Con la Palestina nel cuore

di Domenico Gallo

Insieme per la giustizia e il rispetto dei diritti umani in Palestina: no all’annessione allo Stato d’Israele dei territori palestinesi occupati», è questo il titolo dell’appello con il quale è stata lanciata dalla comunità palestinese una mobilitazione che vedrà una manifestazione nazionale a Roma, sabato 27 giugno, e iniziative in molte altre città. Il grido di dolore dei palestinesi è stato raccolto da sindacati e organizzazioni di massa, come la CGIL, l’ARCI e l’ANPI, e da una miriade di associazioni e intellettuali. È spaventoso, peraltro, come stia passando sotto silenzio questo scandalo internazionale generato dalla proterva volontà di Israele di annettersi, il prossimo 1° luglio, il 30% della Cisgiordania (senza per questo concedere la cittadinanza alle persone che vi risiedono), in aperta violazione della legalità e dei principi umanitari del diritto internazionale.

Ha osservato la Fondazione Basso: «Tutto ciò che si poteva dire sulla palese illegalità per il diritto internazionale e sulla sostanziale illegittimità della politica israeliana nell’attuazione di un sempre più chiaro disegno di apartheid è stato detto». Tuttavia è bene ribadire i termini della questione con le parole di quarantasette esperti indipendenti della Commissione per i diritti umani dell’ONU che hanno rilasciato il 16 giugno 2020 la seguente dichiarazione:

«L’annessione dei territori occupati è una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite e delle Convenzioni di Ginevra ed è contraria alle norme fondamentali più volte affermate dal Consiglio di Sicurezza e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,  

Il coronavirus è uguale per tutti?

di Guglielmo Ragozzino

Senza fissa dimora, disoccupati, migranti, poveri sono i più colpiti dal Covid. Una collezione di storie romane, da Tor Bella Monaca alla Stazione Tiburtina, fotografa questa realtà. Restituendoci una certezza: contro la sopraffazione dei più forti servono nuove regole, di libertà e uguaglianza.

Il coronavirus è uguale per tutti. Quella che precede è un’affermazione di senso comune, un’idea corrente, direbbe Gustave Flaubert. Difficile dire che nella primavera appena trascorsa le cose siano davvero andate così: è una materia sulla quale sono ancora aperte le indagini. Si sa che la malattia ha, secondo statistica, colpito più gli uomini delle donne, più le persone anziane che non l’infanzia. Ha danneggiato più la Lombardia che il Mezzogiorno d’Italia. È sufficiente la mascherina obbligatoria per tutti o quasi per mettere tutti alla pari? O è il distanziamento, e i guanti (oppure l’amuchina per tutti, nell’intesa che ogni mano lava l’altra) per ristabilire la parità generale?

L’affermazione egualitaria riguarderebbe a ben vedere soltanto la bilancia tra ricchi e poveri. Come dire che la malattia, l’aria, il respiro, non fanno sconti a nessuno: prendono quello che trovano e lo portano via. Ricchi e poveri, per dirla altrimenti, sono uguali, nella baraonda del sabato sera. Siamo abbastanza sicuri che sia proprio così? Proponiamo di riflettere su alcune categorie di persone: gente priva di una fissa dimora, minori non accompagnati, altri privi di mezzi di sostentamento, cosiddetti “clandestini”; per tutti costoro il male  

Il monito inascoltato della ninfea

di Giulio Marcon

Diego Cason e Michele Nardelli, ne “Il monito della ninfea”, ricordano e riflettono sul cataclisma che ha colpito le dolomiti venete e trentine alla fine di ottobre 2018, devastando interi territori. Un evento che rischia di cadere nel dimenticatoio, ma da cui vengono molte lezioni che dovremmo imparare.

Prima dell’emergenza coronavirus è stato pubblicato il libro di Diego Cason e Michele Nardelli Il monito della ninfea di Bertelli Editori.

Il libro ha origine dal racconto del cataclisma – la tempesta di Vaia – che ha colpito l’area dolomitica (in particolare le province di Trento e di Belluno) alla fine di ottobre del 2018. Una tempesta di acqua e di fango portò allo schianto di milioni di alberi (ci ricordiamo le immagini dei TG con fiumane di tronchi a coprire intere vallate), alla devastazione di foreste e di interi territori. Il libro ricostruisce la dinamica di quella vicenda, ne stima le conseguenze economiche, ambientali e sociali, fornisce una serie di informazioni preziose sul patrimonio forestale italiano, sulla sua distribuzione nelle aree del nord-est e sulle politiche fatte e non fatte per preservarlo.

Il libro è uscito più meno nello stesso periodo in cui Venezia è stata travolta dall’acqua alta: lo ricorda Gianfranco Bettin nella sua introduzione. “Una storia che non è più soltanto di aque alte o aque grande e basta, ma è storia di un progressivo e drammatico squilibrio strutturale”. Infatti il libro, oltre a essere  

Giorgio Nebbia e la critica ecologica al capitalismo

di Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia è stato un pilastro dell’ambientalismo italiano: scienziato, docente, politico, attivista, saggista, divulgatore. Un libro di Jaca Book, che raccoglie anche alcuni suoi scritti, ne ripercorre vita e pensiero. Facendoci riscoprire l’attualità e l’urgenza di una critica ecologica al capitalismo.

Giorgio Nebbia ci ha lasciato un anno fa, il 4 luglio del 2019. Chi ha qualche anno di età, ricorderà come Nebbia sia stato una figura fondamentale dell’ambientalismo non solo italiano ma internazionale. Intellettuale – docente universitario di Merceologia a Bologna e poi a Bari e culturalmente nell’intersezione di cristianesimo e marxismo; politico (senatore e deputato per la Sinistra indipendente); attivista e impegnato nella nascita e poi nello sviluppo e sostegno dell’ambientalismo italiano. Ma soprattutto, Nebbia è stato saggista e divulgatore: pacato nel suo ragionare e chiarissimo nel suo stile di scrittura, ma potente nel suo smascherare i falsi miti e le retoriche di un capitalismo in realtà irresponsabile verso il futuro e le prossime generazioni, insostenibile e nichilista per l’ambiente ma anche per la società, disuguagliante per essenza e tendenza. Ai più giovani invece – e pensiamo soprattutto ai tanti dei FfF che hanno riportato d’attualità il tema, quasi dimenticato, dell’ambiente e della crisi climatica – il suo nome forse dice poco, ma allora questa è l’occasione per scoprirlo (e per riscoprirlo, chi è meno giovane).

È infatti da poco uscito il saggio: La Terra brucia. Per una critica ecologica al capitalismo, edito da Jaca Book  

Welfare:i progetti contrapposti di Keynes e Beveridge

di Maria Cristina Marcuzzo

Di fronte ai limiti del liberismo, Keynes pensava all’intervento pubblico soprattutto in termini di investimenti per garantire il massimo dell’occupazione, Beveridge era interessato piuttosto a trasferimenti e servizi pubblici contro le incertezze del mercato.

Il dibattito sullo Stato sociale ha una storia lunga, che risale a molto prima della nascita del Welfare State così come lo conosciamo dal secolo scorso, le cui idee ispiratrici si sono succedute in varie forme. In realtà non è facile darne una definizione precisa e univoca; possiamo dire che gli obiettivi sono genericamente quelli di sostenere il tenore di vita, ridurre le disuguaglianze, tenendo a freno la crescita dei costi, prevenendo comportamenti opportunistici e disonesti, facendo in modo che questi fini siano raggiunti contenendo le spese e gli abusi di potere da parte di chi amministra il sistema.

Il cammino che porta al perseguimento di questi obiettivi in Inghilterra comincia con le riforme del 1906-14, ma l’impegno concreto in questa direzione avviene solo con la legislazione del 1944-48, favorita dagli avvenimenti della Seconda guerra mondiale e degli anni immediatamente successivi. Una pietra miliare fu il Rapporto Beveridge (Beveridge 1942), incentrato su tre punti: a) sussidi alla famiglia; b) assistenza sanitaria, c) politiche di pieno impiego. Il sistema doveva essere amministrato centralmente e finanziato in maniera paritetica da datori di lavori, dipendenti e lo Stato, con benefici uguali e fissati a livello di sussistenza.

La novità del Piano di William Henry Beveridge  

Bose alla prova

di Lorenzo Prezzi

Il decreto, firmato dal segretario di stato, card. P. Parolin il 13 maggio e approvato in forma specifica da papa Francesco, non lascia alternative: fr. Enzo Bianchi, altri due monaci e una monaca dovranno abbandonare Bose e trasferirsi altrove. Il testo è stato letto e presentato ai diretti interessati il 26 maggio (e successivamente alla comunità) dal delegato pontificio, p. Amedeo Cencini, accompagnato da mons. J.R. Carballo, segretario del dicastero per i religiosi, e da mons. M. Arnolfo, arcivescovo metropolita di Vercelli (cf. SettimanaNews).

Per la notorietà delle figure interessate la notizia è esplosa sui media lasciando un lungo strascico di interrogativi fra i molti credenti (e no) che fanno riferimento al monastero e alle sue molteplici attività.

Scrivere sul post-concilio in Italia non sarà possibile senza incrociare in alcuni punti rilevanti fr. Enzo Bianchi e la comunità monastica che lui ha fondato a Bose (Biella) l’8 dicembre del 1965. Dalla formazione cristiana per molte generazioni giovanili alla riscoperta del monachesimo, dalla cura liturgica (la comunità ha un ritmo e testi propri per la preghiera salmica) alla riflessione teologica (alimentata dall’editrice Qiqajon), dalla coltivazione estetica (musica, architettura, arte sacra) all’annuncio dentro la cultura contemporanea, dalla pratica del “monastero doppio” (uomini e donne) all’interlocuzione con l’intelligenza laica, dalla fedeltà al concilio (anche in tempi difficili) alla pratica ecumenica (verso protestanti, anglicani e ortodossi), dalla presenza sui media (affidata in particolare a fr. Bianchi) alla critica sociale in nome della  

Comunità di Bose, intervista a Mons.Bettazzi, l’ultimo vescovo del Vaticano II

di Alex Corlazzoli

Il vescovo emerito di Ivrea, storico leader di Pax Christi: “Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Lo dissero anche a me di allontanarmi da Ivrea. Ma nel caso di padre Bianchi sapevo che erano d’accordo con il nuovo priore per vivere ancora insieme, così come ha insistito la comunità”

“Non riesco a darmi una ragione di quello che sta accadendo alla comunità di Bose. Enzo Bianchi fa bene a chiedere al Vaticano di conoscere le prove delle loro mancanze e di potersi difendere da false accuse”. A parlare è monsignor Luigi Bettazzi, 96 anni, vescovo emerito di Ivrea e amico della comunità. E’ l’unico vescovo cattolico italiano oggi vivente che ha preso parte al Concilio Vaticano II ed è stato fondamentale nella nascita e nella crescita della comunità. Nel 1968 è stato nominato presidente nazionale di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, e nel 1978 ne è diventato presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace. Oggi vive ad Albiano di Ivrea, a pochi chilometri da Bose, che fino a qualche anno fa frequentava abitualmente.

Monsignor Bettazzi, cosa sta accadendo alla comunità di Bose?

Io credo che abbia ragione Enzo a chiedere al Vaticano le ragioni di una simile scelta. Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Anche a me dissero che sarebbe stato meglio che mi allontanassi  

In ricordo di Peppe Valarioti, vittima di ‘ndrangheta

di Antonio Lavorato

L’11 giugno 1980, 40 anni fa, perdeva la vita per mano ‘ndranghetista Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Pci di Rosarno. Aveva 30 anni ed era un professore: non solo di italiano a scuola, ma anche di riscatto sociale, dignità e lotta alle mafie. Lezioni che faremmo bene a ricordare.

Era la notte dell’11 giugno 1980 quando, ad opera della ‘ndrangheta, veniva ucciso Peppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista Italiano a Rosarno. Sono trascorsi quarant’anni.

Durante quella notte, Peppe è con i suoi compagni in un ristorante di Nicotera, nel Vibonese, per festeggiare la vittoria alle elezioni amministrative. Finita la cena esce dal locale e viene colpito dalla lupara mafiosa. Sono momenti drammatici, si passa dalla felicità per una straordinaria vittoria elettorale alla tragedia raffigurata dalla sofferenza degli ultimi istanti di vita del segretario del partito. Si scappa velocemente verso l’ospedale di Polistena, ma purtroppo durante il tragitto Peppe muore tra le braccia del suo amico fraterno Peppino Lavorato.

Aveva 30 anni Valarioti ed era un professore che dava lezioni. Non solo di italiano a scuola, ma anche sul riscatto sociale per conquistare i diritti, visto che nei comizi elettorali, senza paura, gridava che i rosarnesi non dovevano piegarsi allo strapotere della ‘ndrangheta e visto che lo stesso appello alla ribellione lo lanciava anche contro i comitati d’affari, segno del perverso intreccio politico-affaristico-mafioso, che in Calabria dominavano e continuano a dettare legge.

La sua vita si  

Non c’è giustizia sociale senza giustizia fiscale

di Giulio Marcon

Secondo alcune anticipazioni di stampa, il governo vorrebbe utilizzare parte del Next Generation Fund per una riforma fiscale che avvantaggerebbe i benestanti, mentre la grande maggioranza degli italiani non avrebbe nulla. È il contrario di ciò che serve al paese nel post-pandemia: patrimoniale sulle grandi ricchezze, progressività delle imposte, lotta all’evasione.

Alla notizia del progetto di Next Generation Fund della Commissione Europea (per l’Italia, 80 miliardi di sussidi a fondo perduto e 90 miliardi di prestiti) hanno iniziato a circolare proposte su come usare questi soldi. Tra le idee più sbandierate in queste ore (come al solito, per motivi di propaganda) c’è il taglio delle tasse. Il governo – secondo Repubblica del 27 maggio – starebbe pensando alla riduzione delle aliquote da cinque a quattro, portando quella da 28 a 55mila euro dal 38 al 36% e quella da 55mila a 75mila sempre al 36% (dal 41%).

Il vantaggio sarebbe unicamente per il ceto medio benestante, mentre il ceto medio basso e quello disagiato non avrebbe nessun beneficio. Infatti il 77% degli italiani dichiara fino a 28mila euro. Il beneficio lo avrebbe il 20% degli italiani più benestanti con redditi netti mensili da 1.600 a 4.000 euro. In realtà fino a 2.400/2.500 euro al mese, il beneficio sarebbe abbastanza modesto (meno 2% di tasse), mentre il vantaggio maggiore (con un taglio del 5% delle tasse) lo avrebbe chi guadagna dai 2.600 ai 4.000 euro al mese.

La gran  

Tra le Regioni passaporti e macerie

di Marcello Madau

Confesso di aver pensato, solamente per un attimo fuggente, che un nucleo importante del dibattito che a più voci si è levato sul problema del ‘passaporto sanitario’ fosse uno degli effetti «collaterali» del coronavirus.

Un governatore sardo propone una Sardigna Covid-19 Free solo per turisti sani, accompagnati da un passaporto sanitario senza il quale non si potrà prendere il volo (presumo anche treno e nave). Il sindaco Sala ricorda con stile l’apporto milanese alle fortune del turismo sardo: non sappiamo se si riferisca alle iniziative alberghiere e petrolifere dei Moratti, del corregionale Nino Rovelli, alle seconde case usate prima dell’esplosione definitiva della pandemia. Da Torino, noblesse oblige, si privilegia un registro più storico: la Presidente del Museo Egizio Evelina Christillin (ex- ufficio stampa Fiat per diversi anni) vuole riesumare il passaporto della trisnonna, ricordando l’infausto regno sardo piemontese; il documento dovrebbe essere scaduto, e sarebbe comunque opportuno che non lo usasse il 28 aprile, alla festa regionale de ‘Sa Die de Sa Sardigna’, che ricorda la cacciata dei piemontesi dall’isola. Ha minacciato di andarsene in Romagna, e la mia solidarietà ai romagnoli è totale.

Ma non sono effetti collaterali del maligno virus. Si tratta di frutto preesistente al Covid 19: segno fausto perché la riemersione del normale pensiero e livello politico è indizio del calo della pandemia; infausto per la sua qualità, che si ritrova in una gara fra spiagge. Massimo Fini, anch’esso lombardo, partecipa a questo agone  

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