L’eredità di quella liberazione

di Enzo Collotti

Stando alla cronaca dei festeggiamenti di questo 25 aprile dovremmo concludere che l’anniversario della Liberazione è una festa e un’occasione che divide il nostro popolo?
È stato già detto e ridetto che nessuno può essere escluso da una festa di popolo. Così come a nessuno si deve consentire di monopolizzare la festa per fare prevalere le proprie ragioni.
La realtà dimostra che è più facile dirlo che farlo.
Si tratti della Brigata ebraica o delle rappresentanze palestinesi, il pretesto per rompere l’unità dei festeggiamenti si trova facilmente.
Ma chi opera la divisione dimentica almeno due cose.

La prima, la distanza di tempo che ci separa dalla lotta di liberazione (siamo al 72esimo anno!). La seconda, la complessità della situazione nella quale ci troviamo oggi (altrettanto complessa ma al tempo stesso diversa da quella di 72 anni fa).
Tutto questo per dire che cosa? Che nulla può essere come 72 anni fa: ci sono ricambi generazionali e ogni generazione ha il diritto di dare al 25 aprile il senso che ritiene più appropriato una volta esclusi i fascisti.

Il rispetto della storia non può indurci a credere che tutto sia rimasto come prima: questo sì che sarebbe un modo per fare violenza alla storia. In secondo luogo è cambiato lo spettro della realtà geopolitica internazionale. Anche di questo si deve essere consapevoli se si vuole rimanere dentro la storia.
Tenere insieme la dimensione  

25 aprile, chi boccia “Bella ciao” a scuola non capisce a cosa serve insegnare

di Alex Corlazzoli

Il fatto che il Partito Democratico dell’era Renzi a Roma non partecipi alla manifestazione del 25 aprile non mi stupisce; sarebbe come se un vegano partecipasse alla sagra della salamella. Ma che in una scuola le famiglie arrivino a contestare agli insegnanti l’iniziativa di far cantare “Bella Ciao” all’interno di uno spettacolo sulla Costituzione è preoccupante. A denunciare questa situazione è una collega, Rosaria Valente che ha scritto una lettera pubblicata oggi su Repubblica: “Insegno in una scuola primaria, stiamo allestendo uno spettacolo sulla Costituzione, ripercorrendo la storia d’Italia. Le famiglie hanno contestato la presenza di “Bella Ciao”, sostenendo che è un canto “rosso” e che, per par condicio, avremmo dovuto inserire anche “Faccetta nera”.
Nulla può fermare l’ignoranza in questo Paese.

Intanto a questi genitori ma anche a quei maestri che a differenza della maestra Rosaria, non parlano di “Bella ciao” per lo stesso timore, andrebbe suggerita la lettura del bel libro Bella ciao (Add editore) di Carlo Pestelli. Qualche volta prima di aprire bocca qualcuno dovrebbe studiare. Nel testo Pestelli ci ricorda come la nota canzone abbia origini che non sono solo partigiane: “Nell’agosto del 1962 – scrive Pestelli – a Gualtieri Roberto Leydi e Gianni Bosio intervistano l’ex mondina Giovanna Daffini che intona un canto che ha la stessa melodia di “Bella ciao” ma, a sorpresa, il testo non tratta di invasori, bensì della durezza del lavoro delle mondariso, e dichiara d’averla imparata negli  

Perchè oggi è la festa della liberazione

di redazione www.ilpost.it

Il 25 aprile è il giorno della Liberazione, giornata di festa nazionale dedicata al ricordo e ai festeggiamenti per la fine del nazifascismo, che avvenne nel 1945 nelle ultime fasi della Seconda guerra mondiale. L’occupazione tedesca e fascista non terminò in un solo giorno, ma il 25 aprile è considerata una data simbolo perché coincise con l’inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò, dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendere le città.

La scelta della data del 25 aprile come “festa della Liberazione” (o come “anniversario della Liberazione d’Italia”) fu fatta poco meno di un anno dopo, il 22 aprile del 1946, quando il governo italiano provvisorio – il primo guidato da Alcide De Gasperi e l’ultimo del Regno d’Italia – stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”. La data fu fissata in modo definitivo con la legge n. 269 del maggio 1949, presentata da De Gasperi in Senato nel settembre 1948. Da allora, il 25 aprile è un giorno festivo, come le domeniche, il primo maggio, il giorno di Natale e da qualche anno la festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno. La guerra in Italia non finì il 25 aprile 1945, comunque: continuò ancora per qualche giorno, fino agli inizi di maggio.

 

Deutsche Bank, il crollo del mito tedesco

di Mauro Maggiolaro

La più grande banca tedesca sta precipitando verso un abisso dal quale potrebbe riuscire a salvarla solo il governo di Berlino e quindi i contribuenti tedeschi

Avidità, provincialismo, codardia, immaturità, menzogna, incompetenza, arroganza. Sono solo alcuni degli aggettivi che un memorabile servizio del settimanale tedesco Der Spiegel, pubblicato pochi mesi fa, ha dedicato a Deutsche Bank (https://goo.gl/P5SOQP). La più grande banca tedesca, quella che per buona parte dei suoi 146 anni di storia è stata l’incarnazione stessa dell’etica protestante nel sistema bancario, sta ora precipitando verso un abisso dal quale, alla fine, potrebbe riuscire a salvarla solo il governo di Berlino e quindi i contribuenti tedeschi.

A Francoforte i due grattacieli di vetro di 155 metri nei quali ha sede la banca sono chiamati “Soll” e “Haben” (dare e avere). Nella visione ideale, architettonica e finanziaria, della banca il dare e l’avere dovrebbero essere in equilibrio. Ma da tempo non lo sono più. Il 2 febbraio scorso sono stati resi noti i risultati del quarto ed ultimo trimestre del 2016: 1,9 miliardi di perdite nette. L’intero 2016 ha prodotto invece 1,4 miliardi di euro di perdite, che a confronto del rosso da 6,8 miliardi di euro del 2015 sembrano addirittura una buona notizia. A pesare sono in particolare le spese accantonate, e in parte già effettivamente sborsate, per il coinvolgimento in circa 6.000 cause legali a livello globale. Nel maggio del 2016 è arrivata  

Lo stato dell’unione (bancaria)

di Vincenzo Comito

Il progetto di unione era nato a suo tempo per rafforzare il sistema finanziario europeo ma fino ad ora non ha affrontato nessuna delle lezioni scaturite dalla crisi economica

La storia dell’unione bancaria europea, pur nella sua brevità, è ricca di vicende, in particolare per quanto riguarda le sue propaggini italiane; essa appare emblematica, quasi come il temporalmente quasi parallelo caso greco, di quanti ostacoli si frappongano sul cammino della (eventuale) costruzione dell’unità politica ed economica del nostro continente, costruzione che rispetti comunque alcune regole di equità e di ragionevolezza.

Gli obiettivi dell’unione bancaria e la posizione tedesca

Il progetto di unione era stato a suo tempo stimolato dal desiderio di rafforzare il sistema finanziario europeo – le cui debolezze erano state sottolineate dalla crisi del 2008 -, nonché dalla volontà dichiarata di spezzare il legame tra debito pubblico dei vari stati e difficoltà bancarie. A lungo termine si intravedeva anche un’integrazione complessiva dei mercati finanziari.

Il progetto presentava tre obiettivi di fondo: 1) portare la sorveglianza e la regolamentazione del sistema finanziario a livello europeo, togliendola dalle mani delle autorità nazionali, di frequente troppo compiacenti verso le imprese nazionali e comunque rinnovando un sistema che era portatore di regole anche molto differenti da paese a paese; 2) prevedere, sempre a livello unitario, delle norme di intervento risolutivo (salvataggio, chiusura) nei confronti delle banche in crisi, avviando parallelamente la creazione di un fondo di risoluzione comune per i  

I guelfi e i ghibellini e le colpe del declino

di Carlo Clericetti

Festa grande alla fine del Carnevale. Razzi, scoppi e mortaretti per la clamorosa notizia: il Pil del 2016 è cresciuto non dello 0,8%, secondo le ultime previsioni del governo (dopo varie revisioni al ribasso), ma addirittura dello 0,9%. Un trionfo. E per quest’anno forse si potrebbe persino raggiungere l’1%, un altro decimale in più (ma mica è scontato). Avanti così, e forse tra un’altra decina d’anni riusciremo a tornare dove eravamo prima del 2008, sempre se non arrivano altre crisi. Insomma, un futuro luminoso.

Ma anche sul breve termine il governo non ha tanto da stare allegro. Non tanto per i 3,4 miliardi che la Commissione Ue ci ha imposto di trovare subito come condizione per approvare i conti di quest’anno: quello è solo l’antipasto, perché per il 2018 c’è da coprire un’altra di quelle clausole di salvaguardia che vengono dalle manovre passate, e lì son dolori, perché si tratta di quasi 20 miliardi. Per la precisione – secondo i calcoli di Nens – sono 19,571 miliardi, e per coprirli, se non si provvede altrimenti, aumenterà l’Iva di tre punti – dal 10 al 13 e dal 22 al 25% – diventando la più alta in Europa.

L’aumento dell’Iva è sempre stato paventato come una catastrofe quasi pari a un terremoto o un’inondazione. Certo, non è una bella cosa. Certo, sarebbe un nuovo aumento del prelievo fiscale, per giunta con un’imposta regressiva, cioè che colpisce tutti indistintamente. Certo,  

Daniel Cohen : « La France est fondamentalement inégalitaire »

di Antoine d’Abbundo et Marie Dancer

Pour l’économiste Daniel Cohen, il faut mettre fin au système élitiste à la française.

Avant la présidentielle, « La Croix » explore durant trois semaines les inégalités économiques, les ruptures sociétales, les fractures culturelles qui traversent la France.

Selon Daniel Cohen, directeur du département d’économie de l’École normale supérieure et cofondateur de l’École d’économie de Paris, la France est une société fondamentalement inégalitaire.

La Croix : La France a fait de l’égalité un élément du triptyque républicain. Mais tient-elle ses promesses ?

Daniel Cohen : L’hypocrisie est totale sur ce sujet car, en réalité, la France n’a jamais réussi à réconcilier deux systèmes de valeurs opposés : l’aristocratique, qui fonde une société hiérarchique, et l’ecclésiastique où tout le monde est égal devant Dieu. Aujourd’hui, elle est arrivée au point limite de sa capacité à prétendre qu’elle est un pays d’égalité alors que ce qui structure la société, c’est toujours ce vieil ordre aristocratique. Voilà la « maladie française ».

Quand on parle d’inégalités, on pense d’abord aux inégalités économiques qui ont tendance à se creuser depuis quelques années…

D. C. : La France est une société inégalitaire, mais ces inégalités ne se retrouvent que très peu dans les revenus et si les écarts ont tendance à augmenter, la France reste dans la moyenne des pays développés.

Cette relative stabilité tient au fait qu’il existe dans notre pays des « amortisseurs sociaux » importants comme, par  

Il compito della politica? Sbloccare la civiltà

di Raniero La Valle

L’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre, mostrando un’intelligenza politica popolare tutt’altro che spenta, ci consegna una responsabilità che non possiamo ridurre a proposte di corto respiro; occorre invece affrontare come prioritari i nodi che oggi bloccano la politica e strozzano lo sviluppo stesso della civiltà in tutto il mondo. Fare politica vuol dire precisamente rimuovere queste strozzature.
Io vedo tre questioni prioritarie, tre “forze frenanti” su cui dovrebbero misurarsi il pensiero e l’iniziativa culturale, politica e religiosa per consentire la ripresa di un cammino di civiltà, che per ora sembra bloccato o addirittura in ripiegamento rispetto alle conquiste del ‘900; e non solo per Trump.

Il mondo è di tutti

Il primo blocco consiste nella mancata risposta di civiltà al fenomeno della migrazione di massa. Ma non si tratta di un fenomeno, cioè di un evento, si tratta piuttosto di un nuovo mondo, il mondo globalizzato, che è stato pensato come un mondo di residenti, e risponde presentandosi invece come un mondo di migranti; era un mondo di stabilità la cui qualità era la durata – il tempo indeterminato – e si ritrova costruito come un mondo di precarietà, la cui qualità è vivere nell’imprevedibile. Per integrare in un cammino di civiltà tale mondo nuovo è necessario che si riprenda il processo dell’imputazione dei diritti fondamentali a tutti gli uomini come diritti universali e permanenti e se ne preveda l’effettività per tutti gli abitanti  

Perchè quattro anni di astio per Jorge Mario Bergoglio?

di Riccardo Cristiano

Forse il metodo più empirico ma efficace per valutare la portata di questi quattro anni di pontificato non è tornare all’inizio del 2013, alle parole che si usavano allora per descrivere la crisi del papato, ma di tornare per qualche momento al 21 ottobre 2015, quando qualcuno cercò di sostenere che papa Francesco era afflitto da un tumore: al cervello. Era, guarda caso, una “bufala”. Più recentemente è apparso un manifesto irridente sui muri di Roma. Quindi è stato fabbricato un falso “Osservatore Romano”. Così facendo non ci chiederemo, un po’ agiograficamente, quanto bene ha fatto alla Chiesa Jorge Mario Bergoglio, ma che cosa abbia fatto per meritarsi tutto questo e altro ancora, come l’accusa di essere “un gesuita travestito da francescano” . Davvero tutto questo si spiega perché avrebbe indicato che in qualche caso, in un percorso di recupero, si può anche dare la comunione a un divorziato risposato? Ma non è quello che accade da anni e anni in tutto il mondo?

Io non credo che sia questo il punto. Forse invece ad alcuni non piace che abbia chiaramente affermato che il cristianesimo non è la religione dei legulei, ma di Gesù, e che l’attenzione prioritaria di Gesù era per i poveri, lasciando alle nostre spalle i merletti, le croci d’oro e l’idea che la Chiesa sia un giudice collocato al di fuori e al di sopra della storia.

Papa Francesco ha dato un senso al  

Se la Bce sostiene multinazionali e cambiamenti climatici

di Andrea Baranes

Scoppia un incendio. Per fortuna arrivano i pompieri. Che però si mettono a versare sempre più acqua in una piscina piena, mentre la casa a fianco sta bruciando.

A giugno 2016 la BCE lancia l’ennesimo piano per provare a rilanciare l’economia del vecchio continente. Visto che anni passati a “stampare soldi” tramite il quantitative easing (www.nonconimieisoldi.org) non hanno dato i risultati sperati, ecco il passo ulteriore: con questi soldi acquistare non solo titoli di Stato, ma anche obbligazioni di imprese private. Corporate Europe Observatory – CEO, l’organizzazione che da anni studia e denuncia il peso delle lobby nelle decisioni europee, è andata a vedere quali siano le imprese e i settori che hanno beneficiato di tali acquisti. La ricerca appena pubblicata (corporateeurope.org) non lascia spazio a dubbi: “il risultato è inquietante, a meno che non pensiate che petrolio, auto di lusso, champagne e gioco d’azzardo siano il posto migliore in cui mettere soldi pubblici”.

In ultima analisi l’intervento della BCE è un sostegno ad alcune delle più grandi multinazionali. Le obbligazioni sono una forma di finanziamento, il cui costo segue la legge della domanda e dell’offerta: se sono in molti a volere i titoli di una determinata impresa, questa potrà offrire tassi di interesse minori. Se al contrario nessuno o quasi le vuole comprare, gli interessi che dovrà garantire l’impresa per finanziarsi salgono. Se la BCE interviene acquistando determinate obbligazioni, il soggetto corrispondente si trova quindi avvantaggiato rispetto  

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