Democrazia in difficoltà? Hans Kelsen aveva spiegato tutto ai tempi di Weimar

di Mario G.Losano

Tra tutti gli elementi della crisi weimeriana, «le condizioni economiche e finanziarie» sono di particolare attualità. Le paure e le aspirazioni di allora sembrano coincidere con quelle attuali. La guerra, l’inflazione, la crisi economica del 1929 avevano generato grandi difficoltà nella popolazione e la conseguente nostalgia per una vita normale: «Normalità significa: un’attività lavorativa correttamente retribuita, un’abitazione modesta, la possibilità di formare una famiglia e l’accesso alla crescente offerta di beni di consumo». Oggi molte persone in Europa, soprattutto giovani, si identificano con questo weimariano (e frustrato) desiderio di normalità.

La situazione di Weimar è solo in parte paragonabile a quella attuale in Europa, però emotivamente si può essere portati ad accentuare più le somiglianze (che sono peraltro innegabili) che le differenze. Oggi l’Europa vive in pace da oltre un settantennio; allora la Germania usciva da una sconfitta lacerante. L’Europa di allora era ben più inquieta di quella di oggi, ma le critiche antidemocratiche tanto di allora quanto di oggi nascevano dalla crisi generale che stringeva tutto il continente.

Con la fine della Prima guerra mondiale erano crollati i grandi imperi multinazionali austriaco, russo e ottomano. La crisi economica seguita alla guerra rinvigoriva i movimenti comunisti, rafforzati anche dalla nascita dello Stato sovietico: l’Italia conosceva il Biennio Rosso nel 1919-20; nel 1919 era nato il secondo Stato sovietico d’Europa, la repubblica ungherese dei soviet di Béla Kun; in Germania, nel 1918-’19 le sommosse ispirate agli eventi sovietici avevano  

In una parola/ Nell’arena della sessualità maschile

di Alberto Leiss

Non amo il giornalismo-spettacolo di Massimo Giletti, ma devo riconoscere che l’intervista al giovane Bennet – che ha ripetuto di essere stato “violentato” da Asia Argento – oltre a essere obiettivamente un grande “colpo” mediatico, è stata condotta con correttezza, efficacia, ragionevolezza.
Giletti non ha dimenticato di essere un maschio, e ha sollevato più di una volta il dubbio sul fatto che una donna trentenne come Asia Argento possa avere costretto con la forza e la violenza (come succede alle femmine vittime di stupro) un giovane quasi diciottenne ad avere un rapporto sessuale “completo” con lei. Un giovane che ha detto di aver avuto altri rapporti sessuali precedenti (e tralascio i racconti che rimbalzano in rete sul fatto che una sua ex compagna lo accusa a sua volta di aver avuto comportamenti violenti).
L’intervistatore ha poi attirato l’attenzione sul selfie scattato da Bennet con Asia abbracciati in un letto, secondo lo stesso autore fatto dopo il rapporto. Nella civiltà delle immagini in cui siamo immersi – ma forse lo siamo sempre stati – questa immagine parla di tutto tranne che di una violenza appena consumata.
A un certo punto Bennet ha capito che la piega della trasmissione non stava volgendo a suo favore, lo ha detto esplicitamente e ha chiesto che fossero rimosse dagli schermi le grandi icone del volto di Asia Argento. Ha poi sfoderato il suo argomento più forte (consigliato dai suoi legali?):  

Persona e diritto alla salute. Convegno di studi

Università degli Studi di Salerno
Dipartimento di Scienza Giuridiche
Convegno di studi

Persona e diritto alla salute
A margine del libro di Giovanni Bianco
(Cedam, Collana giuridica, 2018)

Aula 2 Dipartimento di Scienze Giuridiche
Campus Universitario di Fisciano
1 ottobre 2018 h.12.30

Indirizzi di saluto

Prof. Giovanni Sciancalepore (Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche. Università di Salerno)

Introduce

Prof.Giuseppe Di Genio (Università di Salerno)

Presiede e conclude
Prof.Armando Lamberti (Università di Salerno)

Interverranno

Prof. Carlo Amirante (Università Federico II di Napoli)
Prof. Giovanni Bianco (Università di Sassari)
Prof.Angel Antonio Cervati (Università “La Sapienza” di Roma)
Prof. Matteo Cosulich (Università di Trento)
Prof. Mario Panebianco (Università di Salerno)

Persona e diritto alla salute

di Carlo Amirante

Fra i caratteri incontestabilmente originali e innovatori della nostra Costituzione –ammirati e invidiati anche da teorici, studiosi e costituenti stranieri – vi è certamente il diritto alla salute.
Non si tratta, infatti,solo di un principio programmatico, ma di un vero e proprio fondamentale dirittodell’individuo cui corrisponde un interesse della collettività. Un diritto alla salute universale e azionabile da ciascuno per cui la Costituzione all’art. 32 «garantisce cure gratuite agli indigenti»
Merito di Giovanni Bianco, professore di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Sassari, è quello di aver descritto gli ostacoli all’affermazione della salute come diritto non solo riconosciuto ma fruibile,anche grazie alla giurisprudenza della Corte Costituzionale,da soggetti diversi dai cittadini italiani.
Si è passato, infatti,da un’esigenza generale di sanità pubblicariconosciutanella Roma repubblicana e imperiale (dalla costruzione degli acquedotti alla bonifica dei territori, dalla pulizia delle strade e dei luoghi pubblici all’assistenza medica ai poveri) allasalute come interesse pubblico dello stato liberale; da una timida affermazione del diritto nello stato post-liberalealla salute come diritto fondamentale della Costituzione repubblicana.
L’ampiezza e l’assolutezza della tutela della salutehanno fatto sì che questa esigenza fosse estesa anche ai rapportifra privati, fino a configurare, come sottolinea Bianco, «il fondamento di un diritto soggettivo del lavoratore»alla salute e alla sua integrità psicofisica.
Come risulta evidente dagli scritti non solo di costituenti come Mortati e di autorevoli studiosi come Pietro Rescigno, Stefano Rodotà e, più di recente, Massimo Luciani, Gustavo Zagrebelsky  

Decreto dignità, ignorando storia e economia

di Roberto Romano

La discussione relativa al decreto Dignità è monca. Anche la la relazione tecnica si è concentrata soltanto su effetti marginali come 8 mila posti su 2 milioni di contratti a tempo determinato.

Il decreto Dignità solleva delle dispute che rasentano la stupidità. Innanzitutto l’effetto discutibile di meno 8.000 lavorati, su oltre 2 milioni di lavoratori coinvolti dai contratti a tempo determinato, è molto più che residuale. A ruota segue l’incredibile discussione sugli effetti finanziari del decreto pari a 151 milioni di minori entrate fiscali per il triennio 2018-19-20 (relazione tecnica del decreto Dignità).

La prima e la seconda considerazione tradiscono una profonda e non banale malafede e/o “ignoranza” (nel senso di non conoscenza) delle teorie economiche del benessere e ancor di più dei principi ispiratori dell’economia classica (Smith e Ricardo).

Il primo e non banale aspetto da sottolineare è il seguente: la crescita sconsiderata del lavoro a tempo determinato ha concorso in misura considerevole a
1) ridurre la produttività per addetto e capitale,
2) ridurre il valore aggiunto per addetto,
3) consolidare e approfondire la de-specializzazione del tessuto produttivo e dei servizi del Paese.

Più precisamente, i fautori degli effetti negativi del decreto non hanno conoscenza né dell’effetto Ricardo – quando aumentano i salari si rafforzano gli investimenti -, né dell’effetto Smith – al crescere dei salari aumenta la domanda e quindi i mercati da soddisfare.

Se l’economia nazionale cresce meno della media europea  

La lunga strada verso la dignità

di Natalia Paci

Il decreto Dignità ha un segno opposto al “Jobs act” anche se non introduce che correttivi minimi. Le critiche di Confindustria però non hanno ragione se non politica. E sui contratti a termine, servono soluzioni per limitare il turn-over.

Con il decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, battezzato “decreto dignità”, il nuovo governo interviene con urgenza in materia di lavoro, limitando l’utilizzo dei contratti a termine (compresa la somministrazione a termine) e aumentando le sanzioni contro il licenziamento illegittimo.

In merito al primo punto, si reintroduce, solo per i contratti superiori a 12 mesi o nel caso di rinnovi, l’obbligo di giustificare l’assunzione a termine per “esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze sostitutive di altri lavoratori” oppure per “esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria”. Inoltre, la durata massima del contratto a termine con lo stesso lavoratore si abbassa da 36 a 24 mesi. Tali novità non valgono per le attività stagionali, né per le start up innovative che continuano a godere di maggiori margini di operatività.

La novità ha sollevato polemiche a seguito dei dati Inps, pubblicati nella relazione tecnica al decreto, relativi ad un possibile impatto negativo sull’occupazione per 8 mila lavoratori (0,4% di tutti i lavoratori a termine) a cui forse non verrà rinnovato il contratto arrivati alla soglia dei 24 mesi. Ma le critiche sono arrivate anche da parte di Confindustria per l’incertezza  

La pena di morte: arriva il Vangelo

di Raniero La Valle

È una bella giornata per la Chiesa perché una nuova notizia proveniente dal Vangelo viene annunciata a tutto il mondo, una verità che pur racchiusa nella Parola di Dio non era ancora stata mostrata alla luce; e questa volta il balzo innanzi nella espressione della fede non avviene per la caduta in disuso di una dottrina o perché il popolo fedele smette di crederci, ma per una pronunzia esplicita e un ripensamento dello stesso magistero, nella persona del successore di Pietro. E la verità mostrata alla luce è questa, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona.
Non era affatto scontato, perché il Catechismo della Chiesa cattolica, riformulato nel 1992, diceva ancora tutt’altro, e perché nello stesso Stato pontificio, fin quando si è esercitato il potere temporale, la pena di morte era vigente e veniva inflitta a piazza del Popolo con “mazzola e squarto”; poi passava la “Venerabile Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, che assicurava come per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”.
Ora un “Rescritto” inviato a tutti vescovi a nome del Papa il 1 agosto, stabilisce una nuova versione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa cattolica, che dice così:
 

Come si privatizza il servizio sanitario nazionale

di Lorenzo Paglione

Prima del 1978 c’erano le casse mutue, oggi si torna a un sistema sanitario “corporativo” e non universalistico attraverso il predominio delle assicurazioni che fanno capo al welfare aziendale di dipendenti semi-paganti e alla spartizione dei finanziamenti pubblici in Fondi regionali che aggravano le disparità geografiche. Con la flat tax il rischio del colpo finale.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nasce con la Legge 833 del 27 Dicembre 1978 in un clima politico teso, ma fecondo di avanzamenti politici. Il SSN viene avviato al termine di un percorso di graduale integrazione delle Casse Mutue e delle Opere Pie, fino ad allora titolari del finanziamento e dell’erogazione delle prestazioni sanitarie in Italia. Le Casse Mutue e delle Opere Pie rappresentavano un modello “bismarckiano” corporativo di finanziamento ed erogazione, basato sul modello produttivo fordista in cui la figura centrale era il cittadino-lavoratore, tendenzialmente maschio, che contribuiva direttamente al finanziamento del servizio tramite un prelievo dal proprio salario. Con il SSN si passa a un modello “Beveridge” universalista, basato sulla tassazione generale e diretto a tutta la popolazione, di cittadini e non, come recita l’articolo 32 della Costituzione.

Fino al 1978, le protagoniste dell’assistenza erano quindi la miriade di casse mutualistiche professionali, ciascuna con il proprio bilancio ed il proprio pacchetto di prestazioni “mutuabili”. I gravi limiti di quel sistema erano le disparità che determinava tra le casse dei professionisti e quelle degli operai, e l’esclusione di tutti  

Boom di spese militari e moltiplicazioni di eserciti europei

di Rachele Gonnelli

Con le avvisaglie delle ultime settimane è molto probabile che il 2018 sarà un anno record per le spese militari. La Gran Bretagna ha deciso nei giorni scorsi di portare al 3 per cento sul Pil le sue spese per il comparto Difesa e la Germania, al contrario della Spagna, ha accettato di adeguarsi al 2 per cento richiesto a gran voce dalla Nato ma il presidente americano Donald Trump non è soddisfatto e anzi, in previsione del vertice dell’11 e 12 luglio, tira le orecchie ad Angela Merkel dicendo che Berlino starebbe addirittura “minacciando la sicurezza atlantica” e che per quanto lo riguarda “la pazienza con la Germania sta finendo”.

Per avere dati abbastanza definitivi e comparati delle spese belliche nel 2018 bisognerà aspettare il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) disponibile all’inizio dell’anno prossimo. Del resto non sappiamo ancora se il nuovo governo italiano vorrà confermare, come sembra, o meno il programma di acquisto dei caccia F35, dopo che questo impegno era già sparito nel programma con cui il M5S si è presentato alle elezioni del 4 marzo.

Nel frattempo si procede con una moltiplicazioni di voci di spesa e di organizzazioni da finanziare. Va in questo senso la lettera d’intenti firmata da nove paesi europei lo scorso 25 giugno per la creazione, su base volontaria, di uno strano ibrido militare che va sotto il nome di IEI, cioè – e questa volta dal  

L’Alitalia, l’Ilva e i nuovi governanti

di Vincenzo Comito

Passa un giorno, passa l’altro e si accumulano gli anni sulle vicende di Alitalia ed Ilva. Non si può certo pronunciare a questo proposito la frase di quel centurione romano citato da Tito Livio, hic manebimus optime.

Il fatto che i due casi si trascinino ormai da tanti anni (l’Ilva da sei, l’Alitalia da ancora più tempo) mostra ancora una volta, tra l’altro, come il nostro sistema politico non sia in grado di affrontare in modo adeguato i problemi complessi che si presentano di volta in volta. Comunque, c’è ora qualche indizio che almeno per una delle due vicende (quella dell’Ilva) si possa essere vicini ad un punto di svolta. Ma forse si tratta di un abbaglio estivo.

Una cosa che appare chiara a proposito dei politici che ora tentano di governarci è quella che le loro competenze in materia di imprese e di strumenti per risolvere i problemi delle stesse appaiono abbastanza scarse. Certo, possiamo a questo proposito ricordare che i Cinque Stelle presentano come loro modello imprenditoriale l’Olivetti, azienda dove il loro ex-ideologo, Gianroberto Casaleggio, aveva lavorato; ma lo aveva fatto quando la visione di Adriano e il suo modello di impresa erano ormai svaniti da molto tempo, mentre sul tutto aleggiava trionfante, invece, il futuro capitano coraggioso Colaninno, che non aveva probabilmente granché da insegnare ai suoi sottoposti. In ogni caso, i riferimenti del Movimento al modello di Ivrea appaiono piuttosto fumosi. Incidentalmente, per quanto