Persona e diritto alla salute

di Carlo Amirante

Fra i caratteri incontestabilmente originali e innovatori della nostra Costituzione –ammirati e invidiati anche da teorici, studiosi e costituenti stranieri – vi è certamente il diritto alla salute.
Non si tratta, infatti,solo di un principio programmatico, ma di un vero e proprio fondamentale dirittodell’individuo cui corrisponde un interesse della collettività. Un diritto alla salute universale e azionabile da ciascuno per cui la Costituzione all’art. 32 «garantisce cure gratuite agli indigenti»
Merito di Giovanni Bianco, professore di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Sassari, è quello di aver descritto gli ostacoli all’affermazione della salute come diritto non solo riconosciuto ma fruibile,anche grazie alla giurisprudenza della Corte Costituzionale,da soggetti diversi dai cittadini italiani.
Si è passato, infatti,da un’esigenza generale di sanità pubblicariconosciutanella Roma repubblicana e imperiale (dalla costruzione degli acquedotti alla bonifica dei territori, dalla pulizia delle strade e dei luoghi pubblici all’assistenza medica ai poveri) allasalute come interesse pubblico dello stato liberale; da una timida affermazione del diritto nello stato post-liberalealla salute come diritto fondamentale della Costituzione repubblicana.
L’ampiezza e l’assolutezza della tutela della salutehanno fatto sì che questa esigenza fosse estesa anche ai rapportifra privati, fino a configurare, come sottolinea Bianco, «il fondamento di un diritto soggettivo del lavoratore»alla salute e alla sua integrità psicofisica.
Come risulta evidente dagli scritti non solo di costituenti come Mortati e di autorevoli studiosi come Pietro Rescigno, Stefano Rodotà e, più di recente, Massimo Luciani, Gustavo Zagrebelsky  

Decreto dignità, ignorando storia e economia

di Roberto Romano

La discussione relativa al decreto Dignità è monca. Anche la la relazione tecnica si è concentrata soltanto su effetti marginali come 8 mila posti su 2 milioni di contratti a tempo determinato.

Il decreto Dignità solleva delle dispute che rasentano la stupidità. Innanzitutto l’effetto discutibile di meno 8.000 lavorati, su oltre 2 milioni di lavoratori coinvolti dai contratti a tempo determinato, è molto più che residuale. A ruota segue l’incredibile discussione sugli effetti finanziari del decreto pari a 151 milioni di minori entrate fiscali per il triennio 2018-19-20 (relazione tecnica del decreto Dignità).

La prima e la seconda considerazione tradiscono una profonda e non banale malafede e/o “ignoranza” (nel senso di non conoscenza) delle teorie economiche del benessere e ancor di più dei principi ispiratori dell’economia classica (Smith e Ricardo).

Il primo e non banale aspetto da sottolineare è il seguente: la crescita sconsiderata del lavoro a tempo determinato ha concorso in misura considerevole a
1) ridurre la produttività per addetto e capitale,
2) ridurre il valore aggiunto per addetto,
3) consolidare e approfondire la de-specializzazione del tessuto produttivo e dei servizi del Paese.

Più precisamente, i fautori degli effetti negativi del decreto non hanno conoscenza né dell’effetto Ricardo – quando aumentano i salari si rafforzano gli investimenti -, né dell’effetto Smith – al crescere dei salari aumenta la domanda e quindi i mercati da soddisfare.

Se l’economia nazionale cresce meno della media europea  

La lunga strada verso la dignità

di Natalia Paci

Il decreto Dignità ha un segno opposto al “Jobs act” anche se non introduce che correttivi minimi. Le critiche di Confindustria però non hanno ragione se non politica. E sui contratti a termine, servono soluzioni per limitare il turn-over.

Con il decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, battezzato “decreto dignità”, il nuovo governo interviene con urgenza in materia di lavoro, limitando l’utilizzo dei contratti a termine (compresa la somministrazione a termine) e aumentando le sanzioni contro il licenziamento illegittimo.

In merito al primo punto, si reintroduce, solo per i contratti superiori a 12 mesi o nel caso di rinnovi, l’obbligo di giustificare l’assunzione a termine per “esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze sostitutive di altri lavoratori” oppure per “esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria”. Inoltre, la durata massima del contratto a termine con lo stesso lavoratore si abbassa da 36 a 24 mesi. Tali novità non valgono per le attività stagionali, né per le start up innovative che continuano a godere di maggiori margini di operatività.

La novità ha sollevato polemiche a seguito dei dati Inps, pubblicati nella relazione tecnica al decreto, relativi ad un possibile impatto negativo sull’occupazione per 8 mila lavoratori (0,4% di tutti i lavoratori a termine) a cui forse non verrà rinnovato il contratto arrivati alla soglia dei 24 mesi. Ma le critiche sono arrivate anche da parte di Confindustria per l’incertezza  

La pena di morte: arriva il Vangelo

di Raniero La Valle

È una bella giornata per la Chiesa perché una nuova notizia proveniente dal Vangelo viene annunciata a tutto il mondo, una verità che pur racchiusa nella Parola di Dio non era ancora stata mostrata alla luce; e questa volta il balzo innanzi nella espressione della fede non avviene per la caduta in disuso di una dottrina o perché il popolo fedele smette di crederci, ma per una pronunzia esplicita e un ripensamento dello stesso magistero, nella persona del successore di Pietro. E la verità mostrata alla luce è questa, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona.
Non era affatto scontato, perché il Catechismo della Chiesa cattolica, riformulato nel 1992, diceva ancora tutt’altro, e perché nello stesso Stato pontificio, fin quando si è esercitato il potere temporale, la pena di morte era vigente e veniva inflitta a piazza del Popolo con “mazzola e squarto”; poi passava la “Venerabile Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, che assicurava come per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”.
Ora un “Rescritto” inviato a tutti vescovi a nome del Papa il 1 agosto, stabilisce una nuova versione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa cattolica, che dice così:
 

Come si privatizza il servizio sanitario nazionale

di Lorenzo Paglione

Prima del 1978 c’erano le casse mutue, oggi si torna a un sistema sanitario “corporativo” e non universalistico attraverso il predominio delle assicurazioni che fanno capo al welfare aziendale di dipendenti semi-paganti e alla spartizione dei finanziamenti pubblici in Fondi regionali che aggravano le disparità geografiche. Con la flat tax il rischio del colpo finale.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nasce con la Legge 833 del 27 Dicembre 1978 in un clima politico teso, ma fecondo di avanzamenti politici. Il SSN viene avviato al termine di un percorso di graduale integrazione delle Casse Mutue e delle Opere Pie, fino ad allora titolari del finanziamento e dell’erogazione delle prestazioni sanitarie in Italia. Le Casse Mutue e delle Opere Pie rappresentavano un modello “bismarckiano” corporativo di finanziamento ed erogazione, basato sul modello produttivo fordista in cui la figura centrale era il cittadino-lavoratore, tendenzialmente maschio, che contribuiva direttamente al finanziamento del servizio tramite un prelievo dal proprio salario. Con il SSN si passa a un modello “Beveridge” universalista, basato sulla tassazione generale e diretto a tutta la popolazione, di cittadini e non, come recita l’articolo 32 della Costituzione.

Fino al 1978, le protagoniste dell’assistenza erano quindi la miriade di casse mutualistiche professionali, ciascuna con il proprio bilancio ed il proprio pacchetto di prestazioni “mutuabili”. I gravi limiti di quel sistema erano le disparità che determinava tra le casse dei professionisti e quelle degli operai, e l’esclusione di tutti  

Boom di spese militari e moltiplicazioni di eserciti europei

di Rachele Gonnelli

Con le avvisaglie delle ultime settimane è molto probabile che il 2018 sarà un anno record per le spese militari. La Gran Bretagna ha deciso nei giorni scorsi di portare al 3 per cento sul Pil le sue spese per il comparto Difesa e la Germania, al contrario della Spagna, ha accettato di adeguarsi al 2 per cento richiesto a gran voce dalla Nato ma il presidente americano Donald Trump non è soddisfatto e anzi, in previsione del vertice dell’11 e 12 luglio, tira le orecchie ad Angela Merkel dicendo che Berlino starebbe addirittura “minacciando la sicurezza atlantica” e che per quanto lo riguarda “la pazienza con la Germania sta finendo”.

Per avere dati abbastanza definitivi e comparati delle spese belliche nel 2018 bisognerà aspettare il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) disponibile all’inizio dell’anno prossimo. Del resto non sappiamo ancora se il nuovo governo italiano vorrà confermare, come sembra, o meno il programma di acquisto dei caccia F35, dopo che questo impegno era già sparito nel programma con cui il M5S si è presentato alle elezioni del 4 marzo.

Nel frattempo si procede con una moltiplicazioni di voci di spesa e di organizzazioni da finanziare. Va in questo senso la lettera d’intenti firmata da nove paesi europei lo scorso 25 giugno per la creazione, su base volontaria, di uno strano ibrido militare che va sotto il nome di IEI, cioè – e questa volta dal  

L’Alitalia, l’Ilva e i nuovi governanti

di Vincenzo Comito

Passa un giorno, passa l’altro e si accumulano gli anni sulle vicende di Alitalia ed Ilva. Non si può certo pronunciare a questo proposito la frase di quel centurione romano citato da Tito Livio, hic manebimus optime.

Il fatto che i due casi si trascinino ormai da tanti anni (l’Ilva da sei, l’Alitalia da ancora più tempo) mostra ancora una volta, tra l’altro, come il nostro sistema politico non sia in grado di affrontare in modo adeguato i problemi complessi che si presentano di volta in volta. Comunque, c’è ora qualche indizio che almeno per una delle due vicende (quella dell’Ilva) si possa essere vicini ad un punto di svolta. Ma forse si tratta di un abbaglio estivo.

Una cosa che appare chiara a proposito dei politici che ora tentano di governarci è quella che le loro competenze in materia di imprese e di strumenti per risolvere i problemi delle stesse appaiono abbastanza scarse. Certo, possiamo a questo proposito ricordare che i Cinque Stelle presentano come loro modello imprenditoriale l’Olivetti, azienda dove il loro ex-ideologo, Gianroberto Casaleggio, aveva lavorato; ma lo aveva fatto quando la visione di Adriano e il suo modello di impresa erano ormai svaniti da molto tempo, mentre sul tutto aleggiava trionfante, invece, il futuro capitano coraggioso Colaninno, che non aveva probabilmente granché da insegnare ai suoi sottoposti. In ogni caso, i riferimenti del Movimento al modello di Ivrea appaiono piuttosto fumosi. Incidentalmente, per quanto  

Ecumenismo: forma e sostanza

di Giovanni Sarubbi

«L’esperienza dell’incontro. Non mera cortesia, nessuna cosa puramente formale, ma incontro umano. E questo, tra protestanti e cattolici, è dire tutto…». Con queste parole papa Francesco ha sintetizzato il senso del suo ultimo viaggio ecumenico a Ginevra in occasione del 70° anniversario del CEC. Dopo un secolo dall’inizio del percorso ecumenico e delle annuali “Settimane di preghiera per l’unità dei cristiani”, siamo ancora alla fase dell’incontro umano. Nessun fidanzamento ufficiale e nessun matrimonio è in vista e neppure una qualche timida carezza. Questa la realtà di un percorso ecumenico che oramai riguarda solo gli addetti ai lavori, i vari responsabili per l’ecumenismo, molti dei quali vivono il loro incarico come un fatto formale. I pochi affezionati nelle varie Chiese vivono il loro ecumenismo con un senso di frustrazione e assistono, spesso con dolore, a vicende come quelle della cosiddetta intercomunione su cui in Germania si è avuta una ulteriore fase di arresto (v. Adista Notizie n. 22/18). Anche di tale questione ha parlato papa Francesco con i giornalisti durante il suo viaggio di ritorno da Ginevra. La sostanza è che l’intercomunione non si può fare, non la possono fare neppure le coppie miste cattolico-protestanti, che possono sposarsi e procreare ma non possono condividere la “mensa eucaristica”. E papa Francesco ha usato il Codice di Diritto Canonico, e la differenza tra “Chiesa particolare” e “Chiesa locale” lì contenuta, incomprensibile ai più, per giustificare questo divieto che è probabilmente il  

Non è l’Europa

di Raniero La Valle

C’è un appello ineludibile del missionario Alex Zanotelli a ricordarsi dell’Africa, ad aprire gli occhi sulla disperazione dell’Africa, a squarciare la cortina di silenzio che nasconde il dolore del continente che noi abbiamo depredato e che l’Europa vorrebbe ora trasformare in un immenso campo di detenzione in cui sigillare e stremare i suoi abitanti perché non si azzardino a passare il mare per venire a disturbare i sonni delle fratricide borghesie europee.
L’Europa ha consumato il suo proprio rinnegamento, ha proclamato a gran voce ciò che già era senza confessarlo: un tempio di cambiavalute chiuso alle genti e presidiato alle porte da guardiani armati e buttafuori governativi.
Questo è stato alla fine il risultato dell’iniziativa brutale di Salvini, fino al paradosso che mentre egli chiedeva la redistribuzione in Europa dei migranti arrivati in Italia, nella sua stessa logica, in nome della sua stessa cultura egoistica del “verboten” e dello scarto, è stato chiesto all’Italia di riprendersi i profughi che dall’Italia erano riusciti a passare in Germania o in altri Paesi. È la perenne lezione della violenza: quando si usa violenza c’è sempre una violenza più forte e più incisiva che prevale.
L’Europa, chiamata a pronunziarsi sulla rivoluzione migratoria dalla forte iniziativa italiana, ha scelto, senza se e senza ma, la controrivoluzione, da Macron a Seehofer a Salvini ai Paesi di Visegrad. Frontiere chiuse e avviso ai naviganti di lasciar perdere in mare i naufraghi  

Le alternative di EuroMemorandum

di Sara Farolfi

Il valzer dello spread tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi – il costo aggiuntivo che ha l’Italia per finanziare il proprio debito pubblico – suona come la colonna sonora dei primi passi del governo di Giuseppe Conte, incerto su come prendere le misure del confronto con l’Europa e la finanza sul terreno della politica economica.

Nel frattempo la musica in Europa, e non solo in Europa sta cambiando ritmo, più rallentato: ristagna il commercio globale con l’annunciarsi di dazi e contro dazi, le attività di intermediazione bancaria declinano e la globalizzazione sembra scemare, spostandosi verso un nuovo centro in Asia. L’asse tra Stati e Europa per la prima volta vacilla, con le politiche di Donald Trump

aumentando l’incertezza mondiale. Nel vuoto politico che sta emergendo il potere di multinazionali, finanza e agenzie di rating – che ne proteggono gli investimenti – si rafforza ulteriormente.

In questo deprimente balletto, per l’Italia si annuncia una prova molto dura a breve. Già nella riunione del consiglio direttivo della Bce prevista a Riga il 14 giugno, o al più tardi in quella successiva del 26 giugno, potrebbe essere ufficializzata la fine del ‘quantitative easing’ (Qe), la politica di espansione monetaria messa in campo da Mario Draghi nel 2015. Dallo scorso dicembre, e fino alla fine del settembre prossimo, era già stato ridotto. Ma a quanto pare la “coda” non si prolungherà nel 2019, come sembrava, e il termine ultimo  

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