Sul Sinodo per l’Amazzonia

di Vittorio Bellavite

Uno svolgimento positivo

Dopo aver letto il documento finale, altri interventi ed avendo notizie dirette, mi sono convinto che questo è stato un vero Sinodo, piuttosto differente da altri che nel passato si sono dimostrati piuttosto inutili e senza conseguenze. È certo che esso è stato preceduto da una consultazione di base vastissima, si parla di circa novantamila partecipanti agli incontri preparatori. I vescovi sono arrivati a Roma sentendosi portatori di un’autorità venuta da un particolare consenso dal basso. Dall’esterno dell’aula collaboravano altri soggetti, esperti, teologi, tra questi Amerindia, che suggerivano, preparavano interventi ed emendamenti. I circoli minori hanno funzionato preparando un’infinità di emendamenti ai testi elaborati dalla Commissione centrale. La libertà di discussione è stata ampia, papa Francesco sembra che abbia collaborato al meglio. I vescovi provenienti dalle diocesi amazzoniche si sono trovati molto in sintonia tra di loro pur provenendo da territori molto diversi, come testimonia Mauro Castagnaro, giornalista che ha seguito tutto il Sinodo e che appartiene al movimento per la riforma della Chiesa. Il documento finale, a volte farraginoso, con ripetizioni e, al solito, troppo lungo (120 paragrafi), ha però sostanzialmente confermato il testo elaborato precedentemente, il c.d. Instrumentum Laboris che era decisamente avanzato (non a caso aveva ricevuto la contestazione aspra da parte della destra); dopo averlo letto mi ero detto che il sinodo era già fatto! Facendo considerazioni di carattere generale come si può non constatare che questa assemblea, espressione di valori  

Ma come diavolo è governato il mondo?

di Nicoletta Dentico

Le diseguaglianze sono la ferita che marca il nostro tempo: attraversano le nostre vite, abitano le nostre città, le comunità con cui siamo in relazione. Insieme all’instabilità geopolitica e alle guerre, sono la principale questione politica del presente, e abbracciano dimensioni che via via emergono, nello studio del fenomeno. Le diseguaglianze sono di natura economica, sociale, di genere, di appartenenza etnica, definiscono la possibilità di accesso ai servizi di salute e istruzione. Ma sono anche di carattere territoriale, nella divaricazione di opportunità fra città e aree rurali, o addirittura marginali. Sono generazionali: la nostra generazione ha consumato ingordamente per decenni, finendo per mangiarsi il pianeta, mentre i nostri figli devono vedersela con la minaccia di una sopravvivenza di breve termine, su questa terra.

“Se si diffonde la sensazione che i benefici del capitalismo siano distribuiti in modo iniquo, il sistema è destinato a crollare” commentava Alan Greenspan in un’intervista nel settembre 2007. Ci siamo, a questo crinale decisivo. Eppure si tratta di un passaggio frenato dalla strana non morte del capitalismo neoliberista, le cui fattezze delineano una globalizzazione che mantiene tenacemente, come unica regola, la totale assenza di regole.

L’integrazione economica mondiale ha avuto un effetto decisivo sulle dinamiche della disuguaglianza, sia a livello nazionale che globale, soprattutto a causa della deregolamentazione finanziaria e dell’indebolimento della sovranità statale. Di questo circolo vizioso delle disparità, una forbice che si allarga e apparentemente naturalizza condizioni di emarginazione economica  

Un Sinodo veramente speciale

di Raniero La Valle

Nel sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it pubblichiamo un dossier con il materiale finora disponibile sul Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia, perché ci sembra che l’evento in corso segni una vera novità per la vita e per la riforma della Chiesa.
Ciò spiega anche perché questo Sinodo è così duramente avversato ed esecrato dall’integrismo laico di destra che dilaga su siti e giornali,
e da settori regressivi della Chiesa e dello stesso episcopato. In effetti ci sembra che dopo la novità già rappresentata dai Sinodi conclusisi con la “Amoris Laetitia”, il Sinodo sull’Amazzonia rappresenti il primo vero evento collegiale rilevante che si sia avuto nella Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II; non che non ci siano stati molti Sinodi prima di questo, ma nella concezione restrittiva di Paolo VI essi furono pensati e normati come mere funzioni ausiliare del primato pontificio, ragione per cui la Chiesa a partire da allora è rimasta ferma per cinquant’anni.
Anche formalmente il Sinodo sull’Amazzonia non è come gli altri.
Esso si qualifica come assemblea speciale in quanto inerente a un’area geografica determinata pur nell’unità della Chiesa universale (tant’è che si svolge a Roma). Naturalmente neanch’esso realizza un modello compiuto di sinodalità né è esente da elementi di criticità, però reca un messaggio di novità e vitalità in senso epocale, che sul piano simbolico si può paragonare all’apertura dell’Anno Santo a Banguì, in piena Africa; e il simbolo è quello di  

Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazione “Giorgio La Pira”, con il patrocinio della Fondazione Adriano Olivetti, della Fondazione Giorgio La Pira, dell’Accademia di studi storici Aldo Moro e dell’Archivio storico Flamigni

Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti

Civita Castellana, 19 ottobre 2019, h.17

Indirizzi di saluto

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Carlo Bersani (Università di Cassino)
Prof.Francesco Maria Biscione (Archivio storico Flamigni)
Prof.Matteo Cosulich (Università di Trento)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti, 5

Aprite un poco gli occhi: l’economia del “Conte2″

di Mauro Gallegati

Comunque la si pensi sul governo appena nato, l’addio alla flat tax è una bellissima notizia. Redistribuire reddito in favore di chi è già ricco, storicamente non ha mai funzionato e non solo farebbe “arrabbiare” Robin Hood, ma anche è jettatorio visto che ogni volta che la distribuzione è diventata troppo iniqua – fu così nel 1873, nel 1929 e ultimamente nel 2008 – l’economia è entrata in una Grande Depressione.

Ovviamente non si tratta di sfiga, ma credere che più profitti e rendite si traducano in maggiori investimenti significa sostenere che si può decidere quanto guadagnare – domani – e non quanto spendere – oggi. A parte gli economisti mainstream, nessuno ci può veramente credere.

Dare più reddito ai ricchi non implica maggiori investimenti perché la domanda viene soprattutto dai consumi delle classi media e bassa. Se queste vivessero d’aria, i salari e gli stipendi potrebbero azzerarsi, le merci diventare molto competitive salvo poi accumularsi invendute nei magazzini perché nessuno può comprarle. Poiché però si investe solo se ci si aspetta di vendere, siamo sicuri che impoverire l’80% della popolazione, o abbassare di frazioni di punto i tassi di interesse, sia la strada giusta per farli aumentare?

Scongiurato l’incubo della tassa piatta, cosa possiamo attenderci sul mercato del lavoro, che succederà al “Jobs Act” di Renzi e al cosiddetto “reddito di cittadinanza” di Di Maio? Nulla, in quanto ispirati – consapevolmente o meno – dalla medesima ideologia  

Ecosocialismo, democrazia e nuova società

di Michael Löwy

…L’ecosocialismo ha come obiettivo quello di fornire un’alternativa radicale di civiltà a ciò che Marx definiva come «il progresso distruttivo» del capitalismo. La proposta è di una politica economica rivolta alle necessità sociali e all’equilibrio ecologico e, pertanto, fondata su criteri non-monetari ed extra-economici. Gli argomenti essenziali a suo sostegno risalgono al movimento ecologista, come pure alla critica marxista all’economia politica, una sintesi dialettica (…) che è allo stesso tempo una critica all’“ecologia di mercato”, che si adatta al sistema capitalista, e al “socialismo produttivista”, che resta indifferente alla questione dei limiti della natura.

Secondo James O’Connor, la meta del socialismo ecologico è una nuova società fondata sulla razionalità ecologica, sul controllo democratico, sull’uguaglianza sociale e sulla supremazia del valore d’uso sul valore di scambio. Io aggiungerei le seguenti condizioni per il raggiungimento di quegli obiettivi: a) la proprietà collettiva dei mezzi di produzione (il termine “collettivo” qui significa proprietà pubblica, comunitaria o cooperativa), b) una pianificazione democratica che possa consentire alla società di definire i propri obiettivi per ciò che riguarda l’investimento e la produzione e c) una nuova struttura tecnologica delle forze produttive. Detto in altro modo, una trasformazione rivoluzionaria a livello sociale ed economico.

Secondo gli ecosocialisti, il problema delle principali correnti dell’ecologia politica, i cui rappresentanti sono i partiti verdi, è che non sembrano tenere conto della contraddizione intrinseca tra la dinamica capitalista – fondata sull’espansione illimitata del capitale e sull’accumulazione dei profitti  

Un miracolo dell’antifascismo

di Raniero La Valle

È una giornata di grazia quella in cui il governo italiano, nascendo da un nuovo giuramento, cessa di essere l’istituzione che sbandierava “politiche crudeli” che stavano “avvelenando e incattivendo la società, seminando la paura e l’odio per i diversi, logorando i legami sociali e fascistizzando il senso comune”, come diceva Ferrajoli il 6 aprile scorso a Roma; è una giornata felice quella in cui il governo cessa di essere l’officina in cui si cambiava “l’idea di giustizia avvicinandola sempre più all’idea di vendetta” e si elaborava “una nuova politica penale autoritaria che enfatizza le esigenze di ordine e sicurezza e torna ad investire sulla repressione massima come strumento di governo della società e di esclusione di soggetti marginali all’insegna di un’antropologia razzista della diseguaglianza”, come diceva nella stessa occasione Mariarosaria Guglielmi.
Trova risposta così il grido a cui aveva prestato ascolto la recente assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” – il grido dei popoli, dei migranti, dei naufraghi, degli esclusi – ciò che dimostra come quell’assemblea del 6 aprile non sia stata né visionaria né vana.
Nel passaggio di fase intercorso durante il mese della crisi di governo, si è verificato un paradosso. Dicono che, per quanto criticabile, la forza politica ed elettorale di Salvini non sia fascismo. Di per sé infatti il sovranismo è il nuovo nome del nazionalismo, non del fascismo. Però la risposta che gli è stata data con la  

Una lezione dal passato

di Francesco Neri

Il sistema capitalistico è apparso molto più forte e, soprattutto, molto più “compatto” rispetto alle tanto teorizzate criticità di “naturale” appartenenza. Alla luce di ciò, occorre chiedersi se il passato sia in grado di fornire degli insegnamenti.

È cosa assai visibile, in Occidente, che il vessillo del successo è il profitto: tanto maggiore è il profitto quanto maggiore è l’autorevolezza. Si tratta, infatti, di una sorta di ferreo principio che regge e plasma il mondo occidentale. La logica del capitale, così, sembra pervadere l’intera società, determinando una vera e propria società della disuguaglianza, in cui una esigua minoranza è detentrice della ricchezza mondiale, mentre la povertà coinvolge ampi strati della popolazione mondiale. L’utilità sociale, alla luce di tutto ciò, risulta essere un concetto pressappoco inutile, spazzato via dalle logiche del capitalismo e dal motto d’ordine: «Massimizzare il profitto!». Marx – con le dovute cautele del caso – in qualche modo, aveva predetto un simile epilogo nella sua monumentale disamina del sistema capitalistico. Ciononostante, la realtà essendo realtà si è disvelata diversamente da quanto teorizzato dal filosofo di Treviri e dai vari pensatori marxisti: il sistema capitalistico, difatti, è apparso molto più forte e, soprattutto, molto più “compatto” rispetto alle tanto teorizzate criticità di “naturale” appartenenza. Viceversa, quello che doveva essere una sorta di “vaccino” o “antidoto” al suddetto sistema, ossia i vari tentativi di ingegneria sociale, propri del Novecento, finalizzati alla costruzione di una società perfetta e perfettamente  

La forza e il potere

di Federico Ragazzi

“Forza” e “potere” sono due tematiche che vengono spesso prese in esame nelle discussioni più varie. La loro attualità non potrà mai cessare, poiché i rapporti di forza e di potere rimangono caratteristiche fondative di ogni società civilizzata. Un mondo senza di esse ci appare tanto estraneo e fantasioso quanto le più felici e utopiche favole infantili.

Le questioni che sorgono al cospetto di questi due temi sono innumerevoli, ma ciò non preclude una loro – seppur lieve – analisi. Quali sono gli effetti della forza e del potere? Possono essere detenute da un soggetto o questo pos-sesso gli si ritorcerà contro? Vi sono differenze tra loro?

Insomma, cosa sono il “potere” e la “forza”? forza, intesa come atto coercitivo, è al centro di ogni vicenda umana. Un’opera che si prefigga di analizzarne la costituzione è destinata a divenire specchio della nostra società. La forza esercitata nei confronti di un essere umano, può essere intesa come «ciò che trasforma in cosa chiunque le sia sottomessa» (S. Weil, L’Iliade o il poema della forza), ovvero è, semplicemente, ciò che permette di convertire un uomo in un cadavere. Ma non solo, la forza può addirittura cosificare un uomo vivo e vegeto. Gli sventurati, costretti a questa cosificazione, temono di essere ridotti a cadaveri; in tal modo essi, vivendo in uno stato di perenne minaccia e pericolo, imitano ciò di cui hanno paura, trasmutandosi in cose: «È una morte  

La vera obbedienza

di Raniero La Valle

L’ordinanza della Giudice delle Indagini Preliminari di Agrigento Alessandra Vella che ha mandato libera Carola Rackete dall’accusa di aver usato resistenza e violenza contro una nave da guerra italiana che difendeva il porto di Lampedusa dallo sbarco dei migranti salvati in mare dalla Sea Watch, non è solo un atto di giurisdizione, è una profezia, un annuncio, un grido. Essa, emessa da una donna, in nome del diritto internazionale e della Costituzione italiana dichiara qual è la vera obbedienza che in quel caso si doveva prestare, non solo per obbligo morale, ma anche proprio in termini di diritto positivo; essa rigetta il principio della ragion di Stato in forza della quale sarebbe lecita qualsiasi cosa, mette fuori legge il sacrificio e rovescia la tradizione per la quale Antigone, Vasti, Marianella Garcia Villas e ogni altro, donna o uomo, che resista e disobbedisca a un potere ingiusto, debba pagarla, debba morire.
L’ordinanza dice infatti due cose. La prima è che l’intero ordinamento giuridico, internazionale ed italiano, stabilisce l’obbligo di prestare soccorso in mare ai naufraghi e di sbarcarli in un porto sicuro, dove devono ricevere soccorso, prima assistenza e identificazione, perché la prima dignità è che ciascuno abbia un nome. Pertanto l’intero ordinamento esclude e condanna il sacrificio di migranti e naufraghi in nome della ragion di Stato o della ragion politica dei Paesi del rifiuto, dei Paesi della spietatezza. Vale a dire che la regola “meglio  

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