Scuola e democrazia: un nesso da reinventare

di Graziella Priulla

«L’aristocrazia ha costruito i castelli, la borghesia le fabbriche,
il popolo costruisce le scuole».

Si parla ossessivamente dello spread finanziario, ma ce n’è un altro molto più insidioso, di cui invece si parla pochissimo: lo spread culturale. Il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni Novanta insieme alla scarsa capacità d’innovazione, è frutto anche del limitato bagaglio culturale della popolazione. Dalle indagini comparative emerge un dato d’insieme di cui nessuno parla volentieri: solo una parte minoritaria degli italiani ha strumenti sufficienti per orientarsi nella complessità di una società moderna. In Italia c’è ancora (constata Tullio De Mauro) un 66% di persone con insufficiente alfabetizzazione, mentre in Svezia sono al di sotto del 30%: in cifre assolute si tratta di più di trentadue milioni di persone.

È la dimostrazione evidente che la nostra classe dirigente ha scelto di non investire sull’istruzione e sulla cultura e ha fatto capire che la cultura non è più un valore. Al paleoanalfabetismo del passato, figlio della povertà, si è aggiunto il neoanalfabetismo, figlio della società consumistica e della crescita senza sviluppo. Gli italiani possiedono gadget di ogni tipo, ma non libri. Vanno allo stadio e in discoteca, ma non a teatro.

Se i convegni e i proclami, le dichiarazioni ufficiali e i documenti programmatici insistono continuamente sulla qualità dell’istruzione, i dati nazionali e i confronti internazionali sono concordi nel disegnare un’immagine in cui prevale la mediocrità:  

La nemesi padana

di Gad Lerner

L´indecoroso epilogo della rivoluzione leghista, scivolata dalle valli del Nord nella bambagia governativa di Roma, per approdare infine sotto l´Equatore nel paradiso speculativo della Tanzania, deturpa irrimediabilmente la biografia di Umberto Bossi. Il leader politico che si pretendeva addirittura fondatore di una nazione, viene accusato ora di avere usufruito di soldi pubblici, denaro non contabilizzato, anche per sostenere i costi della sua famiglia. Il suo vero punto debole, la famiglia, da quando Bossi s´è adoperato nel tentativo di perpetuare il suo carisma per via dinastica nell´inadeguata figura del figlio Renzo. Proprio lui che aveva fatto della sobrietà popolana – un´abitazione modesta, uno stile di vita scapigliato ma rustico – la sua cifra esistenziale, per sistemare la prole ha commesso leggerezze mai digerite dalla base militante. Né giova alla reputazione di Bossi la casa in Sardegna intestata al Sindacato padano di cui è segretaria la sua “badante” Rosi Mauro.
Fine di un mito: la Lega Nord rischia di crepare per indigestione. E rimarrà scolpito come nemesi storica l´atto di ribellione compiuto da un militante dell´hinterland milanese che il 23 gennaio scorso ha presentato il suo esposto alla Procura contro l´accumulo disinvolto di risorse pubbliche, i famigerati rimborsi elettorali, da lui giustamente riconosciuto come scandaloso.
Quanto a Roberto Maroni, che ieri si è affrettato a chiedere la rimozione del già screditato tesoriere Francesco Belsito per fare pulizia nel partito, osando perfino criticare il vertice che  

L’Europa antisemita

Auschwitz I (Oświęcim)di Marek Halter

Quando accadono tragedie come quelle di Tolosa, mi chiedo se si possono ancora considerare gli ebrei come i capri espiatori della Storia. Ebbene, la risposta è sì. Mi torna in mente quella barzelletta triste di quei due amici che s´incontrano al bar e cominciano a parlare di crisi, disoccupazione, miseria. A un certo punto uno dice all´altro: «È tutta colpa degli ebrei e dei ciclisti!». E l´altro gli risponde: «E perché mai dei ciclisti?». Ora, in questi tempi di ristrettezze sta crescendo in Francia la rabbia verso gli “arabi”, perché sono visti come quelli che ci mangiano nel piatto, e parallelamente aumenta l´antisemitismo. Appena la società si rivolta contro una minoranza, a pagarne le conseguenze sono anche gli ebrei, che però non sono minoranza, poiché da secoli gli ebrei francesi sono cittadini francesi come gli ebrei italiani sono cittadini italiani. Ma da duemila anni sono loro i “colpevoli” di tutti mali. Primo tra tutti, quello di aver ucciso Cristo. Appena si punta il dito contro un popolo accusandolo di un peccato qualsiasi, purtroppo si pensa immediatamente anche agli ebrei.
Negli ultimi anni la comunità ebraica di Francia è stata vittima di numerosi attentati: nel 1979 contro una scuola ebraica parigina, nel 1980 contro la sinagoga della rue Copernic, nel 1982 contro un ristorante nel “ghetto” della rue des Rosiers, nel 1996 contro il giornale Tribune Juive. Non è dunque la prima volta, dal dopoguerra a  

Non è peccato?

di Renato Sacco

“Guadagnare e pagare le tasse non è peccato”. Lo ha detto il ministro Severino, in questi giorni in cui sono stati resi pubblici i patrimoni dei ministri del Governo. Certo, va riconosciuto l’impegno per la trasparenza e non posso che esprimere stima al ministro Severino. L’unica cosa che mi chiedo, visto che oggi è anche il primo giorno di Quaresima, tempo di conversione: in qualità di ministro non era meglio parlare di reato, invece di peccato?
È vero che dire “non è peccato” è considerata un’espressione comune, un modo di dire. Ma bisogna stare molto attenti a non liquidare sbrigativamente tutta la questione che riguarda la ricchezza, il denaro, affermando che non è peccato. Non sta al ministro decidere cosa sia peccato (e certo neanche al sottoscritto). Se facciamo riferimento al Vangelo, qualche domanda ce la dobbiamo porre. Penso a qualche frase o a episodi molto conosciuti: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Matteo 19, 24). “ Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione”. (Luca 6, 24). O la parabola del ricco epulone (Luca 16, 19 – 31) dove epulone non è il nome del ricco perché, come diceva p. Turoldo, nel Vangelo il ricco non ha un nome, solo il povero ha un nome, una dignità, Lazzaro. E poi se guardiamo a Francesco d’Assisi, che è anche Patrono d’Italia, abbiamo qualche stimolo per riflettere sulla ricchezza.  

Lo spettro di Malthus si aggira per l’Italia

Malthus is buried in the foyer of Bath Abbeydi Barbara Spinelli

C´È una parte di verità, in quel che Mario Monti ha detto – a RepubblicaTv – sul modo in cui è stata interpretata la sua idea del lavoro fisso («Diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!»). Citato fuori dal contesto, quel che ha aggiunto subito dopo è finito in un buco nero: «È più bello cambiare e accettare nuove sfide, purché in condizioni accettabili. Questo vuol dire che bisogna tutelare un po´ meno chi oggi è ipertutelato, e tutelare un po´ più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci».

Resta tuttavia l´inadeguatezza del vocabolario, e non può stupire il disagio profondo che esso suscita in chi nulla sa del lavoro sicuro, durevole, e vive un´esistenza arrabattata, esposta alle durezze del mercato, difficilmente conciliabile col proposito di far figli, guardata con sistematica diffidenza da banche che non fanno credito se non a redditi solidi, e costanti. Non meno malessere suscitano gli argomenti con cui il Premier ha tentato di spiegare il suo punto di vista: per troppo tempo, «i governi politici hanno avuto troppo cuore», accogliendo le più varie rivendicazioni sociali e accumulando debiti pubblici rovinosi per tutti. Ripetuto tre volte, anche il vocabolo cuore – «esuberante», contaminato da «buonismo sociale» – è apparso moralmente pernicioso.
Sono tutte frasi che feriscono  

Silenzio stampa. L’Osservatore romano e la censura riservata all’annuncio del Concilio Vaticano II da parte di Giovanni XXIII

From the Dome of St. Peter´s Basilicadi Hilari Raguer

Il Cardinal Lercaro, che durante il Concilio Vaticano II era stato uno dei più decisi propulsori del progetto rinnovatore di Giovanni XXIII, poco dopo la morte di questi pronunciò un discorso nel quale osò parlare della «solitudine istituzionale» con la quale il papa dovette lottare per mettere in moto il Concilio: vale a dire l’opposizione che incontrò nelle stanze vaticane. Una manifestazione clamorosa di quella opposizione fu il boicottaggio da parte del quotidiano vaticano, L’Osservatore romano, della notizia dell’annuncio del Concilio. Giovanni XXIII rese pubblica la sua decisione nel solenne atto conclusivo dell’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, il 25 gennaio del 1959, nella Basilica di San Paolo fuori le mura.

Lasciando da parte l’intenzione ecumenica propria dell’Ottavario, la celebrazione conclusiva era stata convertita in preghiera per la “Chiesa del silenzio”, specialmente per quella cinese. È l’espressione che aveva coniato Pio XII in riferimento ai cristiani dei Paesi comunisti (altri, maliziosamente la applicavano alla stessa Chiesa cattolica, in cui la voce del papa era l’unica che si potesse ascoltare).

Giovanni XXIII nella sua omelia parlò, beninteso, di persecuzione in alcuni Paesi, ma la parte più importante della giornata doveva ancora arrivare. Sua Santità aveva convocato i 17 cardinali presenti a un concistoro, nella sala capitolare dell’abbazia benedettina di San Paolo.

Fu allora che annunciò loro, «ispirandosi alle tradizioni secolari della Chiesa» (la celebrazione di concilii in momenti  

Se la viltà batte il compito della vita

relittodi Pierangelo Sapegno

Non sappiamo se come Lord Jim anche il comandante Francesco Schettino dovrà correre tutta la sua vita, da un posto all’altro, fra la vergogna e il rimpianto, per sfuggire ai suoi demoni.

Anche nel romanzo di Joseph Conrad, il primo ufficiale era scappato su una scialuppa dalla sua nave in tempesta. Processato e degradato, fu costretto a scappare con la sua ignominia senza riuscire a perdonarsi il suo errore, trovando riscatto solo alla fine in una terra lontana. L’eroismo serve nei film, o nei libri. Francesco Schettino dev’essere costretto ad affrontare altri fantasmi, cercando fra i rimorsi di un errore. Ma come per Lord Jim, ormai niente sarà più come prima.

E’ che ci sono errori che cambiano la vita. L’errore dell’uomo ha sempre qualcosa di imponderabile in sé, qualcosa che resta difficile da giudicare, come il peccato: una paura, un sentimento, a volte solo un pensiero, che ne determina l’azione. In fondo, che cos’è l’errore se non un peccato. Sono le conseguenze che ne classificano la gravità. Ecco, la fuga e l’atto di viltà, hanno una accezione più grave di tutti gli altri, semplicemente perché appartengono anche a noi, alle nostre fragilità e alle nostre miserie, e noi sappiamo bene quanto dobbiamo combattere ogni giorno per superarle. La viltà di un altro ci indebolisce. Ma la viltà di chi comanda ci umilia, ha qualcosa in sé che non è spiegabile se non con il rifiuto e lo spregio. Il  

Se il treno parte

di Renato Sacco

Sono in treno, fermo alla stazione di Bologna, davanti a quella ferita nel muro che ricorda le vittime della strage del 2 agosto 1980.
Come non pensare ad altre stragi e ad altre vittime?
A Firenze, ieri, una strage razzista con due senegalesi uccisi e il suicidio dell’assassino.
A Torino, qualche giorno fa, il rogo del campo Rom, per vendicare uno stupro, mai esistito. Anche a Novi Ligure, nel febbraio 2001, stava partendo una fiaccolata contro gli Slavi, non dimentichiamolo.
È bastata una bugia, amplificata dai mass media per scatenare la furia omicida e razzista. “Mette in fuga i due rom che violentano la sorella – Dieci minuti di terrore. Il fratello della ragazza ha sentito le grida ed è corso in suo aiuto. «Li ho fatti scappare – racconta. Li ho inseguiti per un tratto ma sono riusciti a fuggire scavalcando la recinzione della scuola Russell». Potresti riconoscerli? «Certo. Uno era alto e aveva i capelli a spazzola, indossava una felpa grigia. L’altro aveva una vistosa cicatrice in faccia». (La Stampa 10 dicembre 2011)
19 anni fa ero sulla stesso treno che da Ancona mi riportava a casa, dopo essere rientrato, con don Tonino e gli altri 500, dalla marcia a Sarajevo, città chiusa in un terribile assedio da 9 mesi… In quella città, bevendo un thè al riparo dalle granate, un amico mi aveva detto: “La guerra è come un treno: quando parte non riesci più a fermarlo!”.
 

Europa

Amsterdam, Holland 086 - City - A cup of coffee in the early morningdi Jeremy Rifkin

Il Sogno europeo, con l’accento che pone sul’inclusività, la diversità, la qualità della vita, la sostenibilità, il “gioco profondo”, i diritti umani universali, i diritti della natura e la pace, è sempre più affascinante per una generazione ansiosa di essere connessa globalmente e, nello stesso tempo, radicata localmente…
Gli europei sostengono i diritti umani universali e i diritti della natura, e sono disposti ad assoggettarsi a un codice che li sancisca: vogliono vivere in un mondo di pace e armonia e, per la maggior parte, appoggiano una politica estera e ambientale orientata verso questo obiettivo.
Ma non sono sicuro di quale sia lo spessore del Sogno europeo: gli europei continueranno ad affermare il principio di inclusività e lo sviluppo sostenibile anche se l’economia mondiale precipitasse in una recessione profonda e prolungata o in una depressione globale?

(“La Repubblica”, 22 dicembre 2011, pag.44)

Mediazione non negoziabile

di Giorgio Tonini

L’intervento del presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, al convegno delle associazioni cattoliche sul futuro politico dell’Italia a Todi lo scorso 17 ottobre, ha riproposto il concetto di «principi non negoziabili» come criterio di orientamento nelle opzioni politiche dei credenti: un criterio che era parso eclissarsi con l’uscita di scena del cardinale Camillo Ruini. Dopo una lunga trattazione dei problemi economici e sociali del Paese, svolta alla luce dei principi di libertà, solidarietà e sussidiarietà, propri dell’insegnamento sociale della Chiesa, il cardinale Bagnasco ha osservato: «Ma la giusta preoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco che è forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica.
Sono in gioco, infatti, le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”».
Il cardinale Bagnasco ha così ripreso e rilanciato l’impostazione dualistica del documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Santo Uffizio, allora presieduto dal cardinale Ratzinger: Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (24 novembre 2002). In quel documento, la Congregazione vaticana affermava che vi sono questioni politiche nelle quali sono in gioco «principi morali che  

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