di Guido Melis
Massimo D’Alema ha usato una metafora gramsciana, quella dei due eserciti nemici costretti al reciproco assedio. Né vinti né vincitori. Stallo. Si stenterebbe a trovare nella storia d’Italia del dopoguerra una congiuntura politica assimilabile a quella attuale. Governi tecnici, sì, ne abbiamo avuto, ma sempre sostenuti da una più o meno solidale maggioranza parlamentare. Fu così ad esempio nel 1993-94 per Ciampi, chiamato a traghettare la prima nella seconda Repubblica. Niente di ciò può dirsi per Monti. Qui la maggioranza parlamentare (oltre 500 voti) è in realtà spezzata in due tronconi, divisi dal passato ma soprattutto dal futuro, entrambi in trincea in vista di quella che sarà, tra due anni o forse prima, la volata elettorale. Sicché tutti gli elementi del programma, dai più impegnativi a quelli di dettaglio, vanno faticosamente concordati nella difficile diplomazia segreta dei partiti. Nulla passa che non sia preventivamente autorizzato dall’alleato-avversario. Nulla che non rientri in un complesso gioco di compensazioni reciproche. Si spiega così la complicata gestione parlamentare della manovra di dicembre. Un passo avanti e due indietro: deindicizzazione delle pensioni minime, prima casa fuori dall’Imu per i redditi bassi, ma al tempo stesso cedimenti alle lobbies dei farmacisti e timidezza (eccessiva) verso gli ordini professionali. Tutto si tiene, insomma. Detto ciò il governo Monti non è privo di risorse. Gode (non sembri paradossale, dopo quello che si è appena detto) di un suo largo spazio di manovra, determinato da due …
di Guido Melis
Della coppia di concetti proposta dal nostro tema di oggi (“Beni comuni”), più del sostantivo mi interessa l’aggettivo: “comuni”. E’ una parola impegnativa, sulla quale conviene riflettere.
Cominciano dall’ovvio. Un processo molecolare, diffuso, ha investito in questi ultimi anni la nostra società, anche nelle dimensioni periferiche (come è stata ed è quella sarda). Pur essendo un processo complesso, dotato di articolazioni e variabili anche significative a seconda delle latitudini e delle aree geografiche, credo che si possa riassumere questo fenomeno con due parole: la rottura della comunità. Oppure – detto in altro modo – la frammentazione prima, la dispersione poi di quelle che erano un tempo le reti della solidarietà sociale e comunitaria.
Queste reti sono nel nostro paese molto antiche, e tenaci. Hanno retto per secoli e forse – nel celebrare l’unità nazionale – dovremmo insistere di più sulla loro “tenuta”. Sono le reti della famiglia, innanzitutto; e poi della famiglia allargata; e della comunità del piccolo paese; della parrocchia; della provincia italiana; e poi delle identità regionali; e le grandi reti di solidarietà tra le classi sociali sfruttate; quelle dell’associazionismo laico e religioso; e le reti degli interessi concreti organizzati su scala interregionale. Quando ci sono state le varie Caporetto (ne abbiamo avuto diverse, oltre a quella ufficiale) queste reti, specie le più prossime alle persone, hanno agito da collante sotterraneo e hanno tenuto insieme la comunità nazionale e quella locale.
La soppressione però …
di Giancarla Codrignani
Eccola che torna la parola intrigante bene o male introdotta nel titolo V della Costituzione! Dice il nuovo art.120 che “quando lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”, la legge garantisce che “i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà”. Anche nel 1999 il termine suscitò discussioni e non mancarono gli avvertimenti: infatti, in mancanza di chiare definizioni giuridiche, sussidiarietà può significare che il privato fa quello che lo stato – essendo i bisogni umani pressoché illimitati – non riesce a fare, oppure che lo stato si limita a ciò che non riescono a fare i privati. Già allora parte della sinistra, quella che disperava di poter riformare il modello mercatista globalizzato e non più controllabile dagli stati, prefigurava la seconda possibilità. Peccato che abbia continuato a parlare a vuoto di riformismo, senza informare che era già in marcia la trasformazione del welfare in assistenzialismo. Adesso, però, qualcuno dovrebbe spiegare perché i servizi dovrebbero costare meno se gestiti da un privato non necessariamente altruista e disinteressato: o abbiamo fallito sul controllo o andrà inevitabilmente a rischio la qualità. Per esemplificare, Gelmini ha dato ai bambini e alle bambine delle elementari classi di trenta bimbi (tra cui quattro magrebini, tre cinesi e altri otto di varia provenienza), con meno insegnanti, meno ore e meno tempo pieno, meno sostegno all’handicap e meno mediatori culturali: diciamo che …
di Michele Smargiassi
“Una forma smisurata di donna seduta in terra”, dal volto “mezzo tra bello e terribile”: una matrigna crudele e sprezzante, così la Natura appare allo sfortunato Islandese nel celebre dialogo di Leopardi che fonda la nostra modernità. Meno di un secolo prima, Voltaire si era ribellato al terremoto di Lisbona, evento tremendamente naturale, in nome della Ragione. No, non è mai stato piacevole per i filosofi maneggiare questo concetto che all´uomo della strada evoca invece idee di relax, pace, benessere. Dev´essere per questo che il FestivalFilosofia di Modena ha atteso dieci anni prima di scegliere questa parola bella e terribile come tema della sua undicesima edizione. Ma non si poteva attendere oltre: possiamo non occuparci della natura, ma la Natura si occupa di noi, fin nel profondo, sempre di più. «È diventato un argomento profondamente politico», spiega Remo Bodei, ideatore e responsabile scientifico del più importante appuntamento dedicato al pensiero speculativo.
Minacciata e fragile nel suo equilibrio ecologico, minacciosa e aggressiva nelle sue manifestazioni catastrofiche (tsunami, terremoti, uragani), la Natura sembra invocare o pretendere qualcosa dall´uomo: «Le cose inanimate sembrano sempre più godere di diritti, e li reclamano». Crolla l´opposizione classica fra natura e cultura, l´imprevista competitiva alleanza tra physis e technè profana il confine sacro del corpo umano e rende fluidi e labili concetti naturali come la vita e la morte. Certo, è giunto il tempo che il festival affronti finalmente, faccia …
di Umberto Veronesi
Per chi esprime il pensiero laico della società civile, al di fuori delle ideologie e delle fedi, i sentimenti di fronte alla legge sul biotestamento in via di approvazione alla Camera sono essenzialmente due: stupore e incredulità. Non capiamo come può il Parlamento prendere decisioni che calpestano i diritti individuali tutelati dalla Costituzione, quale quello, fondamentale, di decidere come vivere e come non vivere. E inoltre non crediamo che lo possa fare. Capiamo invece che il dibattito sulla vita, la sua qualità e la sua fine, passa attraverso dilemmi etici e filosofici, oltre che medico-scientifici, che la politica non riesce a trattare, e capiamo dunque la difficoltà per ogni singolo parlamentare nel dare un voto in piena consapevolezza e coscienza su questa materia. Per questo la maggioranza di noi chiede di fermare l´iter legislativo, nella convinzione che l´assenza di una legge sia un male minore rispetto a una cattiva legge. La mancanza di una normativa permetterebbe a tutti, medici e cittadini, malati e famigliari, di comportarsi nel modo più appropriato, caso per caso, rispettando così al massimo l´unico punto fermo: la volontà della persona e la sua inviolabile dignità. Ci consideriamo un Paese civile e abbiamo fiducia nella nostra capacità di scelta come individui e come comunità. Inoltre siamo aiutati da strumenti condivisi anche a livello internazionale, come il nuovo codice di deontologia medica e la Convenzione di Oviedo sui diritti del malato. È vero che molti giuristi e …
di Guido Melis
Grande è la confusione nel campo di Agramante, alias nei palazzi della politica. Tagliare o non tagliare, e se sì come e dove ? Nel palazzo che da qualche tempo frequento, quello di Montecitorio, la proposta avanzata da Enrico Letta di abolire drasticamente il vitalizio a partire da questa o dalla prossima legislatura suscita più malumori che consensi. Passa di mano in mano la lettera indirizzata ai colleghi da Gerardo Bianco, una persona per bene che presiede l’Associazione degli ex parlamentari, nella quale si rivendica il diritto al vitalizio non come un privilegio ma come una suprema garanzia costituzionale, strettamente connessa alla tutela dell’indipendenza del parlamentare, in modo che le preoccupazioni per la vecchiaia di domani non condizionino la sua indipendenza di oggi. In Consiglio regionale è di avantieri la proposta Pd di abolire la pensione e il cumulo degli emolumenti, ma è apertissimo il dibattito sugli altri benefits: numerosi, costosi, non sempre necessari. La verità è che l’azienda della politica spreca troppo, e non solo in stipendi e pensioni. Quanto costano i palazzi sontuosi, gli studi, gli apparati, i ristoranti esclusivi? Troppo, indubbiamente.
Risparmiare si può, e aggiungerei che si deve, data la situazione del Paese. Ma attenti a non risolvere tutto in una campagna mediatica contro la casta. I costi della politica sono strutturali e dipendono da cause serissime: il numero eccessivo dei rappresentanti (nazionali, regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali), la loro discutibile …
di Carlo Bersani
In questo contributo di Giovanni Bianco diversi percorsi argomentativi costituiscono un quadro lineare. “Nichilismo giuridico e territorio” (Utet, 2010) è un libro in due parti. Infatti, nasce da due distinte voci enciclopediche del Digesto IV(“Nichilismo giuridico” e “Territorio e deterritorializzazione”). Le riflessioni che contiene hanno però una sola origine e un solo fine.
Per quanto riguarda l’origine, l’esergo suggerisce un curioso affratellamento: Albert Camus e Carl Schmitt, “L’uomo in rivolta” e “Terra e mare” (ma è più presente, nel volumetto, “Il nomos della terra”). Si può notare un’altrettanto curiosa prossimità cronologica, fra quell’opera del filosofo francese, edita nel ’51, e “Il nomos della terra”, che era uscito nel ’50. Ma si tratta di sguardi sul nichilismo – e sull’Europa, sul Novecento, su tutto – completamente antitetici. Il nichilismo a cui pensava Camus era anche tale, almeno all’origine della sua storia, per cui nel suo “universo demente” a risuonare “è l’invocazione dilaniata alla regola, all’ordine e alla morale”. Perché, spiega Camus, “l’insurrezione umana … non è e non può essere altro che una lunga protesta contro la morte, un’arrovellata accusa a questa condizione retta dalla pena di morte generalizzata”, e “lottare contro la morte equivale a rivendicare un senso alla vita, a combattere per la regola e l’unità”. Infatti alla morte manca un qualsivoglia “principio di spiegazione”. Ecco perciò che i nichilisti possono mirare a “riunire alfine la comunità umana sulle macerie della comunità divina. Uccidere dio e costruire una chiesa, è questo il movimento costante e contraddittorio della rivolta. …
 di Carlo Bersani
Una minoranza può essere «decisiva» per tutti? Alcuni buoni motivi per rispondere sì, ce li ricordano Alina Harja, giornalista, e Guido Melis, parlamentare della Repubblica (e fra i maggiori storici delle istituzioni italiani) in “Romeni” (Rubbettino, 2010, pp. 171, € 14,00). E’ un libro lucido e lineare, attentissimo a sostenere ogni ragionamento con una solida base fattuale e documentaria, e questo lo rende, fra l’altro, ricchissimo di dati (oltre che di interviste particolarmente limpide): «un punto del pil italiano, pari a 2,3 miliardi di euro, è frutto del lavoro dei romeni» (p. 60); «in totale sono ristretti nelle carceri italiane (il dato è di fonte governativa e risale al 28 luglio 2009) 23.473 detenuti stranieri, dei quali 2.921 cittadini romeni. Di essi, stando al rilevamento dell’Ufficio per lo sviluppo e la gestione SIA (Servizio Informatico Automatizzato), i romeni, distinti per posizione giuridica, sono: 1.818 in attesa di giudizio; 1.092 con condanna definitiva; 11 internati» (p. 52, sui circa 780.000 romeni residenti in Italia all’inizio del 2009, p. 12). Eccetera. Ma ci sono anche dati che testimoniano la riemersione di «qualcosa di atavicamente barbarico», finora sepolto nell’«inconscio collettivo» degli italiani (p. 37). E c’è da chiedersi: dei soli italiani? Non sarà una “atavica” modernità tutta occidentale, quella che gli italiani stanno perseguendo, con lo spirito avanguardista che li caratterizza da circa un secolo? Su questo punto il libro si basa su numerosi fatti di cronaca (ad es., pp. 117 ss., o p. 121), ma anche su …
 di Carlo Bersani
A quanto pare, in Italia non ci sono solo “cittadini di fatto”, ma anche “stranieri di fatto”. E’ quello che fa pensare un libro di Luca Bravi (Tra inclusione ed esclusione – una storia sociale dell’educazione dei rom e dei sinti in Italia, Unicopli, 2009, 173 pp., € 13,00), da tempo studioso di argomenti legati alla minoranza dei rom e sinti (ne va ricordato almeno il saggio, scritto con N. Sigona, Rom e sinti in Italia. Permanenze e migrazioni, nel n. 24 degli Annali della Storia d’Italia Einaudi, curato da M. Sanfilippo e P. Corti e intitolato alle Migrazioni).
Il testo di Bravi si basa su una ricostruzione storica attenta, che ruota sulla centralità del «passaggio epocale tra Auschwitz e post-Auschwitz» (p. 17, ma anche 25 ss.). Le stesse pagine sulla persecuzione razziale fascista indicano una cronologia non poco interessante (pp. 38 e ss.), e guardano alle basi più risalenti dell’«antiziganismo» in Italia (p. 42). Ma è la storia repubblicana a riservare non poche sorprese (almeno agli ottimisti): stando alle osservazioni (ben argomentate) di Bravi, nel trattamento degli italiani rom e sinti non è dato riscontrare un vero segnale di discontinuità con le tradizioni precedenti. Anzi: fin dagli anni sessanta, il pensiero sulla minoranza dei rom e sinti avrebbe seguito linee di sostanziale continuità con i modelli interpretativi del passato, con gravi conseguenze sui progetti e sulle pratiche di scolarizzazione (pp. 63 ss.).
Il testo di Bravi è molto duro sulle esperienze di «pedagogia zingara» che …
 Una scrittura senza sorprese fa un libro senza sorprese. E’ questo che viene in mente leggendo l’ultimo lavoro di Giorgio Bocca edito da Feltrinelli (Annus horribilis, 158 pp.). Del resto è un vecchio problema del giornalismo italiano: salvo rarissime eccezioni, non brilla né per rigore analitico, né per spirito della complessità (e visto che la vita è sempre complessa, cioè ricca, chissà che non sia anche per questo che agli Italiani i giornali non piacciono). Non che Annus horribilis sia scritto male, tutt’altro: la pagina scivola bene e velocemente, l’asprezza di chi conosce la condizione del reduce, e forse si sente tale, ha non poco di nobile. L’indignazione è reale: più che condivisibile, contagiosa.
Inoltre, dei temi che Bocca mette sul tappeto non ce n’è uno che non sia fondamentale. Tento un catalogo, necessariamente incompleto: l’inclinazione al trasformismo (ad esempio, di Fini, pp. 6-7); la centralità del fascismo nella storia d’Italia (“perché il fascismo è una tentazione perenne degli italiani, come una traccia di sottofondo …?”, p. 11, o p. 67; o quel fascismo che “tranquilli amici, un po’ è già tornato”, p. 15); il destino minoritario dell’ “intransigenza che fu di Giustizia e Libertà” (p. 7); la sedimentazione della “vecchia propaganda anticomunista (…) nelle menti e nei cuori di molti italiani”, al punto di generare una “paura fobica” (pp. 20-21); i nuovi razzismi e la fortuna del motto “difendi i tuoi simili e distruggi il resto” (p. 18); l’assalto berlusconiano all’informazione e all’editoria (pp. 27 ss.); il “populismo” …
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