preoccupazioni politicistiche – pur non indifferenti per il breve periodo – delle possibili/impossibili alleanze parlamentari per il governo del paese. Il concentrarsi su quest’ultimo aspetto impedirebbe di comprendere il messaggio più rilevante che si può trarre da queste elezioni: la sfiducia conclamata nella classe politica di sinistra a essere garante di un futuro accettabile. Impedirebbe di comprendere come lo smottamento della sinistra politica sia il frutto del suo lungo ottimismo che il rispetto delle regole di mercato fosse sufficiente, alla lunga, a estendere il benessere a tutti i cittadini. Un’attesa che non è si realizzata, che non poteva realizzarsi, e che la maggioranza degli elettori ha alla fine rifiutato con determinazione.

Non so se sia fondato sostenere che il 4 marzo abbia avuto  

La crescita dei “partiti di movimento” nel sud Europa

di Donatella Della Porta

In Grecia, Spagna e Italia, nuovi partiti si sono sviluppati ereditando energie collettive mobilitate durante l’ondata di proteste contro la crisi e l’austerità, in parte frustrate dalla mancanza di successo delle intense mobilitazioni degli anni precedenti. In tutti e tre i paesi c’erano importanti tradizioni di movimenti sociali. All’interno dei movimenti tali risorse, destinate a sostenere l’emergere di nuovi partiti, sono state coltivate in modi diversi e in diversi momenti del ciclo di protesta contro l’austerità. In Spagna e Grecia le grandi manifestazioni hanno rappresentato esse stesse una svolta cruciale nella risposta alla crisi neoliberista. Il ciclo di protesta sviluppatosi in questi paesi – iniziato con forme più convenzionali e all’interno delle istituzioni – è continuato in forme innovative, per poi declinare (o essere percepito come in declino) in termini di capacità di mobilitazione – ottenendo, tuttavia, effetti a lungo termine.

Soprattutto in Spagna e in Grecia, le proteste del 2011 hanno prodotto una cultura politica del conflitto che si è diffusa in entrambi i paesi. Anche in Italia il 2011 ha visto il culmine di proteste anti-austerità che hanno portato alla schiacciante vittoria del referendum sostenuto dal movimento contro la privatizzazione dell’acqua. I movimenti hanno rafforzato queste mobilitazioni sociali. Pur essendo profondamente critici nei confronti delle istituzioni rappresentative, gli attivisti e i simpatizzanti dei movimenti hanno sfidato innanzi tutto la convergenza dei partiti di destra e di sinistra in accordi ‘bipartisan’ che hanno avuto un effetto  

Il fascismo torna di moda in Italia? Un’inchiesta e un appello

di Giampaolo Petrucci

«Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo»: il monito di Bertolt Brecht, scritto nel 1941 quando il drammaturgo e poeta tedesco era in fuga dal nazismo, è quantomai attuale e bene racconta l’allarme che serpeggia in questo periodo nella società civile, preoccupata dal rinvigorimento della retorica fascista tra gruppi e movimenti dell’estrema destra che, in vista delle prossime elezioni del 4 marzo, tentano di conquistare qualche seggio in Parlamento, nell’indifferenza del mondo politico e istituzionale.

Come brace sotto la cenere

Un’interessante inchiesta è stata pubblicata sul numero di febbraio del mensile dei paolini Jesus. Il tema è quello del razzismo, sdoganato nelle parole d’ordine delle destre politiche e sempre più dirompente nei fatti della cronaca nazionale (blitz nei centri d’accoglienza, manifestazioni di piazza, aggressioni fisiche a cittadini immigrati, ecc.), che vedono protagonisti gruppi e movimenti di ispirazione fascista contro le minoranze straniere e contro la società civile attiva nell’accoglienza e nell’integrazione. Anche «le organizzazioni cristiane impegnate con i migranti – sottolinea con preoccupazione l’inchiesta – sono tra gli obiettivi delle azioni squadriste».

Con il titolo “Fascismo, rinascita di una tragedia?”, il dossier di Alberto Laggia è accompagnato dalle immagini del fotografo Filippo Venturi, realizzate nell’ambito di un reportage da Predappio (Forlì), dove ogni anno accorrono circa 80mila “pellegrini” per omaggiare la tomba di Benito Mussolini. Fanno parte  

Alain Badiou, Lacan.Il Seminario.L’antifilosofia 1994-1995

di Caterina Marino

Nel 2016 è stato pubblicato in traduzione italiana il seminario tenuto da Alain Badiou nell’anno accademico 1994-1995 sull’antifilosofia di Lacan. Questo terzo momento di una “tetralogia antifilosofica” (p. 5), che ha visto come protagonisti autori quali Nietzsche, Wittgenstein e san Paolo, non fa che confermare la profonda convinzione di Badiou per cui ogni filosofo contemporaneo che si rispetti debba necessariamente misurarsi, nel corso del proprio itinerario filosofico, con lo psicoanalista francese e, soprattutto, con la sua interpretazione della filosofia (p. 8).

Fu Lacan stesso a dichiarare di essere un “antifilosofo”, e questo è certamente all’origine del debito reale di Badiou nei suoi confronti. La ricerca di Badiou, infatti, oltre a delineare un’autonoma ed originale ontologia, proprio a partire da quell’affermazione lacaniana è stata indotta, in modo sistematico, alla chiarificazione di ciò che caratterizza un pensiero antifilosofico.
A conferma di ciò questo seminario non presenta un’esposizione organica dell’opera lacaniana, ma si concentra soprattutto sull’analisi dei fondamenti della sua antifilosofia. Prendendo in considerazione soprattutto il Lacan degli anni Settanta, quello che privilegia il Reale rispetto al Simbolico, per intenderci, e seguendo una modalità di analisi rigorosamente progressiva, Badiou si propone due compiti essenziali: stabilire in che senso Lacan sia un antifilosofo, identificando la natura della materia e dell’atto antifilosofici del suo pensiero, e chiarire le ragioni per cui Lacan si pone come chiusura dell’antifilosofia contemporanea, conducendo, conseguentemente, all’apertura di un’eredità che l’antifilosofia lacaniana lascia alla filosofia stessa.
 

Armi nucleari, discesa nell’abisso

di Setsuko Thurlow*

Vostra Maestà, illustri membri del Comitato Nobel norvegese, colleghi attivisti, qui e in tutto il mondo, signore e signori, è un grande privilegio accettare questo premio, insieme a Beatrice (Fihn, direttrice dell’Ican, ndt), a nome di tutte le persone straordinarie che formano il movimento Ican. Ognuno di voi mi dà la grandissima speranza che possiamo – e lo faremo – porre fine all’era delle armi nucleari.

Parlo come membro della famiglia degli hibakusha, quelli di noi che, per una miracolosa casualità, sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Da oltre settant’anni lavoriamo per la totale abolizione delle armi nucleari. Ci siamo sollevati in solidarietà con coloro che sono stati danneggiati dalla produzione e dalla sperimentazione di queste orribili armi in tutto il mondo. Persone provenienti da luoghi con nomi a lungo dimenticati, come Moruroa, Ekker, Semipalatinsk, Maralinga, Bikini. Persone le cui terre e i cui mari sono stati irradiati, i cui corpi sono stati usati per esperimenti, le cui culture sono state per sempre sconvolte.

Non ci siamo accontentati di essere vittime. Ci siamo rifiutati di aspettare un’istantanea fine ardente o il lento avvelenamento del nostro mondo. Ci siamo rifiutati di sederci pigramente nel terrore perché le cosiddette grandi potenze ci hanno portato al passato crepuscolo nucleare e sconsideratamente vicini alla mezzanotte nucleare. Ci siamo alzati. Abbiamo condiviso le nostre storie di sopravvissuti. Abbiamo detto: l’umanità e le armi nucleari non possono coesistere.

Oggi, voglio  

Fiscal compact, la pillola va giù

di Carlo Clericetti

Raggiunto l’accordo: non sarà inserito nei trattati europei, ma emanato con una direttiva. L’ennesima prova che questa Europa non è riformabile e che si usa ogni scappatoia per restringere di spazi di democrazia

Tanti titoli e titoloni sulla Brexit, che a noi in fondo cambia poco, e assenza quasi assoluta di dibattito sulla riforma dell’Europa, di importanza determinante per il nostro futuro. Siamo davvero un paese molto strano. E’ stato appena raggiunto un accordo sul Fiscal compact, il famigerato trattato intergovernativo che ci impone di attuare politiche restrittive di qui all’eternità, e si fatica a trovarne notizia sui media (una delle pochissime eccezioni è l’Huffington post). Iniziative di discussione finora quasi zero, giusto un convegno della Cgil un paio di settimane fa.

A rompere il silenzio prova ora un gruppo di intellettuali, per lo più economisti, che ha lanciato un appello invitando alla discussione e formulando alcune proposte. Il testo completo e i nomi dei promotori (tra cui il sottoscritto) si trova su questo sito e sulle riviste Economia e politica e Keynesblog.

Come era previsto al momento in cui l’accordo fu stipulato, nel 2012, dopo cinque anni – cioè ora – si doveva decidere se inserire il Fiscal compact nei Trattati. Questo avrebbe richiesto un’approvazione all’unanimità di tutti i paesi membri, ed evidentemente non si è voluto correre il rischio. Così si è deciso di emanarlo con una direttiva europea. Qual è la differenza?  

Germania in panne? No, è il trionfo del neoliberismo

di Alessandro Somma

I tedeschi non hanno mai subito il fascino delle retoriche efficientiste, quelle per cui la sera delle elezioni occorre conoscere il nome del Presidente del Consiglio, e magari anche la lista di Ministri e Sottosegretari. Sono consapevoli che la politica conosce tempi diversi da quelli del consiglio di amministrazione di un’impresa, che la democrazia richiede partecipazione, e questa lo spazio necessario a renderla effettiva. Colpisce però che le elezioni tedesche si siano tenute oramai due mesi fa, e che ciò nonostante le trattative per la formazione del nuovo governo siano giunte a un punto morto: i Liberali hanno abbandonato il tavolo delle trattative con i Cristianodemocratici e i Verdi, e questo ha fatto sobbalzare più di un commentatore politico. I più parlano di una crisi della democrazia tedesca, incapace di individuare una nuova maggioranza e probabilmente condannata a tornare alle urne. Il tutto con ripercussioni catastrofiche sull’Europa: se Berlino è immobile, lo sarà anche Bruxelles.

A ben vedere le cose non stanno così. Innanzi tutto perché la crisi tedesca potrebbe trovare uno sbocco anche in tempi brevi, e poi perché l’instabilità politica di cui si parla potrebbe non essere tale, e soprattutto potrebbe essere voluta.

Incominciamo dal primo punto. A parole la coalizione tra Cristianodemocratici, Liberali e Verdi è l’unica possibile, ma non è detto che i Socialdemocratici non decidano alla fine di aderire all’ennesima Grande coalizione: dicono di volerla evitare per risintonizzarsi con il loro elettorato, ma  

Palestina:una realtà che ci riguarda

di Vera Pegna*

La Palestina non fa più notizia, né intesa nella sua accezione minima, ovvero i territori occupati dallo Stato d’Israele nel 1967, né nella sua accezione storica, ovvero la Palestina mandataria del pre-1948, oggi suddivisa tra Israele che ne possiede circa l’80% e la Cisgiordania e Gaza cui rimane il restante 20%. Neppure fa notizia la situazione, ormai al limite del collasso, di Gaza – la cui densità demografica è la più alta del mondo – nonostante il fatto che, per il coordinatore umanitario dell’Onu nei Territori palestinesi occupati, Robert Piper, se l’Autorità nazionale palestinese (ANP) e Israele dovessero permanere nelle decisioni assunte di limitare la fornitura di energia elettrica a due ore al giorno invece delle 4 attuali, la situazione nella Striscia diventerebbe catastrofica. Tale tragica realtà si aggiunge ai tre interventi militari israeliani degli ultimi sei anni e al blocco economico degli ultimi dieci. Dal 2007, infatti, le esportazioni dalla Striscia di Gaza sono state vietate, per cui sono ridotti agli sgoccioli le importazioni e i trasferimenti di denaro. Le infrastrutture sono sempre più degradate, in particolare quelle di base, come elettricità e acqua potabile, e ai gazawi non rimane che prendere atto del graduale crollo dei servizi essenziali come quelli igienico-sanitari, l’erogazione dell’acqua e i servizi comunali.
Ma qual è il futuro politico che si prospetta per Gaza? Farà parte dell’ipotetico Stato palestinese nel caso si realizzi l’opzione “due popoli due Stati”? Sarà abbandonata a  

Risentiti e perdenti

di Alfio Mastropaolo

Sfiducia e risentimento hanno superato il livello di guardia. Ma di fronte a un’emergenza democratica che fa presagire scenari xenofobi e autoritari, il Pd resta prigioniero dei deliri di onnipotenza del suo capo. E la sinistra è fragile e divisa

C’è qualcosa di terribile, e spaventoso, nelle circostanze che stiamo vivendo. Forse le più drammatiche da un secolo in qua. L’innegabile aria di famiglia tra fascismo e populismo non deve far dimenticare le diversità che separano l’un dall’altro. Fascismo e nazismo smantellarono il regime rappresentativo grazie alle milizie private che avevano costituito, sfruttando, con la tolleranza dello Stato, il know how violento che si era accumulato nelle trincee. A fornir loro la base decisiva di consenso fu il risentimento della classe media, frustrata dagli esiti del primo conflitto mondiale e timorosa di essere declassata dall’incedere dei partiti di massa.

Ciò malgrado, l’aria di famiglia rimane. Nella condizione attuale mancano le milizie private, ma sovrabbondano i motivi di risentimento, manipolando i quali, come dimostrano i casi recenti di Francia, Germania e Austria, i populisti stanno già trovando pacificamente quel successo elettorale che fascismo e nazismo ottennero con la violenza. Il cosiddetto populismo si sta infatti rivelando pienamente compatibile con le istituzioni rappresentative e democratiche, la cui adattabilità anche a forze politiche palesemente in contrasto con i principi cui esse s’ispirano non è mai stata considerata a sufficienza. Quanti scrissero le costituzioni del dopoguerra si premunirono affinché l’abuso del principio  

Il 9 agosto moriva Edith Stein.Alla fine rimarrà solo il grande amore

di Cristiana Dobner

Le ultime tappe dell’esistenza di Edith Stein si sintetizzano in tre nomi e in tre date.
Amersfoot, 2 agosto 1942: l’autista del carro d’assalto, sul quale erano state costrette a salire Edith e Rosa (sua sorella), deportate dal monastero nella rappresaglia seguita alla lettera dei vescovi olandesi contro il nazismo, sbagliò strada e così giunsero a notte già inoltrata al lager.
Westerbork: dove furono trasportate nella notte fra il 3 e il 4 agosto, e che fu così descritto da Etty Hillesum: «Nell’insieme c’è una grande ressa, a Westerbork, quasi come attorno all’ultimo relitto di una nave a cui si aggrappano troppi naufraghi sul punto di annegare. A volte si pensa che sarebbe più semplice essere finalmente deportati, che dover sempre assistere alle paure e alla disperazione di quelle migliaia e migliaia, uomini, donne, bambini, invalidi, mentecatti, neonati, malati, anziani, che in una processione quasi ininterrotta sfilano lungo le nostre mani soccorrevoli».

Auschwitz: numero 44074. Con il laconico e burocratico comunicato: «Il 9 agosto 1942 in Polonia è deceduta Stein, Edith Teresia Hedwig, nata il 12 ottobre 1891 in Breslavia, residente a Echt». Il giardiniere del monastero di Echt, un giornalista amico e un giovane ex deportato l’avvicinarono in questi ultimi momenti. Poterono così presentarsi come testimoni oculari ai processi che aprivano la strada verso la beatificazione e scandagliavano la vita e la testimonianza di fronte alla morte certa della fenomenologa diventata carmelitana.
Edith Stein  

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