Decolonizzare l’Europa: violenza, universalismo, differenza

di Roberto Cavallini

“Il colonialismo non è una macchina pensante, non è un corpo dotato di ragione. È la violenza allo stato di natura e non può piegarsi se non davanti a una violenza ancora maggiore
Frantz Fanon

Perché Fanon? Perché ora? Domande di delicata intensità, quasi supplica vertiginosa, già poste da Stuart Hall quasi vent’anni fa e ancora oggi attuali e necessarie. Perché leggere e pensare con Fanon, confrontarsi con il suo pensiero?

Frantz Fanon, psichiatra, filosofo e scrittore nato nel 1925 in Martinica sotto dominazione francese, muore il 6 dicembre del 1961 a soli 36 anni negli Stati Uniti d’America. Nel 1953, dopo essere stato assegnato a un ospedale in Algeria, inizia la sua pratica ‘rivoluzionaria’, prima all’interno della sua stessa disciplina, studiando le malattie mentali del colonizzato in relazione alle dinamiche disumane dell’alienazione colonialista; in seguito, nel 1956, accusato di relazioni con il Fronte di Liberazione Nazionale d’Algeria, dovrà lasciare il territorio algerino e si rifugerà a Tunisi dove inizierà ad elaborare un modello teorico-politico tenendo corsi all’Università di Tunisi e collaborando con il Governo Provvisorio della Repubblica Algerina. Una settimana dopo la sua morte, la sua opera più radicale e influente, I dannati della terra, è data alle stampe e immediatamente confiscata e vietata in Francia. In questo libro, punto di riferimento imprescindibile del pensiero postcoloniale, Fanon esamina il fenomeno storico della decolonizzazione a partire da un’attenta analisi della violenza come discorso sulla modernità. Il non-rapporto  

Quel delitto che l’Italia non punisce

di Vladimiro Zagrebelsky

La sentenza della Cassazione conclude sul piano della giustizia penale una vicenda nazionale tra le più gravi. Riferendosi ai dirigenti della polizia e agli agenti che avevano agito nella scuola Diaz in coda alla giornata di proteste contro il G8 del 2001, la Corte di appello di Genova, nella sentenza che ora la Cassazione sostanzialmente ha confermato, aveva parlato di «tradimento della fedeltà ai doveri assunti nei confronti della comunità civile» e di «enormità dei fatti che hanno portato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero». I fatti sono noti. Per giustificare l’irruzione nella scuola vennero portate al suo interno delle bottiglie molotov per attribuirne il possesso ai manifestanti che vi si erano raccolti e che poi, tutti insieme, furono arrestati. E’ noto anche che costoro furono minacciati ed umiliati dalle forze di polizia, violentemente colpiti, feriti anche gravemente. Decine di persone, molte straniere, furono ferite, due furono in pericolo di vita. Le imputazioni hanno riguardato la calunnia nei confronti degli arrestati, la falsificazione dei verbali di arresto. Le violenze sulle persone hanno dato luogo ad imputazioni di lesioni. Mentre il primo blocco di accuse ha portato infine a un certo numero di condanne di dirigenti, funzionari, agenti di polizia, la sentenza ha concluso che i delitti di lesioni personali sono ormai estinti per il decorso del termine di prescrizione.

E’ sui fatti gravissimi cui si riferiscono le imputazioni di lesioni che merita qui soffermarsi. Sul  

La Biblioteca sfregiata e il ministro Ponzio Pilato

la bibliotecadi Salvatore Settis

Almeno 240 libri sottratti a una grande biblioteca storica, quella dei Girolamini a Napoli, sono stati ritrovati a Verona in un deposito collegabile a Marino Massimo De Caro, che ne è il direttore. Questa non è solo una devastante notizia di cronaca, ma il simbolo della colpevole incuria in cui giace il nostro patrimonio culturale. La biblioteca dei Girolamini è illustre. Non solo per la sua origine (dagli Oratoriani di San Filippo Neri) e perché vi studiò G. B. Vico, ma anche per l´imponente raccolta di manoscritti e volumi antichi. E´ famosa anche per essere stata depredata negli anni Sessanta, con uno strascico di processi in cui furono coinvolti alcuni Oratoriani. La biblioteca divenne statale sin dal 1866, ma con una struttura istituzionale assai fragile: conservatore dei Girolamini, con nomina ratificata dallo Stato, è un Oratoriano (oggi il p. Sandro Marsano), e a lui spetta nominare, col consenso del ministero, il direttore della biblioteca. Massimo titolo del De Caro al momento della nomina era la sua qualifica di consulente del ministro dei Beni Culturali «per le relazioni impresa-cultura, l´editoria e le energie rinnovabili». Nessuna laurea, nessun titolo specifico: se non quello di mercante di libri antichi (indagato in Italia, e sospettato in Argentina, per commercio di libri rubati) e amico di un famoso bibliofilo (il sen. Dell´Utri). Curriculum davvero brillante, quel che ci vuole per esser nominato consulente da due ministri: prima Galan, poi Ornaghi.
Lo stato  

Finanziamenti pubblici

di Vincenzo Cerulli Irelli

Le notizie che provengono in questi giorni da fatti di malfunzionamento della finanza dei partiti, sprechi, assenza di controlli, spesso distorsioni delle spese da quelle attinenti l’attività politica, hanno messo in allarme l’opinione pubblica e rendono necessario da parte delle forze politiche un rapido e incisivo intervento di riforma.
Si deve aver chiaro che la legge attualmente vigente, adottata nel 1999 e modificata nel 2006, è diretta a disciplinare il rimborso delle spese per consultazioni elettorali e referendarie, non a finanziare i partiti politici nel loro funzionamento. La precedente legge di finanziamento dei partiti (n. 195/74) fu abrogata, come è noto, dal referendum del 1993.
Il legislatore trovò attraverso il rimborso per le spese elettorali un modo per arrivare a un risultato simile a quello cui direttamente non si poteva più arrivare, cioè appunto il finanziamento dei partiti. A questo fine il meccanismo di rimborso delle spese elettorali è stato tenuto negli anni a livelli assai più alti di quelli che il suo oggetto, cioè le spese elettorali effettivamente sostenute, richiederebbe. L’ancoraggio del rimborso, nell’ultima versione, alla moltiplicazione di un euro per il numero dei cittadini iscritti nelle liste per le elezioni della Camera, da corrispondersi in rate annuali, ha prodotto negli anni un surplus di risorse finanziarie nelle mani dei partiti. Il dato emerso dall’ultima relazione della Corte dei conti, che i giornali hanno ampiamente diffuso, che in termini globali evidenzia  

L’argine del Quirinale

di Michele Prospero

C’è un fenomeno scivoloso, e ciclicamente ricorrente in Italia: quello di chi, usando una ideologia regressiva e devastante, intende travolgere i partiti e le rappresentanze. E lo fa in nome di assoluti e indeterminati nuovi inizi da affidare agli scaltri professionisti dell’antipolitica, a digiuno di ogni senso dello Stato. Bene ha fatto, quindi, il Presidente della Repubblica, a coronamento di una riflessione meditata e supportata da una veduta storica ampia, a porsi in esplicita controtendenza rispetto all’oscuro spirito del tempo, che è ormai rigonfio di una brutta antipolitica trionfante anche grazie al cedimento di molti chierici. Il discorso di Pesaro ha posto degli argini robusti. Tutti i pittoreschi personaggi emersi nel ventennio trascorso prima scagliano velenose frecce contro il partito, raffigurato quale simbolo del male assoluto, e poi però ne creano uno del tutto nuovo e lo pongono alle loro esclusive dipendenze personali e familiari, facendone così una creatura davvero bestiale, che si rivela ancora più degenerata e mostruosa di quegli antichi organismi che con sprezzo hanno demolito.

Giornali come Il Fatto non l’hanno presa bene. E Di Pietro, facendo riemergere dagli abissi una sua anima profonda, invano camuffata con improbabili contorsioni pansindacaliste, ha difeso l’uomo qualunque. Molti commentatori hanno poi pigramente interpretato il discorso di Pesaro solo come una metaforica sculacciata a Grillo e alla sua fastidiosa turbolenza espressiva. Ma non era l’astuto e ricco comico il bersaglio principale di Napolitano che, volando alto, si  

Aldo Moro.Una democrazia difficile

…Ho detto prima che l’impossibilità di un’alternativa, sia di avvicinamento, sia di avvicendamento, contrassegna la nostra come una democrazia difficile.
Ed ho rilevato che qui risiede il fondamento della tensione propria del nostro sistema politico. Non noi, con la nostra volontà, ma la storia stessa, l’evoluzione delle cose ed i movimenti reali nello spirito umano, potranno forse, in tempi imprevedibili, modificare questa situazione.
E allora, per allentare la tensione, senza mettere a rischio il nostro sistema democratico ed il nostro modo di vita,c’è solo un serio dibattito politico, che non diventi esso stesso strumento di potere , e la politica di centro-sinistra, che, senza nulla concedere al comunismo, si spinga fin dove esiste obiettiva disponibilità democratica nelle masse di ispirazione socialista.

(Dal discorso al XII Congresso nazionale della D.C., Roma 9 giugno 1973)

Quando i candidati locali contano più dei partiti

torino-nel-nostro-cuore0077di Carlo Galli

Per le prossime elezioni amministrative si annuncia un moltiplicarsi di formazioni e simboli nuovi dovuto alla crisi degli schieramenti tradizionali. La politica moderna ha come dimensione appropriata non la città, ma lo stato. La differenza di scala comporta anche un salto di qualità. Ma può accadere anche che i cittadini per entusiasmo o disperazione si rimbocchino le maniche e si mobilitino. È implicito, nel concetto di lista civica, che il rapporto fra politica e città sia problematico. Quel rapporto dovrebbe essere di piena adeguazione – dopo tutto, le due parole sono l´una figlia dell´altra, poiché politica è l´insieme delle cose pubbliche che riguardano la città –; e invece la lista civica si contrappone a liste elettorali non civiche, o almeno non percepite come tali. A liste che esprimono la disgiunzione fra politica e città. Com´è stato possibile ciò? E com´è possibile che una lista civica vi possa porre rimedio?
La politica moderna ha come dimensione più appropriata non la città ma lo Stato; non il libero Comune ma l´intera società civile nella sua vastità e nelle sue interconnessioni. In ogni caso, lo spazio cittadino è uno spazio diverso da quello statale, nazionale; la differenza di scala comporta una differente qualità della politica, che nella città deve confrontarsi con problemi locali, e deve promuovere uno sviluppo e una qualità della vita non necessariamente omogenei a quelli della nazione intera. Anche quando il livello locale è il laboratorio di proposte rivoluzionarie  

Ricostruire il Paese. Oggi come ieri i giovani devono vincere la sfida

di Alfredo Reichlin

Fu la capacità di mobilitare le energie profonde del popolo la nostra bandiera. Italia e giustizia sociale. Il voto francese può aiutarci a cambiare.
Non abbiamo a che fare con una guerra perduta né con una dittatura fascista eppure il passaggio a cui siamo giunti è cruciale per l’avvenire della democrazia. È necessario un grande rinnovamento, bisogna rialzare la testa come allora. Sono passati quasi 70 anni -una intera epoca storica – dalla liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista.

Io ricordo bene quella giornata che segnò l’avvento di una nuova Italia. Un mondo
soprattutto di giovani prendeva in mano il destino di un Paese coperto di macerie, ferito da migliaia di morti, umiliato dalla sconfitta in una guerra ingiusta e sciagurata, occupato da eserciti stranieri. È in queste condizioni che i grandi partiti popolari, i rappresentanti delle masse contadine ed operaie che fino allora erano state escluse dalla vita pubblica dello Stato post-risorgimentale, presero la guida dell’Italia e la portarono alla riscossa. In meno di dieci anni il Paese intero fu ricostruito, uscì dall’arretratezza del vecchio mondo contadino, diventò la quarta o la quinta potenza industriale del mondo, mandò i suoi ragazzi a scuola.

La spiegazione di questo autentico miracolo si fa presto a dirla. Fu la capacità di mobilitare le energie profonde del popolo italiano facendo appello a quella straordinaria risorsa che è la sua antica civiltà. Il popolo si sentì protagonista e  

Il personaggio. Il candidato socialista ancora in testa ai sondaggi a sei giorni dal voto

di Anais Ginori

Sulla linea della metropolitana, i militanti socialisti che vanno a vedere François Hollande fino al Château de Vincennes, nell’est della capitale, passano per la fermata Concorde, dove si tiene il comizio di Nicolas Sarkozy. Qualcuno fischia, altri intonano “François Président”.
C’è anche chi non dice nulla, alza solo lo sguardo, come un gesto di preghiera a invocare la sospirata vittoria. «Sono pronto» ripete diverse volte il candidato socialista sul palco, davanti alle bandiere con la rosa nel pugno. Hollande vuole esprimere l’urgenza della sfida che si sta per compiere.
Mancano solo sei giorni al voto del primo turno ma è almeno da un decennio, ricorda il candidato socialista, che la gauche è condannata all’opposizione.
Le changement c’est maintenant, il cambiamento è adesso, martella lo slogan disseminato sui manifesti. «Nessuno ci fermerà» aggiunge Hollande che ha organizzato il raduno come una festa popolare, bancarelle con vino e salsiccia, orchestrine e teatro di marionette per i bambini.
Sullo sfondo il maestoso castello voluto da Carlo V. Il fraseggio del candidato socialista è sempre pacato, quasi monocorde, se non fosse per la voce rauca, che ogni tanto si abbassa. La sua compagna Valérie Trierweiler, ai piedi del palco, sta cercando di curarlo con tè caldo e miele. Insieme, fanno un lungo bagno di folla. Salutano, stringono mani.
Lei, ostinatamente riservata, scrive sul suo conto Twitter: “Giornata particolare. Emozioni. Giovani. Destino. Primavera”. Hollande è sorridente,  

L’arte è polifonica

di Gianfranco Ravasi

«Benedizione agli amici che alla mia porta, senza essere chiamati, senza essere sperati, sono però venuti». Con le parole del famoso teologo e cardinale inglese John Henry Newman ho salutato gli artisti e le tante persone venute (purtroppo molte non sono riuscite neanche ad entrare), nella sala Santa Caterina in piazza Santa Maria sopra Minerva, per la presentazione del Catalogo della mostra Lo splendore della Verità la Bellezza della Carità dedicata dagli artisti a Benedetto XVI per i suoi 60 anni di sacerdozio, come avevo annunciato nel mio ultimo blog post.

L’arte è polifonica e si presenta in un palinsesto di immagini e suoni. Così, Micol Forti curatrice – assieme a Mons. Iacobone, mio stretto collaboratore – del catalogo e moderatrice della serata ha invitato a prendere la parola il musicista Arvo Pärt, lo scultore Jannis Kounellis, l’architetto Santiago Calatrava, lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami. Pärt ha rivolto un saluto commosso e pieno di gratitudine, quasi armonia di una sua composizione essenziale e minimalista.

Cerami, ha cucito insieme citazioni dal Qohèlet e dalle poesie di Giorgio Caproni, e soffermandosi su un passo di straordinaria intensità in cui Benedetto XVI richiama l’urgenza di radicare nel quotidiano ogni ricerca dell’Assoluto. Noi siamo più che altro esploratori – ha affermato lo scrittore – ci attardiamo su tracce spesso indecifrabili, ma sappiamo che in quei medesimi segni dimora una memoria della verità. Personalmente – continuava Cerami – me ne  

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