Quale Karl Polanyi?

di Michele Cangiani

Negli ultimi anni, è potentemente ripresa a livello scientifico la discussione sull’eredità di Karl Polanyi. Ma la maggior parte dei suoi interpreti contemporanei elude la questione, fondamentale per lui, delle caratteristiche più generali che distinguono la società contemporanea. È da qui, però, che bisognerebbe ripartire.

Tempo di crisi

A un giornalista, che nel settembre 2007 gli chiedeva quale candidato preferisse per la presidenza degli Stati Uniti, Alan Greenspan, Presidente della Federal Reserve fino all’anno precedente, rispose che non importava molto: «Il mondo è governato dalle forze di mercato»[1]. Con quali risultati? Era in vista la crisi, che tuttora non si può dire superata. Teoria e pratica neoliberali restano in auge, benché dannose per l’ambiente umano e naturale e persino controproducenti rispetto al loro scopo “economico”. Continua, infatti, ad essere stentata e precaria la ripresa dell’accumulazione capitalistica, anche perché la svalutazione globale della forza lavoro e l’aumento della quota di reddito assorbita dalle rendite, finanziarie ma non solo, hanno un vantaggio immediato, ma poi un effetto deflattivo. Inoltre, la “crescita” sempre auspicata si scontra con quei «limiti dello sviluppo»[2], che non sono più una previsione, ma una realtà.

C’è chi parla di crisi ‘sistemica’ e chi ricorre a Karl Marx (Il Capitale, L. III) per spiegarla. Ben più assiduo riferimento viene fatto all’opera di Karl Polanyi, la fortuna del quale ha continuato a crescere nel tempo della nostra sfortuna, a partire dalla crisi degli anni 1970 e soprattutto con  

No, l’emergenza coronavirus non è una “guerra”, anche se alcuni aspetti sono molto simili. Ecco perchè

di Damiano Serpi

Da più parti si usa in questi giorni e settimane il termine “guerra” per raccontare e descrivere ciò che sta succedendo nei nostri paesi, città e nazioni a seguito della diffusione mondiale di questo nuovo terribile e sconosciuto virus. Lo fanno in tanti e, devo confessarlo, anche io sono stato tentato di usare il termine più di una volta. Certo, vedere dei mezzi militari transitare nei nostri paesi e città per portar via da ospedali e cimiteri decine e decine di feretri di vittime della malattia Covid-19 è qualcosa che non può non farci pensare a un vero e proprio clima di “guerra”. Ma tutto questo lo è davvero?
Non siamo abituati, noi uomini e donne occidentali figli del secondo dopoguerra mondiale, a vederci limitati nella nostra libertà personale. Non lo siamo soprattutto dopo questi ultimi 30 anni in cui, terminata a suon di picconate la Guerra Fredda e la forzata divisione del Mondo in due soli blocchi, ci è stato offerto un modello di vita sociale completamente aperto ai viaggi, agli spostamenti, all’assoluta libertà nel disporre del nostro tempo e dello spazio. Proprio per questo riteniamo oggi la nostra libertà un bene talvolta più prezioso persino della nostra stessa vita e della sua dignità. Sembra un paradosso, ma è così realmente. Essere costretti a restare in casa per settimane senza poter uscire per una passeggiata, per assistere a un incontro di calcio, per partecipare a un  

Cronaca di una pandemia annunciata

di Nicoletta Dentico

In diversi paesi si continua a vivere come nulla fosse. La tensione tra diritto alla salute ed economia è all’origine dei due diversi approcci nella gestione della crisi. Solo l’onda d’urto del Covid-19 ha fatto capire il valore del Ssn, bene comune che il mondo ci invidia.

Non possiamo farci illusioni. Covid19 è più vicino a noi di quanto si possa immaginare. Lo raccontano le molte storie di persone contagiate, ricoverate in ospedale, decedute in poche settimane. Lo raccontano le storie dei potenziali positivi che non saranno mai diagnosticati, perché il sistema sanitario non ce la fa a sostenere la strategia del tampone per tutte le persone più a rischio.

Questa vicenda prima o poi finirà, ma intanto ci costringe a ripensare tutto. Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle del 2001 e la crisi finanziaria del 2008, la guerra contro questo virus invisibile e così contagioso – un minuscolo pacchetto di RNA avvolto da una capsula di proteine – è il terzo evento, dall’inizio del millennio, a ribaltare la storia, a scompigliare ogni certezza, a tramortire le nostre vite. Certo le epidemie, ci ricorda Walter Scheidel nella sua ampia disamina sulla disuguaglianza [1], sono tra gli eventi con maggiore potenza di trasformazione della storia umana.

Niente di nuovo sotto il cielo, quindi. Ma noi non abbiamo ancora fatto tesoro delle lezioni del passato, neppure quello recente. Dall’inizio del millennio non è la prima volta che  

Franco Fortini, l’eretico che divenne ortodosso

di Alfonso Belardinelli

È certo che Fortini non poteva gradire il modo in cui Cesare Garboli lo descrisse in un articolo del 1978: «Se c’è un luogo dove non vorrei entrare neppure per tutto l’oro del mondo, questo è la mente di Franco Fortini». Un incipit degno di memoria, sia umoristico e denigratorio che comprensivo. La mente di Fortini, che subito dopo Garboli si affrettava cortesemente a definire «bellissima», era una mente nella quale si celebrava il sacrificio dell’individuo alla Storia, dell’anima o psiche alla realtà sociale e alla sua dinamica dialettica, secondo marxismo (soprattutto), leninismo (in parte) e cristianesimo (nei termini di un’allusiva teologia morale).

In verità, anche se Garboli avesse voluto entrare nella mente di Fortini, non avrebbe trovato posto. Era una mente affollata di problemi e di spazio libero ce n’era poco. Vi dominavano severe e solenni entità come Epoca, Rivoluzione, Capitalismo, Alienazione, Falsa libertà, Comunismo… Per Garboli la storia e le idee erano fantasmi, reali erano solo gli individui. Per Fortini gli individui erano invece solo incarnazioni di idee e convinzioni politiche, nella grande Storia delle divisioni e delle lotte di classe. Neppure Fortini avrebbe mai voluto entrare nella mente di Garboli: avrebbe sentito di perdere la sua anima di calvinista rivoluzionario che vive nella Speranza di un’utopia futura.

Per Fortini critico e poeta non c’era testo scritto che dicesse la sua verità fuori da un contesto storico, non c’era messaggio interpretabile senza riferimento a una situazione  

L’umanesimo ai tempi del coronavirus. Rileggendo “La peste” di Camus

di Teresa Simeone

“I singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194… a Orano; per opinione generale, non vi erano al loro posto, uscendo un po’ dall’ordinario: a prima vista, infatti, Orano è una città delle solite, null’altro che una prefettura francese della costa algerina”.[1]

L’incipit di una delle più famose e inquietanti opere della letteratura mondiale di tutti i tempi ci immerge nell’ordinarietà di un luogo che è Orano ma potrebbe tranquillamente essere Codogno o Wuhan o Daegu.

Considerata una metafora di quella spaventosa epidemia che negli anni quaranta dilagò in Europa con il nome di nazionalsocialismo, oggi richiama invece un’interpretazione fedelmente letteraria di ciò che descrive, in modo per noi assolutamente imprevedibile, considerando che quando fu scritta, benché già ammonisse sul possibile rinascere del pericolo, non lo ritenesse reale nel suo aspetto biologico-sanitario.

E invece lo stiamo vivendo, in modo drammatico e paradossale, a più di settanta anni dall’uscita del libro.

Nel 2020 l’epidemia, che assume sempre più i contorni di un’emergenza pandemica, ritorna a ricordarci quanto siamo esposti a nuovi e invasivi patogeni e come la loro diffusione sia ancora in grado di modificare radicalmente rapporti, relazioni, vita sociale e culturale, economia e diritti: chi avrebbe mai immaginato che non una singola, limitata città, ma un’intera nazione e poi un continente e infine il mondo globale diventasse un enorme, impensabile lazzaretto? È anche in questa capacità lungimirante e visionaria che si leggono opere  

Curiali in Amazzonia.Perchè no?

di Tonio Dell’Olio

Tutte le testate giornalistiche, tutte indistintamente, hanno commentato l’uscita dell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonìa con la questione del celibato dei preti che, rispetto al dramma e alla posta in gioco della situazione amazzonica, è davvero marginale. Un peccato, un’occasione perduta, quanto meno una mancanza di rispetto verso le persone che vivono situazioni drammatiche in quell’immenso continente verde e mendicano l’attenzione del mondo. Ora, siccome nei giorni scorsi mi sono ritrovato a parlare e scrivere di Querida Amazonia, posso finalmente affrontare anche il tema della legge del celibato che non è legge divina mentre lo è l’eucarestia consegnata alla comunità cristiana e della quale nessuno dovrebbe essere privato. Facendo mia la proposta di José Ignacio González Faus, un anziano (87 anni) gesuita spagnolo che ha scritto una lettera aperta al Papa: “Nella tua curia romana, fratello Francesco, ci sono legioni di presbiteri che vivono nel celibato e non hanno praticamente alcun lavoro ministeriale. Molti di loro sono anche vescovi senza chiesa, contro l’esplicito divieto del concilio di Caledonia (già nel 451). Si tenta di eludere questo divieto assegnando loro una chiesa inesistente. Il che sembra una vera ipocrisia, che già Benedetto XVI voleva eliminare, ma la curia non lo ha permesso. Ebbene, sarebbe così assurdo inviare tutti questi preti celibi della Curia nelle regioni perdute del Brasile, del Perù, del Ciad o di Tehuantepec, in modo che quei cristiani possano vedere adempiuto il loro diritto di celebrare l’Eucaristia? La curia  

Fuori luogo e fuori tempo

di Cristina Simonelli

Quasi inutili queste ulteriori parole su Querida Amazonia, mentre già da molte parti si sono levati commenti e considerazioni sull’esortazione postsinodale. Quasi inutili eppure doverose, proprio perché l’antico adagio «quello che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato» è stato indicato anche di recente come orizzonte di esigente sinodalità. Dunque non ci sottraiamo a questo che è un compito, da svolgere con rigore e senza opportunismi, anche quando è sgradevole: e in questo caso senza dubbio lo è.

È certo che il sogno – come non ricordare I have a dream del pastore battista Martin Luther King? – sociale, culturale ed ecologico che occupa buona parte del documento risponde a un’urgenza epocale e riprende una parte importante del dibattito sinodale e del lungo cammino di popolo che l’ha preceduto. Meglio tardi che mai, si può dire ed è sicuro che sia così. Tuttavia per tardi è tardi e alla devastazione dell’Amazzonia replicano i roghi dell’Australia, per limitarsi agli eventi più eclatanti, connessi anche se distanti: la giovane Greta Thunberg sa che comunque ci muoviamo, arriviamo ormai tardi e ne chiede ragione. Mentre mettiamo più che tiepidamente in atto risposte minime e del tutto insufficienti, troviamo magari pure che lei sia insistente, ossessiva, fuori luogo. Mentre noi siamo intanto comunque fuori tempo.

Paragonato a queste sfide, il sogno ecclesiale che occupa il 4o capitolo dell’esortazione risulta qualcosa di marginale, di settoriale, di clericale. Pure, come già c’è stato modo  

Una lettera d’amore

di Raniero La Valle

C’è delusione per l’ “esortazione postsinodale” del papa a conclusione del Sinodo per l’Amazzonia.Ci si aspettava un’apertura sul ministero sacerdotale di uomini sposati e anche sull’accesso delle donne al sacro ordine del diaconato, che invece non c’è stata nonostante che il documento finale se l’ordinazione di uomini sposati “idonei e riconosciuti dalla comunità” e al n. 102 riconoscesse la “ministerialità che Gesù ha riservato alle donne”.

Sarebbe sbagliato però ridurre l’attenzione a questi due soli punti quando lo scritto del papa“Querida Amazonia”, Cara Amazzonia è di una ricchezza straordinaria ed esprime un’intensità di coinvolgimento e di amore per una terra e per i poveri che la abitano quale nessun papa aveva mai manifestato finora.
Si tratta di un testo intriso di poesia, e si sa che la poesia apre spazi che vanno ben oltre le parole, il che è un buon criterio ermeneutico per intendere anche ciò che nel testo non viene detto. Non si era mai visto un papa che in un documento magisteriale facesse propria una poesia così: “Del fiume fà il tuo sangue… Poi piantati, germoglia e cresci, che la tua radice si aggrappi alla terra perpetuamente e alla fine sii canoa, scialuppa, zattera, suolo, giara, stalla e
uomo” (da “Llamado” del peruviano Javier Yglesias).

Bisogna dire piuttosto che la rinuncia del papa ad affrettare la riforma della Chiesa su questi due temi cruciali certamente risponde alla preoccupazione di non dare  

Ferri corti in Vaticano

Basilica Sancti Petridi Alberto Melloni

Che nella corte pontificia e nella curia romana vi siano duelli o conflitti è del tutto fisiologico. Ma più di un segnale dice che in questa fase si duella con ferri più corti del solito per varie ragioni. Pesano le tensioni attorno al sinodo della chiesa tedesca. Contano gli attriti negli avvicendamenti eseguiti o imminenti in grandi diocesi e in importanti congregazioni di curia. E non si deve escludere che il contesto politico internazionale — ad esempio con i milioni di voti cattolici nelle presidenziali americane — abbia un peso.

Eppure quello che è accaduto ieri dimostra che le tensioni interne — che il New York Times ha definito pochi giorni fa “intrighi” — sono oggi forti. Il quotidiano tedesco Tagespost ha infatti diffuso la notizia che monsignor Georg Gänswein, segretario di Ratzinger e prefetto del cerimoniale vaticano, era stato collocato a riposo. Precisazioni successive della sala stampa vaticana hanno minimizzato parlando di una mera «redistribuzione» di mansioni, che spiegherebbe l’assenza del prelato tedesco dalle più recenti udienze di papa Francesco. Il sito di Zeit ha sintetizzato così: “Il Vaticano trova altri compiti per monsignor Gänswein”, liberandolo dal “doppio ruolo” per dargli “più tempo” per assistere Ratzinger.

Il zig-zag informativo si chiarirà e il ruolo del prelato che finora è stato prefetto di un Papa e segretario dell’altro sarà presto noto. Ma la vicenda dice che non si potevano ignorare gli episodi con cui alcune opinioni di Benedetto XVI  

Il “Giordano Bruno” di Anna Foa

di Aida Airaghi*

Il Giordano Bruno di Anna Foa, pubblicato più di vent’anni fa e ristampato nel 2015, mantiene ancora oggi freschezza e appetibilità di lettura per chi volesse avvicinarsi all’affascinante e controversa figura del filosofo di Nola in maniera non specificamente accademica.
L’autrice introduce il suo racconto con la descrizione del monumento eretto in Campo de’ Fiori a Roma nel giugno del 1889, che ritrae il frate eretico:

avvolto nel saio domenicano, un libro socchiuso fra le mani, il cappuccio abbassato sul volto, pensieroso e raccolto.

La statua, opera di Ettore Ferrari, fu posizionata, dopo molte polemiche, proprio nella piazza in cui Giordano Bruno era stato arso vivo tre secoli prima, il 17 febbraio del 1600, dopo la condanna dell’Inquisizione approvata dalla Chiesa di Clemente VIII e del Cardinale Bellarmino. La stessa Chiesa che a fine ’800 si oppose anche alla celebrazione laica del filosofo, continuando a vedere in lui “il simbolo di una modernità aborrita e combattuta”.
Anna Foa partendo proprio dalle dispute sorte tra l’area cattolica e quella liberale-massonica riguardo all’opportunità di dedicare un monumento a Bruno, ripercorre tutta la travagliata esistenza del pensatore campano, ricostruendone l’evoluzione filosofica e teologica, le resistenze, i dissensi e gli entusiasmi suscitati dalle sue teorie, i numerosi processi, fino alla condanna finale e alla morte.

Giordano Bruno era nato a Nola nel 1548, da famiglia umile; a quindici anni entrò come novizio nel convento di San Domenico a Napoli, scontrandosi  

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