Sparigliare i giochi pericolosi in Italia e in Europa

di Sergio Bruno

La situazione è difficile e pericolosa, non per la pretesa fragilità dell’economia italiana, ma perché gialloverdi, Commissione europea e molti stati Ue hanno aperto sul caso Italia un grottesco conflitto, perché si sta discutendo di una sanzione che verrebbe inflitta sulla base di stime e aspettative e non di fatti.

Ci vuole poco ad argomentare i tratti negativi e pericolosi dei gialloverdi: il loro far leva sull’odio, l’ignoranza del quadro istituzionale, la mancata distinzione tra rispetto delle regole democratiche e maggioranza dei voti, l’insipienza e le contraddizioni del programma di governo su flat tax, condoni, provvedimenti per la povertà, ecc.; ma purtroppo sono proprio questi tratti che spiegano il loro vistoso successo elettorale. Quindi, da sole, queste argomentazioni non servono a molto. Più difficile è per la sinistra capire le poche cose sulle quali i gialloverdi hanno ragione, riconoscere i propri errori pregressi, prendere atto della propria scarsa efficacia persuasiva.

Esemplifico. Quando Salvini afferma che l’erroneità delle prescrizioni della Commissione europea è resa evidente dal fatto che le politiche di centrosinistra, a quelle prescrizioni fedeli, non hanno sostanzialmente inciso sul rapporto debito/Pil, dice cosa giusta e, quel che più conta, politicamente (con)vincente. Tutti sanno infatti che quando le terapie praticate per anni si sono rivelate controproducenti, il loro abbandono appare ai più, a torto o a ragione, molto sensato, mentre non sembra il caso di dar retta ai solenni moniti dei precedenti “professoroni”! Difficile obbiettare, soprattutto se i  

Populismo

di Tonio Dell’Olio

Non riesco ancora a dare al populismo una definizione che mi soddisfi. Al sovranismo sì perché, anche se il correttore automatico del programma di videoscrittura del pc non lo riconosce, di fatto è la versione aggiornata e “scorretta” del nazionalismo che invece il correttore riconosce eccome! Mi appare come la miopia astigmatica di chi non riesce a vedere al di là del naso dei propri interessi, fino a non rendersi ottusamente conto che il benessere della nazione in cui abita dipende – almeno un po’ – dal benessere degli altri che abitano lo stesso condominio globale.
Ma il populismo è un’altra cosa. Forse è la contabilità attenta di followers e like lanciati come esce a casaccio nell’oceano della rete “per vedere da lontano l’effetto che fa”. Se funzionano, diventano cavallo da… battaglia, un mantra da ripetere alle pance dei seguaci dai salotti televisivi di reti compiacenti perché anche a loro interessa il numero dei “mi piace” e la chiamano audience.
E non importa se si tratta di notizie senza fondamento condite da volgarità ripetibili soltanto nei peggiori bar del Giambellino o della Sanità. L’importante è che drenino consenso facendo rumore e fumo. Va da sé che, in questi discorsi, il concetto stesso di futuro non esiste, la progettazione lungimirante è argomento di accademia e il rispetto di chi non la pensa come me bisogna andarlo a chiederlo a “chi l’ha visto”. Che tanto io sto col  

La Brexit e l’emigrazione italiana

di Enrico Pugliese

La Brexit avrà conseguenze dirette sull’emigrazione italiana, in un clima sociale, politico e istituzionale radicalmente mutato nei confronti dell’Europa che indica un’inversione di tendenza rispetto al processo di integrazione e al comune sentire di appartenenza all’Unione

A partire dall’inizio di questo decennio, si è assistito a una notevole ripresa dell’emigrazione italiana verso l’estero. Il numero delle partenze è cresciuto di anno in anno e il flusso si è diretto prevalentemente verso un ristretto numero di Paesi europei appartenenti all’Unione, compresa la Gran Bretagna anche dopo la sua uscita dall’Europa, la Brexit. Al rinnovato flusso di uscite dall’Italia ha corrisposto negli ultimi anni un flusso in entrata soprattutto di stranieri. Il che fa del Paese un vero e proprio crocevia migratorio. E questo aspetto è diventato sempre più evidente tal ché nel 2017 gli stranieri soggiornanti in Italia risultavano pari a 5 milioni e 200 mila e i cittadini residenti all’estero pari a poco meno di cinque milioni.

Mentre nel Paese c’è un intenso dibattito sull’immigrazione, determinato anche e soprattutto dal nuovo clima istituzionale, caratterizzato prima dalle iniziative securitarie del ministro Marco Minniti e poi da quelle esplicitamente persecutorie del ministro Matteo Salvini, dell’emigrazione si parla poco, quasi che la questione fosse priva di rilievo. Proprio per questo ho scritto il libretto recentemente edito dal Mulino Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana. Il libro intendeva mettere soprattutto in evidenza la portata significativa del fenomeno, criticare qualche  

Brasile all’estrema destra, una vendetta di classe

di Rachele Gonnelli

Il Brasile, sesta economia al mondo, in mano a un presidente come Bolsonaro, sodale di Bannon, nostalgico della dittatura. Ma non è su corruzione e sicurezza che la classe media l’ha scelto, è per paura di perdere i “lussi”. E i ricchi per privatizzare terre e servizi.

Il Brasile, la sesta economia del mondo, ha votato e nel secondo turno delle presidenziali di domenica 28 ottobre non ha invertito la rotta che sembra portarlo – e di corsa – verso una democrazia censuaria nel migliore dei casi.

I rischi per la tenuta stessa democrazia, una conquista che risale solo al 1985, rischi insiti nella vittoria dalla peggiore destra del continente incarnata nel capitano Jair Bolsonaro del Partito social liberal – neo liberale, amico di Steve Bannon, nostalgico della dittatura, ostile alle minoranze e in particolare agli indios e a tutte le tematiche ambientali – non sono riusciti a modificare le intenzioni di voto già registrate dai sondaggi Datafolha.

Lo scarto con il candidato presidente del Pt Fernando Haddad si conferma molto ampio, dal 55,13 di Bolsonaro al 44, 87 per cento di Haddad. Il Pt riesce a conquistare solo quattro governatorati concentrati nel Nord-est del Paese, una zona più povera e tradizionale roccaforte di Pt.

La campagna elettorale si è svolta soprattutto sui social sul modello già sperimentato negli Stati Uniti da Bannon per l’elezione di Donald Trump. Ma comunque la stampa mainstream non ha  

Anche il Papa contro le donne

di Giancarla Codrignani*

Bisogna che le donne riprendano a farsi sentire. Mai fidarsi neppure delle leggi. Dovevamo sapere che, se l’obiezione è stata la concessione per votare la 194, bisognava pretendere la soppressione di una norma incostituzionale (gli obiettori alla leva ricusavano un obbligo costituzionale: le leggi si riformano e basta). Le prospettive non sono felici: se guardiamo lontano non avranno speranza le brasiliane se va al ballottaggio Jair Bolsonaro che, apologeta della dittatura, sostenitore della tortura e della pena di morte, negatore dei diritti dei neri e dei lavoratori, ha detto a una deputata «non ti stupro perché non te lo meriti».

Purtroppo non si capisce mai che quando si attacca il corpo delle donne, è già leso lo stato di diritto che è di tutti. Ma il machismo è funzionale non solo nelle forme violente: si può infiltrare perfino nella mente delle donne. Che – se controlliamo il seguito delle campagne nelle scuole dei bimbi – possono non accorgersi che la legge Pillon non “tutela” le famiglie: è solo ideologica e riporta ad una forzata indissolubilità per via rapida (la legge, iscritta in “Commissione redigente”, non sarà discussa in aula). I bambini non avranno parola né dignità, la donna non avrà l’assegno di mantenimento e l’uomo non avrà obblighi genitoriali paritari e il ricorso, a pagamento, al “mediatore familiare” sarà comunque inutile.

Da anni, con graduale intensità miriadi di siti “per la Vita” sono ritornati a sostenere che l’aborto  

Eredità e attualità del sessantotto

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”, con il patrocinio della Fondazione “Giorgio La Pira”, dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro” e dell’Archivio storico Flamigni

Eredità e attualità del sessantotto

Civita Castellana, 27 ottobre 2018, h.17

Indirizzi di saluto e introduzione

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Carlo Bersani (Università “Niccolò Cusano”)
Prof.Francesco M.Biscione (Archivio storico Flamigni)
Prof.Giulio Conticelli (Università di Firenze. Vicepresidente Fondazione “Giorgio La Pira”)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle Conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti, 5

Montini, un faro per Romero

di Roberto Morozzo della Rocca

Non è casuale la canonizzazione congiunta di Óscar Romero e Giovan Battista Montini/Paolo VI. I due hanno in comune un’epoca della Chiesa e del mondo di cui sono stati protagonisti con gli stessi ideali di giustizia e di pace. E il rapporto fra Romero e Paolo VI è stato, da entrambe le parti, più profondo di quanto tre soli colloqui e qualche altro fuggevole saluto lascino immaginare. Romero si riferiva costantemente a Paolo VI. Quest’ultimo seguiva attentamente la situazione salvadoregna e dava fiducia a Romero. Tra i due c’era comprensione e affetto al di là dei differenti ruoli e anche della trepida commozione che Romero sempre provava al cospetto del Papa, nulla di meno ai suoi occhi che un «dulce Cristo de la tierra». Sul piano storico-politico, possiamo dire che Paolo VI protesse Romero. A Roma era un diluvio di voci negative sull’arcivescovo di San Salvador. Lo accusavano di essere un politicante, un sovversivo comunista, un eretico, finanche un infermo mentale. Famiglie dell’oligarchia salvadoregna, esponenti del regime militare, ambienti ecclesiastici avversi diffamavano l’arcivescovo che chiedeva giustizia sociale in un paese che non ne aveva mai avuta, e lo faceva con un’autorità morale mai vista in Salvador. Il popolo infatti era affascinato da Romero, dalla sua passione pastorale, dalla predicazione veemente, dal coraggio profetico, dalla compassione per i poveri. Da vescovo della periferica Santiago de María, Romero s’era già intrattenuto personalmente con Paolo VI nel 1975. Lo  

Democrazia in difficoltà? Hans Kelsen aveva spiegato tutto ai tempi di Weimar

di Mario G.Losano

Tra tutti gli elementi della crisi weimeriana, «le condizioni economiche e finanziarie» sono di particolare attualità. Le paure e le aspirazioni di allora sembrano coincidere con quelle attuali. La guerra, l’inflazione, la crisi economica del 1929 avevano generato grandi difficoltà nella popolazione e la conseguente nostalgia per una vita normale: «Normalità significa: un’attività lavorativa correttamente retribuita, un’abitazione modesta, la possibilità di formare una famiglia e l’accesso alla crescente offerta di beni di consumo». Oggi molte persone in Europa, soprattutto giovani, si identificano con questo weimariano (e frustrato) desiderio di normalità.

La situazione di Weimar è solo in parte paragonabile a quella attuale in Europa, però emotivamente si può essere portati ad accentuare più le somiglianze (che sono peraltro innegabili) che le differenze. Oggi l’Europa vive in pace da oltre un settantennio; allora la Germania usciva da una sconfitta lacerante. L’Europa di allora era ben più inquieta di quella di oggi, ma le critiche antidemocratiche tanto di allora quanto di oggi nascevano dalla crisi generale che stringeva tutto il continente.

Con la fine della Prima guerra mondiale erano crollati i grandi imperi multinazionali austriaco, russo e ottomano. La crisi economica seguita alla guerra rinvigoriva i movimenti comunisti, rafforzati anche dalla nascita dello Stato sovietico: l’Italia conosceva il Biennio Rosso nel 1919-20; nel 1919 era nato il secondo Stato sovietico d’Europa, la repubblica ungherese dei soviet di Béla Kun; in Germania, nel 1918-’19 le sommosse ispirate agli eventi sovietici avevano  

In una parola/ Nell’arena della sessualità maschile

di Alberto Leiss

Non amo il giornalismo-spettacolo di Massimo Giletti, ma devo riconoscere che l’intervista al giovane Bennet – che ha ripetuto di essere stato “violentato” da Asia Argento – oltre a essere obiettivamente un grande “colpo” mediatico, è stata condotta con correttezza, efficacia, ragionevolezza.
Giletti non ha dimenticato di essere un maschio, e ha sollevato più di una volta il dubbio sul fatto che una donna trentenne come Asia Argento possa avere costretto con la forza e la violenza (come succede alle femmine vittime di stupro) un giovane quasi diciottenne ad avere un rapporto sessuale “completo” con lei. Un giovane che ha detto di aver avuto altri rapporti sessuali precedenti (e tralascio i racconti che rimbalzano in rete sul fatto che una sua ex compagna lo accusa a sua volta di aver avuto comportamenti violenti).
L’intervistatore ha poi attirato l’attenzione sul selfie scattato da Bennet con Asia abbracciati in un letto, secondo lo stesso autore fatto dopo il rapporto. Nella civiltà delle immagini in cui siamo immersi – ma forse lo siamo sempre stati – questa immagine parla di tutto tranne che di una violenza appena consumata.
A un certo punto Bennet ha capito che la piega della trasmissione non stava volgendo a suo favore, lo ha detto esplicitamente e ha chiesto che fossero rimosse dagli schermi le grandi icone del volto di Asia Argento. Ha poi sfoderato il suo argomento più forte (consigliato dai suoi legali?):  

Persona e diritto alla salute. Convegno di studi

Università degli Studi di Salerno
Dipartimento di Scienza Giuridiche
Convegno di studi

Persona e diritto alla salute
A margine del libro di Giovanni Bianco
(Cedam, Collana giuridica, 2018)

Aula 2 Dipartimento di Scienze Giuridiche
Campus Universitario di Fisciano
1 ottobre 2018 h.12.30

Indirizzi di saluto

Prof. Giovanni Sciancalepore (Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche. Università di Salerno)

Introduce

Prof.Giuseppe Di Genio (Università di Salerno)

Presiede e conclude
Prof.Armando Lamberti (Università di Salerno)

Interverranno

Prof. Carlo Amirante (Università Federico II di Napoli)
Prof. Giovanni Bianco (Università di Sassari)
Prof.Angel Antonio Cervati (Università “La Sapienza” di Roma)
Prof. Matteo Cosulich (Università di Trento)
Prof. Mario Panebianco (Università di Salerno)