Siamo tutti Leviatani?

di Raniero La Valle

Noi siamo un Paese in cui i ladri sono passati per le armi. È successo il 7 giugno quando un tabaccaio di Ivrea ha sparato e ha ucciso un ladro moldavo che non era entrato in casa sua né nel suo negozio, che è la nuova licenza di uccidere, ma stava rubando sulla strada una macchinetta cambiavalute con altri due complici. Abbiamo tanto esecrato certi Stati islamici così opposti alla nostra identità che ai ladri mozzano le mani, ed ecco che siamo diventati più severi di loro, non solo tagliamo ai ladri le mani che rubano, ma togliamo loro la vita che attraversa la nostra, su istigazione del ministro degli Interni e con annesse manifestazioni di tripudio popolare. È “la giustizia a portata di mano” regredita a violenza e vendetta, di cui ha parlato Maria Rosaria Guglielmi, Sostituta Procuratore della Repubblica a Roma, alla recente assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. Ed è ritornare all’indietro, oltre Thomas Hobbes, che con un colpo di genio ermeneutico aveva dato avvio allo Stato moderno immaginandolo come il mostro biblico, il Leviatano, che si assumeva il monopolio della violenza e ne dispensava i cittadini, facendoli uscire dallo “stato di natura”, per farli entrare nello “stato civile”; e se nello stato di natura vigeva la legge della uccidibilità generalizzata, per cui nessuno era sicuro in quella lotta di tutti contro tutti, nello stato civile avrebbe regnato la sicurezza pubblica e  

L’illusione, l’odio e la sinistra

di Alberto Leiss

Mi capita di ricordare la frase ripetuta nel “battutario” (il catalogo di titoli di giornale nei diversi formati e caratteri tipografici) che usavo, giovane cronista, nella redazione genovese dell’Unità: “Non inorgoglirsi nelle vittorie, non abbattersi nelle sconfitte”. Si imparava a non sbagliare il numero delle battute accolte dal piombo fuso, e si meditava – sorridendone, erano già gli anni ‘70 – sul quel precetto per militanti severi.
La citazione è rivolta ai tanti amici e amiche che hanno scommesso, come votanti, attivisti, candidati, sulla affermazione della “sinistra” alla sinistra del Pd. Se si è sicuri delle proprie idee non bisogna demordere. Tanto più in un contesto dove l’elettorato è ormai un mistero volatile. I votanti si spostano da un partito all’altro, o dalla partecipazione all’astensione, a botte di milioni. Vedi i risultati di Lega e Grillini, del Pd, mentre l’affluenza tra le politiche dell’anno scorso e le europee di domenica è passata dal 73 per cento al 56. Io stesso, del resto, sono un elettore ondivago. In passato ho votato per la lista con Tsipras, o per il Pd. Domenica se avessi votato a Roma avrei scelto La Sinistra per stima e affetto verso un amico candidato. Ma avendo votato a Genova ho preferito dare la preferenza a Pisapia e Majorino – oltre che alla giovane genovese Radicchi – due politici che hanno dimostrato che si può dire e fare qualcosa di sinistra al governo di una  

Il blocco di destra

di Mario Pianta

Flat tax, Tav, privilegi alle regioni ricche, stretta sull’immigrazione e sulla ‘sicurezza’. Questa l’agenda di governo di Matteo Salvini all’indomani delle elezioni europee, vinte il 26 maggio con il 34,3% ; cinque anni fa la Lega aveva avuto il 6,2%, alle politiche dell’anno scorso il 17%. Con Forza Italia all’8,8% e Fratelli d’Italia al 6,5%, il blocco di destra in Italia arriva alla metà dei consensi.

Il Movimento Cinque Stelle crolla al 17,1%, perdendo metà dei voti rispetto alle politiche del 2018 ed è in calo anche rispetto al 21,2% delle europee del 2014. Il Pd ha il 22,7%, contro il 18,7% del 2018 e il 40,8% delle europee di cinque anni fa, all’inizio dell’era di Matteo Renzi.

In termini assoluti, con il calo dei votanti dal 73% delle politiche 2018 al 56% di domenica scorsa, gli spostamenti risultano molto più contenuti. Il blocco di destra ottiene 13 milioni di voti contro i 12 milioni delle politiche 2018, con la Lega che passa da 5,7 a 9,1 milioni di voti, risucchiando consensi da Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia aumenta i voti assoluti.

Il Pd mantiene i suoi 6 milioni di voti. Sono i Cinque Stelle invece a perdere metà dei voti ottenuti l’anno scorso, sia verso l’astensione, sia verso la Lega.

Due fatti sembrano dominare ora la politica italiana, vista nel quadro europeo. Il primo è il consolidamento di un blocco di destra con la leadership di  

Sovversivismo di governo

di Giulio Marcon

Dopo il successo elettorale alle europee, il (vice) premier Salvini ha rilanciato la sua agenda, mettendo con le spalle al muro i 5 Stelle: oltre al TAV anche la flat tax, il decreto Sicurezza-bis e l’“autonomia differenziata”. Un’agenda – per noi di Sbilanciamoci! – indigeribile e sovversiva rispetto alla costituzione materiale del nostro Paese.

La flat tax è un favore ai ricchi, uno schiaffo alle diseguaglianze economiche (che cresceranno ancora) e un fardello per le future generazioni. Come già fece Reagan negli anni ’80, il taglio delle tasse provocherà una voragine del debito pubblico, sempre che Bruxelles (a loro dobbiamo affidarci) glielo faccia fare. La flat tax sovverte inoltre il principio di progressività fiscale previsto dall’art. 53 della Costituzione.

Il decreto Sicurezza-bis rappresenta un accanimento contro i migranti e il dissenso politico e sociale. Oltre a essere incostituzionale per la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza, il testo (che contiene provvedimenti contro la violenza negli stadi a campionato concluso) è manifestatamente eterogeneo: cosa hanno a che fare le Universiadi di Napoli con tutto il resto del decreto è difficile da capire. Il decreto sovverte l’art. 3 della Costituzione (il principio di eguaglianza) e i principi di proporzionalità e ragionevolezza della pena – ribaditi dalla Corte costituzionale nella sentenza numero 10 del novembre 2016 – quando prevede fino a 4 anni di carcere per un fumogeno a una manifestazione. Per non parlare delle multe alle navi che soccorrono  

Persona e diritto alla salute. Incontro di studi

Eppure non ce la caviamo solo con un voto…

di Giancarla Codrignani

Europa era una bellissima principessa amata da Zeus. A qualcuno non piace perché era magrebina.

Non piace se nemmeno la conosci nelle cose piccole: hai mai guardato la tessera sanitaria elettronica? sul rovescio c’è il diritto a usarla in tutta Europa…..

Perché queste elezioni sono le più impegnativa dal 1979 e non deve andare perso un voto? Perché i gruppi della destra nazionalista potrebbero avere la maggioranza nel Consiglio (“dei Capi di Stato e di Governo”) che è il principale luogo decisionale. Ci sono preoccupazioni per le riforme che dovranno essere riprese e portate a ridiscutere i Trattati, ma i governi sovranisti hanno avuto finanziamenti eccezionali e non smantelleranno l’Unione. Possono avere peso più determinante nei necessari compromessi del processo legislativo; e nella presentazione di norme, annunciate all’interno dei singoli paesi, sui temi sensibili del diritti della persona e della famiglia. In situazioni di impasse, il Parlamento potrà alzare la voce e fare sentire con più forza delle legislature scorse l’importanza degli interessi rappresentati: uno in più può fare più rumore

Tria ha sempre cercato di ammansire il mastino, il terrier e il professore con il guinzaglio da Presidente e conta sulla futura crescita; ma se nel Rendiconto di febbraio 2019, il debito volava a 2.363 mld. nessun paese europeo, tanto meno l’Ungheria di Orban, vorrà accollarsi il nostro debito.

Fa un bell’effetto vedere in testa a un documento l’aquilotto di Confindustria insieme con il riquadro rosso della  

Miserabile eresia

di Raniero La Valle

L’accusa di eresia mossa a papa Francesco da un gruppo di scribi che ha ora ripreso e aggravato la denuncia, sfrontatamente denominata “Correctio filialis”, già presentata contro di lui il 16 luglio 2017, è una cosa meravigliosa.
Per sostenere infatti l’anatema e le conseguenti dimissioni o deposizione del papa, il pamphlet riunisce in un’unica sezione alcuni passaggi dell’Esortazione “Amoris laetitia” e la citazione di “atti, parole e omissioni” di papa Francesco che, letti tutti insieme, sono una straordinaria affermazione di libertà, verità e misericordia evangeliche; moniti che anzi dovrebbero essere affissi nelle sacrestie di tutte le chiese perché predicatori celebranti e confessori vi si ispirino per trasmettere ai fedeli in omelie e parole finalmente persuasive l’anelito a seguire le vie di Dio e ad assaporarne l’amore.
Del resto non si potrebbe fare una lode più grande a un cristiano e in modo più ficcante definirne l’identità che imputarlo di eresia. È il peccato rimproverato a Gesù, fin da quando nella sinagoga di Nazaret annunziò misericordia e non vendetta di Dio e perciò già allora volevano gettarlo dalla rupe, e per questo fu poi arrestato nel Sinedrio, per aver rivelato l’universale paternità di Dio: la sua religione ne era messa a rischio, Anna e Caifa avevano tutte le ragioni per metterlo a tacere. E dopo la resurrezione, quando ancora non c’era né Chiesa né religione cristiana, di certo erano eretici per la religione del tempio Pietro  

Una Repubblica fondata sul lavoro

di Paolo Pombeni

In un intreccio continuo di ritualità festive, alcune più solenni e certificate, altre più inventate per vari usi (molto spesso commerciali), si sta perdendo il senso delle “celebrazioni” che dovrebbero essere atti collettivi fra degli officianti che rappresentano qualche cosa e un popolo che si fa coinvolgere e trasformare in quella rappresentazione. È inutile strapparsi le vesti per la perdita del senso di sacralità della maggior parte delle festività che giudichiamo importanti e in senso tecnico significative (lo si è appena fatto a proposito del 25 aprile). Il coinvolgimento non si può imporre per legge e troppo spesso coloro che si appropriano di questo sentimento finiscono per farne una cosa settaria poco capace di attrarre a sé chi per varie ragioni non riesce ad esserne partecipe.

Il problema profondo è che per le feste civili come per quelle religiose è necessaria un’opera di acculturazione continua che renda comprensibili e condivisibili i valori che si vogliono rappresentare e onorare evitando di trasformarli in retoriche celebrative.

Per ragioni di calendario vogliamo applicare questa riflessione al Primo Maggio, festa del lavoro, ricorrenza comune a molti paesi, ma di particolare significato nel nostro che si definisce nella sua Carta fondamentale “una repubblica fondata sul lavoro”.

Quella definizione, che troviamo molto bella e significativa, è troppo spesso banalizzata in una accezione che definiremmo piatta. Si sa che è oggetto spesso di attacchi, vuoi infondati (la tesi che venga da una impostazione “sovietica”: Berlusconi  

La prima cosa bella

di Gabriele Romagnoli

La prima cosa bella di mercoledì primo maggio 2019 è l’autunnale bambino appena nato a un amico che ha la mia età e quindi a un passo dall’essere fuori tempo, massimo. Gli dedico la pagina di un libro struggente: In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, edito da Guanda. Racconta di un padre che, durante la guerra civile spagnola, si consegnò per salvare la vita al figlio.

“Il figlio venne liberato e il padre fu fucilato. Per questo è così importante la paternità, perché annulla il dubbio, non dubiti mai. Darai sempre la vita per tuo figlio. Tutto il resto che c’è nel mondo è confusione, esitazione, perplessità, egoismo, indecisione, incertezza, nessuna grandezza. Ricevere una pallottola al posto di un altro senza pensarci due volte, è questa la maggiore grandezza che ti può riservare la vita. Dare la vita per qualcuno non è previsto in nessun codice della natura. E’ una rinuncia volontaria che scompagina l’universo”.
Veniamo al mondo per questo: scompaginare l’universo credendo nell’impossibile e attuando l’impensabile. Rappresentiamo un’eccezione al nulla e per giustificarlo cerchiamo una causa giusta per cui vivere e morire. Beati gli uomini che si sono sentiti padri di un’intera generazione a venire.

(www.repubblica.it , 1 maggio 2019)

Il primo maggio venezuelano più lungo e incerto

di Alberto Negri

È il primo maggio più lungo e incerto nella storia recente del Venezuela. Ma è anche il «nostro» primo maggio in cui qui qualcuno vuole litigare tra Guaidó e Maduro.

Ma se dovessimo scegliere tra i due qual è il problema? In un giorno abbiamo liquidato Serraj a Tripoli, come avevano chiesto gli americani, pur avendolo sostenuto per tre anni. Se da Washington ce lo chiedono, come sembra probabile, lo faremo anche stavolta.

Juan Guaidó, leader dell’opposizione autoproclamatosi presidente ad interim a gennaio, all’alba di ieri, liberando Leopoldo Lopez con un pugno di soldati, ha giocato non tanto la carta del golpe ma quella dell’insurrezione e forse ha spinto il Venezuela sull’orlo della guerra civile. Speriamo di sbagliarci: nella serata di ieri erano in corso scontri molto duri soprattutto davanti alla base aerea La Carlota, a est di Caracas mentre appariva ancora calma la situazione attorno al palazzo presidenziale di Miraflores, dove si era concentrato un gruppo di sostenitori del governo Maduro.

Non sappiamo ancora se questa rivolta sarà davvero la fase finale della crisi venezuelana.

Ma c’è da dubitarne: quello che si può intuire sono ulteriori spaccature dentro a una società che nella narrativa corrente si vuole compatta dietro l’opposizione e contro il presidente Maduro ma che in realtà è assai più frammentata e complessa.

Chi vincerà avrà comunque tra le mani un Venezuela ferito e sanguinante. Vittima prima di tutto di equivoco colossale: il Venezuela non  

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