di Claudio Sardo
Lo stallo politico è insopportabile per il paese. Ma per uscirne – e dare finalmente all`Italia un governo capace di occuparsi del lavoro, delle imprese, delle famiglie – ci vuole coraggio e spirito di verità. Anche se i demagoghi sembrano fare fortune predicando il tanto peggio, tanto meglio. Ieri Giorgio Napolitano ha commemorato Gerardo Chiaromonte – indimenticato dirigente comunista e direttore de l`Unità – e ha ricordato la drammatica stagione 76-79. Una stagione in molti tratti simile a quella che stiamo vivendo. Anche allora le elezioni diedero un risultato paralizzante. Anche allora l`Italia attraversava una gravi crisi economica e, insieme, un`incipiente crisi di sistema. Dc e Pci, i «due vincitori», i due avversari storici, trovarono il coraggio di definire un quadro d`intesa politica per avviare la legislatura e aprire una strada verso il futuro.
Aldo Moro la chiamò «terza fase». Enrico Berlinguer sperava di ritrovare nel «compromesso storico» lo slancio innovatore dell`Assemblea costituente. Poi Moro venne ucciso. E Berlinguer sconfitto dalla svolta a destra della Dc. Erano in campo robuste forze anti-sistema. E, nella storia italiana, le forze anti-sistema hanno sempre spostato gli equilibri a favore della destra.
Eppure quella coraggiosa stagione salvò l`Italia dal declino economico e civile, respinse la minaccia terroristica, realizzò riforme sociali che per decenni hanno ampliato i diritti e ridotto le diseguaglianze (a partire dall`istituzione del servizio sanitario nazionale, in luogo delle mutue corporative). Non ci fu un governo di …
di Giulio Marcon
In questo mese dopo il voto per una parte significativa della politica la crisi è dimenticata, la disoccupazione nascosta sotto il tappeto, i conti in rosso di imprese e banche ridotti a un dettaglio, l’emergenza ambientale trasformata in cronaca. l’iniziativa per il “Cambio di rotta” può individuare interventi immediati: rilancio dell’economia, produzioni sostenibili, tutela del lavoro e reddito minimo, taglio delle spese militari, cittadinanza agli immigrati
La politica italiana sta cambiando pelle, e non è un bello spettacolo. Le consultazioni Bersani-Cinque Stelle trasmesse in diretta con contorno di insulti; il blog di Beppe Grillo passato al setaccio come facevano i “cremlinologi” ai tempi di Breznev per indovinare le prossime mosse del “capo”; le eterne lotte intestine nel Pd; perfino – una settimana fa – la piazza di Silvio Berlusconi con i figuranti a pagamento. E ora il Presidente Giorgio Napolitano che consulta i partiti in prima persona, per un governo fatto su misura non della volontà degli elettori, ma del suo personale progetto di impossibili (e insensate) “larghe intese”.
Dal voto a oggi, lo spazio della politica è stato occupato da una rappresentazione del “cambiamento”, del “mandiamoli a casa”, che lascia tutto come prima, mostra un paese paralizzato, ridà …
di Aldo Antonelli*
A sinistra chi credeva di vincere ha vinto, anche se per un soffio; e sembra che abbia perso. A destra chi era sicuro di perdere ha perso, anche se di misura; e sembra che abbia vinto. Tra loro si è inserito il Movimento 5 Stelle che come uno tsunami, dopo aver riempito le piazze, ha finito per svuotare il centro e cancellare dall’agenda il neonato bipolarismo italiano. Delusione, rabbia e risentimenti da una parte, la vincente; tronfia incredulità, entusiasmo e tracotanza dall’altra, la parte perdente. «In questo dolce e strano Paese capita che chi ha perso le elezioni si autoconvince e grida che ha vinto e chi ha vinto si fa passare per sconfitto», mi scrive un amico. «La coalizione Bersani vince al Senato e vince alla Camera. 5 Stelle vince perché ottiene un clamoroso risultato. Il centrodestra, vincitore delle precedenti elezioni, è il solo vero sconfitto sia pure ai punti e non per Ko. Quelli che hanno perso chiedono addirittura un passo indietro del vincitore perché secondo loro, contro la matematica e la legge elettorale, non avrebbe vinto abbastanza. È proprio vero nel paese di Pulcinella può accadere di tutto!». Francamente, non capisco (o forse sì…) tanta confusione mentale da parte di chi ha perso ben sei milioni di preferenze, come il Pdl, e vede addirittura dimezzato il suo elettorato, come la Lega!
Da uomo di sinistra, è vero, mi sarei aspettato di …
di Michele Prospero
Il ricco comico che riempie le piazze intimando ai politici di arrendersi è un ambiguo fenomeno che svela l’intensità della crisi. Leopardi scriveva che gli italiani ridono di tutto. Anche la tragedia più grave diventa per loro un motivo di beffarda ilarità. In nessun altro Paese, dinanzi a una crisi così allarmante come quella in corso, irrompono sulla scena due comici (quali Grillo e Berlusconi) a contendersi con colpi di teatro i favori del popolo.
Se metà del corpo elettorale è catturata dai motti di spirito e dalle trovate propagandistiche dei due commedianti, è evidente che sono saltate le grandi reti di connessione culturale proprie di una moderna società civile. Fasce consistenti di popolo agiscono nella sfera pubblica in preda a fughe fantastiche, come se ogni rischio involutivo potesse essere esorcizzato con il fallace rimedio della risata. Al cospetto del pericolo mortale di una deflagrazione della stessa cornice statuale, una fetta ampia di società crede di sopravvivere chiudendo gli occhi dinanzi agli scenari da incubo che si aprono con il ritorno della destra al potere o con lo stallo in un regime di ingovernabilità.
Il comico seduce porzioni (non quelle più disagiate) di società che hanno scaraventato lontano dalla loro visuale ogni senso dello Stato e credono praticabili delle rigenerazioni magiche. Ridono del baratro. Lo spegnimento del sentimento civico, che fa di una nazione un corpo sociale coeso anche in tempi di crisi, rende possibile …
di Dario Pappalardo
Gilles Deleuze non considerava film e registi come oggetti di studio, ma si poneva in dialogo con loro da pari a pari, in un utile corpo a corpo. Vedeva analogie tra la filosofia e il cinema perchè la prima non doveva attribuirsi il primato della riflessione ed il secondo della creatività.
E’ su queste premesse che il pensatore francese, morto suicida nel 1995, scrisse “L’immagine- movimento” e “L’immagine-tempo”, due opere che suggellano il rapporto con il grande schermo. E che sono il filo rosso con cui Daniela Angelucci, ricercatrice di Estetica all’Università di Roma Tre, tesse questo saggio appassionato; un utile vademecum per accostarsi al Deleuze “cinefilo”.
L’artista, per il filosofo, è creatore di verità. Ma a Deleuze il falso interessa più del vero. Per questa ragione Orson Welles risulta essere l’autore (“nietzschiano”) con cui la relazione è più proficua. Prendiamo “F for Fake”, l’ultimo capolavoro del regista di “Quarto Potere”: nel film l’ideale di verosimoglianza è ormai superato. La pellicola è un trionfo di messinscene e finzioni. Il falsario è il nuovo super uomo. Il cinema (come la filosofia) ha rinunciato alla verità.
Deleuze e i concetti del cinema
di Daniela Angelucci Quodlibet,pagg.148
(“RCult”, “La domenica di Repubblica”, 2013, n.411)
di Franco Monaco
È curiosa la dinamica della comunicazione. Spesso accredita una rappresentazione che si discosta dalla oggettività dei fatti e che, specie se reiterata, sedimenta luoghi comuni e semplifica a dismisura i giudizi. È il caso della tesi secondo la quale staremmo assistendo a un nuovo protagonismo politico dei cattolici dopo un tempo contrassegnato dalla loro marginalità. Chiedo scusa per l’approccio didascalico, ma merita isolare gli elementi di cui, letteralmente, si compone tale assunto. Quale il tempo segnato dalla presunta marginalità politica dei cattolici? Secondo una facile vulgata, dopo la Dc e i suoi epigoni. Già a questo riguardo, si potrebbe introdurre un interrogativo. La Dc fu cosa grande e complessa. Alle origini, effettivamente, il suo gruppo dirigente, in larga misura, aveva alle spalle un’attiva militanza cattolica. Col tempo e il succedersi delle generazioni quella matrice si stemperò. Nel bene e nel male il personale politico Dc si professionalizzò e si laicizzò. E comunque, al di là dei singoli profili biografici, la effettiva qualità cristiana della sua ispirazione e della sua azione fu assai discontinua. A volte più evidente, a volte decisamente appannata. In breve: all’egemonia politica Dc non di necessità e sempre corrispose una vitale “significanza” cristiana. Dopo la Dc, cattolici politicamente marginali? Ne siamo sicuri? Talvolta mi chiedo se, relativamente alla seconda Repubblica, non si possa sostenere l’esatto contrario. Si provi a mettere a paragone il peso tutt’altro che disprezzabile dei cristiani nella politica recente …
di Alfredo Reichilin
E’ cominciata – e andrà avanti, e sarà al centro dello scontro elettorale – la discussione sulle cosiddette “agende” quella di Monti o quella di Bersani. È naturale. Cercherò anch’io di dire la mia. Ma intanto, nelle ultime settimane è avvenuto qualcosa che non ha precedenti, e che già, fin d’ora, rappre- senta un mutamento delle forze in gioco. Entrano nuovi attori e questo non potrà non avere profonde conseguenze. Quali è difficile valutare nell’immediato ma tutto ciò suscita in me grandi speranze e nuovi interrogativi. Il fatto è grosso. Le candidature al nuovo Parlamento presentate dal Pd non stanno più nei limiti di un vasto ricambio. A me sembrano, piuttosto l’avvento, dopo decenni, di una nuova classe dirigente. Non è una piccola cosa. E in più il fatto che nella vecchia, maschilista, cattolica Italia il 40% dei parlamentari del centrosinistra sarà composto da donne. Non è un ricambio. È una rivoluzione. Altro che l’«agenda Monti non si tocca», caro vecchio amico Umberto Ranieri. Sono le cose che la toccano. E poiché dopotutto l’economia non è un rapporto tra «cose» (gli insindacabili mercati) ma tra «persone», anche le «scandalose» polemiche di Fassina sul rapporto tra «rigore» e sviluppo presto appariranno datate. Di colpo, a fronte di un fenomeno come questo, un vecchio militante come chi scrive si sente come lontano, spiazzato, spinto più che a parlare a capire. Questo da un lato, …
di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss
A Mario Monti, il professore che si esprime come un robot capace di mimare lo humour anglosassone, una cosa è riuscita. Tutti parlano della sua “Agenda”. Spesso per criticarla – da destra (è troppo “statalista” secondo la ormai famosa coppia Alesina-Giavazzi) – e da sinistra (è troppo liberista e conservatrice, dicono con una gamma di accenti diversi Ingroia e Grillo, Vendola e Fassina). Berlusconi e Maroni (non si sa ancora se di nuovo alleati) scagliano anatemi. Bersani è più diplomatico: si può discutere, ma ci vogliono più “equità, lavoro, diritti”.
A noi quel testo ha colpito perché anche i buoni propositi (per esempio l’idea di un fisco più giusto di fronte ai ricchi patrimoni e a chi vive del solo salario) sono appannati , svuotati dalla mancanza di due cose. Non c’è alcun approfondimento critico sul perché la gestione del libero mercato abbia prodotto una tale catastrofe economica globale. E in generale non emerge un’anima nemmeno quando si parla di Europa, di giustizia, di lavoro. C’è un elenco di “cose da fare” – l’agenda, appunto – ma nessun riferimento ai soggetti, come si dice? in carne e ossa – che dovrebbero agire in una direzione piuttosto che in un’altra.
In effetti per un signore che “sale in politica” e pretende di “cambiare gli italiani”, il risultato è –a esser generosi – deludente. D’altronde, quando l’anima è – sempre cautamente – evocata, non infiamma …
di Leopoldo Fabiani
A Palermo la musica popolare è napoletana. Nelle affollatissime celebrazioni per i santi sul palco si esibiscono in rigoroso dialetto partenopeo cantanti neomelodici per le quali le folli vanno in delirio. E, come riferiscono reventi episodi di cronaca, le canzoni vengono anche usate per mandare messaggi ai boss mafiosi costretti ad ascoltare la radio nelle loro celle.
In questo ambiente si svolge Festa di piazza , la nuova avventura di Enzo Baiamonte, l’elettrotecnico investigatore dilettante creato da Gian Mauro Costa, già protagonista del Libro di legno, sempre edito da Sellerio. Qui Enzo è chiamato a prestare la sua esperienza di elettricista per la festa dedicata dal quartiere della Zisa alla Madonna Addolorata.La routine fatta di partite a scopone con gli amici e cenette con Rosa, fidanzata devota e cuoca impareggiabile sarà presto sconvolta. Enzo si trova a indagare su strani furti cimiteriali e sulla scomparsa di un misterioso collega. Costa ci racconta con i tratti della commedia una Palermo quotidiana e segreta,dove la mafia può nascondersi a ogni angolo e nulla è come sembra.
Festa di piazza di Gian Mauro Costa Sellerio editore pagg.302
(“La domenica di Repubblica”, n.390 del 2012, “Rcult”)
di Michele Prospero
Non ci sono toni celebrativi nel libro-intervista di Susanna Camusso (Il lavoro perduto, editori Laterza). La «ragazza con la sciarpa rosa», che continua ad amare Hobsbawm anche ora che è alla guida della Cgil, avrebbe potuto solleticare l’orgoglio di sindacato. Cosa sarebbe l’Italia senza la Cgil? In anni turbolenti, che hanno sconvolto la repubblica dei partiti e spezzato simboli, organizzazioni, identità, il mondo del lavoro è rimasto, con le sue strutture di mobilitazione, un presidio per una democrazia smarrita. Questo anello della continuità storica della nazione nonché garante della tenuta sociale in un sistema sfilacciato nelle sue istituzioni, ha consentito al Paese di reggere il carico di sfide difficili. Più che rivendicare i meriti acquisiti, a Camusso preme ragionare sulle difficoltà del sindacato oggi, costretto a divincolarsi in «una stagione difensiva» entro cui il lavoro percepisce il suo scivolamento verso una condizione di povertà. Il segretario della Cgil avrebbe potuto accentuare il ritratto a tinte fosche di un’età di capitalismo irresponsabile inginocchiato dinanzi ad una aggressiva finanza speculativa («Prima della crisi le imprese hanno goduto a lungo di alti profitti. Hanno scelto di spostare gli asset nella finanza, immaginando di ricavarne un guadagno alto e a breve»). E invece la sua ossessione è di ricercare la via dell’innovazione culturale e organizzativa per riparare ad un deficit di rappresentanza (delle professioni precarie, autonome e flessibili). Disgregato dalle delocalizzazioni, frantumato dal micro capitalismo, disarticolato dalle …
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