Finanziamenti pubblici

di Vincenzo Cerulli Irelli

Le notizie che provengono in questi giorni da fatti di malfunzionamento della finanza dei partiti, sprechi, assenza di controlli, spesso distorsioni delle spese da quelle attinenti l’attività politica, hanno messo in allarme l’opinione pubblica e rendono necessario da parte delle forze politiche un rapido e incisivo intervento di riforma.
Si deve aver chiaro che la legge attualmente vigente, adottata nel 1999 e modificata nel 2006, è diretta a disciplinare il rimborso delle spese per consultazioni elettorali e referendarie, non a finanziare i partiti politici nel loro funzionamento. La precedente legge di finanziamento dei partiti (n. 195/74) fu abrogata, come è noto, dal referendum del 1993.
Il legislatore trovò attraverso il rimborso per le spese elettorali un modo per arrivare a un risultato simile a quello cui direttamente non si poteva più arrivare, cioè appunto il finanziamento dei partiti. A questo fine il meccanismo di rimborso delle spese elettorali è stato tenuto negli anni a livelli assai più alti di quelli che il suo oggetto, cioè le spese elettorali effettivamente sostenute, richiederebbe. L’ancoraggio del rimborso, nell’ultima versione, alla moltiplicazione di un euro per il numero dei cittadini iscritti nelle liste per le elezioni della Camera, da corrispondersi in rate annuali, ha prodotto negli anni un surplus di risorse finanziarie nelle mani dei partiti. Il dato emerso dall’ultima relazione della Corte dei conti, che i giornali hanno ampiamente diffuso, che in termini globali evidenzia  

L’argine del Quirinale

di Michele Prospero

C’è un fenomeno scivoloso, e ciclicamente ricorrente in Italia: quello di chi, usando una ideologia regressiva e devastante, intende travolgere i partiti e le rappresentanze. E lo fa in nome di assoluti e indeterminati nuovi inizi da affidare agli scaltri professionisti dell’antipolitica, a digiuno di ogni senso dello Stato. Bene ha fatto, quindi, il Presidente della Repubblica, a coronamento di una riflessione meditata e supportata da una veduta storica ampia, a porsi in esplicita controtendenza rispetto all’oscuro spirito del tempo, che è ormai rigonfio di una brutta antipolitica trionfante anche grazie al cedimento di molti chierici. Il discorso di Pesaro ha posto degli argini robusti. Tutti i pittoreschi personaggi emersi nel ventennio trascorso prima scagliano velenose frecce contro il partito, raffigurato quale simbolo del male assoluto, e poi però ne creano uno del tutto nuovo e lo pongono alle loro esclusive dipendenze personali e familiari, facendone così una creatura davvero bestiale, che si rivela ancora più degenerata e mostruosa di quegli antichi organismi che con sprezzo hanno demolito.

Giornali come Il Fatto non l’hanno presa bene. E Di Pietro, facendo riemergere dagli abissi una sua anima profonda, invano camuffata con improbabili contorsioni pansindacaliste, ha difeso l’uomo qualunque. Molti commentatori hanno poi pigramente interpretato il discorso di Pesaro solo come una metaforica sculacciata a Grillo e alla sua fastidiosa turbolenza espressiva. Ma non era l’astuto e ricco comico il bersaglio principale di Napolitano che, volando alto, si  

Aldo Moro.Una democrazia difficile

…Ho detto prima che l’impossibilità di un’alternativa, sia di avvicinamento, sia di avvicendamento, contrassegna la nostra come una democrazia difficile.
Ed ho rilevato che qui risiede il fondamento della tensione propria del nostro sistema politico. Non noi, con la nostra volontà, ma la storia stessa, l’evoluzione delle cose ed i movimenti reali nello spirito umano, potranno forse, in tempi imprevedibili, modificare questa situazione.
E allora, per allentare la tensione, senza mettere a rischio il nostro sistema democratico ed il nostro modo di vita,c’è solo un serio dibattito politico, che non diventi esso stesso strumento di potere , e la politica di centro-sinistra, che, senza nulla concedere al comunismo, si spinga fin dove esiste obiettiva disponibilità democratica nelle masse di ispirazione socialista.

(Dal discorso al XII Congresso nazionale della D.C., Roma 9 giugno 1973)

Quando i candidati locali contano più dei partiti

torino-nel-nostro-cuore0077di Carlo Galli

Per le prossime elezioni amministrative si annuncia un moltiplicarsi di formazioni e simboli nuovi dovuto alla crisi degli schieramenti tradizionali. La politica moderna ha come dimensione appropriata non la città, ma lo stato. La differenza di scala comporta anche un salto di qualità. Ma può accadere anche che i cittadini per entusiasmo o disperazione si rimbocchino le maniche e si mobilitino. È implicito, nel concetto di lista civica, che il rapporto fra politica e città sia problematico. Quel rapporto dovrebbe essere di piena adeguazione – dopo tutto, le due parole sono l´una figlia dell´altra, poiché politica è l´insieme delle cose pubbliche che riguardano la città –; e invece la lista civica si contrappone a liste elettorali non civiche, o almeno non percepite come tali. A liste che esprimono la disgiunzione fra politica e città. Com´è stato possibile ciò? E com´è possibile che una lista civica vi possa porre rimedio?
La politica moderna ha come dimensione più appropriata non la città ma lo Stato; non il libero Comune ma l´intera società civile nella sua vastità e nelle sue interconnessioni. In ogni caso, lo spazio cittadino è uno spazio diverso da quello statale, nazionale; la differenza di scala comporta una differente qualità della politica, che nella città deve confrontarsi con problemi locali, e deve promuovere uno sviluppo e una qualità della vita non necessariamente omogenei a quelli della nazione intera. Anche quando il livello locale è il laboratorio di proposte rivoluzionarie  

Ricostruire il Paese. Oggi come ieri i giovani devono vincere la sfida

di Alfredo Reichlin

Fu la capacità di mobilitare le energie profonde del popolo la nostra bandiera. Italia e giustizia sociale. Il voto francese può aiutarci a cambiare.
Non abbiamo a che fare con una guerra perduta né con una dittatura fascista eppure il passaggio a cui siamo giunti è cruciale per l’avvenire della democrazia. È necessario un grande rinnovamento, bisogna rialzare la testa come allora. Sono passati quasi 70 anni -una intera epoca storica – dalla liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista.

Io ricordo bene quella giornata che segnò l’avvento di una nuova Italia. Un mondo
soprattutto di giovani prendeva in mano il destino di un Paese coperto di macerie, ferito da migliaia di morti, umiliato dalla sconfitta in una guerra ingiusta e sciagurata, occupato da eserciti stranieri. È in queste condizioni che i grandi partiti popolari, i rappresentanti delle masse contadine ed operaie che fino allora erano state escluse dalla vita pubblica dello Stato post-risorgimentale, presero la guida dell’Italia e la portarono alla riscossa. In meno di dieci anni il Paese intero fu ricostruito, uscì dall’arretratezza del vecchio mondo contadino, diventò la quarta o la quinta potenza industriale del mondo, mandò i suoi ragazzi a scuola.

La spiegazione di questo autentico miracolo si fa presto a dirla. Fu la capacità di mobilitare le energie profonde del popolo italiano facendo appello a quella straordinaria risorsa che è la sua antica civiltà. Il popolo si sentì protagonista e  

Il personaggio. Il candidato socialista ancora in testa ai sondaggi a sei giorni dal voto

di Anais Ginori

Sulla linea della metropolitana, i militanti socialisti che vanno a vedere François Hollande fino al Château de Vincennes, nell’est della capitale, passano per la fermata Concorde, dove si tiene il comizio di Nicolas Sarkozy. Qualcuno fischia, altri intonano “François Président”.
C’è anche chi non dice nulla, alza solo lo sguardo, come un gesto di preghiera a invocare la sospirata vittoria. «Sono pronto» ripete diverse volte il candidato socialista sul palco, davanti alle bandiere con la rosa nel pugno. Hollande vuole esprimere l’urgenza della sfida che si sta per compiere.
Mancano solo sei giorni al voto del primo turno ma è almeno da un decennio, ricorda il candidato socialista, che la gauche è condannata all’opposizione.
Le changement c’est maintenant, il cambiamento è adesso, martella lo slogan disseminato sui manifesti. «Nessuno ci fermerà» aggiunge Hollande che ha organizzato il raduno come una festa popolare, bancarelle con vino e salsiccia, orchestrine e teatro di marionette per i bambini.
Sullo sfondo il maestoso castello voluto da Carlo V. Il fraseggio del candidato socialista è sempre pacato, quasi monocorde, se non fosse per la voce rauca, che ogni tanto si abbassa. La sua compagna Valérie Trierweiler, ai piedi del palco, sta cercando di curarlo con tè caldo e miele. Insieme, fanno un lungo bagno di folla. Salutano, stringono mani.
Lei, ostinatamente riservata, scrive sul suo conto Twitter: “Giornata particolare. Emozioni. Giovani. Destino. Primavera”. Hollande è sorridente,  

L’arte è polifonica

di Gianfranco Ravasi

«Benedizione agli amici che alla mia porta, senza essere chiamati, senza essere sperati, sono però venuti». Con le parole del famoso teologo e cardinale inglese John Henry Newman ho salutato gli artisti e le tante persone venute (purtroppo molte non sono riuscite neanche ad entrare), nella sala Santa Caterina in piazza Santa Maria sopra Minerva, per la presentazione del Catalogo della mostra Lo splendore della Verità la Bellezza della Carità dedicata dagli artisti a Benedetto XVI per i suoi 60 anni di sacerdozio, come avevo annunciato nel mio ultimo blog post.

L’arte è polifonica e si presenta in un palinsesto di immagini e suoni. Così, Micol Forti curatrice – assieme a Mons. Iacobone, mio stretto collaboratore – del catalogo e moderatrice della serata ha invitato a prendere la parola il musicista Arvo Pärt, lo scultore Jannis Kounellis, l’architetto Santiago Calatrava, lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami. Pärt ha rivolto un saluto commosso e pieno di gratitudine, quasi armonia di una sua composizione essenziale e minimalista.

Cerami, ha cucito insieme citazioni dal Qohèlet e dalle poesie di Giorgio Caproni, e soffermandosi su un passo di straordinaria intensità in cui Benedetto XVI richiama l’urgenza di radicare nel quotidiano ogni ricerca dell’Assoluto. Noi siamo più che altro esploratori – ha affermato lo scrittore – ci attardiamo su tracce spesso indecifrabili, ma sappiamo che in quei medesimi segni dimora una memoria della verità. Personalmente – continuava Cerami – me ne  

Scuola e democrazia: un nesso da reinventare

di Graziella Priulla

«L’aristocrazia ha costruito i castelli, la borghesia le fabbriche,
il popolo costruisce le scuole».

Si parla ossessivamente dello spread finanziario, ma ce n’è un altro molto più insidioso, di cui invece si parla pochissimo: lo spread culturale. Il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni Novanta insieme alla scarsa capacità d’innovazione, è frutto anche del limitato bagaglio culturale della popolazione. Dalle indagini comparative emerge un dato d’insieme di cui nessuno parla volentieri: solo una parte minoritaria degli italiani ha strumenti sufficienti per orientarsi nella complessità di una società moderna. In Italia c’è ancora (constata Tullio De Mauro) un 66% di persone con insufficiente alfabetizzazione, mentre in Svezia sono al di sotto del 30%: in cifre assolute si tratta di più di trentadue milioni di persone.

È la dimostrazione evidente che la nostra classe dirigente ha scelto di non investire sull’istruzione e sulla cultura e ha fatto capire che la cultura non è più un valore. Al paleoanalfabetismo del passato, figlio della povertà, si è aggiunto il neoanalfabetismo, figlio della società consumistica e della crescita senza sviluppo. Gli italiani possiedono gadget di ogni tipo, ma non libri. Vanno allo stadio e in discoteca, ma non a teatro.

Se i convegni e i proclami, le dichiarazioni ufficiali e i documenti programmatici insistono continuamente sulla qualità dell’istruzione, i dati nazionali e i confronti internazionali sono concordi nel disegnare un’immagine in cui prevale la mediocrità:  

La nemesi padana

di Gad Lerner

L´indecoroso epilogo della rivoluzione leghista, scivolata dalle valli del Nord nella bambagia governativa di Roma, per approdare infine sotto l´Equatore nel paradiso speculativo della Tanzania, deturpa irrimediabilmente la biografia di Umberto Bossi. Il leader politico che si pretendeva addirittura fondatore di una nazione, viene accusato ora di avere usufruito di soldi pubblici, denaro non contabilizzato, anche per sostenere i costi della sua famiglia. Il suo vero punto debole, la famiglia, da quando Bossi s´è adoperato nel tentativo di perpetuare il suo carisma per via dinastica nell´inadeguata figura del figlio Renzo. Proprio lui che aveva fatto della sobrietà popolana – un´abitazione modesta, uno stile di vita scapigliato ma rustico – la sua cifra esistenziale, per sistemare la prole ha commesso leggerezze mai digerite dalla base militante. Né giova alla reputazione di Bossi la casa in Sardegna intestata al Sindacato padano di cui è segretaria la sua “badante” Rosi Mauro.
Fine di un mito: la Lega Nord rischia di crepare per indigestione. E rimarrà scolpito come nemesi storica l´atto di ribellione compiuto da un militante dell´hinterland milanese che il 23 gennaio scorso ha presentato il suo esposto alla Procura contro l´accumulo disinvolto di risorse pubbliche, i famigerati rimborsi elettorali, da lui giustamente riconosciuto come scandaloso.
Quanto a Roberto Maroni, che ieri si è affrettato a chiedere la rimozione del già screditato tesoriere Francesco Belsito per fare pulizia nel partito, osando perfino criticare il vertice che  

L’Europa antisemita

Auschwitz I (Oświęcim)di Marek Halter

Quando accadono tragedie come quelle di Tolosa, mi chiedo se si possono ancora considerare gli ebrei come i capri espiatori della Storia. Ebbene, la risposta è sì. Mi torna in mente quella barzelletta triste di quei due amici che s´incontrano al bar e cominciano a parlare di crisi, disoccupazione, miseria. A un certo punto uno dice all´altro: «È tutta colpa degli ebrei e dei ciclisti!». E l´altro gli risponde: «E perché mai dei ciclisti?». Ora, in questi tempi di ristrettezze sta crescendo in Francia la rabbia verso gli “arabi”, perché sono visti come quelli che ci mangiano nel piatto, e parallelamente aumenta l´antisemitismo. Appena la società si rivolta contro una minoranza, a pagarne le conseguenze sono anche gli ebrei, che però non sono minoranza, poiché da secoli gli ebrei francesi sono cittadini francesi come gli ebrei italiani sono cittadini italiani. Ma da duemila anni sono loro i “colpevoli” di tutti mali. Primo tra tutti, quello di aver ucciso Cristo. Appena si punta il dito contro un popolo accusandolo di un peccato qualsiasi, purtroppo si pensa immediatamente anche agli ebrei.
Negli ultimi anni la comunità ebraica di Francia è stata vittima di numerosi attentati: nel 1979 contro una scuola ebraica parigina, nel 1980 contro la sinagoga della rue Copernic, nel 1982 contro un ristorante nel “ghetto” della rue des Rosiers, nel 1996 contro il giornale Tribune Juive. Non è dunque la prima volta, dal dopoguerra a  

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