Armi nucleari, discesa nell’abisso

di Setsuko Thurlow*

Vostra Maestà, illustri membri del Comitato Nobel norvegese, colleghi attivisti, qui e in tutto il mondo, signore e signori, è un grande privilegio accettare questo premio, insieme a Beatrice (Fihn, direttrice dell’Ican, ndt), a nome di tutte le persone straordinarie che formano il movimento Ican. Ognuno di voi mi dà la grandissima speranza che possiamo – e lo faremo – porre fine all’era delle armi nucleari.

Parlo come membro della famiglia degli hibakusha, quelli di noi che, per una miracolosa casualità, sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Da oltre settant’anni lavoriamo per la totale abolizione delle armi nucleari. Ci siamo sollevati in solidarietà con coloro che sono stati danneggiati dalla produzione e dalla sperimentazione di queste orribili armi in tutto il mondo. Persone provenienti da luoghi con nomi a lungo dimenticati, come Moruroa, Ekker, Semipalatinsk, Maralinga, Bikini. Persone le cui terre e i cui mari sono stati irradiati, i cui corpi sono stati usati per esperimenti, le cui culture sono state per sempre sconvolte.

Non ci siamo accontentati di essere vittime. Ci siamo rifiutati di aspettare un’istantanea fine ardente o il lento avvelenamento del nostro mondo. Ci siamo rifiutati di sederci pigramente nel terrore perché le cosiddette grandi potenze ci hanno portato al passato crepuscolo nucleare e sconsideratamente vicini alla mezzanotte nucleare. Ci siamo alzati. Abbiamo condiviso le nostre storie di sopravvissuti. Abbiamo detto: l’umanità e le armi nucleari non possono coesistere.

Oggi, voglio  

Fiscal compact, la pillola va giù

di Carlo Clericetti

Raggiunto l’accordo: non sarà inserito nei trattati europei, ma emanato con una direttiva. L’ennesima prova che questa Europa non è riformabile e che si usa ogni scappatoia per restringere di spazi di democrazia

Tanti titoli e titoloni sulla Brexit, che a noi in fondo cambia poco, e assenza quasi assoluta di dibattito sulla riforma dell’Europa, di importanza determinante per il nostro futuro. Siamo davvero un paese molto strano. E’ stato appena raggiunto un accordo sul Fiscal compact, il famigerato trattato intergovernativo che ci impone di attuare politiche restrittive di qui all’eternità, e si fatica a trovarne notizia sui media (una delle pochissime eccezioni è l’Huffington post). Iniziative di discussione finora quasi zero, giusto un convegno della Cgil un paio di settimane fa.

A rompere il silenzio prova ora un gruppo di intellettuali, per lo più economisti, che ha lanciato un appello invitando alla discussione e formulando alcune proposte. Il testo completo e i nomi dei promotori (tra cui il sottoscritto) si trova su questo sito e sulle riviste Economia e politica e Keynesblog.

Come era previsto al momento in cui l’accordo fu stipulato, nel 2012, dopo cinque anni – cioè ora – si doveva decidere se inserire il Fiscal compact nei Trattati. Questo avrebbe richiesto un’approvazione all’unanimità di tutti i paesi membri, ed evidentemente non si è voluto correre il rischio. Così si è deciso di emanarlo con una direttiva europea. Qual è la differenza?  

Germania in panne? No, è il trionfo del neoliberismo

di Alessandro Somma

I tedeschi non hanno mai subito il fascino delle retoriche efficientiste, quelle per cui la sera delle elezioni occorre conoscere il nome del Presidente del Consiglio, e magari anche la lista di Ministri e Sottosegretari. Sono consapevoli che la politica conosce tempi diversi da quelli del consiglio di amministrazione di un’impresa, che la democrazia richiede partecipazione, e questa lo spazio necessario a renderla effettiva. Colpisce però che le elezioni tedesche si siano tenute oramai due mesi fa, e che ciò nonostante le trattative per la formazione del nuovo governo siano giunte a un punto morto: i Liberali hanno abbandonato il tavolo delle trattative con i Cristianodemocratici e i Verdi, e questo ha fatto sobbalzare più di un commentatore politico. I più parlano di una crisi della democrazia tedesca, incapace di individuare una nuova maggioranza e probabilmente condannata a tornare alle urne. Il tutto con ripercussioni catastrofiche sull’Europa: se Berlino è immobile, lo sarà anche Bruxelles.

A ben vedere le cose non stanno così. Innanzi tutto perché la crisi tedesca potrebbe trovare uno sbocco anche in tempi brevi, e poi perché l’instabilità politica di cui si parla potrebbe non essere tale, e soprattutto potrebbe essere voluta.

Incominciamo dal primo punto. A parole la coalizione tra Cristianodemocratici, Liberali e Verdi è l’unica possibile, ma non è detto che i Socialdemocratici non decidano alla fine di aderire all’ennesima Grande coalizione: dicono di volerla evitare per risintonizzarsi con il loro elettorato, ma  

Palestina:una realtà che ci riguarda

di Vera Pegna*

La Palestina non fa più notizia, né intesa nella sua accezione minima, ovvero i territori occupati dallo Stato d’Israele nel 1967, né nella sua accezione storica, ovvero la Palestina mandataria del pre-1948, oggi suddivisa tra Israele che ne possiede circa l’80% e la Cisgiordania e Gaza cui rimane il restante 20%. Neppure fa notizia la situazione, ormai al limite del collasso, di Gaza – la cui densità demografica è la più alta del mondo – nonostante il fatto che, per il coordinatore umanitario dell’Onu nei Territori palestinesi occupati, Robert Piper, se l’Autorità nazionale palestinese (ANP) e Israele dovessero permanere nelle decisioni assunte di limitare la fornitura di energia elettrica a due ore al giorno invece delle 4 attuali, la situazione nella Striscia diventerebbe catastrofica. Tale tragica realtà si aggiunge ai tre interventi militari israeliani degli ultimi sei anni e al blocco economico degli ultimi dieci. Dal 2007, infatti, le esportazioni dalla Striscia di Gaza sono state vietate, per cui sono ridotti agli sgoccioli le importazioni e i trasferimenti di denaro. Le infrastrutture sono sempre più degradate, in particolare quelle di base, come elettricità e acqua potabile, e ai gazawi non rimane che prendere atto del graduale crollo dei servizi essenziali come quelli igienico-sanitari, l’erogazione dell’acqua e i servizi comunali.
Ma qual è il futuro politico che si prospetta per Gaza? Farà parte dell’ipotetico Stato palestinese nel caso si realizzi l’opzione “due popoli due Stati”? Sarà abbandonata a  

Risentiti e perdenti

di Alfio Mastropaolo

Sfiducia e risentimento hanno superato il livello di guardia. Ma di fronte a un’emergenza democratica che fa presagire scenari xenofobi e autoritari, il Pd resta prigioniero dei deliri di onnipotenza del suo capo. E la sinistra è fragile e divisa

C’è qualcosa di terribile, e spaventoso, nelle circostanze che stiamo vivendo. Forse le più drammatiche da un secolo in qua. L’innegabile aria di famiglia tra fascismo e populismo non deve far dimenticare le diversità che separano l’un dall’altro. Fascismo e nazismo smantellarono il regime rappresentativo grazie alle milizie private che avevano costituito, sfruttando, con la tolleranza dello Stato, il know how violento che si era accumulato nelle trincee. A fornir loro la base decisiva di consenso fu il risentimento della classe media, frustrata dagli esiti del primo conflitto mondiale e timorosa di essere declassata dall’incedere dei partiti di massa.

Ciò malgrado, l’aria di famiglia rimane. Nella condizione attuale mancano le milizie private, ma sovrabbondano i motivi di risentimento, manipolando i quali, come dimostrano i casi recenti di Francia, Germania e Austria, i populisti stanno già trovando pacificamente quel successo elettorale che fascismo e nazismo ottennero con la violenza. Il cosiddetto populismo si sta infatti rivelando pienamente compatibile con le istituzioni rappresentative e democratiche, la cui adattabilità anche a forze politiche palesemente in contrasto con i principi cui esse s’ispirano non è mai stata considerata a sufficienza. Quanti scrissero le costituzioni del dopoguerra si premunirono affinché l’abuso del principio  

Il 9 agosto moriva Edith Stein.Alla fine rimarrà solo il grande amore

di Cristiana Dobner

Le ultime tappe dell’esistenza di Edith Stein si sintetizzano in tre nomi e in tre date.
Amersfoot, 2 agosto 1942: l’autista del carro d’assalto, sul quale erano state costrette a salire Edith e Rosa (sua sorella), deportate dal monastero nella rappresaglia seguita alla lettera dei vescovi olandesi contro il nazismo, sbagliò strada e così giunsero a notte già inoltrata al lager.
Westerbork: dove furono trasportate nella notte fra il 3 e il 4 agosto, e che fu così descritto da Etty Hillesum: «Nell’insieme c’è una grande ressa, a Westerbork, quasi come attorno all’ultimo relitto di una nave a cui si aggrappano troppi naufraghi sul punto di annegare. A volte si pensa che sarebbe più semplice essere finalmente deportati, che dover sempre assistere alle paure e alla disperazione di quelle migliaia e migliaia, uomini, donne, bambini, invalidi, mentecatti, neonati, malati, anziani, che in una processione quasi ininterrotta sfilano lungo le nostre mani soccorrevoli».

Auschwitz: numero 44074. Con il laconico e burocratico comunicato: «Il 9 agosto 1942 in Polonia è deceduta Stein, Edith Teresia Hedwig, nata il 12 ottobre 1891 in Breslavia, residente a Echt». Il giardiniere del monastero di Echt, un giornalista amico e un giovane ex deportato l’avvicinarono in questi ultimi momenti. Poterono così presentarsi come testimoni oculari ai processi che aprivano la strada verso la beatificazione e scandagliavano la vita e la testimonianza di fronte alla morte certa della fenomenologa diventata carmelitana.
Edith Stein  

“Obbedienza civile” ai referendum sull’acqua, dopo il colpo basso del Consiglio di Stato

di Giampaolo Petrucci

Ennesimo schiaffo alla volontà popolare che, nei referendum del 2011, si era espressa compatta per eliminare i profitti sull’acqua bene comune. La notizia è del 26 maggio: a 6 anni da quella storica consultazione, una sentenza del Consiglio di Stato (CdS) respinge il ricorso del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua (www.acquabenecomune.org) e di Federconsumatori contro il metodo elaborato dall’Aeegsi (Autorità per l’Energia Elettrica, il Gas il Sistema Idrico) per la definizione dei criteri tariffari sui servizi idrici. A fine 2011, il governo Monti – con l’evidente obiettivo di «disinnescare la mina referendaria», denuncia il Forum il 22 giugno – ha trasferito le funzioni di regolazione e di controllo dei servizi idrici in capo all’Aeeg (Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas), conferendole in seguito l’onere di definire il “metodo tariffario transitorio” (Mtt) oggi contestato.
Il CdS, con questo pronunciamento, si allinea all’orientamento generale della scienza economica, secondo la quale il “costo” del capitale investito rientra appieno nella copertura totale dei costi di servizio (la cosiddetta full cost recovery). I giudici amministrativi confermano dunque la legittimità di quella “remunerazione del capitale” investito, che incide sulle bollette tra il 10 e il 25% e che il secondo quesito referendario aveva abrogato, scavalcando la decisione di 26 milioni di italiani che nel 2011 si erano recati alle urne per dire a gran voce che sull’acqua non si fa profitto.
«Eravamo convinti di vivere in uno Stato di diritto»,  

Karl R.Popper lettore dei presocratici

di Matteo Sozzi

ll testo di D’Urso promuove una rivalutazione dell’attenzione di Popper per i presocratici, mostrando tutti i limiti di quelle diffuse prospettive che riconducono la considerazione popperiana degli antichi filosofi unicamente alle teorie epistemologiche: secondo queste interpretazioni egli, nel leggere tali autori, avrebbe semplicemente proiettato su di loro la concezione falsificazionista, al fine di trarne una legittimazione teorica. Dal volume emerge infatti l’interesse costante di Popper per i presocratici, una passione che, pur rimanendo sostanzialmente privata fino alla pubblicazione di Il mondo di Parmenide. Alla scoperta della filosofia presocratica (1973), fu tuttavia saldamente ancorata al suo pensiero e all’elaborazione delle sue riflessioni epistemologiche. Attraverso accurate e minuziose indagini viene così mostrata, in modo convincente, l’insostenibilità di quelle valutazioni tese a sostenere non solo una visione degli antichi pensatori viziata da un’originaria precomprensione falsificazionista, ma anche, di conseguenza, «una limitante, certamente negativa e paradossale caduta in una forma di storicismo da parte di un epistemologo dichiaratamente antistoricista» (p. 11).
Lo studio si articola in tre parti precedute da una introduzione. Le pagine introduttive si propongono di indagare le posizioni della critica. In esse emerge chiaramente la seguente tesi: tranne che per rarissime eccezioni, tra cui spicca per significatività la posizione di Giovanni Cerri, radicata e diffusa tra i commentatori è la percezione della marginalità e dell’occasionalità dell’interesse popperiano per i presocratici, benché tale attenzione abbia accompagnato l’intera produzione del filosofo, sia stata sostenuta da competenze filologiche e si sia  

Intenzionalità ed esperienza nel Wittgenstein intermedio

di Marco Damonte

Studiare il significato delle dichiarazioni in prima persona nella riflessione wittgensteiniana dei primi anni Trenta: è questo l’obiettivo programmatico del testo di Solombrino. Sebbene apparentemente delimitato, il tema prescelto è centrale e capace di mettere in luce la sottile, ma determinante transizione del pensiero di Wittgenstein dal ritenere le dichiarazioni in prima persona delle proposizioni, al considerarle dei proferimenti.
Il lettore esperto, a cui il testo è mirato, viene condotto lungo questa strada a rileggere alcuni temi centrali della riflessione wittgensteiniana, quali la nozione di gioco linguistico e di significato come uso, sotto una luce non consueta, capace di offrire una chiave di lettura originale e convincente ad un tempo. Per «Wittgenstein dei primi anni Trenta», l’autore intende quello che la letteratura secondaria, forte di una terminologia coniata da Stern negli anni Novanta del secolo scorso, indica come Wittgenstein intermedio. L’intento è quello di seguire passo passo il maturare del pensiero di Wittgenstein e presentare al lettore la lenta transizione dalla filosofia giovanile del Tractatus alle acquisizioni più mature. Questa scelta, delicata perché molto circoscritta, ma felice nella misura in cui rende ragione di un passaggio fondamentale della speculazione del filosofo austriaco non sempre adeguatamente valorizzata, implica una precisa selezione dei testi presi in considerazione. I due maggiori sono le Philosophische Bemerkungen – stese nel 1929 al fine di candidarsi ad una research fellowship presso Cambridge – e il Big Typescript – un dattiloscritto redatto nel 1933  

L’eredità di quella liberazione

di Enzo Collotti

Stando alla cronaca dei festeggiamenti di questo 25 aprile dovremmo concludere che l’anniversario della Liberazione è una festa e un’occasione che divide il nostro popolo?
È stato già detto e ridetto che nessuno può essere escluso da una festa di popolo. Così come a nessuno si deve consentire di monopolizzare la festa per fare prevalere le proprie ragioni.
La realtà dimostra che è più facile dirlo che farlo.
Si tratti della Brigata ebraica o delle rappresentanze palestinesi, il pretesto per rompere l’unità dei festeggiamenti si trova facilmente.
Ma chi opera la divisione dimentica almeno due cose.

La prima, la distanza di tempo che ci separa dalla lotta di liberazione (siamo al 72esimo anno!). La seconda, la complessità della situazione nella quale ci troviamo oggi (altrettanto complessa ma al tempo stesso diversa da quella di 72 anni fa).
Tutto questo per dire che cosa? Che nulla può essere come 72 anni fa: ci sono ricambi generazionali e ogni generazione ha il diritto di dare al 25 aprile il senso che ritiene più appropriato una volta esclusi i fascisti.

Il rispetto della storia non può indurci a credere che tutto sia rimasto come prima: questo sì che sarebbe un modo per fare violenza alla storia. In secondo luogo è cambiato lo spettro della realtà geopolitica internazionale. Anche di questo si deve essere consapevoli se si vuole rimanere dentro la storia.
Tenere insieme la dimensione